Non tutte Le Strade portano a Roma

stradecd.jpgLe Strade – demo 2008

E’ stato difficile decidere come comportarmi in questo caso. Avrei voluto glissare e far finta di nulla, ma poi, visto l’entusiasmo di questi ragazzi ho avuto un rigurgito di paternalismo e ho pensato che magari si aspettavano di leggere qualcosa sul loro demo e quindi eccoci qua. Spero solo che non sia un errore di valutazione, ma male che vada sarà un memento per tutti.
Il punto è che Le Strade – stando a quanto scrivono nella loro bio – hanno ambizioni stellari, sono sicuri di sé in maniera quasi sconcertante, si pongono – insomma – in maniera palesemente sborona. Salvo poi inviare un cd-r masterizzato senza copertina e con una scritta a pennarello sopra, una bio scritta malamente a mano su un foglio di carta riciclata (ottima scelta quella della carta riciclata, ve ne rendo atto) e una foto stampata con una inkjet (la domanda è: cosa ce ne facciamo della vostra foto in formato A4 e stampata con il vostro pc? Bastava una mail con un allegato jpg).
Tutto questo in virtù di una frase della bio stessa che suona così (cito): “Mi è stato detto che quando invio materiale a riviste o radio devo lasciare una piccola bio, delle foto e cazzi vari… tutto fatto. Vi abbiamo pure messo la foto”. Ok. Parliamone.

Ragazzi… diciamo che “tutto fatto” è un po’ ottimistica come locuzione. Più che altro perché se vi ponete con la spocchia (scusate, ma è l’unico termine che mi viene in mente) che vi fa dire cose tipo “l’indie rock è diffusissimo in Italia ma nessuno lo fa come noi”, oppure “siamo un po’ pop, un po’ rock, un po’ indie, un po’ gay, cmq siamo un qualcosa che in Italia può cambiare le cose e siamo solo dei ragazzini” e ancora “in Italia portiamo un’innovazione, nessuno suona come noi”, poi non potete presentarvi in nessuna maniera che non sia almeno dignitosa. Altrimenti fate la figura dei ragazzetti esaltati… e non lo siete, vero?

Fatto il discorso attitudinale, passiamo alla musica. C’è poco da dire. A me il brit pop/indie fa abbastanza venire la pelle d’oca. Se poi è anche cantato in italiano proprio non mi piace. Ma è solo un discorso soggettivo. Per cui mi manterrò sull’oggettivo, dicendo che i ragazzi suonicchiano per bene e indubbiamente hanno assimilato tutti gli stilemi del genere. Il punto è che di rivoluzionario non ci vedo nulla e di cose che cambieranno la situazione in Italia ne vedo ancora meno. Questo è un demo di onesto brit pop, punto e basta.
Le Strade, nelle mani del giusto management e produttore, magari fra un po’ entreranno nel circuito più mainstream e potremmo trovarceli a Sanremo tra le nuove proposte senza problemi, visto il loro sound ruffiano, italiano e facilmente digeribile da tutti. Ma da qui a portare innovazioni, ecco… il passo è  esageratamente lungo.

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Un disco del Kaiser… Chiefs

200714kcytam.jpgKaiser Chiefs – Yours Truly, Angry Mob (B-Unique, 2007)

Eh, lo so: Yours Truly, Angry Mob non è proprio fresco-fresco d’uscita, ma l’ho scoperto recentemente e mi sembra si meriti una recensione.
Il primo singolo estratto si intitola “Ruby” (e chi non conosce quel ritornello che fa “Ruby, Ruby, Ruby, Ruby!”) e devo ammettere che è stato la causa del mio allontanamento dal gruppo che, a dire il vero, ho adorato ai tempi dell’usicita del loro esordio Employment. All’epoca, infatti, i cinque ragazzi di Leeds si presentavano come una band genuina, vicina alle sonorità brit-pop degli anni Novanta, ma con la giusta dose di originalità. Il loro look quasi working class, poi, aveva fatto il resto…

Ma torniamo al nostro singolo. Con “Ruby” i Kaiser Chiefs cambiano e si avvicinano molto di più alle regole stilistiche imposte dal mercato: sonorità più anni Ottanta e look più patinato, come dimostrano la pettinatura a schiaffo e i jeans attillati di Ricky Wilson (cantante). Non sono più il gruppo di “I Predict a Riot” e quasi mi sono sentita tradita.
Però qualche tempo fa, invece, ascoltando su radio XFM Manchester l’ultimo singolo estratto da quest’album, “Love’s not a Competition (but I’m Winning)”, mi sono ricreduta. Il pezzo, in realtà, è la classica ballata che gira attorno agli standard del modello inglese, ma ciò che mi ha colpito è stato il gusto agrodolce che riesce a lasciarti in bocca una volta finita. Forse sarà per la pioggia di note alla Cure o forse per il testo un po’ malinconico, ma il pezzo riesce a incollarsi al cervello, creando quasi dipendenza.

In realtà un pò tutto Yours Truly, Angry Mob ha la capacità di appiccicarsi nella testa di chi lo ascolta, grazie a pezzi molto orecchiabili, dai ritonelli facili e canticchiabili. Tipici esempi sono brani come “Ruby”, “The Angry Mob” (con coro da stadio finale), “Heat Dies Down” e “I Can Do It Without You”. Una miscela molto piacevole di pop, rock e tastiere (a volte troppo sintetiche) pervade l’intero prodotto, che diviene un insieme di vibrante energia, fin dal primo all’ultimo pezzo.

Forse è la recente penuria di novità interessanti a rendere questo lavoro più prezioso di quello che in realtà sarebbe; ma coi tempi che corrono trovare una band completa e capace di arrangiare una canzone dall’inizio alla fine non è cosa da poco. E devo ammettere che, anche in questo loro secondo album, i Kaiser Chiefs ci riescono a meraviglia!

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