Sweet home Chelsea

Chelsea on the Rocks (Abel Ferrara, 2007)

Senza il Chelsea Hotel il rock and roll sarebbe stato più povero. Luogo culto di New York (al 222 West 23rd Street, Manhattan, tra la Seven e l’Eight Avenue, vicino a Chelsea) attivo dal 1884 è stato un crocevia di anime bohemienne e di sostanze che hanno generato  miscele di esplosiva creatività: “Chelsea Hotel”  di Leonard Cohen, dopo un pompino fugace di Janis Joplin al bardo canadese proprio in una stanza dell’hotel; “Chelsea Morning” di Joni Mitchell, che indirettamente ha dato il nome a Chelsea Clinton; “Third Week in the Chelsea” dei Jefferson Airplane; “Like a Drug I Never Did Before” di Joey Ramone…  e poi qui dove Wharol ambientò il suo estenuante lungometragio Chelsea Girls, con Nico e il resto della cricca.

Ma fu anche teatro di alchimie nichiliste: qui nel 1953 il residente a lungo termine Dylan Thomas si prese l’ubriacatura che gli risultò fatale; e nella stanza numero 100 si consumò l’omicidio di Nancy Spungen da parte di Sid Vicious.
Nel 2008, un anno dopo che il Chelsea, subissato da debiti, era stato messo in vendita (per la cronaca, il motto di Stanley Bard, mitico manager del Chelsea negli anni Sessanta era: “Non siamo qui per far soldi” un rovesciamento del titolo del  famoso disco di Frank Zappa), il regista yankee partenopeo  Abel Ferrara ci mise lo zampino riuscendo, col suo documentario Chelsea on the rocks a cogliere la contraddizione di fondo di questo luogo così fortemente carico di energie – archetipo junghiano ma anche ying-hiano – di eros thanatos.

Ferrara esaspera il ruolo del regista fino a trasfigurarsi in voyeur e diventato  tutt’uno con la sua macchina da presa; se ne va in giro per il Chelsea sondando ed esplorando i corridoi, le stanze, i bassifondi, facendo splendide carrellate sullo skyline della Grande Mela. Ma soprattutto raccogliendo dai protagonisti e dai co-protagonisti una serie di  racconti e aneddoti grotteschi (tragica-divertente la storia raccontata da Milos Forman, mentre la dichiarazione d’amore di Ethan Hawke è una recita d’autore), nonché una ricostruzione (recitata) della morte di Nancy Spungen.

L’innato spirito anarchico  di Abel Ferrara sembra assolutamente assecondare la natura bohemienne del luogo: l’impressione che si riceve alla visione è che gli stessi antichi frequentatori del posto, ormai nelle vesti di fantasmi, siano smaniosi di raccontarsi; e questi fantasmi, più che imprigionati e incatenati nel limbo del Chelsea, sembrano non volersene più andare, ma solo vagare liberi di stanza in stanza.

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