Di dischi, mohicani e manie

Maurizio Blatto – L’ultimo disco dei Mohicani (Castelvecchi, 2010, 232 pag.)

Ok, era un po’ che si doveva affrontare l’argomento Blatto, ma per una serie di motivi il sottoscritto Andrea Valentini aveva sempre eluso la faccenda.
Un po’ perché il libro è così bello che parlarne è quasi svilirlo; un po’ perché racconta – trasversalmente – anche un po’ di me; un po’ perché avendo vissuto a Torino per qualche tempo nella seconda metà dei Novanta, il negozio in cui Blatto lavora lo conoscevo di prima mano. Eppure a quel periodo sono legati ricordi poco piacevoli, quindi l’inconscio ha steso una cortina.
Ora, però, il valoroso Bandannas ha scritto una recensione e non potevo per nulla al mondo restare indietro. Quindi beccatevi una double, ovvero una recensione doppia, una per testa.
(Testa di cosa lo deciderete voi).

Also sprach Bandannas [di Hugo Bandannas]

Film come School of Rock e libri come Alta Fedeltà di Nick Horby hanno definitivamente sdoganato l’immaginario rock and roll rendendo possibile quell’ibrido sociale che si pone tra evento da incubo e fatto miracoloso: il pullulare urbano di casalinghe con la t-shirt dei Ramones o dei Motorhead anche se la loro passione in fondo restano gli 883
L’ultimo disco dei Mohicani di  Maurizio Blatto  rientra, per il tema e per la poeticità,  in questo filone di “sdoganamento del rock and roll”.
Il libro sembra in realtà  una sceneggiatura, in cui il cult-negozio di dischi Backdoor diventa location di un duello all’O.K Corral in low profile, all’ombra della Mole (anzi, in un’angusta piazza dove la vita del popolino scorre). Ma i due antagonisti che si sfidano sono il venditore di dischi e l’eccentrico acquirente-fanatico.
Ogni paragrafo racconta il personaggio stonato di turno, in comune c’è la musicofilia o musicopatia a seconda dei casi, e Maurizio indossa i panni del Guru Musicopata cercando, spesso invano, una ricetta per ogni avventore.
Stralci di vita dai contorni grotteschi, surreali e a tratti iper-realistici, in cui coesistono due mondi paralleli: uno, al riparo, ovvero all’interno di Backdoor (mai nome fu appropriato), l’altro en plein air, outdoor. Mondi paralleli, popolati da umanoidi autistici che si passano sopra alla ricerca del disco definitivo, della cura drastica a esistenze spesso nascoste dal feedback di chitarre distorte.
Ma l’autore non si eleva a supervisore di uno zoo di malati di mente, dalla sua postazione di comando dietro al bancone – insieme al burbero socio Signor Franco, suo alter ego dai modi più sbrigativi e terapeutici; non gioca a manovrare le leve di marionette senza fili, facendo annusare questo o quel vinile per sedare i loro furiosi attacchi di astinenza vinilica o mal-sopportando gli sproloqui e i soliloqui dei suoi potenziali acquirenti. Niente di tutto questo: Blatto si commuove con queste storie borderline, perché in fondo sa che ogni cultore e fanatico di rock sarebbe un potenziale serial killer o deviato sociale estremamente pericoloso senza quella merce in pvc (clorulo di polivinile) a tappargli le sinapsi mancanti.
E questa insanabile malattia, che lo ha contagiato una volta che ha messo la puntina sul 33 giri imprescindibile per Lester Bangs, ovvero White Light, White Heat dei Velvet Underground, gli invade e gli corrompe i sogni anche una volta abbassata la claire del negozio.

Sapessi che casino, trovarsi in esilio a Torino [di Andrea Valentini]

Sarà stato il 1998; non è mille anni fa, ma in 13 anni di cose ne sono successe. Molte, purtroppo, non belle: quindi perdonate le zone fumose e i buchi fattuali; il cervello è selettivo e tende a brasare i ricordi più merdosi. Dicevo: sarà stato il 1998, io vivevo-studiavo-lavoravo (?) a Torino, in una casetta affittata da due fricchettoni che erano andati in India per una anno. Avevo una coinquilina svizzera, pazza e rompiballe con la faccia da bulldog ossigenato, e un’altra coinquilina che con me non divideva solo la cucina, il bagno e il divano, ma anche fluidi, scazzi, qualche sogno e altre cose del genere. Non giurerei che le mie condizioni psicologiche fossero dignitose – anzi, mi sa che ero messo malissimo – ma almeno non mi drogavo e bevevo solo qualche birra da discount al dì, a causa di un budget tirato come un lifting di Alba Parietti. Capitava, ogni tanto, che trovassi una frattaglia di tempo libero per fiondarmi nei tre poli vinilici della città – Verovinile, Rock&Folk e Backdoor – quando scappavo perché sentivo che mi stava per esplodere ciò che restava del cervello. Compravo poco o nulla, ma almeno toccavo dei dischi.
Una volta ricordo distintamente di essere andato da Backdoor, chiedendo con occhio spiritato la stampa italiana su Expanded di Fire Of Love dei Gun Club, ma quella col centrino azzurro, non quella regolare. Un signore – che solo anni dopo ho identificato nel signor Franco – mi mugugnò svogliato che quello che c’era in negozio era lì, di guardare senza chiedere robe strane. Un siparietto che mi mise di cattivo umore: nella mia ingenuità mi pareva normalissimo fare una domanda da malato di mente come quella – e mi trattenne dal tornare da Backdoor per diversi anni.
Leggendo il libro di Maurizio Blatto tutto questo è tornato alla mente, ma lo devo ringraziare perché mi ha regalato una prospettiva ironica, mi ha consentito di ridere sia di quell’episodio minimo, sia di quel periodo torinese che fu di merda. E vi garantisco che non è poco.
L’ultimo disco dei Mohicani andrebbe fatto obbligatoriamente leggere a tutti gli appassionati di vinile (per dar loro un’idea di come sono agli occhi di chi li circonda), alle famiglie degli appassionati di vinile (per far loro capire che insistere e spaccare i maroni non serve: anzi, è peggio), ai negozianti che vendono dischi (così si renderanno conto della loro utilità sociale); e poi a chiunque abbia voglia di un po’ di buon umore e di uno sguardo divertente e divertito su una categoria misconosciuta dell’umanità.
I quadretti dipinti da Blatto sono lucidi, buffi, vivi e – soprattutto – talmente reali da rischiare di identificarsi. Chi non ha mai fatto “il castoro” in un negozio di dischi? (No, non vi spiegherò cosa è il castoro: compratevi il fottuto libro); e ancora, chi non ha mai finto di avere in mano dei dischi prestati per non ammettere con la moglie di avere speso l’ennesima cappellata di soldi a sua insaputa? E questi sono semplicemente i sommi capi… nel libro troverete ogni forma di follia-malattia-passione discografica, anche quelle inimmaginabili.
Non fate i pirla, dunque, e procuratevi il volume. Costa poco, vi farà scompisciare (mia moglie, che se potesse i vinili me li darebbe sul cranio, rideva come una pazza leggendolo) ed è scritto anche bene. Che cazzo volete di più? Se poi volete una preview, perché non vi fidate nemmeno di vostro padre, andate QUI.

Senta, ma Che Guevara ha fatto più niente di nuovo?”. Panico. Ancora panico. Panico ovunque. “Mah, a dirla tutta è un po’ che non fa più uscire niente” “Vabbè. Non importa” Interviene l’altra amica “Ma chi è ’sto Che Guevara. L’ho già sentito” “Boh, è uno che ci piace a mio marito. Sai lui si ascolta le canzoni dei partigiani” “Partigiani! Io e mio marito ci ascoltiamo Renato Zero, Baglioni, quelli lì.!”. “Allora niente. Arrivederci” “Arrivederci a voi e grazie”

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