Tre dita nel culo del cantautorato indie

cover 3 Fingers Guitar - Rinuncia all'eredità3 Fingers Guitar – Rinuncia all’eredità (Snowdonia/Rude/Neverlab/DreaminGorilla, 2014)

[di Manuel Graziani]

Da qualche tempo, troppo tempo a mio modesto parere, nel Belpaese va alla grande il cosiddetto cantautorato indie che è mediamente giovane, carino e disoccupato. E che non dà fastidio a nessuno.
Fortuna che in Italy ce n’è anche un altro di cantautorato, più viscerale e “hardcore”, che agli indie canterini di cui sopra ci infila tre dita nel culo e le tira fuori piene di merda (altro…)

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Un po’ per caso, un po’ a caso

casoCaso – La linea che sta al centro (To Lose La Track, 2013)

Nonostante l’età e le innumerevoli lezioni, spesso mi ritrovo a fare come quando avevo 15 anni. Ossia decido a priori, in base a qualcosa di non ben definito, che una band o un artista non mi interessa. Spesso ci azzecco, ma non di rado mi capita di falciare a priori cose che magari potrebbero anche interessarmi.

Nel caso di Caso (ha-ha-ha-il-gioco-di-parole) è andata più o meno così: il mio cervello, ogni volta che ne leggevo o lo vedevo citato, componeva l’immagine di Vasco Brondi/Lelucidellacentralelettrica  che farfuglia cose non troppo comprensibili su basi di chitarra un po’ alternative e un po’ pallose come una messa di suffragio (altro…)

Che abbiano davvero ragione i topi?

Edipo – Hanno ragione i topi (Foolica, 2010)

Non ho mai amato i cantautori, la musica elettronica e il cosiddetto pop italiano formato indie, a parte rare eccezioni: diciamo Ivan Graziani e Luigi Tenco tra i cantautori, Suicide e Clock DVA nel versante elettronica e non mi dispiacciono certe cose di Perturbazione e Virginiana Miller per quanto riguarda l’indie-pop made in Italy. Tanto per dire che il disco in questione avrei dovuto bypassarlo alla grande. Peraltro Edipo, il monicker che si è scelto questo ragazzo bresciano (all’anagrafe Fausto Zanardelli), spiace dirlo ma mi fa cacare nonostante sia un omaggio a Edipo Re di Pasolini. Però apprezzo il lavoro dell’etichetta che ha prodotto questo disco così trendy. E allora una volta fatto trendy ho non potevo che fare trentuno.

In un pomeriggio postprandiale libero, mentre rispondevo ad alcune e-mail, ho infilato il cd nel lettore del computer e azionato Winamp convinto di reggere al massimo un paio di pezzi. E invece il disco mi s’è tirato al punto di rimetterlo da capo una seconda volta e poi decidere di “scenderlo” in macchina per allietare il solito percorso mattutino casa-asilo di mia figlia-lavoro. Decisamente non male viste le premesse.
D’altronde, al di là dei gusti personali, i 10 pezzi dell’album sono costruiti oggettivamente bene con ritornelli orecchiabili e spesso intelligenti. Sono solo “canzonette”, ma scombiccherate al punto giusto e piene di interessanti calembour linguistici e messaggi condivisibili.

Immaginate di essere in una sala giochi con Tricarico che cambia i gettoni alla cassa e un bel biliardino al centro della sala dove si sta svolgendo un’accesa sfida tra la coppia Bugo-Beck e la coppia Daniele Silvestri-Max Gazzè.
Entrando nello specifico dei brani aggiungo che il ritornello di “È banale stare male” è un po’ scontato, ma volente o nolente entra in testa come certi vecchi pezzi dei Prozac +.
Il monologo campionato (?) in “Petrarca” è una scelta che denota stile. Il finto rap iniziale e il ritornello killer di “Appartamenti” mi hanno riportato al mio ultimo periodo da studente fuorisede. I sintetizzatori vintage di “Sono qui ma torno subito” disegnano gustosi arabeschi psichedelici. La tecno di “Hai Hai Hai Hai” fa uscire il truzzo che è in tutti noi. “Per fare un tavolo” è un potenziale hit da Mtv Brand:New che parte alla Offlaga Disco Pax per poi stravolgere letteralmente il capolavoro di Gianni Rodari, musicato ai tempi da due signori che si chiamavano Luis Bacalov e Sergio Endrigo: “Per fare un tavolo serve un motivo / come ad esempio per fare un pasto / per fare un pasto serve la fame / per far la fame servono i debiti / per fare i debiti serve la droga / per fare i debiti serve la droga / per far la droga ci vuole un fiore, un fiore bello da morire / ecc.

Chi avesse curiosità può ascoltare l’intero disco in streaming qui.

Sui giovani d’oggi ci S.Katarro su…

katarroSamuel Katarro live @ FNAC, Torino, 19/06/2009

L’arte è una strana bestia.
E’ fatta da uomini (e donne of course), ma appena nata cammina da sola e vive senza più bisogno del suo creatore. Mi viene in mente tutto questo quando vedo Samuel Katarro entrare nello spazio angusto, poco dietro alla sezione computer e al bar della FNAC di Torino, (altro…)

Il più matto dei prìncipi punk-folk

tosoIntervista a Paolo Toso con preview di L’uomo a una dimensione ep.
Ovvero: se De André avesse ascoltato rock negli anni Ottanta il mondo non sarebbe necessariamente peggiore

Ha un’anima rock, Paolo Toso. Anzi punk.
Certo, bisogna prestare attenzione ad alcuni dettagli precisi – macroscopici, ma al contempo sfuggenti – per afferrare questo concetto; ma è davvero così. Senza strafare, senza esagerare… non ci trovate il Rock esuberante e taurino, nei suoi brani. Niente assoli sincopati, niente ritmiche chugga-chugga, batterie rocciose o rasoiate ai timpani. Una voce e una chitarra, arrangiamenti minimali, suoni molto americani (oserei dire tra lo Springsteen intimista e il Cash su DGC).
Peccato, quindi? Ma per piacere, non scherziamo.

Qui si esplorano i sentieri un po’ più imboscati dell’entroterra umano. Per citare – approssimativamente – Ray Manzarek a proposito della sua breve esperienza con Iggy Pop nei primi Settanta e dei motivi del suo abbandono, siamo di fronte alla necessità di riflettere: “Un uomo prima o poi, crescendo, maturando, trova anche lo spazio per una dimensione musicale più intimista”. Ma non dimentica le sue radici, altrimenti che uomo sarebbe. E’ per questo che diciamo che Paolo Toso è punk-folk. E i suoi dieci dischi da isola deserta sono eloquenti:

– Beggar’s Banquet – Rolling Stones (“‘Sympathy for the Devil’ per me resta uno dei momenti più entusiasmanti della storia del rock e ancora oggi ogni volta che la ascolto mi viene la pelle d’oca“)
– Deja Vu – CSNY
– Led Zeppelin III
– Transformer – Lou Reed
– Tommy – The Who
– The Queen is Dead – The Smiths
– The Good Son – Nick Cave
– Anni luce – Diaframma (“‘L’ odore delle rose’ è il testo che più di ogni altro avrei voluto scrivere io” dice Paolo)
– In quiete – CSI
– Let it Bleed – Rolling Stones

Vi sfido a trovarci un cantautore di quelli infestanti, quelli che – almeno per la gente come me – hanno dato una connotazione molesta al vocabolo. Tanto che il termine “cantautorato” lo trovo fuorviante in questo caso. Forse perché mi evoca barbe alla Guccini, semirantoli alla Bertoli e cupoloni nazionalpopolari stile Venditti sul Grande Raccordo Anulare a cavallo del suo pianoforte a coda.
E proprio Paolo dice: “In effetti Guccini e Bertoli non sono nelle mie corde… su Venditti no comment. La definizione punk-folk mi piace molto, se poi consideriamo che non so nè cantare nè suonare, allora si, sono molto punk!!!! Scherzi a parte (ma neanche troppo) mi sono sempre approcciato alla musica in modo molto essenziale e diretto, sia come ascoltatore che come esecutore. Non amo i fronzoli e mi piacciono le cose immediate, le intro e i solo fini a se stessi sono secondo me orpelli inutili. Non mi importa di ascoltare 1000 note in un minuto se poi non si ha niente da dire. Secondo me mettere un solo di chitarra al posto giusto e al momento giusto senza rompere le palle è una delle cose più difficili da fare in una canzone. Molto spesso non aggiunge nulla e anzi toglie e appesantisce. Ovviamente non parlo dei jazzisti che loro fanno parlare direttamente gli strumenti e ovviamente sono idee del tutto soggettive. Risparmio il pippone di quelli che non vogliono essere etichettati ecc. ecc. e quindi, anche se è poco punk dirlo, ribadisco che punk-folk mi piace e mi piace che qualcuno pensi che la mia musica lo sia“.

Punk-folk. Fatto di pezzi caldi, concisi, quieti. Ma a modo loro nervosi e urticanti. Pezzi che nascono – in parte – dal riarrangiamento di materiale pre-esistente, canzoni dei Neogrigio (la band in cui Paolo ha militato nei Novanta). “Si tratta di una riscrittura quasi completa, perchè alla fine dei vecchi pezzi ho tenuto solo i testi mentre la musica è stata completamente rivista” racconta Paolo “e confesso che l’idea di fare un lavoro così non mi sfiorava neppure. Negli ultimi 10 anni le uniche occasioni in cui ho preso in mano una chitarra sono state per strimpellare qualcosa di altri comodamente seduto in camera mia. L’idea è stata di Gabriele Lunati che, non so come, pensava che i brani di neogrigio potessero rendere bene in versione acustica e minimale“.

Ascoltate il singolo in free download su Myspace, per un assaggio rapidissimo: “Il principe dei matti”. Ma è sentendo la preview in anteprima totale dell’ep L’uomo a una dimensione (disponibile in versione digitale da fine agosto) che le idee, da queste parti, si sono fatte ancora più chiare.

Non c’è molto da dire. Solo che se De André avesse una quarantina d’anni e fosse cresciuto negli anni Ottanta nel basso Piemonte, comprando dischi rock da Otello, probabilmente non suonerebbe molto diversamente da Toso. E farebbe musica così: onesta, profonda, che non vuol essere ciò che non è e riflette ciò che le sta intorno. Perché “L’ambiente di vita influisce su qualsiasi cosa, figuriamoci se non influisce sulla musica. Molti miei pezzi sono ambientati in luoghi che frequento abitualmente, per esempio il colle di S. Martino al tramonto di ‘Di certo era domenica’. D’altra parte se sei nato ad Alessandria e vivi nelle campagne del Basso Piemonte, per quanto tu possa sforzarti, non suonerai mai come un newyorchese quindi tanto vale…“.

Punk-folk.

Il singolo di Paolo Toso “Il principe dei matti” è disponibile in free download su Rockoff e su Jamendo.
Nel Paolo Toso official Myspace trovate due brani in streaming: “Il principe dei matti” e “Il buio”.
L’ep L’uomo a una dimensione (con 5 tracce) uscirà a fine agosto in versione digitale per il download.

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