Sweet home Chelsea

Chelsea on the Rocks (Abel Ferrara, 2007)

Senza il Chelsea Hotel il rock and roll sarebbe stato più povero. Luogo culto di New York (al 222 West 23rd Street, Manhattan, tra la Seven e l’Eight Avenue, vicino a Chelsea) attivo dal 1884 è stato un crocevia di anime bohemienne e di sostanze che hanno generato  miscele di esplosiva creatività: “Chelsea Hotel”  di Leonard Cohen, dopo un pompino fugace di Janis Joplin al bardo canadese proprio in una stanza dell’hotel; “Chelsea Morning” di Joni Mitchell, che indirettamente ha dato il nome a Chelsea Clinton; “Third Week in the Chelsea” dei Jefferson Airplane; “Like a Drug I Never Did Before” di Joey Ramone…  e poi qui dove Wharol ambientò il suo estenuante lungometragio Chelsea Girls, con Nico e il resto della cricca.

Ma fu anche teatro di alchimie nichiliste: qui nel 1953 il residente a lungo termine Dylan Thomas si prese l’ubriacatura che gli risultò fatale; e nella stanza numero 100 si consumò l’omicidio di Nancy Spungen da parte di Sid Vicious.
Nel 2008, un anno dopo che il Chelsea, subissato da debiti, era stato messo in vendita (per la cronaca, il motto di Stanley Bard, mitico manager del Chelsea negli anni Sessanta era: “Non siamo qui per far soldi” un rovesciamento del titolo del  famoso disco di Frank Zappa), il regista yankee partenopeo  Abel Ferrara ci mise lo zampino riuscendo, col suo documentario Chelsea on the rocks a cogliere la contraddizione di fondo di questo luogo così fortemente carico di energie – archetipo junghiano ma anche ying-hiano – di eros thanatos.

Ferrara esaspera il ruolo del regista fino a trasfigurarsi in voyeur e diventato  tutt’uno con la sua macchina da presa; se ne va in giro per il Chelsea sondando ed esplorando i corridoi, le stanze, i bassifondi, facendo splendide carrellate sullo skyline della Grande Mela. Ma soprattutto raccogliendo dai protagonisti e dai co-protagonisti una serie di  racconti e aneddoti grotteschi (tragica-divertente la storia raccontata da Milos Forman, mentre la dichiarazione d’amore di Ethan Hawke è una recita d’autore), nonché una ricostruzione (recitata) della morte di Nancy Spungen.

L’innato spirito anarchico  di Abel Ferrara sembra assolutamente assecondare la natura bohemienne del luogo: l’impressione che si riceve alla visione è che gli stessi antichi frequentatori del posto, ormai nelle vesti di fantasmi, siano smaniosi di raccontarsi; e questi fantasmi, più che imprigionati e incatenati nel limbo del Chelsea, sembrano non volersene più andare, ma solo vagare liberi di stanza in stanza.

Annunci

La Muerte non aspetta

domeDome La Muerte and The Diggers – Diggersonz (Go Down/Area Pirata)

Vecchia conoscenza di Black Milk, Dome La Muerte and The Diggers… e alla fine si dicono sempre le stesse cose: Dome non ha bisogno di presentazioni (il suo passato in Chelsea Hotel CCM e Not Moving parla ampiamente da sé), Dome è un rocker di quelli veri che suona il rock’n’roll senza compromessi, i suoi Diggers trasudano punk/garage/rock da ogni poro… (altro…)

Remastering the unmasterable

chelseaChelsea Hotel – We’re All Gonna Die (Spittle, 2006)

Nel 1982 io avevo 12 anni. Nella mia città, il classico stereotipo di piccola provincia quieta e sempre un passo indietro, non è che si muovesse poi molto. Anche se, a sbattersi e a informarsi, si rischiava di finire nel giro di Otello, il negozio di dischi fico che addirittura si approvigionava quasi mensilmente – narra la leggenda – oltremanica, grazie a viaggi-pellegrinaggio del proprietario che portava indietro valigiate di novità in quantità limitatissime.
Ma a 12 anni da Otello non ci entravi, era roba da gente grande, grossa e balorda (avrei imparato solo dopo diversi anni che non era esattamente così). Quindi io ascoltavo le cassette degli Iron Maiden e degli AC/DC comprate da Audiovox, il negozio normale in cui anche a uno sfigato era concesso l’ingresso. E da Otello ebbi il coraggio di addentrarmi solo verso il 1984; c’è anche da dire che non smisi più di andarci fino al cambio di gestione.

Tornando a noi, nel 1982 usciva il demo dei Chelsea Hotel di Piacenza – proprio mentre io mi esaltavo con Killers e Back in Black (per fortuna gli Scorpions li avevo snobbati). Un nastro sanguigno, caotico, distorto, scuro e saturo di fruscio. Per non parlare del feedback.
Una raccolta di 11 brani che fotografavano un’idea di punk contemporanemente tanto italiana, ma anche con un respiro internazionale, vista l’innegabile tendenza ad avvicinare due generi piuttosto lontani – almeno nelle rispettive (auto)percezioni – come l’heavy metal più plumbeo e l’hc punk più acido e urticante. In questo ristampone della risorta Spittle sono inclusi, poi, 4 brani live come bonus (tra cui una cover di “Search & Destroy” che la dice lunga sull’anima dei Chelsea Hotel).

Come spesso accade nei casi di recupero dal passato (anche se questo demo era già stato ristampato un po’ in sordina, su vinile, a metà anni Novanta) occorre contestualizzare, anche perché la qualità sonora non aiuta certo e non è user friendly, soprattutto nei confronti di chi non ha molta dimestichezza con punk, Italia e primi anni Ottanta.
I pezzi sono veloci, rabbiosi, scatarranti, a volte scoordinati, altre lucidamnete folli – con lamate di soli metal che spuntano qua e là (non a caso in formazione, a parte i mitici Tony Face e Black Demon, c’è Davide Devoti – poi nei Raw Power e nella band di Vasco “noi giovani” Rossi). Ma il tutto è sepolto in un magma sonoro frusciante e sfrigolante, dovuto appunto al deterioramento del nastro originale e alla non esaltante qualità della registrazione.

Detto questo… senza cadere in facili dietrismi e idolatrie dell’italico verbo punk, difficilmente i Chelsea Hotel oggi cambieranno la vita a qualcuno – mentre all’epoca probabilmente l’hanno fatto: leggetevi la bellissima pagina scritta da Luca Frazzi, a questo proposito, contenuta nel cd. Però, se amate la scena italiana di quegli anni e se non volete avere un colpevole vuoto nella vostra collezione, dovete procurarvi questo cd.

Rispetto massimo al gruppo e al suo lavoro. La Spittle, invece, mai si è degnata di rispondere a delle mie mail… simpatia estrema, complimenti: sappiate che il cd me l’hanno gentilmente omaggiato, dunque, perché visto l’andazzo piuttosto che regalarvi un centesimo mi faccio un giro dell’isolato di corsa – vedi il caso della ristampa dei Boohoos, che non compro per principio. Magari la troverò usata a 5 euro. Punk rock.

Blaxploitation in your (Tony) Face

cover-tony-face-big-roll-band.jpgTony Face Big Roll Band – Lady Day and John Coltrane/Hey Bulldog – (Hammond Beat, 2008)

Per chiunque segua un minimo le vicende del rock’n’roll tricolore, Tony Face (ovvero Antonio Bacciocchi da Piacenza) non ha bisogno di presentazioni. Peraltro è anche un esimio collaboratore di questa rivistaccia gonzovirtuale.
A chi, invece, è capitato qui sopra casualmente digitando su google “fica bagnata”, “andrea valentini nudo” o roba simile bastino queste quattro sigle: Chelsea Hotel, Not Moving, Lilith e Link Quartet. (altro…)

Tony Face 2002

tonyface.jpgNella soleggiata primavera romana del 2002, quando mi crogiolavo nella mia precedente vita bohemienne da giovane autore per il rutilante mondo dello spettacolo e curavo una e-zine diffusa via mail, ebbi l’idea di intervistare Tony Face a proposito dei Not Moving. Era qualche anno che non se ne sentiva più parlare, la reunion non era neppure lontanamente nell’aria e la curiosità (oltre che la passione per i loro dischi) era forte.
Mandai una mail a Federico Guglielmi de Il Mucchio, loro produttore ai tempi di Sinnermen, per chiedergli se aveva un contatto da darmi; lui, conciso ma gentile, mi rispose allungandomi la mail di Tony. Gli scrissi ed ecco il risultato della mail-intervista. Back from the past.

Come definiresti i Not Moving se dovessi parlarne a qualcuno che non li conosce assolutamente?
Una delle migliori rock’n’roll band di sempre.

Da quale tipo di ascolti e background musicale è nata una creatura come quella dei Not Moving? Insomma, la solita domanda da obitorio: parlaci dei gruppi che più vi hanno segnato prima e durante l’arco dell’esistenza della band…
All’inizio siamo partiti con Cramps, X, garage, punk e rock’n’roll, poi c’è stata una fase molto legata al cosiddetto rock australiano (Hoodoo Gurus, Lime Spiders, Celibate Rifles) e verso la fine si spaziava liberamente dal beat al punk, dal pop al rock dei Sixties.

Cosa pensi dei gruppi italiani contemporanei a voi nell’arco degli anni Ottanta? Chi ti sentiresti di salvare da un’ipotetica catastrofe nucleare (se ne avessi la possibilità) e chi, invece, lasceresti schiattare senza rimorso?
I Bohoos erano grandi e i CCCP all’epoca (anche se non mi piacevano) erano qualcosa di orginale e sconvolgente (anche se la miglior band italiana di sempre rimangono, secondo me, gli Area). Ma anche gli Indigesti, i Cheetah Chrome e tante band hardcore. Da buttare tutta quella roba vicina alla new wave, al dark, al rock italiano e pippe simili .

Scaviamo nel torbido: ti va di parlare della fine l’esperienza dei Not Moving, dopo sei anni di dischi, concerti, tour e tutto quello che ciò comporta? Come è accaduto?
Probabilmente è perchè siamo partiti sedicenni o poco più e ci siamo trovati cresciuti, adulti, senza più lo stesso entusiasmo, con obiettivi, speranze, e volontà artistiche completamente differenti… forse è stato meglio così. Abbiamo evitato di tirare avanti un cadavere.

Qual è il tuo brano preferito dei Not Moving, in che disco si trova e perché ti piace…
Credo “Crawling”, da Black & Wild, il miglior disco che abbiamo fatto. E’ la perfetta sintesi di che cosa erano e volevano essere i Not Moving: punk+beat+garage+pop+hard.

La reperibilità dei vostri lavori ormai non è certamente agevole (te lo dice uno che ha penato per diverso tempo e raschiato i fondi di molti negozi di dischi usati, prima di trovare le cose fondamentali a prezzi abbordabili)… hai mai pensato, magari tramite la tua etichetta, di ristampare tutta o parte della discografia?
Ci ho pensato , ma non credo che ci sarebbero tanti interessati . E poi è meglio non rivangare un periodo ormai finito.

Un capitolo oscuro e doloroso (soprattutto per chi lo vorrebbe ascoltare!) è rappresentato dal mini-LP fantasma intitolato Land of Nothing. Perché non è mai stato publicato? Non c’è speranza di vederlo riaffiorare in qualche modo?
Non è mai stato pubblicato per una lunga serie di indecorose mancanze dell’etichetta di allora. Pare che tra breve vedrà finalmente la luce grazie alla ristampa (in vinile, che Manitù lo abbia in gloria!!!) che dovrebbe fare un etichetta pisana, Area Pirata [l’hanno poi effettivamente ristampato, proprio i ragazzi di Area Pirata ndr].

Gli annali riportano che avete fatto tre date come supporter di Johnny Thunders (nell’84, se non erro)… cosa ci puoi raccontare a proposito di questa esperienza?
Molto positiva. Il pubblico applaudì più noi, giovani e determinati, che lui parecchio rincoglionito, imbolsito, che sbagliava i pezzi e non si ricordava le parti… Johnny fu simpatico e disponibile con noi, ma gli show un po’ tristi e non particolarmente entusiasmanti.

Domandina da fan col pannolone: ma perché non fate una bella reunion, un bel disco e qualche sfilza di concerti?! Una volta hai scritto che “siete ancora troppo giovani per le reunion”, ma… non credi che il r’n’r abbia nuovamente bisogno di voi?
No, al rock’n’roll e a chi lo ascolta non gliene può fregare un cazzo di un gruppo di quarantenni, che magari spaccherebbe ancora il culo, ma rischierebbe di essere patetico… non vogliamo diventare i Nomadi del rock italiano. I Not Moving sono stati un grande gruppo che secondo me ha avuto abbastanza, anche se non tutto quello che avrebbe meritato, ma che nel 2002 non ha più ragione di esistere o di tornare.

Dì ciò che ti va ai lettori…
Vivete al 100% ogni attimo della vostra vita (molto paternalistico, eh?).
tonyf.jpg

Sid’s anniversary

sidnan.jpgIl due febbraio del 1979 ha fine l’epopea di Sid Vicious, per molti vera e propria vittima di tutta la circense vicenda dei Pistols. Ben 29 anni orsono Sid viene trovato morto per un’overdose a New York, nell’appartamento di un’amica (e nuova fiamma): la vicenda dell’omicidio di Nancy è ancora fresca, lui è appena uscito su cauzione.

La polizia gli sta col fiato sul collo, i Sex Pistols sono esplosi in mille schegge, lui è troppo fatto e ingenuo per approfittare della situazione. Il massimo che riesce a fare è cercare il conforto di personaggini a lui affini, tipo Johnny Thunders e compagnia bucherellante.
La madre in una lunga intervista rilasciata prima di morire (anche lei di overdose: malattia di famiglia?) si è detta certa che Sid si sia suicidato – visti almeno un paio di tentativi mal riusciti nelle settimane precedenti – e ha anche prodotto un bigliettino che avrebbe trovato nella tasca dei suoi jeans.

Difficile dire come sia andata, ma il risultato è quello che tutti conosciamo. A rendere un po’ più amaro il sapore della vicenda contribuisce il fatto che dopo la scomparsa di Sid il processo fu interrotto e nessuno si occupò più del caso della morte di Nancy, su cui permangono moltissimi dubbi e in cui potrebbe essere implicata almeno un’altra persona.

Per una ricostruzione in puro stile true crime all’americana, cliccate qui e buon divertimento (?).
Qui di seguito un morboso repertino: il certificato di morte di Sid vicious, stilato dall’autorità competente di New York.

siddead.jpg

Tony Face: The Modfather

tony2.jpgCiao Tony, puoi parlarci della gestazione di “Uscito vivo dagli anni Ottanta” come sei entrato in contatto con NdaPress? Dopo la reunion dello scorso anno dei Not Moving questo libro, in un certo senso, chiude il cerchio intorno alla tua vita musicale durante gli Eighties, Com’è nata l’esigenza di raccontarsi e di raccontare questi anni?
Mi ero accorto che negli ultimi anni, suonando in giro, leggendo sul web e notando il proliferare di libri, di un rinnovato interesse relativo agli 80’s.
Notando allo stesso tempo che non è che se ne sapesse poi tanto, confondendo spesso gruppi, nomi, avvenimenti. Da lì è incominciata una rilettura personale del periodo attraverso ciò che avevo fatto ai tempi. Dapprima lavorando su un live con dvd dei Not Moving, ormai dimenticati e di cui non era più disponibile, discograficamente, nulla, poi sui Chelsea Hotel di cui ho curato la ristampa dell’unico album con annessi inediti.
Mancava qualcosa di scritto, che descrivesse in maniera più sincera e meno enfatica e retorica, il periodo, di cui, abitualmente, trovavo e trovo racconti epici, spesso lontani dalla realtà. Soprattutto da una realtà provinciale come ho vissuto io a Piacenza (mentre abitualmente emerge la dimensione metropolitana) e, particolare abbastanza peculiare, in maniera trasversale.
Con Not Moving, Chelsea Hotel e attività legate al movimento mod ho potuto testare gli ambienti più disparati, dal piccolo club di provincia ai grandi centri sociali, dalle discoteche ai mega concerti rock, dalle esperienze di strada ai contatti con i “vertici” della musica e dello spettacolo.
E infine ho voluto metterci quello che mi sembra manchi in molti racconti: l’ironia e la gioia di vivere che avevamo (personalmente ancora ho…).
Eravamo giovani e volevamo cambiare le cose, non c’era nulla di drammatico e disperato in tutto ciò.
Il libro l’ho mandato alla NdaPress per primo (e unico) e Massimo Roccaforte, il responsabile, mi ha detto: “Sì lo faccio”.
Tecnicamente il libro è nato e finito la scorsa estate, in un mese, sulle montagne dell’Alta Valnure piacentina. Mia moglie lavorava a Piacenza, mio figlio si addormentava alle 21:00, la tv prende due canali, non c’è il telefono (tanto meno internet) e il primo (e unico) bar è a 10 km.
Ho letto e scritto (il più delle volte a biro su fogli bianchi) con a fianco un po’ di birre tedesche del Lidl per lubrificare meglio la memoria o una bottiglia di vino imbottigliata da me (Gutturnio).

A mio modesto parere sono proprio l’ironia e la voglia di vivere a mettere il tuo libro diverse spanne sopra a altri pubblicazioni simili infarcite o di esaltazione senza misura o piene di cinismo. Comunque dopo gli anni Ottanta in pratica tu non ti sei mai fermato, fra gruppi nuovi, la tua etichetta, radio e quindi hai sempre avuto sotto controllo quello che è il polso della (passami il termine) “scena”. Quali sono secondo te i cambiamenti più evidenti in meglio e in peggio rispetto a quegli anni?
Credo non sia possibile porsi sul piano del meglio/peggio nell’ambito della “scena”.
Sono situazioni talmente lontane e differenti che non sono paragonabili.
Sarebbe come volere fare un accostamento politico tra la situazione italiana attuale con quella del dopoguerra (anche se a ben pensarci in una sorta di dopoguerra ci siamo, dopo la tabula rasa culturale, sociale ed economica berlusconiana).
Credo che l’avvento di internet abbia annullato ogni possibilità di paragone.
Dove negli anni Ottanta c’erano genuinità, passione, ingenuità (giocoforza perché c’era ben poco altro cui aggrapparsi) che facevano da motore, da spinta e da collante per chi agiva nella scena, al giorno d’oggi c’è tutto a portata di mano in tempo reale.
Puoi ascoltare qualsiasi gruppo, saperne ogni dettaglio attraverso MySpace o il sito personale, contattarli in un secondo.
Negli anni Ottanta occorrevano mesi per avere il disco di un gruppo e molto di più per saperne qualcosa in dettaglio.
Quel periodo è stato assolutamente irripetibile (non necessariamente migliore, più bello o più affascinante), semplicemente diverso.
Non rimpiango nulla, né “formidabili erano quegli anni”.
Semplicemente per ragioni anagrafiche (non per un particolare merito) c’ero e li ho vissuti intensamente.

In un’intervista, riferendosi alla visione comune che vuole gli 80’s come anni di plastica, si domandava a Steve Wynn se un album intenso come The Days of Wine and Roses fosse una sorta di rifugio dalla realtà che li circondava ai tempi. In che misura la vostra musica è stata un mezzo per affrancarsi consapevolmente o meno dalla realtà della provincia italiana di quegli anni? Nel mio immaginario voi avete incarnato il classico esempio del noi contro voi più di ogni altro gruppo italiano dell’epoca (e non solo), in che modo vivevate questa diversità?
E’ l’esatta interpretazione. Noi eravamo contro, per il gusto di esserlo.
Soprattutto agli inizi volevamo essere tutto ciò che non era ciò che ci circondava.
Occorre un attimo contestualizzare il periodo (fine Settanta, inizi Ottanta) in cui essere giovani significava scegliere tra:
a) gli “opposti estremismi” (che, già qualcuno lo intuiva allora, poi è stato ampiamente dimostrato, non erano altro che un buon mezzo per il “potere” e/o il “sistema” per annullare la forza eversiva e di cambiamento dei giovani meno accondiscendenti verso l’omologazione). Schierarsi con i compagni o i fasci significava fare una scelta radicale che, se andava bene, comportava, come minimo, il rischio di una sprangata in testa. Sappiamo quanti morti (e feriti, molti per tutta la vita) ci sono stati.
b) Omologarsi al sistema, ben sintetizzato da Giovanni Lindo Ferretti, quando era ancora lucido, qualche anno dopo con i CCCP in “Morire”: “produci consuma crepa” (che riecheggiava il buon Piero Ciampi di “Andare camminare lavorare”: “Andare camminare lavorare il passato nel cassetto chiuso a chiave il futuro al Totocalcio per sperare”). Il modello occidentale: produci consuma crepa, così poco diverso da quello sovietico: produci consuma (poco) crepa. E non c’erano altre alternative in vista…
c) L’eroina. Arrivarono tonnellate di eroina (non droga: EROINA). Lo avevano già fatto con successo in USA alla fine dei 60’s con il movimento hippie, le black panthers e il movimento nero che combatteva il razzismo (ancora istituzionale in molti stati americani). Vagonate di eroina e il movimento si era squagliato in poco tempo.
L’eroina alla fine degli anni Settanta aveva ancora dei connotati di ribellione, non se e conoscevano gli effetti devastanti. Personalmente per una questione etica e morale non ho mai toccato una droga che è una, neanche mai fumato una sigaretta. Non mi fu difficile starne lontano, ma non ho contato i funerali di amici che un paio di anni prima giocavano al pallone con me nei chiostri del Duomo di Piacenza e che trovavano la mattina su una panchina con una siringa infilata in un braccio.
Poi la mafia (non quella con la coppola e la lupara, quella che siede nelle alte sfere governative) si accorse che l’eroina le faceva perdere i clienti e assistemmo all’arrivo della cocaina. Pulita, indolore e che non uccide subito. E iniziarono i favolosi anni Ottanta di Craxi (recentemente riabilitato da Fassino che lo preferisce a Berlinguer…) e la spazzatura che ben sappiamo.
Ecco, noi ci mettemmo contro a tutto questo, con ogni mezzo necessario.Con l’abbigliamento estremo, con le sottoculture più strane (il mod, il rockabilly, lo skinhead, il garage punk), con il linguaggio meno comprensibile. “O stai con noi o non ci potrai mai capire”. Non volevamo essere nella massa e ogni qualvolta il “sistema” ci raggiungeva e omologava ci ritiravamo sempre più nella foresta. Alla fine ha vinto il sistema in qualche modo, ma quando ascolto o ballo del northern soul, quando mi esalto a vedere una foto degli Small Faces, quando leggo un testo dei Clash e capisco benissimo ogni sngola parola, allora so che non mi prenderanno mai (presente i Dave Clark Five “Catch us if you can”?) e che il mio rifugio è inattaccabile. Non è stato facile, ma la mia vita è immensamente migliore.

tony3.jpgIl tuo metterti contro all’epoca ti portò oltre che suonare nella band più iconoclasta dell’epoca, ad abbracciare e divulgare la cultura mod in Italia praticamente quando nessuno ne sapeva nulla o quasi. Dando quasi per scontato che per tutti sei il Mod Father italiano (a proposito: ti è mai piaciuta quest’etichetta?), cosa ti ha affascinato all’epoca e ti ha spinto ad approfondire lo stile di vita mod in tutte le sue sfaccettature, cosa pensi ti abbia dato e continui a darti quest’esperienza e come pensi ti abbia influenzato nelle tue scelte di vita?
Non mi dispiace l’etichetta di Mod Father, anche se è un po’ “usurpata” ai tanti che insieme a me costruirono il movimento in Italia e che poi l’hanno proseguito con menti e mani sapienti fino ai nostri giorni. Ma alla fine mi inorgoglisce perché comunque io mi sento ancora mod al 100% e ne continuo a seguire le vicende e l’estetica come trent’anni fa.
Non mi sono mai posto il problema di “abbandonare” o meno il mio essere mod. Sarebbe come chiedersi se è il caso di tagliarsi una mano. In questo senso credo che l’esclusività del mod-ism, intesa come estrema specificità di una filosofia di vita assolutamente originale e personale, sia stata basilare nella mia crescita attraverso le varie vicende della vita. Il cercare di essere sempre pulito ed onesto con me stesso nelle difficoltà circostanti è stato un insegnamento essenziale.
L’abbracciare il mod è stato istintivo, immediato, entusiasta. Più lo scoprivo e più lo sentivo ritagliato alla perfezione su di me e i miei gusti.
Credo che la nostra generazione sia stata più fortunata nel potere abbracciare certe “scene”, influenze, filosofie. Alla fine dei 70’s eravamo adolescenti ancora molto ingenui,
non ancora provati da quello che è accaduto dopo, quando televisione, media, pubblicità, input continui, hanno inquinato sempre di più il passaggio tra quello che considero il valore supremo della vita (più della vita stessa !), cioè l’INNOCENZA, e la scoperta della vita, della realtà circostante. Noi siamo state una delle ultime generazioni con un contatto ancora primitivo, ferino, diretto, al mondo dell’innocenza, all’istintività quasi animale nell’affrontare le cose.
Il nostro è stato un abbraccio incondizionato e totalmente sincero alle “filosofie” incontrate.
Adesso con Internet e tutto il resto l’innocenza viene diluita velocemente, indirizzata, lucidata e omologata. Io lo ritengo PEGGIO, altri probabilmente MEGLIO. Diciamo che è semplicemente diverso.

Ogni periodo della vita di ognuno di noi è inevitabilmente segnato dalla musica che ci accompagna, da eventi,libri, incontri. Potresti fare una lista o citarmi alcuni dischi, avvenimenti, letture, che raccontano i tuoi anni Ottanta?
Ovviamente difficilissimo ma forse neanche troppo. Per i dischi ci metto “London calling” dei Clash perché racconta meglio di ogni altro QUEL periodo, il singolo “New rose” dei Damned, “Marquee moon” dei Television, il brano “Lust for life” di Iggy Pop, “Quadrophenia” degli Who per l’ispirazione, l’opera omnia dei Jam, l’album “Glory boys” dei Secret Affair.
Tra le letture “Absolute beginners” di Colin McInnes, “Il giovane Holden” di Salinger, le parole di mille canzoni di quegli anni.
Tra gli avvenimenti il concerto a Bologna di Patti Smith nel ‘79, piccolo spartiacque e quello di Iggy Pop , sempre nel ‘79 a Parma (con, probabilmente, Bowie alle tastiere, ma non l’abbiamo mai saputo con precisione: se non era lui era un sosia). Ma anche i Prisoners a Londra, i Black Flag, gli X, gli Husker Du.

Dopo aver raccontato i tuoi anni Ottanta in maniera così convincente, ci hai presto gusto? Pensi che ritornerai presto dietro la macchina da scrivere o è e resta un episodio isolato?
Mi piacerebbe che questo fosse il primo di una lunga serie.
Mi piace scrivere e se poi c’è qualcuno legge ancora meglio.
In questo momento sto preparando, poi vediamo se e quando andrà in porto, un libro sul mod e i mod attraverso la storia essenziale e una discografia consigliata, ricordi e appunti personali e soprattutto il contributo di una serie di mod, dalla prima ora ad oggi. Il tutto condito da ampio spazio fotografico.
C’è anche materiale per un libro sugli anni Novanta, un bel sequel di questo, ma prima mi piacerebbe approfondire il discorso mod.

Perfetto, beh allora in attesa dei tuoi prossimi libri, torniamo ai giorni nostri. E’ da poco uscito un cd tributo a “Sgt. Peppers” da parte di vari artisti dell’area Piacentina al quale hai collaborato; inoltre stai lavorando al tuo primo disco solista con la Tony Face Big Roll Band al quale partecipano nomi illustri della scena del mod revival e non solo.
Se dovessimo chiudere il cerchio potremo dire che si guarda al passato per costruire il futuro anche musicalmente? Ovviamente si tratta di progetti diversi tra loro per origine, natura e intenti: ti va di parlarcene?
Io parto dal concetto che ormai non si possa più inventare nulla e che tutto deve, in ogni caso, necessariamente guardare al passato.
Per quanto mi riguarda, invece, io guardo VOLUTAMENTE al passato perché è lì che trovo la musica, la cultura e l’estetica migliore. E così è nata l’idea di omaggiare Sgt Peppers e per farlo in maniera un po’ originale abbiamo coinvolto SOLO musicisti piacentini, ma il risultato è ugualmente buono.
L’album solista è un auto omaggio ai miei 30 anni di carriera. Ho chiamato a raccolta un po’ dei miei idoli dell’epoca mod e hanno accettato quasi tutti. Il risultato non è sempre esaltante, ma per me è semplicemente eccezionale ascoltare il cantante dei Purple Hearts o il bassista dei Prisoners suonare con me. E poi c’è la nuova avventura con mia moglie, Lilith ex voce dei Not Moving, con Lilith and the Sinnersaints con cui uscirà un album in autunno.

Web:
http://tonyface.blogspot.com
http://www.lilithandthesinnersaints.com

Antonio “Tony Face” Baciocchi – Uscito Vivo Dagli Anni ‘80 (NdA Press, 2007)

uscitovivobmp.jpgAcquistato dal sottoscritto con colpevole ritardo, questo libretto è – a priori – consigliato a tutti coloro che hanno minimamente a cuore la storia dell’underground italiano e che amano la prosa “vissuta”, quella che ha immediatamente i colori e il sapore del vero.
Tony, per i pochi (spero) che non lo sapessero ancora, è uno dei simboli dell’Italia musicale sotterranea degli ultimi 30 anni: batterista di Chelsea Hotel, Not Moving, Hermits, Lilith e Link Quartet, guru della Face Records, produttore, fanzinaro, organizzatore di concerti/festival/raduni, nonché iniziatore del movimento mod peninsulare. Detto questo, procediamo.
Io devo essere sincero: non so se – come in molte altre sedi è stato scritto – questo libro è “fondamentale per capire gli anni ’80”. Sarà che me li sono un po’ cuccati anche io e allora non ci trovo molto da capire, sarà che a me più che il lato Eighties, del volume, ha colpito l’epica rock (in accezione ampia) della saga di una band e di un fan appassionato che si consacra alla musica… sia come sia, per me il tratto veramente eccezionale del lavoro di Tony è proprio la storia palpitante di una passione totale. Che ti porta a provare in cantine malsane a cui si accede da botole, che ti fa guidare per migliaia di chilometri per rimborsi mai sufficienti, che ti fa accettare le condizioni più allucinanti pur di salire su un palco e sputare per mezz’ora tutto quello che hai dentro.
Tutto questo è raccontato tramite schizzi veloci (che raramente superano le tre-quattro pagine) e cronologicamente non ordinati. Una scelta coraggiosa e a modo suo vincente, perché il tutto acquisisce dinamica e imprevedibilità.
L’unica pecca è che, arrivati a pagina 121, se ne vorrebbe ancora. E un bel po’. Invece non resta che una bella galleria fotografica prima di doversi rassegnare alla fine del libro. Questo è frustrante… avrei voluto leggere ancora altre 120 pagine, almeno!
Per cui, Tony, aspettiamo il secondo volume e lì ci racconterai per filo e per segno di Johnny Thunders, di Nico, degli autografi di Ciriaco De Mita, delle registrazioni di Sinnermen a Tor Pignattara e di mille altre cose che per questa volta sono rimaste nell’empireo del rock’n’roll a decantare.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: