A day in the life of Jeff Dahl

Sarebbe una fatica titanica spiegare con dovizia di particolari chi è Jeff Dahl. Una fatica esacerbata dal fatto che, per la miseria, se leggete Black Milk dovreste non dico conoscere a menadito la sua opera, ma almeno avere un’idea piuttosto precisa di chi si tratti e di cosa ha fatto. Nel caso proprio ci fosse qualcuno a digiuno totale (orrore: dovete rimediare al più presto alla lacuna, altrimenti peggio per voi), vi basti sapere che da fine anni Settanta in poi Jeff è stato membro di Vox Pop, Angry Samoans, Powertrip e Motherfucker 66, oltre che prolificissimo nella sua carriera solista. La sua discografia è sterminata (una trentina almeno di album e un centinaio di singoli, molto approssimativamente) e per anni ha suonato in ogni angolo del pianeta senza tregua. Ora si è ritirato a vita più quieta e rilassante alle Hawaii, ma come leggerete il rock’n’roll non l’ha abbandonato. Ladies and gentlemen, eccovi l’intervista che Jeff gentilmente ci ha concesso pochi giorni orsono.

Aggiorniamoci sulle ultime cose, nel caso qualcuno si fosse perso i passaggi più recenti: quale è il tuo ultimo disco? E stai lavorando a qualcosa di nuovo?
Il mio ultimo album è uscito circa due anni fa, è intitolato Back To Monkey City. L’ho registrato nel mio studio in Arizona praticamente live; col gruppo che suonava insieme, tutti nella stessa stanza. E non ci sono quasi sovraincisioni. Ho spedito i nastri a Jack Endino per il mixaggio e sono molto soddisfatto del risultato. Penso sia un gran bel disco.
Nel frattempo mi sono trasferito alle Hawaii e sto mettendo su un nuovo studio; sto imparando quello che serve a livello di computer e software per la registrazione. E’ un mondo di incidere completamente diverso. E’ molto facile lasciarsi prendere la mano dalla tecnologia e da tutte le possibilità che offre, ma è per questo che cercherò di usarla nella maniera più basilare possibile: mi piacerebbe comunque mantenere il processo simile alla vecchia registrazione su bobina.

Eri un vero guerriero dei tour, sempre in giro; ora sembra che tu abbia scelto di prendertela un po’ più calma e suoni pochissimi concerti: ti eri stancato di quella vita? E non ti manca mai?
E’ cambiato tutto – nell’economia e nell’industria musicale – rispetto a quei tempi. Ormai non è più possibile farlo e non perdere denaro… sfortunatamente. E poi, è ovvio, sono anche invecchiato. Mi manca suonare e incontrare le persone che venivano a vedermi, ma tutta la roba legata al viaggiare… aerei, guidare furgoni, gli hotel… questo non mi manca per niente.

Pensi che tornerai in Europa a suonare?
E’ possibile. Non ho nulla di organizzato al momento, ma se arriverà l’offerta giusta lo farò di sicuro.

Ti tieni aggiornato sulla scena musicale hawaiana, ora che vivi lì? E’ buona?
C’è una piccola scena punk dove vivo. E’ una cittadina su una delle isole più lontane… lì tutto è molto diverso da quello che accade sull’isola principale – dove ci sono Honolulu e Waikiki, grandi città dove accadono tante cose. Dove sto io per lo c’è musica hawaiana o reggae e hip hop. Ma ci sono un paio di giovani band divertenti da vedere e ascoltare.

Cosa fai in una tua giornata tipica?
Di solito suono la chitarra o faccio qualcosa comunque relativo alla musica e al mio studio per un paio d’ore ogni giorno. E poi faccio cose normalissime… vado in spiaggia, faccio passeggiate in montagna, cucino, faccio le commissioni… è una vita piuttosto ordinaria. Magari un po’ noiosa… ha ha!

Hai avuto una carriera lunga, prolifica e che ti ha fatto meritare lo status di artista di culto. Hai qualche rimpianto? Qualcosa che faresti diversamente se potessi tornare indietro?
Complessivamente sono piuttosto contento di come sono andate le cose. Non ho rimpianti per cose che ho fatto, ma piuttosto per quelle che non sono riuscito a fare. Ad esempio Stiv [Bators – nda] ed io stavamo pianificando di registrare insieme, ma lui è stato ucciso prima che ci riuscissimo. Purtroppo non si può prevedere il futuro. L’unica cosa è fare del nostro meglio quando le situazioni si presentano.

Ero un grande fan della tua fanzine Sonic Iguana (di cui conservo ancora gelosamente la maggior parte dei numeri); ti andrebbe di raccontare ai nostri lettori più giovani la storia di questa pubblicazione veramente pazzesca? E come mai hai smesso di farla?
Sono sempre stato un fanatico di tutte le piccole fanzine che circolavano a fine anni Settanta e primi Ottanta e volevo scrivere anche io dei gruppi e della musica che mi piaceva. Così ho iniziato a pubblicare Sonic Iguana che è durata qualche anno; e mi sono davvero divertito a farla. Ma, ancora una volta, il music business è cambiato moltissimo… ormai ci sono pochissimi negozi indipendenti che vendono anche riviste come Sonic Iguana, meno distributori, meno tipografie, meno etichette che comprano pubblicità… a un certo punto è diventato troppo difficile far quadrare l’aspetto finanziario. La fanzine andava bene, vendeva senza problemi e alla gente piaceva, oltre a essere divertente da fare… ma le spese di spedizione, le spese di stampa, la distribuzione, i negozi erano un problema. Ormai non trovi più molte buone fanzine in giro negli scaffali dei negozi… ma, d’altro canto, non mi andava assolutamente di convertirmi alla versione online: non era quello che volevo fare.

Hai progetti per lavorare nuovamente con Cheetah Chrome? Siete sempre in contatto?
Sì, ci sentiamo ed è grandioso vedere che le cose gli vanno bene, coi suoi tour e il suo nuovo libro, che è davvero bello. Mi piacerebbe lavorare ancora con Cheetah se ce ne fosse l’occasione, ma non ci sono progetti in piedi, al momento.

Penso che ci siano un po’ di persone che apprezzerebbero qualche ristampa dei tuoi dischi – almeno quelli di fine anni Settanta, degli anni Ottanta e dei primi Novanta (la roba che inizia a essere difficile da trovare). Hai in mente qualcosa in questo senso?
La maggior parte di quei dischi è reperibile su Internet; ma è la casa discografica che li ha pubblicati a detenere i diritti per la stampa, quindi non è una decisione che posso prendere io. Anche altri mi hanno detto che alcuni dei dischi più vecchi sono diventati difficili da trovare. Credo che, se ci sarà abbastanza richiesta, potrebbero essere ragionevolmente ristampati, prima o poi.

Hai mai pensato di scrivere un’autobiografia? Sicuramente ne hai di cotte e di crude da raccontare…
No, no… mai! Diverse persone me l’hanno chiesto o suggerito, ma proprio non mi va di mettermi lì a scrivere questa roba. In più ho preso davvero troppe droghe anni orsono, quindi la mia memoria è andata… non vorrei proprio fare qualcosa come l’autobiografia di Keith Richards, che è piena di roba presa dai libri di altra gente e di ricordi di altre persone. Il mondo non ha bisogno di un’altra pessima autobiografia scritta da qualcuno che non si ricorda cosa ha fatto.

Compri ancora musica? E, se sì, preferisci il vinile o i cd, oppure ti sei convertito agli mp3?
Sì! Dove vivo non c’è scelta, visto che non c’è neppure un negozio di dischi, quindi di solito ordino da Amazon. Preferisco sempre il vinile, ma solitamente per comodità compro i cd. sono più maneggevoli e ora hanno un suono piuttosto buono. Mi capita di scaricare qualcosa, se non è disponibile su vinile o cd, ma gli mp3 per me hanno un suono terribile.

Visitavo frequentemente il tuo sito, che era molto bello e ricchissimo di informazioni. Ma a un certo punto ti sei spostato su MySpace e tutto quello che c’era nel sito è scomparso. Hai qualche piano per rimetterlo online o ti trovi bene con MySpace?
Avevo un ottimo amico che era un genio dei computer: lui mi aveva fatto il sito e lo manteneva in piedi, facendo un grande lavoro. Ma ci voleva molto tempo e molte energie per tenerlo sempre aggiornato, così quando MySpace e poi Facebook sono diventati più popolari hanno reso più facili le cose e posso occuparmene io. Sarebbe utile avere un mio sito se suonassi ancora molto in giro e avessi cd e magliette da vendere, ma ormai non sono più così attivo. Direi che Facebook va benissimo per le mie esigenze.

Una domanda per chitarristi: che set-up usi, dal vivo e in studio?
Dal 1990 fino a poco tempo dal vivo suonavo sempre la mia vecchia Les Paul Jr. Ma quella povera chitarra a forza di essere usata è quasi distrutta… concerti, tour, furgoni, aeroplani… è conciata piuttosto male. Così ora la uso ogni tanto in studio per registrare. Sempre in studio uso anche una Fender Strat, una Esquire, una Epiphone Broadway e una vecchia Les Paul che apparteneva a Ron Asheton degli Stooges [in realtà non è una vera Les Paul, ma un’imitazione – nda]. Come ampli, negli Stati Uniti uso da molti anni dei Carvin, modello Bel-Air: hanno un design vintage come i Vox AC30 o i Fender. Non ho mai usato i Marshall o quelle robe moderne con la distorsione spintissima. In Europa di solito affitto un Fender Twin Reverb. Di preferenza attacco la chitarra direttamente all’ampli, non uso effetti; anche se a volte mi concedo – quando registro – dei pedali della Sioux.

Dì qualcosa ai tuoi fan italiani – ne hai molti…
Grazie per tutto il supporto che mi avete dato in questi anni. Spero di tornare da voi, un giorno, a suonare un po’ di rock’n’roll. Ciao!

Streetwalking Cheetah

Cheetah Chrome, il maestro della chitarra tossico, sconvolto, pelato, cafone e troglodita. Una personcina spigolosa, senza cui il sound di alcune delle formazioni più importanti del punk a stelle e strisce non sarebbe nemmeno nato. E allora è quasi un dovere di cronaca e un tributo ossequioso al rock, questa traduzione di un’intervista apparsa sul numero due della mitica Sonic Iguana (la fanzine di Jeff Dahl della seconda metà anni Novanta). All’epoca Cheetah era quasi una figura dimenticata, fuori dai riflettori e dalle rotte della scena punk peraltro fiorente. Sono state tagliate le ultime domande, troppo legate al momento contingente… quello che resta è il ritratto di un eroe che vive in una confortevole penombra e non sembra neppure scontento delle situazione.

Come è stato crescere a Cleveland?
Non c’è molto da dire, a parte che faceva schifo. Cleveland è molto piena di sé e arretrata.

Però è conosciuta come una città rock…
Non saprei dirti il motivo. Credo che chi viveva altrove potrebbe averla vista così. E tutti i gruppi che ci sono passati a suonare si devono essere divertiti. Ma se tu ci avessi vissuto ogni giorno della tua vita, non la penseresti in questo modo. Può anche essere che ci fosse un sacco di roba interessante in giro e io non me ne sia accorto…

Quando hai cominciato a suonare la chitarra?
Avevo otto anni. Non fu la sera che vidi i Beatles in tv per la prima volta, ma nel giro di sei mesi avevo iniziato. Me ne stavo in casa con i libri degli accordi e i dischi dei Rolling Stones.

Quale è stata la tua prima chitarra?
La prima era un giocattolo di plastica (ride). La prima vera elettrica fu una Sakova, credo fosse della stessa forma del basso di Paul McCartney. A violino, con un battipenna di madreperla. Hai presente? Credo di averla scambiata per della droga.

Ricordi il tuo primo incontro con Stiv (Bators)?
Peter Laughner mi parlava di lui continuamente. La prima volta che l’ho incontrato dal vivo è stata in un negozio di vestiti e lui indossava un paio di pantaloni argentati. Credo fosse il 1974. Non sapevo chi fosse, ma iniziammo a parlare, poi ci salutammo. Nel frattempo suonavo nei Rocket From The Tombs e Laughner continuava a parlarmi di questo tizio, Stiv Bators. Una volta poi lo invitò a un nostro concerto; lui si presentò insieme a Jimmy Zero e quei due ci provarono con le nostre ragazze. Ci incazzammo di brutto; proprio quando stavamo per farli a pezzi Peter intervenne dicendo: “Lui è quello Stiv di cui ti parlavo”. (Ride) Finimmo per scambiarci i numeri di telefono, lui la sera dopo mi chiamò e mi invitò a un concerto di un gruppo di amici suoi, i Blue Ash. Si portò dietro una custodia da chitarra e io gli domandai che chitarra avesse lì dentro; lui disse: “Ah questa ti farà impazzire”… lì dentro aveva un vero e proprio bar! Vodka, granatina, crema al whisky… e iniziò a fare dei cocktail. Questa è stata la prima volta che siamo usciti insieme.

I RFTT hanno registrato molta roba?
Solo due session. Una fu una lunghissima maratona, il giorno del mio compleanno nel 1974 o forse ’75. Ci prendemmo un bel po’ di speed e passammo la notte in piedi. Suonammo tutte le canzoni che conoscevamo. Credo fossimo in uno studio radio, dal vivo. E l’unica altra volta che registrammo fu per un altro show radiofonico, all’Agora. Furono le uniche due volte che ci trovammo davanti a un registratore a bobine.

Cosa pensi dei Rocket From The Crypt che hanno un nome simile al vostro?
Direi che mi devono dei soldi o qualcosa del genere! (Ride) non sono un gruppo rockabilly? Farebbero bene a bere un po’ di caffè o roba così, per stimolare la fantasia. Perché fregare il nome a un gruppo di Cleveland è davvero idiota.

E i Frankenstein?
Erano i Dead boys con un altro nome e un po’ di lustrini. La stessa identica band.

Ti ricordi la prima prova dei Dead Boys?
Beh… non so se c’è qualcuno che è in grado di ricordarla. Sono abbastanza certo che si sia trattato di una faccenda molto alcolica. Una prova con una bottiglia di Jack Daniels e una cassa di birra e qualsiasi altra cosa si trovasse a tiro. Ricordo che ero esaltato perché era la prima volta che suonavo con Jimmy Zero. Nei RFTT lavoravo con Laughner, che era un grande chitarrista, ma non era solido alla ritmica come invece lo era Jimmy. Laughner e io facevamo molti intrecci di suono, mentre con Jimmy era diverso… all’improvviso mi sono trovato ad avere terreno solido su cui muovermi. E’ stato come se prima camminassi sul compensato e finalmente avevo dei mattoni sotto ai piedi.

Avevate un bassista?
No, direi che Jeff Magnum è arrivato almeno due anni dopo. Non ci serviva un bassista. Suonavamo altissimi e mettevamo un casino di toni medi. Non se ne sentiva la mancanza.

Hai sentito quella versione di “Starway to Heaven” suonata dai Dead Boys che circola?
Sì. (Ride) Dovevamo essere davvero annoiati. Pensa che ho un nastro della mia nuova band e c’è la stessa roba dentro. (Ride) Era uno standard per Cleveland. Una volta ero famoso per la mia versione di “Stairway to Heaven”… la facevo subire a chiunque si sedesse con me per un po’.

La leggenda narra che incontraste i Ramones a Cleveland e Stiv li convinse a organizzarvi un concerto al CBGB’s a New York…
Sì, è tutta colpa di Joey Ramone. Joey e Dee Dee. non penso ci avessero mai sentito suonare, ma devono essere rimasti colpiti dalla nostra attitudine. Suonammo al CBGB’s per la prima volta un martedì, davanti a sei persone. Ma erano sei persone importanti. A Cleveland al massimo riuscivamo a farci arrestare, ma non c’era verso di procurarci un concerto. Era tutto in mano ai gruppi di cover. Che è oggettivamente una buona scena per i chitarristi, che possono fare molta esperienza.

E’ interessante, soprattutto se penso a quanti gruppi seminali sono usciti dall’Ohio.
Sì, succedeva perché dovevano combattere la frustrazione. Stiamo parlando di una scena dominata da gente che faceva cover dei Foreigner e “Smoke on the Water”. Ed erano anche pezzi brutti da suonare. Però capitava che ogni tanto ci fossero quelle che chiamavano “Extermination Nights”…

Grande nome…
E in queste serate i RFTT e gli Electric Eels riuscivano a esibirsi. Le organizzavamo anche ad Akron, coi Devo e i Rubber City Rebels in un posto che si chiamava Crypt e serviva solo Thunderbird al bancone. Era di fronte a una fabbrica di gomme, quindi alla fine del concerto uscivi e vedevi quelli del terzo turno che entravano a lavorare; puzzava tantissimo la gomma che veniva modellata per fare i pneumatici.

Come è stato registrare il primo disco dei Dead Boys?
Mi ricordo che in studio c’erano degli Hells Angels per tutto il tempo. E poi un sacco di Tuinal e altre pasticche.

Chi ha voluto Felix Pappalardi per produrre il secondo disco?
Era scoppiata una grana grossa, nel gruppo. Io e Stiv avevamo mantenuto questa specie di dittatura benevola finché Hilly non cominciò a farci da manager. Da quel momento diventammo tutti pari. Grosso errore. Johnny Blitz ad esempio non riusciva a gestire i propri soldi. Jimmy Zero aveva sempre un sacco di idee, ma era roba troppo grossa e irrealizzabile; era un sognatore e pensava sempre in grande, si credeva anche molto più fico di quanto non fosse. Quindi furono fatti un casino di errori e uno fu Felix. Anche la Sire lo voleva. Io avrei voluto ancora Genya Ravan anche per il secondo album.

Ho sentito che si era parlato anche di Lou Reed…
Sì lui era interessato. Voleva portarci in Germania a registrare, ma Jimmy Zero aveva paura di parlargli! Probabilmente sarebbe stato un buon disco, ma Lou ci avrebbe ammazzato, o si sarebbe ammazzato (ride). Felix comunque fece schifo, non posso dire niente di buono su di lui.

E’ vero che sparava con la pistola in studio?
E’ successo per “Son of Sam”; ci serviva il rumore di alcuni spari per l’intro. Usò una calibro 38 e alla fine mixò gli spari con il suono di una guida telefonica e delle bacchette da batteria che cadevano a terra. Perché gli spari non suonavano come dei veri spari. Ottimo: è il produttore dei Dead Boys e non è capace di far suonare uno sparo come uno sparo… è così che butti i tuoi soldi quando sei in studio con un produttore che si sniffa dio solo sa quanta cocaina.

E lo scioglimento dei Dead Boys?
Droga ed ego. Mi capisci? Solo droga ed ego… e immaturità.

Poi andasti a suonare con Sid Vicious…
Sì, ma è una cosa di cui tutti parlano gonfiandola esageratamente. Non abbiamo nemmeno mai fatto un concerto. Sid si addormentava con la faccia nel piatto, a cena, e finiva che saltavamo le prove.

La prima volta che ti ho visto a New York suonavi con Wayne kramer al Max’s.
Fu divertente. Wayne era un ottimo compagno di jam session. All’epoca ero davvero una puttana. Suonavo con chiunque. Con Sid accadde che avevo un concerto una sera e lui mi disse “Facciamolo insieme”. Però devo dire che suonare con Wayne e con Johnny Thunders era tutta un’altra faccenda. Comunque all’epoca tutti suonavano con chiunque. Credo che giri un nastro di me che suono “Chain of Fools” con Chris Spedding…

Puoi dirci i gruppi in cui sei stato dopo i Dead Boys?
The Skels, The Ghetto Dogs, The Casualties… per un po’ ho suonato con Nico. Che esperienza. E’ l’unica persona più tossica di me che io abbia mai incontrato. (Ride) Non mi ha mai pagato perché i soldi li ha usati tutti per farsi!

Dopo i Dead Boys non dovevi fare qualcosa con l’etichetta dei Rolling Stones?
Keith Richards voleva che facessi un singolo. Però in quel periodo stavo lavorando di nuovo con Genya, che aveva un’etichetta che si chiamava Polish. Ero già in studio e avevo già firmato con lei; sarei stato davvero un infame se le avessi voltato le spalle dicendo che Keith Richards mi aveva fatto un’offerta.

Questa è lealtà.
Sì, ma avrei dovuto prendere al volo l’occasione! (Ride) E’ finita che l’etichetta è fallita e il disco non è mai uscito. Non so nemmeno dove siano i nastri. Forse sono marciti. Ma alla fine erano solo un sacco di basso e batteria mal registrati, più sovraincisioni fatte sotto cocaina.

Tu eri amico di GG Allin…
Mi ricordo di lui quando sembrava un hippie e si vestiva solo di jeans. Era un bravo ragazzo. Non so cosa gli sia capitato. Può essere che abbia visto il film sbagliato o qualcosa del genere. Era un tizio molto normale. Uno che avrei potuto presentare a mia mamma.

Ha suonato la batteria con te dal vivo…
Sì! Il mio batterista se ne era tornato a New York e GG apriva per noi, così ha fatto il soundcheck con noi e gli abbiamo insegnato i pezzi.

Sei una leggenda vivente adesso. Tutti citano i Dead Boys come influenza…
E meno male! E’ l’unico motivo per cui ho fatto tutto quanto… (ride)

Per la gloria?
Sì e poi ho sentito che con questa roba ti danno la birra gratis. (Ride) E’ bello avere influenzato altre band ma… non ti aiuta a pagare le bollette. E non ti aiuta a uscire di galera. Come diceva un vecchio proverbio: “Con quella roba e un dollaro e sessanta puoi avere un biglietto per la metropolitana”.

Ti va di parlare della morte di Stiv?
E’ stato terribile. E da lì è iniziato uno dei peggiori periodi della mia vita. Nessuno si aspettava che lui morisse. Lo chiamavamo la donnola del Diavolo, perché era così furbo che si toglieva da ogni situazione senza sforzo. E’ ingiusto. Poi in quel momento le cose stavano girando bene per lui… anche se ho l’impressione che siano quelli i momenti in cui si muore. Avevamo parlato al telefono, volevamo fare un gruppo con Tony James dei Sigue Sigue Sputnik, uno dei Godfathers e un tizio dei Doctor & The Medics. Io ero anche pulito all’epoca…

Parigi può essere un posto pericoloso…
In realtà lui si annoiava. Come me a Nashville. Un posto noioso, ma tranquillo per viverci.

Ho sentito che ora sei pulito.
Molto. Il tempo passa, le cose cambiano. Ho provato un ciclo di disintossicazione. Però ho mollato e mi sono ripulito da solo. Pesavo meno di 50 chili!

Stiv says…

Il 2 giugno 1990 Stiv Bators (all’anagrafe Steven John Bator), moriva nel sonno per i traumi causati da un taxi che l’aveva investito alcune ore prima, a Parigi. Per ricordare più o meno degnamente il leggendario cantante di Frankenstein, Dead Boys, Wanderers e Lords of the New Church, questa intervista del 24 settembre 1977 al The Demi Monde Show, su WTBS Radio, sembra cascare a fagiolo.
Stiv è young, loud & snotty, il primo album dei Dead Boys è appena uscito e il mondo potrebbe cascare ai loro piedi. Insieme a lui, a fare da spalla con tendenze diplomatiche, Jimmy Zero. Godetevi questa traduzione riesumata dalle catacombe.

Oedi: Questa era “All This And More” dei Dead Boys. Stiv, è il tuo inno?
SB: No.

Oedi: Chi l’ha scritta?
SB: Jimmy ha scritto la musica, il testo e gli arrangiamenti.

Oedi: Jimmy è il compositore principale?
JZ: No. Siamo molto democratici. Cheetah ed io scriviamo la musica, per conto nostro… e Stiv in pratica è diventato il paroliere del gruppo. Si occupa, almeno in questo momento, di quasi tutti i testi.
SB: Sì, perché mi servono i soldi.
JZ: Lui punta alle royalties.

Oedi: Adesso il disco è uscito per Warner, Stiv, e mi dicevi che è stato modificato secondo le vostre richieste perché l’ultima volta che l’avevate ascoltato non vi piaceva il mixaggio.
SB: Sì, come ti dicevo, era troppo pulito, troppo prodotto. Così non sembravamo noi. Lo volevamo più simile a come siamo live.
JZ: E non era abbastanza alto di volume.
SB: Non somigliava a come siamo dal vivo e noi invece volevamo questo.
JZ: Era una registrazione truffaldina.
SB: Non solo hanno alzato il volume di diverse cose, ma ne hanno eliminate anche tante che avrebbero dovuto esserci. Era la nostra prima incisione, quindi non sapevamo esattamente cosa facevamo, così abbiamo sperimentato sul campo cosa significa fare un disco. Dopo avere lavorato sui nastri per sei mesi ho capito cosa non andava e cosa invece funzionava. Adesso penso che sia un disco onesto… e sono felice di come è venuto. A un certo punto ci eravamo messi in testa che Genya ci stesse facendo un cattivo servizio, che fosse tutta colpa sua. Ma la responsabilità era di altri. E alla fine siamo riusciti a modificare il tutto… abbiamo ottenuto quasi tutto ciò che volevamo, ma non l’abbiamo lasciata fare il mixaggio.

Oedi: Adesso che il disco è uscito per Warner partirete per un tour?
SB: Sì, da qui andremo ancora al CBGB’s e poi in Delaware, a Toronto e a Nord: Chicago, Detroit…
JZ: E poi nella costa Ovest.
SB: Seattle e poi giù sulla costa e da San Francisco voleremo a Londra.

Oedi: Davvero? Quando sarete là?
SB: Partiamo il 9 novembre. Saremo in tour coi Damned.
JZ: Abbiamo 20 date con loro.

Oedi: Grande! Ma dove sono Jimmy e Cheetah?
SB: Jimmy è qui vicino a te.

Oedi: Volevo dire Johnny!!! Li avete lasciati al New England Music City a firmare autografi?
SB: No, sono andati in albergo.
JZ: Cheetah si sta facendo la punta alle scarpe e Johnny si sta facendo i canini a punta.

Oedi: Jimmy, un vostro collega su Warner è Richard Hell. Non sappiamo molto di lui, tranne che è lì e una volta suonava con Heartbreakers.
JZ: Richard, lo dovresti sapere, ha un grande seguito a New York. Se lo vedi suonare capisci che è dovuto al fatto che ha un sound molto nuovo e originale. Non so come la gente reagirà, ma a me piace e lo trovo interessante. Diverso, speciale, del tutto personale. Non somiglia a nessuno che io abbia mai sentito.

Oedi: E allora sentiamolo.

[Richard Hell and The Voidoids – “Down at The Rock’Roll Club”]

SB: Sì, andiamo tutti al rock and roll club, al Rat. E’ dove vi vogliamo tutti stasera, perché da quando siamo qui non abbiamo ancora scopato! Ci serve qualcuno per farlo. Ah, la prossima canzone che sentiamo è stata un grande successo a Cleveland. Quante volte è stata al numero uno in un anno?
JZ: Non lo so, avevo tipo tre anni all’epoca, non era nel ’66, più o meno?
SB: Sì, ma è stata al top per tre volte o giù di lì in un solo anno. E’ un vecchio singolo garage punk. Questa è roba che ha influenzato i Dead Boys. E poi a New York nessuno ha mai sentito questo pezzo che si chiama “Little Black Egg” dei The Nightcrawlers. E’ dedicata alla mamma di Bobby dei Thundertrain, lei ora è morta.

[The Nightcrawlers – “Little Black Egg”, Dead Boys – “Hey Little Girl”]

Oedi: Eccoci su WTBS, di Cambridge, all’Oedipus Demi Monde Show oggi ci sono i Dead Boys.
SB: Facciamo un concorso.
JZ: Grande!!! [sarcastico]
SB: In palio ci sono cinque copie di “Young Loud and Snotty”. Dovete solo chiamare e ansimare nella maniera più erotica che potete nel telefono. Chi l ofa meglio, si becca un disco.

[The Cortinas – “Fascist Dictator”, The Boize – “So Depressing”, The Buzzcocks – “Boredom”]

Oedi: Ok, ecco un concorrente…
SB: O, allora forza con l’ansimare…
Concorrente – [ansima]
SB: Ma per piacere, non ci viene neppure duro!
Concorrente: Cosa ne dici se vengo lì e vi faccio un pompino?
SB: Ok, potrebbe andare.

[La conversazione è tagliata e parte Dead Boys – “Ain’t Nothin’ To Do”]

Oedi: Credo che ci sia un altro concorrente in linea…
SB: Pronto?
Concorrente: Ciao…
SB: Vuoi ansimare? Sei in onda.
Concorrente – Devi ispirarmi.
SB: Magari se tu fossi qui…
Concorrente – Devi darmi un po’ d’ispirazione…
SB: Su dai, ansima, non ti servono i preliminari…

[Talking Heads – “Burning Down The House”, Nervous Eaters – “Loretta”, Dead Boys – “I Need Lunch”]

Oedi: Allora abbiamo i vincitori. C’è un sacco di gente che ansima là fuori. Hanno vinto un disco Trisha Brown, Dave Brown, Rita Daniels Alias Moose Cholah, Joanne Green e Nadine San Antonio. Loro sono i cinque vincitori. Adesso, Jimmy, cosa mi dici della Sire che è diventata della Warner?
JZ- Credo sia una buona cosa; per cominciare mi ridà fiducia nel record business, che stava evaporando. Quando abbiamo firmato per Sire ero felicissimo che un’etichetta credesse in una band come noi; poi quando Warner ha acquisito Sire, investendo su gente come Richard Hell, Ramones, noi, Talking Heads, ero contento di vedere che la New Wave poteva diventare una realtà e non restare qualcosa che restava confinata in un bar o un club, coi gruppi che suonano per 15, 20 persone. Warner sta facendo le cose per bene. Siamo stati trattati davvero bene. Non c’è nessun trip da rockstar di mezzo o quelle robe che non ci piacciono. E tutto è andato proprio bene.

Oedi: Però voi suonate ancora nei bar.
JZ: E spero che continueremo a farlo! Anche se non pagano molto, è il posto dove vieni a contatto con le persone. Noi preferiamo avere un rapporto stretto con il pubblico, piuttosto che quella roba alla Peter Frampton, che hai 20.000 persone davanti a te in uno stadio e il più vicino a te è a 50 metri. Non ci piacciono queste cose.

Oedi: Quindi sia Sire che Warner vi hanno opzionato per più di un album e vi supporteranno economicamente?
JZ: Oh sì! Si sono impegnate totalmente. Credono in noi e io ho imparato a credere in loro. Penso che abbiano fatto davvero un gesto coraggioso pubblicando un album come il nostro, perché va contro quella che immagino sia l’onda commerciale. Come ho già detto, questo ha ristabilito la mia fiducia nell’industria musicale; c’è un’etichetta che farà uscire quello che considero una vera novità, piuttosto differente dall’immondizia prevedibile e precotta che gli americani – e la gente in tutto il mondo – deve subire. Così nuovi gruppi con nuovi atteggiamenti e idee, che fanno musica onesta, potranno emergere e fare qualcosa. Per me è grandioso!

Oedi: La penso come te. Passando ad altro, sul piatto abbiamo in attesa “Thirty Seconds Over Tokyo”. Vediamo… Peter Laughner, un membro dei Pere Ubu, è morto recentemente. voi lo conoscevate. Stiv?
SB: Sì, grazie a lui ho incontrato Cheetah. Cheetah suonava con lui in una band, i Rocket from The Tomb. Jimmy ed io suonavamo assieme e avevamo iniziato a frequentare Laughner. Laughner voleva che io cantassi, così mi unii al gruppo perché Jimmy ed io volevamo fare una band insieme a Cheetah. Così sono entrato nel gruppo e ho rubato Cheetah.

Oedi: Ma Cheetah c’entra qualcosa con questa canzone?
SB: “30 Seconds”? Sì, ha scritto la musica.
JZ: Magari sul disco non c’è scritto, non ho visto. Comunque quando Cheetah l’ha scritta e il gruppo l’ha suonata le prime volte, era molto diversa dalla versione che state per ascoltare. Non voglio parlare male di questa, ma era una canzone molto più potente, più vicina al sound dei Dead Boys di quanto non sia ora. E di Peter, cosa posso dire… è morto. Non gli dispiacerebbe se ci scherzassi su, e comunque si sarebbe ammazzato, era la situazione perfetta.
SB: Su Punk magazine hanno fatto un concorso tipo “Chi è il più punk?” e lui ha vinto il secondo posto. Ha scritto: “Punk è sapere che morirai ma non te ne importa”. E questa roba è stata pubblicata, direi, un anno fa.
JZ: E’ stato piuttosto attivo in una scena che probabilmente chi vive a Boston non conosce e magari nemmeno è interessato a farlo, ma comunque era la scena del Midwest. scriveva per Cream e direi che è stato uno dei pionieri della  new wave nel Midwest, come chitarrista e compositore. Ha fatto anche diverse cose con Lester Bangs.

Oedi: Purtroppo i Pere Ubu non sono mai venuti a Boston. Dovevano farlo, ma è saltato tutto.
SB: Probabile che non siano riusciti a trovare un modo per portare qui Crocus.

Oedi: Mi sembra di capire che è un tizio molto grosso.
SB: Oh sì, tanto.

Oedi: Dedichiamo questa al Dead Boy originale…
JZ: Alla balena spiaggiata originale!

[Pere Ubu – “Thirty Seconds Over Tokyo”]

SB: Erano i Pere Ubu. Di Cleveland. Sono noiosi.

Oedi: Veramente è una canzone piuttosto profonda.
SB: (sarcastico) Molto concettuale!
JZ: Sì, molto… artistica… artistoide scorreggiona.
SB- Sì, è roba su cui Kid Leo farebbe gorgheggi… no a parte gli scherzi…

Oedi: Sarete al Rat stasera?
SB: Lo spero… e anche domani. Venite tutti, ma solo se ne avete voglia: nessuno vi obbliga. E sarebbe bello che compraste un po’ di t-shirt mentre siete lì, perché dobbiamo mangiare… comunque saremo lì e saremo giovani, casinisti e maleducati per voi di Boston, stasera. E bevete di brutto, così potremo comprarci i biglietti per tornare a casa. E la prossima è per Cheetah che si sta scopando Geeta proprio ora. E per Jeff e Johnny che si stanno masturbando.

[Dead Boys – “What Love Is”]

Cheetah talks Laughner

Nel sito – purtroppo un po’ trascurato, ma sempre interessante – Clepunk, alla voce dedicata ai Rocket From The Tombs un tale Cheese Borger riporta un’intervista (o uno spezzone, non è dato saperlo) a Cheetah Chrome, che parla specificamente solo di Peter Laughner. Eccovela, tradotta al volo in 10 minuti di lucidità.

Come vi siete incontrati voi due?
Ho conosciuto Peter grazie a un annuncio nel Plain Dealer di qualcuno che cercava, mi pare, un chitarrista e un batterista. Mi ricordo che il testo citava specificamente gli Stooges, così chiamai il numero e ci mettemmo d’accordo per vederci in un baretto sulla West 6th Street, che era vicino al mio “famoso” loft (e faceva un chili eccellente). Comunque tutti i nastri dei Rocket From The Tombs e quell’ep dei Frankenstein, Eve of the Dead Boys, sono stati tutti registrati nella stessa stanza di quel loft. Ad ogni modo, ci piacemmo così decidemmo di suonare assieme.

Ricordi la prima volta che avete suonato?
Mi pare che io, Johnny Blitz, suo cugino e una cassa di Rolling Rock ci siamo presentati per una prova una sera. Probabilmente c’erano anche Tony Maimone e Tim Wright, e magari anche la moglie di Peter, Charlotte.

Avete scritto voi due assieme “Aint It Fun”, giusto?
Sì, certo.

Chi ha scritto le parole e chi il riff?
Avevo già scritto la musica prima che ci incontrassimo ed è uno dei pezzi che ho portato la sera che ci siamo visti per suonare (avevo anche “What Love Is”, “Transfusion”, “Never Gonna Kill Myself Again”, “Down in Flames”, lo scheletro di “Amphetamine” e senza dubbio “Sonic Reducer”). Peter se ne uscì con quel testo fantastico, ma non saprei se ce l’aveva già pronot o meno.

Cosa pensi della versione dei Guns n’ Roses?
E’ un po’ troppo patinata per i miei gusti, ma loro possono fare cover dei miei brani quando lo desiderano. Slash e Duff sono dei veri gentlemen.

Qual è il tuo ricordo più bello di Peter?
Era un bel po’ che non ci vedevamo; appena dopo quel famoso incidente in cui Patti Smith lo cacciò dal palco, ero al CBGB’s ed era tardissimo. Mi stavo facendo una canna con Cosmo e Charlie, il tecnico delle luci e il fonico del locale. A un certo punto sentiamo bussare fortissimo alla porta, apriamo ed era Pete. Siamo finiti a casa mia a bere, sentire dischi, farci pere e tutte quelle altre cose divertenti e incasinate, proprio come ai vecchi tempi dei Rockets. Il giorno dopo è tornato a Cleveland. L’ho rivisto poco più di un mese dopo, alla sua veglia funebre. Prima di andarmene mi sono tolto un orecchino a forma di chitarra e gliel’ho messo in mano. Spero sia ancora lì.

La storia più divertente che ti ricordi su Peter?
Quella volta che Charlotte si levò una zeppa e gliela tirò in faccia, perché aveva leccato della birra dalle tette di una groupie, e gli ruppe il naso. Per tutto il giorno seguente vomitò sangue.

Sonny Vincent: io sono leggenda…

etnyccSonny Vincent, newyorkese classe 1952. Dal 1975 a oggi ha suonato in un numero impressionante di band (Testors e Shotgun Rationale su tutte) con personaggi del calibro di Cheetah Chrome, Sterling Morrison, Bob Stinson, Wayne Kramer, Moe Tucker, Scott Asheton, Captain Sensible, Lou Reed, Richard Lloyd… (altro…)

John Felice post Real Kids

felice.jpgJohn Felice & the Lowdowns – Nothing Pretty (Norton, 2004)

A volte il caso è proprio un burlone, ma simpatico, non c’è che dire. E ti fa trovare un disco come questo a 2,50 euro – usato of course – in un negozietto un po’ qualunque, di quelli dove si va così per far passare le mezz’ore quando non si ha altro da fare. Ebbene, questo album è di una side band post Real Kids: nella formazione ci sono – infatti – John Felice e Billy Borgioli.

Non mi aspettavo nulla di esaltante, a onor del vero, ma dopo un primo ascolto rapido la mitologia ha iniziato a salire. Partiamo dal fatto che questo disco, secondo la leggenda, era già una rarità prima di uscire nei negozi, visto che la compagnia di distribuzione chiuse il giorno stesso in cui doveva iniziare a spedire i pacchi di vinili ai venditori (era il 1987). Certo, uscirono poi almeno un paio di versioni europee l’anno seguente (una su New Rose – sempre presente, come da manuale, agli appuntamenti toipci – e una su SPV), ma l’album non è mai stato un oggetto di facile reperibilità. Ci ha pensato quindi la Norton, nel 2004, a ristamparlo come dio comanda. E nulla mi leva dalla testa che è stata un’ottima scelta.

Rock’n’roll veloce e nervoso, con venature garage e power pop, nella migliore tradizione dei Real Kids e con qualche pennellata stonesiana in più. Un disco che sa di malinconia e di tempo passato, di teste che non cambiano nonostante l’età e di cicatrici sotto al giubbotto di pelle – sì proprio quello che a volte ti senti troppo vecchio per mettere, ma l’idea di uscire senza ti terrorizza. Come alcune cose di Cheetah Chrome primissimi anni Novanta (lasciamo perdere il tamarrissimo e rappezzato live di qualche anno fa), coi Ghetto Dogs (esiste un bel 10″ su Get Hip, magari non più reperibilissimo, ma ne vale la pena) e soprattutto con Mike Hudson (un 7″ all’attivo, con due brani da lacrima).

Pezzi top del momento: “I’ll Never Sing That song Again” (ballatona da rocker amaro, con qualche palese citazione di “Sweet Home Alabama”) e “Nothing Pretty” (dall’incedere coinvolgente e classico).

Jeff Dahl Group

Jeff Dahl con Cheetah Chrome e Stiv Bators in una cover di Alice Cooper. Can you say “rock”, motherfucker?

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