Sul ponte sventola bandiera nera: intervista a Keith Morris

[di Angelo Mora]

Per Keith Morris il punk rock è il presente, prima ancora che il passato. Sarebbe facile vivere di rendita sulle gesta di Black Flag e Circle Jerks, ma il rastaman californiano ha preferito rimettersi in discussione con gli Off!: il risultato finale è semplicemente incendiario.

La paternità del punk rock viene attribuita a diversi genitori, da una parte e dall’altra dell’Oceano Atlantico: dai The Kingsmen ai The Who, dai The Kinks agli MC5, dai The Sonics agli Small Faces fino ad arrivare ai New York Dolls e ai Ramones. In Italia se la attribuisce da solo Enrico Ruggeri, bontà sua (altro…)

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E cos’è una corda vuota?

Sparkplug, nell’ottobre 2010, ha pubblicato una lunghissima intervista agli Urinals, tra i pionieri del sound punk losangeleno, oltre che band atipica e bizzarra, divenuta leggendaria sulla scorta di tre singoli usciti tra il 1979 e il 1980.
La loro storia è peculiare come la loro musica, visto che a un certo punto cambiarono nome in 100 Flowers – perché sentivano che la loro musica era cambiata – per poi sciogliersi nel 1983 e riformarsi nel 1996.
L’intervista è stata condotta da Sylvia Juncosa, chitarrista e agitatrice della scena di L.A. da una trentina d’anni almeno (o qualcosa in più).

Alla chiacchierata erano presenti i membri degli Urinals John Talley-Jones (basso, voce), Kevin Barrett (batteria) e Rob Roberge (chitarra); con loro anche Kat Talley-Jones, moglie di John e collaboratrice del gruppo. Eccovi la traduzione… è molto lunga, quindi occhio allo sbadiglio!

John: Attenzione arriva! [Un pompelmo gigante cade da un albero vicino e per un pelo non centra Kat]
Kat: Forse non è il posto migliore per sederci…
Rob: E dai, aggiunge un elemento di…
John: …terrore!

SJ: Voi Urinals siete tutti persone molto intelligenti. Siete solo in tre, ma i vostri quozienti intellettivi messi assieme sono più alti della somma di quelli che trovi in qualsiasi tour bus. Di cosa parlate in viaggio? Mi sa che fate conversazioni piuttosto inusuali.
Rob : Teorie scientifiche bizzarre…
Kat: Posizioni sessuali diverse…
Kevin: Veramente di solito le prime ore del mattino le passiamo…
Kat: In coma.
Kevin: Parliamo di chi ci siamo portati a letto la notte prima… e ci lamentiamo di loro…

SJ: Vi lamentate?!
Rob: E poi prendiamo in giro John e tutti i suoi contenitori per il cibo.
Kat: E i suoi rituali.
Rob: Di solito dopo un’ora di viaggio si fa uno snack. E lo snack è contenuto in un sistema di contenitori che è come una Matrioska. Ha una di quelle gavette di metallo tipo Prima Guerra Mondiale, da razione K, che si apre e si divide in 37 scomparti. In uno ha l’uva passa, in un altro le noccioline e così via… e poi mischia tutto.

SJ: Ma se è come le bambole russe, e dentro a ogni contenitore ce n’è uno più piccolo, quanto ci impiega a mangiare?  Continui ad aprire scatoline e non finisci mai…
John: (serissimo) Se hai un sistema ben organizzato diventa molto facile trovare quello che cerchi.
Rob: Mescola i vari ingredienti, poi mangia – e Kevin ed io facciamo come gli scoiattoli sotto al tavolo, rubiamo quello che cade.  Dunque come vedi di solito nel giro di un’ora iniziamo a prendere in giro John per il suo sistema di contenitori.

Teorie bizzarre e digressioni eterne

Rob: Kevin ha una teoria sulla polvere. Ne abbiamo parlato continuamente in tour. Ha una base scientifica, abbiamo anche chiesto a un amico ingegnere, un tipo che costruisce prototipi di auto, uno scienziato…
Kevin: In sostanza, per la combustione servono tre elementi: carburante, ossigeno e calore. E c’è una proporzione, che deve essere rispettata. Se uno dei tre elementi è presente in quantità più significativa, gli altri due diventano praticamente neutri [segue una lunga spiegazione pseudo-fisica sulla combustione].
Rob: La teoria di Kev è che se sminuzzi qualsiasi cosa fino a ridurla in polvere sufficientemente fine, potrebbe andare in autocombustione a temperatura ambiente.

SJ: Quindi è successo questo in Spinal Tap?
Rob: Passiamo molte ore in viaggio a discutere della teoria di Kevin. E ci divertiamo sempre.

SJ: Già. Pensa alle cose che si potrebbero polverizzare…
Rob: E ogni cosa che vediamo qualcosa in polvere ci chiediamo se potrebbe prendere fuoco. Questo accadrebbe se la teoria di Kevin fosse giusta. Ma fa un po’ acqua.

Droga e rapine

John: Di solito scomponiamo e analizziamo le esperienze della sera precedente. Parliamo dei gruppi con cui abbiamo suonato, il club, e cose così. Tutti abbiamo sempre punti di vista diversi.
Rob: Parliamo delle droghe da cui mi sono tenuto lontano.

SJ: Davvero? Sei in uno stretto regime anti-droghe?
Kevin: A parte a Seattle, quando hai domandato se qualcuno aveva del Percodan.
Rob: Mi ero fatto male alla schiena! E così un po’ scherzosamente ho detto: “Qualcuno ha dei medicinali per il dolore o roba simile?” ed è arrivato questo tipo dicendomi “Avrei della morfina”…

SJ: Morfina!?
Kevin: Sì, e gliela stava per dare.

SJ: Morfina gratis?!
Kevin: Sì, ha detto “Di solito la vendo, ma tu sei negli Urinals”.
Rob: E io gli ho detto “Vattene! Dove cavolo eri 15 anni fa? Grrr! Morfina gratis!”

SJ: All’epoca per averne un po’ dovevi farti amputare una gamba o cose così.
Rob: L’avrei fatto!
John: Anche un attacco di cuore… a me l’hanno data [per l’infarto qualche anno fa]… non mi è piaciuto.
Rob: E’ orribile. Perverso. Davvero, mi rattrista sentirtelo dire.
John: Eppure mi è sembrato brutto. Non ero contento. Faticavo a dormire.

SJ: Io penso che le droghe dovrebbero essere tutte legali. Così credo che gli eroinomani scomparirebbero.
Rob: Sì. Penso che non ce ne sarebbero più. Concordo.

SJ: C’è molta gente che non la trova un’esperienza piacevole, persone normali che dicono “Perché dovrei pagare per addormentarmi o vomitare”…
Rob: E sarebbe anche più sicuro, sapresti cosa stai comprando.

SJ: E ci sarebbe il beneficio di una minore criminalità, magari anche più introiti in tasse.
Rob: Il proibizionismo non ha ridotto i tossici e ha di certo incoraggiato la criminalità.

SJ: E poi si spende tutto questo denaro per le prigioni. Siamo i peggiori in questo campo.
Rob: Stanno privatizzando le prigioni. E’ un’idea terribile e incentiva a incarcerare la gente. Faranno più soldi se mettono più gente in galera. Ma la società non dovrebbe avere un impulso a incentivare le incarcerazioni.
Kevin: Non dovrebbe essere una cosa che genera profitto. E’ folle.
Rob: E’ una faccenda che non ha nulla a che fare con la riabilitazione e c’entra molto con l’avidità e l’ingabbiamento dell’umanità. Sono pazzi.
Kat: I texani erano all’avanguardia in questa roba.

SJ: E così non c’è alcun incentivo a migliorare il trattamento dei detenuti.
Kat: O a scarcerarli.
Rob: Nel sistema pubblico, qui in California, la maggior parte delle prigioni non ha dei programmi di autoaiuto.

SJ: Che non costano nulla!
Rob: E più del 70% dei carcerati sono lì per reati legati all’alcool o alla droga. E non possono seguire questi percorsi – gratuiti – di riabilitazione. E’ una follia.
Kevin: Pensa, però, che c’era questo tizio a San Diego, che era stato in galera per la maggior parte della sua vita – aveva tra i 60 e i 70 anni; quando è uscito non gli volevano dare alcun tipo di assistenza pubblica, la pensione o altro. Così ha rapinato una banca per tornare in prigione. Ha pensato: “Almeno lì ho qualcosa. non sarà il massimo, ma fuori non ho nulla”.

SJ: Wow… ma quanto era stato dentro?
Kevin: Credo per la maggior parte della sua vita da adulto.
John: Era lo stesso rapinatore che hai fermato l’altro giorno?
Kevin: [ride] No…

SJ: Aspetta – hai bloccato un rapinatore?
Rob: No, pensa di avere assistito a una fuga.
Kevin: Sì. Ho visto qualcuno che guidava sul marciapiede… s’è buttato nell’incrocio, ha speronato un’altra auto e ha perso tutti i copricerchioni. Secondo me era un inseguimento.

SJ: Ma non c’era la polizia dietro?
Kevin: No! Era strano, perché ho pensato anche io che se era un inseguimento avrebbe dovuto esserci più di una macchina.

SJ: Del resto, però, perché non guidava normalmente?
Kevin: O poteva parcheggiare tranquillo.
Kat: John ed io siamo stati in una banca durante una rapina. John ha aperto la porta al ladro.
John: A Santa Monica, entravamo in una banca. Tenevo la porta aperta per Kathy, e l’ho tenuta anche per questo tipo, e mi sono incazzato perché non ha detto grazie.
Kevin: Un po’ di civiltà!
Kat: E poi ha superato tutti quelli in fila.
John: Sì! Lo tenevo d’occhio perché ero incazzato con lui e l’ho visto andare diretto allo sportello, con una borsa che ha messo sul ripiano; l’impiegato ci ha messo dei soldi dentro e il tipo è fuggito dalla porta. E non si è fermato a ringraziarmi!
Kat: E la cartuccia di inchiostro che c’era nel denaro è esplosa, è uscito del fumo rosa e il tipo ha mollato la borsa; era coperto di inchiostro rosa, poi ha ripreso la borsa ed  è corso via.

Storia

SJ: Andrei dritta, ora, alla storia degli Urinals e i cambi di formazione.
Kevin: Che spreco.
John: Ecco la storia: all’inizio c’era Kevin, il batterista, che lo è ancora. Io sono il bassista e cantante. Per quello che riguarda i chitarristi, il primissimo è stato Steve Willard.

SJ: Sì? C’è stato un chitarrista prima di Kjehl?
John: Kjehl suonava le tastiere. Ed eravamo in cinque, con un altro cantante.

SJ: Non l’ho mai saputo! Ero l’unica a ignorarlo?
John: Non saprei. Ma questa non è roba molto interessante.

SJ: Sarà interessante, per tutti i lettori, non appena arriverò alla parte sui costumi…
John: In effetti li indossavamo! Il cantante si vestiva con un sacco dell’immondizia, io mi disegnavo una X sul pacco, col nastro isolante…
Kevin: Ma è stato solo per un concerto… e abbiamo fatto delle foto promozionali.
John: E facemmo dei pezzi che poi diventarono degli Urinals. “She’s a Drone”, “In the City”…

SJ: Sapevate che voi, per primi e 20 anni prima che scoppiasse la moda, avevate una tribute band tutta femminile?
Rob: Cioè roba tipo AC/D-she? Ci sono anche i Kiss donna ora…

SJ: Erano le Urinettes.
John: Ne ho sentito parlare, ma non ero in giro.

SJ:  Io ci ho suonato. Facevamo tutti pezzi degli Urinals ma declinati al femminile.  “Male Masturbation” era “Female Masturbation” e così via. Eravamo io, la mia amica Sue e alla batteria c’era il vostro Kevin, travestito.
Rob: E sbagliava anche vestito da donna?
Kevin: Certo che sbagliavo! Suonavo coi tacchi!

Micro-scene

SJ: E per rimanere in tema di tributi agli Urinals… non so se vi piacerà, ma… i Mika Miko sembrano molto influenzati da voi.
Kat: Tanti gruppo lo sono.

SJ: E cosa ne pensate?
John: Abbiamo suonato spesso allo Smell con diversi di questi gruppi ed è grande perché tanti delle nuove generazioni conoscono la nostra musica e cantano le parole.

SJ: Pazzesco.
John: Vero. Ma è molto gratificante. Davvero fico. Loro sono entusiasti e pieni di energie, ma anche alla mano e divertenti… è davvero bello. I No Age hanno fatto una nostra cover, ad esempio.
Kevin: “Male Masturbation”.
Rob: Una bella versione davvero.

SJ: Ma come è iniziata questa cosa? Cioè, voi ve ne stavate lì a parlare di posizioni del Kamasutra e di teorie fuori di testa e tutta quella roba lì… e un bel giorno avete aperto il LA Weekly e ci avete trovato scritto che i No Age suonavano i vostri pezzi? O eravate stati avvisati?
John: E’ merito di internet. Le voci girano. E la gente è sempre in cerca di… “vere esperienze punk”.
Kevin: Ho parlato col batterista dei No Age e mi ha spiegato che loro sono appassionatissimi di musica, la analizzano, sono dei veri studiosi. Ha detto che erano a Chicago, negli uffici di qualche etichetta, e un tipo gli ha fatto sentire il nostro pezzo e loro se ne sono innamorati, così l’hanno cercato. E’ ancora un pezzo particolare dopo tanto tempo…
Rob: Non ho nessuna emozione in proposito, io non c’ero nelle registrazioni originali perché non ero un membro del gruppo; ma da fan, mi piace tantissimo questa roba, sono pezzi che sembrano fuori dal tempo, hanno un sound monolitico e garagioso, molto divertente. Quando abbiamo suonato al SXSW c’erano dei ventenni tutti esaltati; mi sono fatto due conti e ho capito che non erano nemmeno nati quando i dischi sono usciti. E’ fico che gente più giovane delle canzoni le ami.

SJ: Forse hai centrato il punto, John. La ricerca di “vere esperienze punk”. Questi ragazzi sono cresciuti al tempo dei Green Day, quando un gruppo punk rock suona tranquillamente negli stadi. Per noi era una cosa impensabile, una contraddizione, come minimo. E se a una punk band fosse stata chiesta una cosa simile, avrebbero dovuto rifiutare.
Kat: Non sarebbe stato punk.
John: Penso anche che ci sia stato un ritorno di interesse per il punk rock di Los Angeles punk rock di fine anni Settanta e inizio Ottanta. E noi eravamo lì.
Rob:  Ce ne siamo accorti dai libri. Fino a 10 anni fa non c’era quasi nulla sulla scena punk di L.A., solo roba su New York. Gli ultimi 10 anni invece sono stati molto più dedicati a L.A.

SJ: Probabilmente sono campanilista, ma penso che L.A. abbia avuto la miglior scena – ok, magari non in senso assoluto, ma almeno c’erano tantissimi gruppi e tante suggestioni diverse.
Rob: Da fine anni Settanta L.A. è stata molto più interessante di New York.
John: L.A. è così immensa, c’erano tante micro-scene, mentre New York è relativamente più compatta.
Rob: New York ha la Bowery.
John: Sì, e si finisce lì, almeno a quanto ne sappiamo. Probabilmente succedeva molto altro di cui siamo all’oscuro. Ma a L.A. c’erano tante scene diverse… nelle note di copertina di Keats Rides a Harley si spiega che c’erano delle scene a Westside, Pacific Palisades, UCLA, ma non erano molto note. I gruppi di Hollywood attiravano molta più attenzione, quando iniziammo a suonare noi. E poi i gruppi hardcore che venivano dalle zone delle spiagge…

SJ: La storia della OC.
John: Quello spazzò via tutto.
Rob: Chi c’era a Hollywood allora?
Kevin: Weirdos, the Screamers

SJ: X, Alleycats…
Rob: La scena di Huntington beach aveva i TSOL, i Social Distortion.

SJ: Poi c’erano quelli di South Bay e della SST.
Kat: Vero: The Church, Hermosa Beach, i The Last… in queste scene quando un gruppo raggiungeva un po’ di notorietà invitava tutti gli altri ad aprire i concerti e così si ingrossava il giro.

SJ: E ora cosa pensi della scena di L.A.?
John: Scene, al plurale. C’è roba in giro che mi pare positiva e buona. Tanti gruppi che iniziano suonano allo Smell, per esempio, poi crescono e diventano più conosciuti, come i No Age e i Mika Miko. E’ la scena che conosciamo di più perché abbiamo suonato in quel locale. Qualcuno ha scritto che lo Smell è una “incubatrice punk”. Mi è sembrato molto azzeccato.

SJ: Quindi non credi che lo Smell sia troppo conosciuto ora. Voglio dire, era bellissimo all’inizio, era tutto così naturale…
John: Penso che lo sia ancora.
Kevin: E’ ancora una piccola comunità. Abbiamo suonato a Olympia, in un posto simile, e la tizia che aveva organizzato il concerto non si era mai occupata di una cosa del genere, ma era in una band e avevano cercato di suonare allo Smell – senza successo. Però ci erano andati lo stesso a passarci una serata e anche se non suonavano erano entusiasti di essere lì. I ragazzi pensano sia una specie di Mecca dove andare in pellegrinaggio… non è come il Whisky o posti simili dove c’è gente che fa soldi. Lì c’è ancora chi vende biscotti a un dollaro. E’ rimasto molto vero.

SJ: Io frequento molto la scena del Redwood, è fico, come il Raji’s di una volta… ma ci sono tanti club di L.A. che mettono insieme tantissimi gruppi nella stessa sera, ma non riescono a portare gente…
John: Il posto è molto importante. Lo Smell ha creato una scena perché c’è una filosofia dietro. E tanti club non ne hanno una.

SJ: Esatto!
John: Oppure devi portare la tua visione cercando di mettere insieme la serata migliore, che è una cosa sensata.

SJ: Sì, è la cosa che dovrebbero imparare gli organizzatori. Il Redwood lo fa piuttosto bene… e poi c’è il La Cita, il 5 Star, e altri posti downtown…
John: Sì, a downtown c’è un bel giro adesso.

SJ: Hollywood, però, è un posto impossibile. Non riesco quasi più ad andarci.
Kat: E’ diventata trendy e glamour.
Kevin: Adesso devi pagare per suonare ovunque.

SJ: Sulla Strip devi pagare per suonare, sì.
Rob: Safari Sam era l’unico che tentava di riportare le cose come erano un tempo, ma è andato a bagno.

SJ: Io spero che nasca qualcosa qui, in quest’area. Al Silver Factory, proprio laggiù sulla Jefferson…
Kat: Una volta c’erano tanti concerti in posti sparsi sulla Crenshaw… il Polish Hall… il Blackie’s su La Brea…

E finimmo a parlare di un tale Vorhees…

Rob: Vorhees sa tutto di tutto. E’ una specie di anti-Kevin.

SJ: Cosa?! Hai detto “anti-Kevin”?
Rob: Sì.

SJ: Quindi stai dicendo che lui non sa niente?!
Kat: Sa molte cose, ma non è a posto.
John: Non chiedergli mai nulla di storia.
Kevin: Non mi tangono. Sono superiore a queste cose.
Rob: Però sa tante cose.

SJ: [a Kevin] Preferisci il presente o…?
Kat: Preferisce le storie.
Kevin: Vedi… seguo una regola per cui tutto quello che dico mi è accaduto, oppure qualcuno me l’ha raccontato o ancora l’ho sognato. Ma di solito non ho ben chiaro quale delle tre cose sia. questo è un dato di fatto. E quando dico qualcosa, non devo spiegare “Comunque, potrebbe essere roba che ho sognato”: chi mi conosce lo sa già.
John: E’ una specie di approssimazione della realtà.
Rob: Ha un approccio buddista alla conoscenza. Non è sistematico gli occidentali sono abituati e essere.
John: Non se ne fa un problema.
Rob: Nel gruppo ci divertiamo così… chiedo a Kevin: “Prima che io arrivassi avete mai suonato al tal club?”. Il Palladium, il Fillmore, o qualsiasi altro ti venga in mente. E lui mi dice sempre: “Sicuro. Ci siamo stati, è andata benissimo”. Come per il 12 Galaxies di San Francisco: mi aveva detto che ci avevano suonato.Così mando una mail a John e gli dico che sto trattando con l’organizzatore del 12 Galaxies, e chiedo se posso menzionare il concerto che avevano già fatto. E John mi dice: “Non ci abbiamo assolutamente mai suonato!”
Kevin: E’ uguale.

SJ: E a voi non dà fastidio? Credo sia un problema quando cercate di organizzare dei concerti.
Rob: No, ci divertiamo.
Kevin: E’ questo il motivo per cui non mi occupo di certe cose. Un’altra cosa di cui non posso occuparmi è il banchetto del merchandising.

SJ: Ha! Immagino. “Posso aver venduto qualcosa, ma anche no. Ci sono soldi in cassa, ma forse non ci sono”.
Rob:  Quando Kev vende tre magliette, in qualche modo inspiegabilmente ci troviamo sotto almeno di sette dollari.

SJ: Ho avuto un dipendente che faceva così.
Kevin: John ha inventato un sistema complicatissimo. se comprano un cd costa CD 12 dollari, ma un CD con una T-shirt fa 21 dollari, ma se invece vogliono un cd e una spilla…
Rob: Allora li dobbiamo pagare noi 30 dollari.
Kevin: Qualcosa del genere! E arrivano questi ragazzi che vogliono un cd…
Rob: E tu devi tirare fuori un pallottoliere.
Kevin: Poi ti dicono che vogliono un cd ma hanno solo 9 dollari… e io dico che va bene, ma devono prendere anche una T-shirt, mi sembra abbia senso. E ogni volta finisce che devo metterci dei soldi di tasca mia… ecco 20 dollari… non so, John ha un inventario e sa sempre cosa abbiamo venduto…
Kat: John conta tutto al centesimo.
Rob: Siamo abbastanza bravi a distribuire i compiti a chi li sa fare. John si occupa degli aspetti organizzativi. Kevin ed io ci presentiamo ai concerti.
Kat: E lo fate bene. Arrivate anche in tempo di solito.
John: Siamo noti come il gruppo più puntuale della storia del rock. Arriviamo sempre all’ora che ci dicono.

Bringing New Angles to an Angular Band

SJ: sono stata una vostra fan fin dall’inizio, come minimo dai primi Ottanta… e ho sempre pensato a Kjehl, il primo chitarrista, come a un elemento fondamentale; gli Urinals erano un’entità con un suono ben distinto e Kjehl era un tassello di questa cosa. Ora avete un suono molto diverso. Mi chiedevo cosa avevate in mente quando cercavate un sostituto per Kjehl: avevate intenzione di trovare qualcuno con un suono più distorto e rock? O avete trovato Rob e vi siete adattati al suo suono?
John:  Credo che la band non debba essere succube dell’imitazione del proprio passato. Deve evolversi e cambiare, e abbiamo bisogno di inglobare diverse suggestioni stilistiche.
Kevin: E l’unico modo perché accada è che qualcuno faccia cose diverse.
John: Sì perché Kevin ed io, per quello che facciamo, siamo una specie di elemento fisso del gruppo, la sezione ritmica suona come la sezione ritmica. Ma ogni chitarrista porta sfumature diverse ai pezzi. Kjehl il suo sound personale, Rod aveva il suo, e poi Rob aggiunge la sua interpretazione e i suoi interessi all’amalgama. Credo sia il modo per tenere vive le canzoni, fai in modo che siano reinterpretate.

SJ: Rob, come ti senti a dover vestire i panni di Kjehl? I suoi panni così ritmici, non distorti e pieni di staccato? Per i vecchi fan come me Kjehl era fondamentale per il sound del gruppo. E magari lo pensano anche alcuni dei fan più giovani che hanno ascoltato le vecchie cose. I fan possono essere piuttosto duri a volte…
Rob: Sì, a volte… in Wisconsin c’era una donna ubriachissima che ci ha chiesto di autografarle una copia di What is Real and What is Not, su cui c’è una foto di Rod… se non fosse stata così ubriaca mi sarei rifiutato. Ma era talmente distrutta che non valeva la pena tentare di spiegarle la faccenda, che quello non ero io… le ho fatto l’autografo, ho scritto Rod Barker, le ho anche disegnato uno smile e ho lasciato che andasse per la sua strada.

SJ: Quindi è falsificazione! Hai appena confessato un crimine.
Rob: Ma non c’erano soldi in ballo, non ho comprato una casa con quella firma…

SJ: Ma magari quell’autografo vale dei soldi.
Kevin: No. Non ne vale.
Rob: Io sento la responsabilità. Mi piace moltissimo la roba degli inizi e non suono come Kjehl o Rod. Ho anche una formazione diversa, gruppi con due chitarre, che suonavano blues punk e country punk. Sono stato in art band alla Television. E non sono stato in molte formazioni a tre, in cui ero l’unico chitarrista e dovevo riempire i vuoti. Mi piace molto il suono di chitarra dei primi dischi degli Urinals, un po’ surf e un po’ garage. Ma ho provato a suonare così dal vivo e rimangono troppi vuoti – e coi pezzi nuovi proprio non funziona. Bisogna trovare un compromesso tra la responsabilità di non stravolgere i pezzi vecchi, suonare bene ed essere all’altezza di Kevin, John e gli altri chitarristi. Certe vecchi canzoni per me non venivano abbastanza bene per farle dal vivo. John e Kev hanno insistito per farne alcune che io non mi sentivo a mio agio a suonare. Non è una cosa semplice. C’è sempre della pressione quando sei l’ultimo arrivato in un gruppo che esiste da tanto. Il prossimo disco sarà il primo in cui suono. Se la gente dirà che fa schifo potrò concludere che sono io la variabile, quello che ha portato il gruppo alla rovina.
Kat: Ma c’è anche l’elemento del tempo. E ci sono altre variabili.
Rob: Non nel mio modo di vedere le cose egocentrico e autocommiseratorio.
Kevin: C’è una sfilza di recensioni per What is Real che dicono “Oh erano grandi, ma adesso fanno pena”.
Rob: E’ l’altro lato della medaglia della nostalgia di cui John diceva prima, la nostalgia della primissima ondata punk. E’ quella roba… hai presente la definizione di hipster? Uno che dice sempre “Preferisco le loro prime cose” e se qualcuno ribatte “Questo è il loro primo singolo” risponde “No ho della roba più vecchia… li ho registrati su una cassetta alla loro prima prova ed è molto meglio”. E un altro dice “No! Io li ho registrati prima della loro prima prova, ed erano ancora meglio!”. La gente vuole sempre godersi il fatto di essere arrivata prima a conoscere le cose fiche, e tutto quello che arriva dopo non è mai all’altezza. Eppure la nostalgia è una bugia per definizione. E’ ricordare un passato che non è mai esistito.
John: E la nostra responsabilità, come musicisti, è continuare a evolverci e muoverci, e contemporaneamente onorare il passato. Non siamo un gruppo revival. Facciamo molti pezzi vecchi dal vivo, ma anche roba nuova che abbiamo scritto la settimana prima.
Kevin: Ma ci piacciono i pezzi vecchi. Ci starei male se non li facessimo solo perché sono vecchi.
John: Sono ancora divertenti da suonare.

SJ: E alla gente piacciono.

Il Problema

John: E questo è il problema. Quando vogliamo suonare un pezzo vecchio dobbiamo insegnarlo a Rob, e lui chiede in che tonalità è. Quale è l’accordo principale. E io non lo so.
Rob:  John risponde: “E’… uh… la corda più grossa, sul secondo pallino”. E io gli dico: “suoni da 32 cazzo di anni e non sai che nota stai facendo?! Una corda vuota?!”.
John: E cos’è una corda vuota?
Rob: Un Mi, per esempio!
John: Lo so quale è il Mi. La corda grossa, sopra.

SJ: Col basso sono tutte grosse.
Rob: Sì e poi tecnicamente non è quella sopra, ma quella più bassa.
John: Ecco, vedi il problema?
Rob: E così con i pezzi vecchi – ma anche alcuni nuovi – quando si portano nuove idee per lavorarci assieme, io arrivo e dico cose tipo “Ok, è un Re, Fa, Do, La e poi vai in minore nel ponte…”. E John risponde: “Quale pallino?”. Lo fa anche quando porta lui un’idea. Ma a dire il vero la cosa fica degli Urinals è che John è un bassista fuori dagli schemi  e Kevin un batterista non convenzionale. E’ stato bello imparare a suonare con loro. La parte difficile è quando facciamo i pezzi vecchi e John non sa che note fa – e poi molto spesso non suona la nota dominante come dovrebbe fare un bassista.
Kat: Non sa neppure cosa significa questa roba.
Rob: La maggior parte dei bassisti, se la chitarra fa un accordo in Sol, suonano un Sol. John invece potrebbe suonare qualcosa di totalmente diverso, una terza, una quinta o una settima, ed è una parte di basso fichissima, ma non mi dà nessun appiglio per capire cosa faceva la chitarra nel pezzo originale. così devo ascoltarmi le vecchie registrazioni e lui mi dà dei consigli. Siamo come due persone che parlano lingue diverse e quello che ne esce è un altro linguaggio ancora. Uno Spanglish della musica.

Musicalità orizzontale

SJ: Vi seguo da tantissimo. Uno dei miei pezzi preferiti era “Horizontal”.
Rob: Ha uno dei solo più belli di sempre… con cosa l’avevi suonato, John?
John: E’ un Muzon. Un sintetizzatore giocattolo della Mattel. Ce l’ho ancora. E’ fichissimo.

SJ: “Horizontal” è geniale. Una sola nota (veramente sono due, ma una è la fondamentale).
John: E’ tutto basato sul ritmo.
SJ: Sì ed è un brano orizzontale. E’ talmente buono che fatico a descriverla a chi non l’ha mai ascoltato e di solito poi quando ho finito dicono: “Wow. E’ davvero buono”. E’ geniale avere un pezzo che piace anche a chi non l’ha mai sentito.
Kat: E’ un meta-brano.

SJ: All’inizio eravate molto semplici. Perché… beh, non sapevate suonare.
Kevin: Sì.

SJ: E avevate una batteria giocattolo.
Kevin: Sì. I primi due anni.

SJ: Ora gli Urinals sono maturati. Hanno strumenti veri, amplificatori e sanno suonare. Quindi cosa volete fare?
John: All’inizio, abbiamo capito che non sapevamo suonare e l’idea era di trasformare questa cosa in un vantaggio. Ma come? Pensando a ciò che fai e senza provare a fare cose fuori dalla tua portata, usando il cervello e dosando le risorse limitate che hai. I pezzi li abbiamo scritti così. “Horizontal” è un esempio perfetto. Ma credo che tu possa ritrovare lo stesso schema nei pezzi degli ultimi tre anni. L’ultimo pezzo, quello che dà il titolo al disco, è tipo “Horizontal”, ma dopo 25 anni, ha un riff che abbraccia lo stesso concetto. Mi piace ritornaci. Ci tengo molto alla costruzione di un pezzo, è diverso dalla composizione. Per me è un puzzle geometrico che devo mettere insieme nella mia testa. Una cosa visiva. Io vedo come sono fatte le canzoni, come sono. E’ la geometria associata alle canzoni. Parto da una prospettiva differente. E forse è uno dei motivi per cui non riesco a imparare accordi, note e robe così.
Rob: Sai le note, le suoni. Non conosci i loro nomi.

SJ: Avete di sicuro un nonsoché, diverso dagli altri musicisti.
Rob: Spigolosità.

SJ:  E c’è in tutta la band. Anche nel batterista.
Rob: E’ stato difficile abituarmi.

SJ: Anche Kjehl ce l’aveva. Ma Rob, tu sei ancora diverso. E sto cercando di capire come funziona.
John: Hai avuto una risposta soddisfacente al tuo dilemma?

SJ: Non ho idea di come rendere tutto ciò sensato per i nostri lettori, ma credo che ci stiamo avvicinando alla soluzione del mistero degli Urinals.
John: Non è necessario risolvere tutti i misteri.
Rob: E’ stato divertente imparare a suonare con loro. Sono diversi da ogni sezione ritmica con cui ho suonato. Nel rock’n’roll degli Urinals c’è molto poco “roll”. E’ un gruppo molto spigoloso. A volte melodico, altre molto orecchiabile, ma non c’è lo “swing”.  Non ci sono accenti. E’ durissimo suonare così. Non sono un musicista punk, non vengo dalla scuola del “solo plettrate verso il basso, sedicesimi e trentaduesimi”, ma non sono neppure un menestrello folk. E’ stato interessante imparare a gestire gli spazi. Ho dovuto ripensare a come la chitarra si inserisce tra basso e batteria.
Kevin: E’ capitato che gente che voleva fare un nostro pezzo, anche bravi musicisti, dicessero che non capivano come fare e non sapevano come John ed io facciamo. Io però non so suonare in un altro modo, è il mio metodo, e non ho un concetto prestabilito di come le cose dovrebbero essere fatte. A John e a me piacciono le parti melodiche. Con Kjehl funzionava, perché era una vera macchina ritmica.
Rob: Kevin e John sono sempre stati molto creativi e hanno saputo lavorare utilizzando al meglio i loro limiti. Tanti impongono volutamente dei limiti ai propri lavori. Come quei cineasti di New York, Dogma. O quel tipo  di cui non ricordo il nome che ha scritto un romanzo senza usare la lettera e, che è la più comune. Pensaci: non puoi usare la e e all’improvviso non puoi fare tantissime cose. Niente pronomi, niente articolo “the”, niente verbi al passato. Quando inserisci un limite, sei obbligato a pensare diversamente. Io non avrei mai pensato ad “Ack Ack Ack Ack”; per me una canzone doveva avere almeno tre accordi! Ma amo quel pezzo. Due note. Brillante.
John: All’inizio volevo fare quel pezzo solo con una nota. Mat Kjehl ha insistito per mettercene due. E Kathy ha scritto il testo. Il pezzo è stato scritto a sei mani. Io ho scritto una nota, Kjehl l’altra e Kathy le parole.

The Biz

SJ: C’è ancora un aspetto di cui vorrei parlare. Lo stato del music business. E’ molto più diy ora. E voi lo siete da sempre, quindi magari è un vantaggio per voi.
John: Ci sono meno soldi di una volta. Noi siamo stati fedeli all’etica diy e siamo proprietari dei nostri master, dei nostri brani e dei diritti. Ma farsi dare i soldi che ti spettano è sempre difficile. Mentre aiuta molto avere qualcuno che riscuote per te, un’agenzia. Ma noi non abbiamo il peso per permettercelo. Comunque almeno è tutto nostro: siamo proprietari della nostra musica e possiamo farne ciò che vogliamo. Ma economicamente non c’è da stare allegri. specialmente con tutta la pirateria e i download pirata.
Kevin: C’è un’etichetta di Seattle… daranno il materiale in download gratuito e si butteranno sulla vendita di t-shirt.

SJ: Credeteci, io ho vissuto della mia musica per 10 anni. Tenevo al minimo le spese, ero sempre in tour, ero proprietaria dei miei pezzi e vendevo le magliette. Ma adesso…
John: E’ rimasto poco.

SJ: Già. Non vedo come ci si possa campare ora. E il brutto è che tutti la vedono così. Tutte le nostre menti più creative – musicisti, compositori, scrittori, giornalisti, attori, registi – hanno visto le loro carriere distrutte, e nessuno di noi riesce a trovare il modo per salvare la propria vita e quella dei propri cari. La domanda che faccio a tutti è: avete qualche idea?
Rob: La musica è quella messa peggio, rispetto a tutti i campi che hai menzionato. io lavoro nell’editoria ed è messa male. Ma è un’area che non ha mai avuto un momento d’oro come invece è successo alla musica. Nell’editoria è sempre stata dura, non è mai stato un business buono. Invece l’industria musicale è collassata. Ha preso il colpo peggiore.
John: Penso che uno debba ignorare quello che sta succedendo e decidere che se vuole essere un musicista non avrà mai successo a livello economico, ma lo deve fare perché è una necessità e gli piace.  Kevin ed io l’abbiamo scoperto coi Radwaste. Era un gruppo con possibilità di andare sotto major; abbiamo fatto riunioni alla Capitol, le cose si stavano muovendo, ma poi è tutto crollato. A quel punto ho capito che non faccio queste cose in un’ottica di successo economico. Le faccio perché mi piacciono e sento il bisogno di esprimermi così. Una volta capito questo, non mi sono mai più guardato indietro. Una volta che decidi che non lo fai per i soldi, sei libero.

Black Flag 1980 a.D.

6 settembre 1980. I Black Flag (Greg Ginn, Dez Cadena, Chuck Dukowski e Robo) suonano a Santa Cruz coi DOA. Ripper Fanzine è presente con tre “inviati” – Tim Tonooka, Violet Vamp, Earnest Endeavors e Phil Tiger – e li intervista.
Direttamente dalla macchina del tempo, una traduzione del pezzo: i Black Flag degli esordi o quasi, pre Rollins, duri puri e un po’ ingenui.

TIM: Come avete trovato il nuovo cantante?
GREG: Lo conosciamo da tanto. Era in un gruppo che si chiama Red Cross ed era un nostro grande amico. Però nei Red Cross suonava la chitarra, non cantava.
TIM: Cosa facevi di bello prima?
DEZ: Non molto. Ma sono appassionato di musica sin da bambino. Mio papà era un produttore per la Fantasy Records, che è un’etichetta jazz. Aveva anche un negozio di dischi tutto suo e io ero sempre là. Quindi sono abituato a sentire musica fin da quando ero piccolo. Ho iniziato con la chitarra a 12 anni; all’epoca saltavo la scuola per andare in biblioteca a leggere, perché la scuola non mi piaceva. A dire il vero non mi sono nemmeno diplomato, mi manca un annetto. Odiavo la scuola e odiavo stare con gli hippie che fumavano canne tutto il tempo, così non andavo a scuola e andavo a leggere, magari con qualcun altro se lo trovavo. Comunque ho iniziato a suonare in gruppi solo da due anni; ne ho già cambiati 10. Sono stato nei Red Cross per circa sei mesi –  i Red Cross riformati, però, non gli originali Suonavo la chitarra.
GREG: Sono forti.
EARNEST: Da quanto sei nei Black Flag?
DEZ: Circa due mesi e mezzo. Ma li seguivo, andavo a vederli già da due anni prima, dall’inizio del 1978  o giù di lì.
PHIL: Avevi mai cantato prima?
DEZ: No. Solitamente suono la chitarra.
GREG: Sì, Dez suona davvero bene, e vorremmo che in alcuni pezzi suonasse anche la chitarra oltre a cantare, così potremmo fare qualcosa in più. Abbiamo delle idee di canzoni che suonerebbero meglio con due chitarre. Ci abbiamo lavorato un po’, ma non abbiamo ancora iniziato a suonare così… ma lo faremo. Penso che andrà a pennello. Ci darà più spazio per lavorare, più libertà per fare cose che ho sempre voluto. Ho sempre voluto molto avere due chitarristi, ma quando abbiamo iniziato è stato già un’impresa trovare un batterista e un bassista che volessero suonare questa roba.
TIM: Era il 1976, vero?
GREG: Ho iniziato a voler mettere in piedi un gruppo nell’estate del ’76. Ma non ci riuscivo. Ho provato alcune persone per fargli suonare i miei pezzi ma…
DEZ: La gente delle nostre parti, comunque, è troppo fatta. E’ la spiaggia. Si siedono lì e fumano un casino di roba.
GREG: Sì. E ascoltano roba diversa da quella che volevo fare io. Soprattutto dove viviamo noi.
DEZ: Sì, gli piacciono gli Eagles, Jackson Browne e cose così.
GREG: O il progressive come i Genesis, roba del genere. Ero molto frustrato, perché finalmente avevo delle canzoni che volevo far uscire, ma non potevo perché non avevo una band. Dopo sei mesi ho incontrato Keith: ero molto sorpreso che gli piacesse molta della roba che ascoltavo io perché là a nessuno interessava, a nessuno piaceva. Per tanto tempo ho creduto che non sarei riuscito a mettere un gruppo assieme, mi accontentavo di scrivere i pezzi, era uno sfogo. Come quando andavo a scuola, che tornavo a casa e mi mettevo a suonare come un pazzo.
TIM: Le superiori?
GREG: No, università.
TIM: L’hai finita?
GREG: Sì.

La scuola e gli inizi

TIM: Cosa studiavi?
GREG: Economia. Ma ho studiato molte cose diverse. Mi piaceva, ma alla fine ne avevo abbastanza. Puoi fare ottime cose se riesci a trovare la chiave giusta nella faccenda, se lo fai in modo intelligente: puoi imparare tanto, cose che ti interessano. Ma penso che la maggior parte delle persone abbiano un atteggiamento errato verso la scuola e pensano che le cose che gli interessano debbano restarne fuori.
TIM: Sono più interessati al pezzo di carta che a imparare qualcosa.
GREG: Sì. Quello o avere un lavoro dopo. Io ho pensato che a scuola avrei potuto imparare quello che volevo e che mi interessava, invece di forzarmi per trovare poi un lavoro o qualcosa del genere. Però suonavo solo per divertirmi, per me, perché non avevo nessun desiderio di entrare in un gruppo e suonare materiale di altri. Volevo solo suonare quello che volevo io. Infatti non sono mai stato in altre band, questa è la mia prima. Dopo un po’ che tentavo di mettere in piedi il progetto ho trovato Keith, il nostro cantante originale; voleva suonare la batteria e gli ho detto: “Ma no, perché invece non canti?” – perché avevo idea che sarebbe stato grande e poi non aveva una batteria. Secondo me poteva essere un ottimo cantante e potevamo trovare un batterista altrove. Infatti un suo amico suonava la batteria e l’abbiamo chiamato, poi è arrivato il bassista e abbiamo iniziato a suonare le nostre cose. All’inizio facevamo schifo a tutti. Tutti. Ma ci piaceva quello che facevamo. Poi dopo un po’ la gente ha iniziato ad apprezzarci, perché il punk rock è diventato qualcosa a cui la scena musicale ha iniziato ad avvicinarsi, e nelle vite di molti le cose sono cambiate.
TIM: Da quanto avete cominciato?
GREG: E’ successo circa tre anni e mezzo fa. Quando Keith ed io abbiamo fondato il gruppo.
TIM: Non eravate considerati punk allora, vero?
GREG: Nel ’76, dove viviamo, suonavamo alle feste e nessuno sapeva cosa fosse il punk, quindi non c’era modo che dicessero “Questo è un gruppo punk”, perché non sapevano cosa il punk fosse. Per quanto li concerneva la nostra era roba veloce e dura. Però dopo poco i media hanno creato un’immagine molto netta del punk, nella testa delle persone. Prima di questo la gente era molto più aperta al punk, senza sapere cosa fosse.
CHUCK: Chiamavano punk la roba alla Ramones. I Ramones erano considerati punk rock. Ma non esisteva un atteggiamento netto e definito nei confronti del genere, così capitava di andare a suonare a una festa di capelloni surfisti e divertirti un casino. Perché nessuno aveva fatto delle scelte.
DEZ: Era una novità e piaceva.

PHIL: Soprattutto i media non erano arrivati a etichettarla.
CHUCK: Sì, esisteva un nome per questa roba, ma non un atteggiamento nei suoi confronti.
TIM: All’epoca nessuno aveva ancora deciso che ci fossero delle “regole” a cui chi ascoltava quel tipo di musica dovesse conformarsi.
GREG: Esatto. Poi questa roba si è diffusa rapidamente, anche grazie ai mass media, al punto che chiunque tu incontri per strada ha un’idea del punk che è molto differente da quella che avevo io quando ho iniziato ad ascoltarlo. Per quanto mi riguarda l’immagine che i media ne danno deve morire. Penso che i media abbiano fatto davvero molti danni.
CHUCK: Però l’hanno reso più noto. L’hanno fatto conoscere a gente che non ne avrebbe nemmeno mai sentito parlare, altrimenti, persone che si sono poi avvicinate al punk – che fossero giusti o sbagliati i motivi.

“Vorreste suonare? Certo. Andate pure affanculo”

TIM: Dopo quanto avete iniziato ad avere il seguito così forte di adesso?
GREG: E’ successo non più di un anno fa. Prima nessuno voleva farci suonare in giro, perché siamo fuori dal circolo della scena. Per due anni abbiamo solo fatto le prove.
CHUCK: Al massimo suonavamo a qualche festa privata e facevamo le prove nel nostro studio. Ci piaceva, ma nessuno ci vedeva mai. I primi veri concerti ce li siamo organizzati da soli: affittavamo una sala e organizzavamo.
GREG: Quando è uscito il nostro ep, abbiamo ricevuto buone recensioni e allora hanno iniziato ad arrivare i primi concerti, ma la scena di L.A. era molto chiusa; noi siamo un po’ fuori e non ci hanno mai accettato del tutto. Comunque ci siamo divertiti, abbiamo suonato per noi stessi.
PHIL: Quali erano le difficoltà?
CHUCK: A Hollywood, tutti  si sentono al centro della città e se tu non sei di Holywood pensano che non sei uno di loro, sei un contadinotto che viene da fuori, non sei un duro, non sei punk. Ci guardano i vestiti perché viviamo vicino alla spiaggia e ci dicono: “Quindi voi vorreste suonare? Certo. Andate pure affanculo”.
TIM: Vivete sempre a Redondo Beach?
CHUCK: Sì. Siamo di Hermosa Beach, ma in esilio.
GREG: Dobbiamo andarcene da lì ora. Ma non sappiamo ancora dove.
CHUCK: Se riturno a Hermosa c’è un appartamento pronto per me, proprio nella prigione.
TIM: Cos’è quella storia strana sullo “slam dancing” che c’era sul L.A. Times?
GREG: Nessuno che io conosca sapeva dello “slam dancing” o aveva mai sentito quella parola finché quell’articolo non è stato pubblicato. Da lì è stato ripreso da altri e si è diffuso, tanto che anche a Vancouver la gente ci chiedeva cos’è lo “slam dancing”, dicevano che ne avevano letto in giro. E noi non ne sapevamo niente.

Cambiamenti

GREG: La scena ora è molto cambiata, si sente l’influenza dei ragazzini ricchi…
DEZ: Molti dei vecchi hanno mollato, se ne stanno a casa.
CHUCK: Per vari motivi.
DEZ: Hanno lavori regolari, magari stanno per sposarsi.
CHUCK: E’ una cosa che mi stupisce molto. Ce ne sono un bel po’ che stanno per sposarsi. E’ strano vedere una cosa del genere. Quando ho finito la scuola poi ho perso i contatti con tutti i miei compagni, mi sono infilato in questa cosa del punk rock eppure vedo succedere cose molto ordinarie. La gente che molla tutto per quei motivi. Anche il nostro secondo cantante ha lasciato la band per sistemarsi con una ragazza.
TIM: Ron?
CHUCK: Ron è solo un nomignolo. Lui è Chavo Pederast.
GREG: E’ il suo vero nome.
TIM: E Keith perché ha mollato?
CHUCK: Perché non voleva cambiare. La nostra musica si stava evolvendo e a lui non piacevano molte delle nuove canzoni.
DEZ: Anche a Ron non piacevano i pezzi nuovi. Però se n’è andato per altri motivi.
CHUCK: Se vuoi un parere dall’interno te lo do io. Quando suoni dal vivo ti esponi. Quando sei all’inizio nessuno ti conosce nella scena, lo fai e basta, ci credi e dici fanculo, se gli piace bene se non gli piace amen. e fai di tutto comunque per dare una buona impressione. Dopo un po’ che sei in giro ti sei fatto parecchi amici, ti sei costruito uno status, la gente ti conosce e sa quello che fai. Per noi è un po’ diverso, perché ogni pezzo che scriviamo è leggermente diverso, ha un approccio suo. Non abbiamo scritto quattro “Nervous Breakdown”; nno abbiamo altre canzoni di quel tipo, solo una. Non facciamo le cose così, seguendo una formula. Quindi a un certo punto alcune persone non se la sentono più di rischiare che tutti pensino: “Che puttanata che hanno fatto!”.
GREG: Sì, di sicuro Keith voleva suonare, ci ha detto che avrebbe preferito più brani come “White Minority”, che però è vecchia di tre anni e mezzo. Ci piace il pezzo, lo suoniamo ancora, ma bisogna fare cose nuove.
CHUCK: E’ una reazione emotiva. La paura di fare cose nuove, la resistenza al nuovo. Ed è una situazione che si presenta sempre più crescendo.
TIM: E’ vero che il nuovo disco è il primo di una serie di 12″?
GREG: Abbiamo registrato il primo, il secondo sta arrivando. il nostro primo ep è stato inciso due anni e mezzo fa, abbiamo voglia di fare uscire qualcosa che sia più…
CHUCK: Che rappresenti quello che siamo ora.
TIM: Come diresti che siete cambiati?
CHUCK: Più veloci. Ho un nuovo ampli per il basso, meno rumoroso. Il nostro primo aveva un pannello davanti, ma non era fissato e mentre suonavo oscillava. gli altri della band dicevano che il mio suono di basso era come una marmitta che striscia sull’asfalto.

Nel ventre della bandiera nera

TIM: Black Flag rappresenta l’anarchia o l’insetticida omonimo?
CHUCK: L’anarchia.
GREG: Non è l’insetticida.
TIM: E quale è la vostra definizione di anarchia?
CHUCK: E’ l’impegno a cambiare, ma senza regole fisse. Perché il mondo in sé è anarchia. Una persona che si dedica all’anarchia vuole la distruzione dello status quo.
PHIL: Chi scrive il materiale? Tu?
GREG: La maggior parte. Ma anche gli altri scrivono qualcosa.
TIM: Di cosa parlano le tue canzoni?
GREG: sono molto importanti per me e personali, dicono quello che sento.
DEZ: Sono su cose di ogni giorno, che potrebbero accadere anche a te.
CHUCK: Parlano di emozioni, è un modo per esternarle.
TIM: cosa vi spinge a essere così intensi dal vivo?
GREG: Suoniamo ciò che sentiamo, non ci pensiamo su.
CHUCK: E’ l’unico modo.
DEZ: Altrimenti diventa noioso.
CHUCK: Altrimenti, cazzo, non lo farei. Sarei in giro a mordere la testa alla gente oppure tornerei a fare corse in moto e gare di sci d’acqua, roba così. Ci metto tutta la mia energia fisica. Lo fai portando il tuo corpo al limite, per poi sentire la sensazione di liberazione.
TIM: ci piacerebbe se anche il batterista dicesse qualcosa.
ROBO: Ciao.
GREG: E’ uno taciturno.

Case discografiche

GREG: Le case discografiche proprio…
CHUCK: Non c’entrano un cazzo con quello che facciamo noi. E nessuna di loro è minimamente interessata. Vogliono solo gruppi che sembrano gli Knack.
TIM: Perché voi non volete essere commerciali, non è il vostro scopo.
GREG: No. Vogliamo pubblicare la nostra musica, come diciamo noi.
CHUCK: Abbiamo cose da dire e da fare e le faremo.
TIM: Ma le etichette non apprezzano?
CHUCK: non c’entrano niente con questa roba, quindi si fottano.
GREG: Già. Nemmeno ci pensiamo alle case discografiche.
CHUCK: Dovranno mandare gente ben muscolosa se vorranno mai avere a che fare con noi.
TIM: E’ bello che esistano gruppi che non si piegano a ogni loro capriccio.
GREG: E’ pieno, a L.A., di gente che farebbe ogni cosa pur di firmare un contratto. Ma ci sono anche molte ottime band che agiscono fuori da quel territorio. Voglio dire, non ci interessa proprio, nemmeno ci pensiamo.
TIM: Ed è quello che piace ai vostri fan, il vostro approccio senza compromessi.
GREG: Beh, sì. Non potremmo fare altrimenti.
CHUCK: Se vuoi scendere a compromessi, allora forse è meglio se lo fai lavorando. Preferirei farlo sul lavoro e poi avere la possibilità di fare cose totalmente mie, come voglio io, nel tempo libero. altrimenti non sei nulla. Almeno così riesci a esprimerti almeno in una situazione.
GREG: non siamo snob, non ci va che la nostra musica resti nascosta, ma di sicuro non siamo disposti a cambiarla per nessuno, vogliamo che giri il più possibile, ma così come è. Così tentiamo di promuoverci da soli e come vogliamo noi. In questo modo abbiamo anche il controllo e nessuno può metterci bocca.

Do It Yourself

TIM: Quindi fate voi promozione, booking e cose del genere?
GREG: Al 100%.
PHIL: Anche la distribuzione?
GREG: La maggior parte. Passiamo anche attraverso qualche distributore, ma ovunque andiamo portiamo i nostri dischi nei negozi: ce li portiamo dietro. Però abbiamo anche qualche distributore che li fa arrivare in negozi in giro. Ovviamente non possiamo avere una distribuzione da major, che fa trovare i dischi in ogni singolo negozio, perché per le piccole etichette non esiste nulla di simile.
TIM: Cosa è esattamente la SST?
GREG: La nostra etichetta. Tipo Black Flag Records, ma faremo uscire anche il disco di un altro gruppo, si chiamano Minutemen, sono di San Pedro, California. Sono molto bravi.
TIM: Come avete conosciuto l’artista che vi cura le grafiche?
GREG: E’ mio fratello.
TIM: Siete in tour spessissimo…
GREG: Stiamo iniziando a farlo sì. Vogliamo suonare ovunque possiamo. se possiamo permetterci di arrivarci, lo facciamo.
CHUCK: E’ meglio che restare fermi a L.A.
GREG: andremo dappertutto. Ovunque ci vogliano.
DEZ: Ovunque riusciamo ad arrivare.
GREG: Vogliamo andare in un sacco di posti: al momento è il nostro obiettivo.
CHUCK: Suonare davanti alla gente più diversa.
PHIL: Siete tutti al 100% impegnati con il gruppo e la vostra musica?
CHUCK: E’ l’unico motivo per cui faccio ogni cosa che faccio.
GREG: Lavoriamo, ma lo facciamo per finanziare il gruppo.

Campare, studiare e altre piacevolezze

TIM: Cosa fate per campare?
CHUCK: Facevo tavoli da biliardo per una ditta che si occupava di questa roba, poi ho mollato e adesso sto finendo i soldi.
GREG: Sì aveva messo via del denaro e l’ha investito per le nostre registrazioni. Io costruisco componenti elettroniche.
TIM: Di che tipo?
GREG: Radio con antenna.
DEZ: Io facevo equipaggiamento da sub, ma ho dovuto mollare il lavoro per andare in tour.
TIM: E Robo?
ROBO: Lavoro in un magazzino.
TIM: Dimmi qualcosa di te.
ROBO: E’ il mio primo gruppo. Sono entrato da un paio d’anni e fino a ora è stato bello. Mi sono molto impegnato.
TIM: E prima cosa facevi?
ROBO: Lavoravo. Magazzini, fabbriche. Roba regolare. non mi interessava molto suonare. a scuola suonavo il tamburo nella banda, ma tanto tempo fa. Non ho avuto una batteria fino al 1976, quando me ne sono comprata una per la prima volta.
TIM: E poi dopo poco sei entrato nei Black Flag?
ROBO: Sì. Cercavano un batterista, perché il loro se n’era andato. Ho visto un volantino a Hollywood, ho chiamato ed era fatta. Abbiamo iniziato le prove. E’ andata bene fino a ora, spero che continui così.
TIM: Chuck, tu cosa facevi prima? Parlavi di corse…
CHUCK: Sì ho fatto quella roba. E ho studiato molto.
TIM: Università?
CHUCK: Sì, cazzo, sì. Quattro anni di college. Poi mi sono stufato e ho mollato tutto. Mi manca un anno per laurearmi alla University of California.
TIM: La sede di Los Angeles?
CHUCK: No. Quella di Santa Barbara, L.A. e Long Beach.
VIOLET: Studiavi musica?
CHUCK: No.
VIOLET: E cosa allora?
CHUCK: Psicobiologia.
VIOLET: Sembra interessante.
CHUCK: Si studia molta farmacia e si lavora con le droghe. Si fanno anche interventi al cervello. mettevo elettrodi nei cervelli dei topi, poi gli somministravo dosi di medicine e studiavo i loro comportamenti, poi cercavo di teorizzare. Ogni volta che mi veniva un’idea poi la testavo. Ma a un certo punto mi sono scontrato con un muro che la scuola ha tirato su: hanno iniziato a dirmi “No, non puoi farlo, no, non puoi pensare così, fai solo le cosine che ti diciamo, piantala di pensare”. Capisci? in pratica mi hanno detto: “Smetti di pensare e cerca solo di risolvere questi problemucci per noi”. Perché lì funziona che dicono “Ok, abbiamo fatto questo, questo e quest’altro, ma ci è rimasto un piccolissimo buco da riempire. Perché non lo fai tu per noi? Ci sono solo tre possibilità, trova tu per noi quella giusta, a, b o c;  noi siamo troppo pigri per farlo, pensaci tu”.
TIM: Sei mai stato in altri gruppi?
CHUCK: Sì.
VIOLET: Facevate cose simili a ora?
CHUCK: Abbastanza. I Black Flag erano un gruppo che provava vicino a noi e non aveva un bassista. Dopo un po’ di volte che li ho sentiti, mi trovavo a canticchiare le loro canzoni nella mente e ho pensato: “Sono grandi!”. Così ho iniziato a suonare con loro alle feste e robe così. Poi ho mollato gli altri perché hanno iniziato ad ascoltare Jimi Hendrix. Mi sono detto “Fanculo questa roba” e ho deciso di cambiare. E’ stata una cosa che mi ha portato molto più divertimento ed energia. sai, suono il basso perché mi piacciono le cose fisiche. Il livello mentale è per le parole e le idee, non per la musica. se vuoi dimostrare di essere intelligente non suoni musica: è qui che tutti questi coglioni che fanno progressive cadono. Vogliono far vedere che sono intelligenti. Ma se lo sei, in qualche maniera si vedrà, non devi diventare pretenzioso.
VIOLET: La scena di qui è diversa da Los Angeles?
CHUCK: La Bay Area è meno violenta, meno aggressiva. La gente è più intellettuale e vuole sempre far vedere quanto è sagace. Vogliono tutti far vedere che sono acuti. allora ascoltano gruppi che hanno lo stesso atteggiamento, tizi che suonano stramberie. E’ roba rilassata e tutto, ma si rischia di diventare snob. Può diventare: “Io la capisco e tu no”. Mentre se suoni cose molto dirette tutti capiscono, non c’è rischio. Devo anche dire che la Bay Area puzza tremendamente di hippie, risente ancora dei loro danni. Roba che risale agli anni Sessanta, perché qui è stato l’epicentro. I poliziotti sono fumati tutto il tempo. Mi hanno arrestato a San Francisco perché stavo facendo un graffito su un muro e il poliziotto mi ha chiesto scusa. Poi alla fine mi ha lasciato andare e mi ha solo detto di usare un altro colore. A Los Angeles mi avrebbero fatto una multa da 10.000 dollari.
TIM: Ho sentito che vi hanno denunciato per “inquinamento visuale”.
CHUCK: Non ne so niente. Non mi pare ci abbiano denunciato. Ma credo che la direzione scolastica di Orange County desidererebbe moltissimo farlo.
TIM: Perché?
CHUCK: Perché mettiamo volantini e scriviamo sui muri… roba così. Tanti nostri fan lo fanno per noi, o lo andiamo a fare direttamente noi, ci sono un casino di graffiti lì nelle scuole. una volta mi hanno anche telefonato.
GREG: (ride) Hanno detto che a causa nostra c’erano danni per 5.500 dollari in una scuola, e ancora di più in un’altra. Noi abbiamo risposto che ci dispiaceva e che avremmo potuto suonare un concerto benefit per loro.
CHUCK: Gli ho detto: “Suoneremo gratis, così raccoglierete i soldi. Altrimenti scordatevi di vedere del denaro da noi, è come cercare di cavare sangue spremendo una pietra, siamo totalmente al verde”.
GREG: Siamo indebitati.
TIM: Cosa pensate quando sentite “il punk è morto”?
GREG: La maggior parte di quelli che lo dicono…
CHUCK: …avrebbe voluto che il punk non fosse mai arrivato.
GREG: Comunque dipende da cosa intendono con punk. Se parlano del punk come immagine, o del punk come un gruppo di band o persone che fanno cose nuove e fanno la differenza.Ma quasi tutti quelli che dicono che il punk è morto sono solo dei disadattati che vogliono fumare canne e sentire lo ska, non hanno mai amato il punk.
CHUCK: Sì, evidentemente si sono stancati di averci a che fare.

Addio Captain Beefheart

Il 2010 non si smentisce e nelle sue pendici decide di assestare un altro brutto colpo al rock’n’roll e alla sua mitologia.

Don Van Vliet alias Captain Beefheart (69 anni) è morto il 17 dicembre in California, a causa di complicazioni legate alla sclerosi multipla di cui soffriva.

A darne notizia è stato un portavoce della galleria d’arte Michael Werner di New York City, dove molti dei suoi dipinti sono esposti: Van Vliet, infatti, si era ritirato dalla musica nel 1982, per dedicarsi alla pittura. Lascia la moglie Jen, con cui era sposato da 40 anni e che si è occupata di lui durante la malattia.

Captain Beefheart tra il1967 e il 1982 ha inciso tre dischi live, un ep e ben 14 album in studio:

* Safe as Milk (1967)
* Strictly Personal (1968)
* Trout Mask Replica (1969)
* Hot Rats (con Frank Zappa, 1969)
* Lick My Decals Off, Baby (1970)
* Mirror Man (1971)
* The Spotlight Kid (1972)
* Clear Spot (1972)
* Unconditionally Guaranteed (1974)
* Bluejeans & Moonbeams (1974)
* Bongo Fury (con Frank Zappa, 1975)
* Shiny Beast (Bat Chain Puller) (1978)
* Doc at the Radar Station (1980)
* Ice Cream for Crow (1982)

Il sabba degli Apache

Apache – Radical Sabbatical (Burger, 2010)

Ha un che di bizzarro scrivere di registrazioni musicali. Non di rado capita di metter su il disco, ascoltare solo un paio di pezzi è farsi subito un’idea chiara di cosa scrivere, che paragoni tirar fuori e quale “chiave narrativa” utilizzare: una roba di sensazioni, insomma (altro…)

Pacco soffice, con sorpresa

spThe Soft Pack – The Soft Pack (Kemado)

Nella vita ci sono un sacco di cose belle e piacevoli che però non riescono lo stesso a diventare memorabili. E’ la triste storia dei Soft Pack e del loro omonimo album. (altro…)

Ron Asheton’s New Order: Odissea pt. 3 – The End

front 1st lpLa scorsa puntata è terminata con un cliffhanger piuttosto potente: i New Order hanno l’opportunità di procurarsi un contratto, ma al momento della verità falliscono miseramente – grazie al cantante Dave Gilbert, che si presenta completamente fatto allo showcase organizzato a uso e consumo dei papaveri della Mercury Records da Kim Fowley. Vediamo cosa accade, a partire dalle ore subito successive a quel fiasco (altro…)

Ron Asheton’s New Order: Odissea pt. 2

noRiassunto della puntata precedente: i New Order registrano un demo ai Paramount Studios e immediatamente dopo cacciano il cantante Jeff Spry – troppo inaffidabile e ormai ospite delle patrie galere. I soldi scarseggiano più che mai e la band è nuovamente senza un frontman. Riusciranno i nostri (anti)eroi a portare a casa le penne? (altro…)

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