The Flesh Eaters

Reliquia: un videoclip di “The Wedding Dice“, Anno Domini 1982… Flesh Eaters al top

Xerox Militia! numero 1

xeroxmilcover.jpgXerox Militia! n.1 (47 pagine, fotocopiata, A5)

Sono un po’ d’anni che manco dall’universo delle fanzine. Una sorta di crisi di rigetto, forse, dato che durante tutto l’arco dei Novanta fare fanzine è stata una delle cose (insieme al suonare e al gestire un’etichetta e mailorder) che più mi piaceva e a cui più mi dedicavo nel tempo libero. Ricordo annate auree in cui sembrava nascere una ‘zine nuova a ogni battito di ciglia e non c’era giorno in cui non ne trovavo almeno una nella cassetta delle lettere. Poi tutto – con Internet a fare la parte del leone – si è afflosciato e anche io, come tanti altri, mi sono dedicato alla rete, che trovavo più veloce, comoda, nuova e curiosa.

Ora, a circa 10 anni di distanza, mi accorgo che è rimasto qualche eroe della fotocopia; prima incappando nella più situazionista e meno music oriented Deadskyline (che oltre al formato pdf scaricabile esiste in versione cartacea gratuita), poi in questa più old school e tradizionale Xerox Militia!, direttamente dalle lande triestine

In queste 47 pagine formato A5 (il caro vecchio foglio A4 piegato a metà), spillate e fotocopiate, c’è il classico profumo di fanza – anche se il layout è molto pulito e innegabilmente computerizzato: ma non ci si lamenta certo per questo… anzi!
Loris, la mente dietro all’operazione, parla della musica che più lo colpisce e lo fa con cognizione di causa, passione e varietà: non aspettatevi una fanzine monogenere, infatti, perché in Xerox Militia! si parla di garage revival italiano, di stoner, di indie, di lo-fi anni Novanta, di garage punk… e poi ci sono un paio d’interviste a personaggini del calibro di Federico Ferrari (storica penna di Rockerilla e membro dei garagers nostrani Ugly Things, tra le tante cose) e Chris D. (Flesh Eaters, Divine Horsemen, Stone by Stone).

Insomma, nostalgici delle fanze, ma anche giovani virgulti abituati a Myspace e alla rete, dovreste farvi un favore e procurarvi Xerox Militia! per (ri)assaggiare un piatto dal sapore ormai poco consueto: la carta stampata do it yourself. Certo, non ci sono i link cliccabili sulle pagine fotocopiate, ma il gusto di piazzarvi sul divano, magari con un disco sul piatto dello stereo (evitiamo gli mp3 su Winamp: rovinerebbero l’atmosfera, per dio!), è impagabile.

Per averne una copia scrivete a: loriszecchin@gmail.com
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[Le foto sono di Ginevra]

The Lipstick Killers

Un classico caso di fantaLipstick Killersstici perdenti. La testimonianza che questi ruvidi australiani hanno lasciato consta di due 7” (“Hindu Love Gods/Shakedown USA” del 1979 e il postumo, quasi introvabile, “Sockman/Pensioner Pie”) e un album dal vivo, anch’esso postumo (Mesmerizer del 1984, prodotto da Chris D. dei Flesheaters – o meglio: equalizzato da Chris D., visto che si tratta della trasposizione vinilica di quanto era registrato su una cassetta incisa durante un concerto).

I Lipstick Killers, nati da una precedente punk band (gli Psycho Surgeons, immortalati in diverse compilation di punk minore), erano di Sydney e gravitavano nell’area d’influenza dei Radio Birdman (il primo singolo è prodotto da Deniz Tek, che ogni tanto si dilettava anche a cantare negli Psycho Surgeons, tanto per dirne una), che li aiutarono anche a inserirsi nel giro delle esibizioni live.
Il sound iniziale era un garage rock con generosi dosi di frat stomp– come il brano del lato A del primo singolo testimonia senza ombra di dubbio – e una tastiera molto Radio Birdman. Proprio la qualità di questo dischetto fece in modo che Greg Shaw della Bomp/Voxx li notasse, oltreoceano.

Mark Taylor (chitarrista): “Eravamo in contatto con Greg Shaw già dal 1975, perché importavamo da lui Bomp Magazine, magliette, dischi della sua etichetta e del suo mailorder. Quando il nostro singolo uscì in Australia, gliene spedii alcune copie perché sapevo che lo avrebbe messo in catalogo. La sua reazione fu molto positiva e inaspettata: volle stampare il disco in edizione statunitense e ci invitò a Los Angeles, promettendoci che avrebbe trovato un sacco di concerti per noi”.

Un’occasione di quelle grandi. La band, tra il 1977 e il 1979, era passata a uno status di semiprofessionismo in patria e da un paio d’anni si arrabattava nel circuito dei concerti. Era nel roster di un’agenzia che curava il booking. Non era, però, un periodo felice, anche se il lavoro non mancava.

Mark Taylor: “Preferisco ricordare la band nel periodo 1976-77, quando dovevamo sudarci le opportunità per esibirci dal vivo e gratis. […] Finivamo nei ristoranti a chiedere se potevamo suonare. Affittavamo saloni, suonavamo nei centri commerciali o alle feste di compleanno. Ci prendevamo dei rischi, abbattevamo barriere e usavamo la nostra ingenuità per creare eventi e situazioni. […] Dopo due anni di lavoro con l’agenzia, invece, di supporto a gruppi come Jimmy & The Boys, Radiators, ecc. ecc., stavamo impazzendo. E le nostre canzoni stavano diventando peggiori, inferiori a quelle degli inizi. Diventavamo più bravi a suonare, ma la nostra originalità e il livello di energia diminuivano. Decidemmo di andare a L.A. perché era una cosa rischiosa – quindi l’esatto opposto di quello che stavamo facendo a Sydney”.

I Lipstick Killers, così, si trasferirono a L.A. Non sapevano, però, cosa li attendeva: erano saliti su quell’aereo sulla scorta delle sole promesse di Greg Shaw. E, infatti…

Mark Taylor: “Quando arrivammo [Shaw] sembrava essersi dimenticato dell’impegno che si era preso nei nostri confronti; comunque ricordo che ci organizzò almeno un concerto e – tutto sommato – tentò di aiutarci. Aveva anche contattato Kim Fowley perché ci chiamasse per fare qualcosa, ma credo che Fowley abbia realizzato che non eravamo certo fatti per diventare le prossime Runaways. Non so nemmeno come andassero le vendite di ‘Hindu Love Gods’ negli Stati Uniti, ma credo che sia stato ristampato almeno tre volte. Pete [Tilman, il cantante] una volta chiese all’addetto alle relazioni della Bomp un rendiconto delle vendite, ma gli venne risposto che ‘Non si può cavare sangue dalle rape’”.

Los Angeles si rivelò un disastro. Il gruppo alloggiava al Tropicana Motel, un classico albergo per musicisti spiantati, tossici e personaggi borderline, poi si trasferì in un appartamento infestato dagli scarafaggi, nel distretto di Silverlake. Resistettero meno di un anno, in quelle condizioni.

Ecco ciò che ricorda Mark Taylor: “Restammo a Los Angeles per nove mesi e in quel periodo di tempo facemmo 12 concerti. Molti andarono benissimo, come quello al Whiskey A-Go-Go a Hollywood, con 600 spettatori. Uno dei nostri migliori concerti, a quanto ricordo, e anche il primo show di Stephen Mather [il bassista che sostituì Kim Giddy] con il gruppo. Suonammo anche con i Gun Club, i Plimsouls, gli Unknowns e diversi gruppi punk hardcore. E poi vedemmo Roky Erikson and the Explosions al Whiskey: dopo il concerto lui si fermò a stringere mani e a parlare con il pubblico. Mi strinse la mano a lungo, guardandomi fisso, e notai che aveva le lacrime agli occhi”.

Tra i 12 concerti statunitensi ci fu anche quello immortalato in Mesmerizer, frutto di un lavoro di ripulitura ed equalizzazione di un live set inciso su una cassetta. Il responsabile della pulizia è Chris D., come già detto, e il disco uscì su Citadel (la mitica label australiana) nel 1984, a band ampiamente sciolta e defunta. Già, perché Los Angeles diede il colpo di grazia ai Lipstick Killers.

Mark Taylor: “Kim iniziò a preoccuparsi per la nostra situazione economica e la sua fidanzata, a Sydney, voleva che lui tornasse a casa. Noi vivevamo tutti insieme in condizioni terribili. Kim iniziò a vagare per Los Angeles da solo, a volte si assentava anche per più giorni, dormiva sulle panchine, nei parchi. Era molto pericoloso e noi tentammo di metterlo in guardia, eravamo preoccupati per lui. Aveva anche preso a parlare in maniera incoerente. Così ci trovammo tutti d’accordo sul fatto che doveva rientrare a Sydney e decidemmo di chiedere a suo cugino Stephen di unirsi al gruppo. Purtroppo Stephen si portò dietro la fidanzata, che non era stata assolutamente invitata e venne a vivere con noi, che già eravamo in troppi in quell’appartamento. Tutto questo rese difficile concentrarsi sulla musica e sulla composizione. Divenne una situazione tipo John Lennon e Yoko Ono”.

Fu così che il gruppo, dopo nove mesi di vita grama nel nuovo continente, si sciolse e tutti tornarono a casa.
Mesmerizer è l’unica testimonianza sulla lunga distanza ed è un disco fenomenale, uno dei classici minori che possono cambiarti un pochino la vita. A proposito di questo lavoro Mark Taylor ha affermato nel 2001: “[…] Mesmerizer è ok, ma non è altro che rock, niente di speciale”.
Certo Mark: sarà “solo” rock, ma ha tutta l’energia del sound Sixties rivitalizzato, vitaminizzato e sparato a mille all’ora. Trovatelo se avete un po’ di fortuna. Il mio ultimo avvistamento di Mesmerizer, per la cronaca, è stato a Genova nel 2006, in una bancarella, per 20 euro – usato e conciato piuttosto male.
Per i completisti: il gruppo ogni tanto suona ancora in concerti di reunion e circolano dei cd con le registrazioni dei live. Lasciate perdere, però, che è meglio.

Guide to Fire of Love

Half assed collectors’ guide to Fire of Love

Fire of Love, nel 1981, è come una granata lanciata nel refettorio di un asilo nido all’ora della merenda. Anche se qualcuno sul momento non si accorge della notizia, la cicatrice resta nell’immaginario comune; e infatti ancora oggi – a 27 anni di distanza – il fuoco dell’amore brucia e pizzica. Come tutte le cicatrici vere, sincere e meritate devono fare.
Non staremo a rivangare la solita storia, che ormai è di dominio pubblico dopo la campagna di rivalutazione di Pierce e della sua band degli ultimi 10 anni. Il come, dove, quando, perché e chi li avrete già letti diverse volte su Blow Up, su Rumore o in rete (o magari su interviste e articoli raccattati e raccolti nel corso degli anni sulla stampa straniera).
Quella parte non è un mistero, insomma, e i fatti sono noti. Certo, resta la curiosità di sentire altre campane e si attende da anni il famoso libro di Ward Dotson che potrebbe offrire una bella prospettiva inedita. Ma tant’è. Finché non lo pubblicherà, ci dovremo accontentare di ciò che già sappiamo.

Nel corso degli anni e – soprattutto – nelle fasi più acute della mia ossessione per la band (che considero ormai giunta a una fase di maturità che mi permette di godermela con un certo distacco e non con maniacale ansia) ho collezionato un discreto numero di dischi dei Gun Club, portafogli e decenza permettendo. Quello di cui ho più copie e che mi ha intrigato maggiormente a livello di varietà è proprio Fire of Love: qui, nei limiti di quella che non è certo una collezione completa, né da esposizione, mi piacerebbe fare un breve (e non definitivo, per carità) viaggio attraverso le diverse incarnazioni di questo disco in cui potreste imbattervi. Per comodità parleremo solo delle edizioni in vinile, bypassando cd e cassette.
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La prima e più classica stampa è quella statunitense su Slash/Ruby del 1981 (che vedete immortalata in alto, in tutto il suo magnifico splendore verde/viola). La riconoscete dal colore, dalla consistenza molto cartonosa della copertina e dalla label stampigliata in basso a destra sul retro. Notare l’assenza di codice a barre, che invece compare nelle stampe di pochi anni dopo. Interessante anche il centrino dorato con scritte rosse; pare che i primi esemplari del disco contenessero un foglio fotocopiato con il catalogo di merchandising della band (qualche T-shirt). Purtroppo la mia copia ne è sprovvvista.

Restiamo sempre negli USA, qualche anno dopo (qualcuno data intorno alla seconda metà degli anni Ottanta questa mostruosità): signori e signore, ecco a voi l’infamissima sawtooth cover di Fire of Love, quella coi denti di sega. Un oggettino poco reperibile, ma decisamente raccapricciante, sempre licenziato da Slash/Ruby, che tanto per non deludere nessuno cambia anche il retro dell’album:

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Come potete notare nella zona in alto a destra, sul retro, questa stampa porta il codice a barre (qualcuno ha idea se si possa risalire all’anno dal barcode?); è marchiata Slash/Ruby e ha la classica consistenza di alcuni dischi di metà anni Ottanta, cioè vinile più sottile e copertina patinata, ma già leggerina rispetto a quella “piombata” del 1981. Ne esiste anche una versione su cassetta, con la stessa straniante grafica.

Veniamo all’Italia. Qui da noi si occupava di diffondere il materiale Slash/Ruby la Expandedmusic di Bologna, fondata nel 1980 da Oderso Rubini. A questa label dovremmo baciare i calli ogni mattina per averci portato stampe abbordabili di robettina fondamentale che, altrimenti, avrebbe girato con difficoltà. Tanto per darvi un’idea, la Expanded fino al 1982 stampò, tra i tanti, Tuxedomoon, Throbbing Gristle, Clock DVA, Bauhaus, DNA, The Birthday Party, X, Germs, Chrome, The Decline of Western Civilization, Flesh Easters, Gun Club, Fear, Misfits e Lydia Lunch…
L’edizione tricolore a livello di grafica è fedele alla prima statunitense (a parte l’inserimento dell’indirizzo della Expanded); sul versante audio sembra leggermente più compressa e cupa, ma potrebbe essere colpa del vinile usurato (anche se due copie che si comportano nella stessa maniera fanno pensare che forse l’inghippo c’è). Interessante il fatto che ne esistono almeno due edizioni differenti; il particolare che le distingue è principalmente il centrino del vinile, come potete vedere. Uno è più sobrio, minimale e punk, l’altro più colorato, vagamente tecnologico e anni Ottanta.
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Dopo l’excursus a casa nostra, è d’obbligo volgere l’occhio verso i cugini d’oltralpe. Per quanto non abbia mai fatto follie per la Francia, non è possibile negare che in quanto a cultura rock ci hanno sempre dato la polvere e il bianco. E, infatti, tanto per restare in tema, dobbiamo andare a parlare della New Rose, forse una delle più importanti etichette a livello mondiale – negli anni Ottanta – e la più importante nel circuito europeo, se amate certe sonorità.
La New Rose ha sfornato, in particolare, due stampe viniliche molto ricercate di Fire of Love. La prima del 1982 ha la famigerata grey sleeve; la copertina è, quindi, stata completamente reinventata e ha questo aspetto:
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Questa stessa cover è stata utilizzata – virata in verde, però – per una ristampa provvidenziale uscita nell’aprile del 2000 su Last Call (evoluzione della New Rose); ma attenti: questa riedizione verdognola è uscita solo su CD! Memorizzate questa info e continuate a leggere: vi verrà utile.
Ecco come si presentano il centrino e il logo della label sul retro della stampa grey sleeve del 1982 (piuttosto rara peraltro):
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La seconda e succosissima versione New Rose di Fire of Love risale al 1987 ed è davvero una chicca per collezionisti. Si tratta di una declinazione gatefold della grey sleeve, tirata in sole 3000 copie (io ho la numero 59, tanto per cedere un istante alla vanità… e l’ho inseguita per anni!). Ma fermi lì, perché non è tutto. Il vinile è colorato, di un bel blu brillante, e il centrino è differente ripetto alla prima edizione made in France. Ecco come si presenta il tutto:
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Restiamo in Europa, ma attraversiamo la Manica. La Beggar’s Banquet, storica label inglese, si è presa la briga (probabilmente nella prima metà degli anni Ottanta, ma non è certo al 100%) di dare alle stampe una versione albionica di Fire of Love. Stiamo parlando della stampa a cui talvolta ci si riferisce chiamandola la yellow spot. Come potete vedere poco più sotto, infatti, il disegno di copertina è stato mantenuto fedele all’originale, ma i colori sono mutati: anziché verde e violetto, abbiamo praticamente un rosa e delle macchie di giallo intenso.
Ecco come si presenta la faccenda:
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Il centrino è completamente diverso dalle edizioni statunitensi e, come potete vedere, non c’è codice a barre. Quella specie di adesivo bianco che si nota vicino al logo Ruby (sul retrocopertina) è in realtà un barcode adesivo, piazzato probabilmente in un secondo tempo e ormai completamente sbiadito e illeggibile.
Ah sì: come si nota chiaramente dalla targhetta del prezzo, pagai questo dischetto 18 biglietti da mille intorno al 1993, in un negozio ormai chiuso malamente da anni (una delle tante storie di provincia su cui soprassediamo, questa volta).

Non dimentichiamo, poi, che esiste una stampa del 2003 uscita per la spagnola Munster: copertina riproducente l’originale e vinile da 220 grammi. Nonostante sia ancora reperibile non ho mai sentito il bisogno impellente di procurarmela, ma chissà… mai dire mai. Per chi fosse interessato, in questa edizione ispanica ci sono delle liner notes apositamente scritte da Lindsay Hutton (The Next Big Thing).

Terminiamo questo viaggetto con una versione che ha circolato per poco nei primi anni duemila, periodo in cui i Gun Club hanno cominciato a essere palesemente di moda e rivalutati; osservate bene:
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Eh sì. La foto con l’arancia tarocco era d’obbligo, essendo questo disco un vero e genuino taroccone totale. E, oltre a essere tarocco, è anche un pastrocchio: hanno utilizzato la copertina della ristampa su CD della Last Call, abbinandola al logo della Chrysalis (con cui i Gun Club hanno avuto un legame solo nel periodo Miami/Death Party/Las Vegas e che nulla c’entra con Fire of Love). Si tratta, quindi, di un bootlegaccio (che non suona terribilmente male, a onor del vero, ma non è identico al vinile originale: probabilmente è stato masterizzato e riequalizzato partendo dal CD Last Call)… non fatevi fregare.

[tutte le foto dei dischi in questo articolo sono di Ginevra]

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