In metalcore we trust

We Sink – s/t (Chorus of One, 2011)

Una giovane band di Parma – nata nel 2010 – che ha all’attivo un ep di quattro brani intitolato Old Stories e ora esce con un arrapantissimo 10″ (il formato più porno che la mente umana abbia mai concepito, per quanto mi riguarda) per Chorus of One.

L’artwork in bianco e nero, con un teschiazzo d’ordinanza, evoca suggestioni political punk alla Discharge/Doom e fiorellini simili; in realtà il sound dei We Sink è molto più radicato nell’ondata hardcore metal di metà anni Novanta: un hc durissimo, scuro e chitarroso, con importanti sconfinamenti nel thrash-core e nel thrash. Roba macho, muscolare e taurina, che evoca circle pit, pogo stile palestra di pugilato e stagediving da rianimazione.

Onestamente non è ciò che ascolto, né quando questa roba era in auge la ascoltavo… però si riconosce il germe del sacro fuoco, per cui di sicuro la band è (o sembra decisamente) sincera. True till death, come si diceva una volta. Oltre che compatta, incazzata e credibile.
Ecco, mi sovviene che sarebbe interessante leggere i testi, visto che non è chiarissimo di cosa parlino… per il resto, se l’hardcore meticciato col thrash è la vostra perversione preferita, questi giovani fanno per voi.

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Beggars’ banquet

Beggars – s/t (Chorus of One, 2011)

Un buon 7″ dal look old school per questa band di Chicago che approda nel roster dell’italianissima Chorus of One.

Questi Beggars non sono certo mostri di inventiva, ma menano piuttosto pesante con un hardcore emo/screamo melodico (niente roba estrema stile Ebullition, occhio) molto mid-Nineties.
Velocità, incazzatura e una linea melodica costante – ma mai troppo preponderante, per fortuna – sono le caratteristiche salienti di questi quattro brani belli sanguigni e sbattuti in faccia senza troppi complimenti.

La rabbia, l’energia, la malinconia e la voglia di fare casino sono rollate tutte insieme in una metaforica cartina intrisa di benzina, per far bruciare meglio il tutto: e il risultato è notevole. Sarà la brevità del disco, sarà la concisione, ma questo singoletto è una bella parentesi che si ascolta e si riascolta volentieri una seconda volta. Cosa che non accade spesso, almeno qui nella tana del cinismo barbarico.

Il promo kit cita tra le influenze Strike anywhere (può essere), Fugazi (insomma… sono più violenti negli intenti, i Beggars), Modern Life is a War (che non so chi siano e non credo di avere intenzione di scoprirlo ora) e Foo Fighters (e per fortuna non ci somigliano neppure per errore… dio mio…).

Beggars live @ Eastwood House from Kyle Wheeler on Vimeo.

Posi-core in baguette

Fire At Will – Hoping For The Best…Expecting The Worst (Chorus of One, 2011)

Il posi-core ha sempre avuto un forte appeal per gli hardcore kids europei; poco meno di 20 ani fa scoppiò prepotentemente il bubbone e in pratica il Vecchio Mondo nel giro di poco tempo divenne un bacino sterminato (sopratuttto la Germania) di band che si rifacevano a sonorità e messaggi dell’ondata del primo straight edge e para-straight edge.
Che cazzo fosse, poi, il posi-core, non è semplicissimo spiegarlo; ma quello che so è che i francesi Fire At Will ne offrono una gustosa lezione, come se il tempo non fosse passato e i Gorilla Biscuits o gli Youth Of Today fossero ancora nel fiore dei loro anni. Il tutto filtrato da una bella cappa di emo-core.

Quindi aspettatevi voce incazzosa alla Ray Cappo, stacchi stop & go, sound ammeregano al 110%, cori urlati fatti apposta per chi vuole star sotto al palco col cappuccio in testa e il ditino puntato al cielo a sgolarsi – e poi un fil rouge melodico che non abbandona quasi mai la trama di tutti i brani.

Insomma è un bel dischetto davvero: senza guizzi che lo rendano memorabile, ma capace di restituire bene il mood di un periodo e la sua colonna sonora. Se fosse uscito nel 1994 o giù di lì, probabilmente sarebbero diventati leggende – anche solo per qualche tempo, come ad esempio i Nations On Fire, che furono semidivinità per un anno o due e poi flop… scomparsi. Invece è il 2011 e le cose non sono così facili.

Menzione speciale per la scelta di pubblicare un vinile a 12″ e per il bellissimo artwork, sia della copertina che della busta interna. Ottimo lavoro.

Portogallo hardcore

No Good Reason – Far Away (Chorus of One, 2010)

L’hardcore punk come cristo comanda non ha età e non scade – esattamente come tutti i generi fatti con palle e cuore. Questi portoghesi No Good Reason, sebbene ampiamente fuori tempo massimo, offrono un’ottima interpretazione dell’hc punk melodico anni Novanta di ispirazione statunitense: per intenderci, roba stile Revelation del periodo di mezzo. C’è quindi la rabbia alla Gorilla Biscuits, ma anche la melodia dei Farside o dei Jawbox (che non erano su Revelation, ma stricazzi, ci siamo capiti). Nel primo pezzo del lato b, poi, fa capolino anche qualche sfuriata più new school – ma il fuoco resta comunque quello descritto.

Una bella prova, fissata in un 7″ piacevole, da sentire almeno un paio di volte di fila – che inevitabilmente stuzzica l’appetito e costringe ad andare a ripescare i vinili dei vecchi maestri. Unica nota stonata è forse la voce, per i miei gusti troppo adolescenziale; ma son faccende, appunto, di gusto.

Ah e occhio al vezzo: il lato a va a 45 giri, il b a 33…

Il punk del Mulino Bianco

Donots – The Long Way Home (Chorus of One, 2010)

MTV pop punk. E direi che la recensione è finita (altro…)

Demoni per tutti, avanti si regala

decembercdDecember Peals – People Have Demons (Chorus of One, 2010)

Un altro colpetto della nostrana Chorus of One, che dà fiducia a questo quintetto tedesco-di-germania pubblicando loro un intero cd. E diciamo che si tratta di fiducia piuttosto ben riposta (altro…)

Nine Eleven, monolite bizantino

nineelevenNine Eleven – City of Quartz (Chorus of One, 2009)

L’italianissima Chorus Of One – che già abbiamo ospitato su Black Milk – si gioca il suo nuovo jolly con i francesi Nine Eleven, paladini di un hardcore contemporaneo e inossidabile come il quarzo su cui si è fondato il loro ultimo lavoro (per l’appunto: City of Quartz). (altro…)

Boozed and confused

boozedcd.jpgBoozed – One Mile (Chorus of One, 2009)

Goduria. Un disco che definirei working class, perfetto da ascoltare rientrando dal lavoro.
Sei stanco, fa caldo e non hai nemmeno voglia di levarti gli anfibi tanto sei schifato; ti versi qualcosa da bere e piazzi questo nello stereo (prendete nota: le edizioni cd e vinile di Chorus of One hanno due bonus track rispetto all’uscita originale). E parte una raffica taumaturgica di 14 pezzacci rock, a volte stonesiani, a volte più sul pub rock, altre seventies glam. Il tutto sempre con il punk ben piantato nelle orecchie.

Peccato per l’orribile copertina che potrebbe scoraggiare dall’acquisto dei Boozed (caspita, perché un disco così dovrebbe essere presentato da un disegno di una tartaruga su una strada mi sfugge completamente… per la serie “Facciamoci del male”).

Bella prova davvero, che facilmente diventerà un piccolo cult di hard-punk negli anni a venire.

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