Captain Sensibles

The Sensibles – s/t (autoprodotto, 2012)

Il senso di imbarazzo nel recensire dischi di persone che si conoscono è sempiterno e nemmeno dopo tanti anni di inchiostro e byte sprecati mi abbandona.
E’ così che affronto il singolo dei The Sensibles (con cui ho anche avuto modo di suonare live lo scorso autunno)… ma venendo io da un trucido background lavorativo (ormai dissolto nella storia) di fiction RAI e soap Mediaset, per fortuna trovo immediatamente le briglie dello schema drammaturgico del lieto fine… e tiro un sospirone di sollievo sentendo le quattro tracce di questo vinile in edizione limitata e numerata a mano.

I The Sensibles suonano un pop punk ad alto contenuto zuccherino, imbastardito con il power pop e ovviamente basato sul connubio tra melodia a briglia sciolta e la personalità più burbera di sezione ritmica e chitarre – chiaramente di ispirazione punk rock.
I riff sono semplici e fortunatamente non scontati (diciamolo: l’inventiva in questo genere latita, complice forse anche una certa limitatezza di confini entro cui muoversi… a ben pensarci l’unione di due entità come punk e pop, asfittiche a priori, non poteva che portare – dopo pochi anni – all’effetto aria viziata), i pezzi ben costruiti e poi c’è l’asso nella manica… ossia la voce di Stella.

Bravi, ineccepibilmente bravi. Anche per chi come me ormai non mastica più il genere da metà anni Novanta almeno (avrei dovuto mettere un disclaimer a inizio recensione: “Salve, sono Andrea e ho smesso col pop punk dal 1995”). E’ inutile che vi descriva ulteriormente il genere e i brani (anche se devo esprimere una preferenza personale per la traccia di chiusura “Dino”, saltellante e un po’ Sixties bubblegum): se vi piace questo tipo di punk rock avete già capito tutto e ve li consiglio anche.
Menzione speciale, invece, all’autoproduzione totale e alla grafica curata da Stella, che oltre a cantare è anche una brava artista e disegnatrice.

The Leeches, fat rock & more

leech1.jpgI Leeches sono una delle migliori band punk-rock della scena italiana, fama consolidata grazie ad una incessante attività live, che li ha portati a suonare in tutta la penisola. Li abbiamo intervistati proprio prima di un concerto, nonostante i tentativi di fuga di un paio di membri (Messicano e Freddy) e l’assenza di un altro (Mone), che hanno lasciato quasi per intero l’onere e l’onore di parlarci a Massi.

Per iniziare, per chi ancora non vi conoscesse, tracciamo una breve storia del gruppo. Chi siete, da dove venite, cosa fate.
MA: I Leeches si sono formati ormai ben 7 anni fa, all’inizio del 2002. All’inizio eravamo in tre: io (basso e voce), Messicano (chitarra) e Mone (batteria). Poi nel 2005 si è aggiunto Freddy. Venivamo tutti da precedenti esperienze, non eravamo giovanissimi; per esempio Mone aveva suonato in un sacco di gruppi hardcore di Como, come i Bocca Chiusa, iniziando già nei primi anni ’90; io e Messicano, più giovani, abbiamo iniziato intorno al ’95.
Da allora abbiamo fatto due dischi e due sette pollici. Tutto qui. Non abbiamo mai pensato di farlo diventare qualcosa in più, per dei semplici motivi di base: io non so cantare, suoniamo tutti, ma non a livelli eccelsi; in più sappiamo che il genere che abbiamo scelto impone dei limiti. Forse è questo il segreto per cui dopo 7 anni suoniamo ancora e speriamo di continuare ancora per molti altri

Un verso chiave della vostra produzione, contenuto in “Jesus Loves The Leeches”, è Fat Rock is my Religion. Come è nata in voi questa idea?
MA: Non è stata costruita a tavolino. All’inizio il gruppo doveva chiamarsi Three Little Pigs, perché eravamo tutti e tre sovrappeso, il Messicano più di tutti. Quindi fin da subito ci hanno identificato come un gruppo di ciccioni e ci è venuto naturale scherzarci su, anche come presa per il culo a tutti quei gruppi fighi, che pensano solo al look, che è proprio una cosa che non ci interessa. Quindi alla fin fine è uno scherzo, un gioco, anche se da una parte ci crediamo veramente.

Ultimamente avete esplorato anche mondi “diversi”, con concerti davanti ad un pubblico diverso da quello punk-rock a cui eravate abituati, per esempio la scorsa estate al Saphary Summer Fest e ultimamente al Magnolia. Come sono state quelle esperienze?
MA: È sicuramente una cosa diversa; a me personalmente non interessa conquistare quel pubblico, so che apprezza certe band, molto distanti da noi, con cui noi non c’entriamo niente. È comunque stimolante suonare davanti a gente che non ti conosce, non ti ha mai visto ed è in media più giovane; ormai la gente che viene ai concerti punk-rock ha 20-25, anche 30 anni (ed è una cosa abbastanza triste). In fin dei conti date di questo genere le vedo come una possibilità in più, non ci poniamo problemi a suonare al Magnolia e fare la data seguente in una gelateria.

ME: da un certo punto di vista è divertente, puoi tirare i Ciocorì o la birra in testa ai ragazzini senza alcun problema, anche se è certamente meno stimolante suonare rispetto ad altre date.

Restando invece in ambito punk, avete condiviso il palco con grandi band, per esempio Hard-Ons, i Methadones, la scorsa estate gli Adolescents, che sono sicuramente tra le vostre maggiori influenze. Com’è suonare con band di questo livello? Dà degli stimoli in più?
MA: non è che dà degli stimoli in più. Certo, quando ti dicono che suonerai con gli Adolescents o gli Hard-Ons pensi “è una figata”. In realtà, quando poi sei al concerto non ti riesci a godere né il tuo show né il loro: il tuo perché, per esempio con gli Adolescents, c’era un sacco di gente e quindi una certa tensione; il loro perché è subito dopo e non riesci a vederlo con lo spirito giusto. Detto questo, bisogna anche dire che parliamo di gruppi formati da gente veramente appassionata, e vederli ancora sul palco a quell’età è uno stimolo.

ME: quando ti trovi a suonare con un gruppo che hai ascoltato per anni da un certo punto di vista senti maggior responsabilità, sai che sono lì a vederti; non dico che fai il concerto solo in base a loro, ma senti comunque la loro presenza.

I vostri live sono sempre ad alto tasso adrenalinico, brucia tutto in mezz’ora o anche meno. Mai pensato di suonare di più?
MA: In qualche caso abbiamo suonato un po’ di più perché l’avevamo deciso prima ed abbiamo comunque fatto qualcosa di più tranquillo. Quella di suonare poco è una decisione che mi è venuta vedendo altri gruppi, spesso dopo 30-35 minuti mi ero già annoiato, magari suonavano anche un’ora, ma potevano dire tutto nella metà del tempo. Il problema può arrivare adesso, iniziamo ad avere tante canzoni; allora si cerca di diversificare, cambiare la scaletta di sera in sera, ma comunque suonare poco, dar tutto senza correre il rischio di annoiare la gente e anche tu che sei sul palco.

FR: come dice Massi, sia per chi ci vede la prima volta, sia per chi magari non ci conosce, dopo un po’ può arrivare la noia. Allora tanto meglio dare tutto in quella mezz’ora

leech2.jpgLe idee con cui Massi anima “R’n’r Reebok” sono spesso dei veri colpi di genio. Mi ricordo per esempio di un paio di laser disc distrutti l’anno scorso a Como. Non potevi venderli a qualche giapponese su e-bay?
MA: in quel caso il problema è che non ho internet. Per il resto, quando faccio “cose” col cibo lo porto prima, anche se non pianifico esattamente cosa fare, improvviso al momento. In altre occasioni, se non ho portato nulla, vado solo d’istinto. Mi piacerebbe approfondire ancor di più il discorso teatrale, anche se suonando il basso e cantando è difficile. Siamo tutti fan di Alice Cooper, specialmente io e Mone, e di altri gruppi che puntano sulla scena, intesa in senso positivo, non come qualcosa di eccessivamente preparato. Infatti cerchiamo di mantenere sempre una certa spontaneità, soprattutto per divertirci.

“Reign In Food” si apre con l’urlo di John Belushi in Animal House. Sul sito del Magnolia ti hanno definito come suo figlio illegittimo. Ti vedremo bere una bottiglia di Jack Daniel’s alla goccia in uno dei prossimi concerti?
MA: sul palco no, magari fuori. Certo, se mi vedrete farlo, vorrà dire che il giorno dopo starò malissimo. Non sono un rock’n’roll animal dal punto di vista alcolico, né di altre sostanze.

Prima parlavi del vostro amore per Alice Cooper. Il rock anni 70 in generale è nel vostro DNA?
MA: più che altro come ascolti, rispetto a quello che facciamo direi di no. Ascoltiamo tutti un sacco di musica. Di certo non si possono ascoltare per tutta la vita solo gli Adolescents o gli Screeching Weasel, che rimangono sempre dei grandissimi gruppi. Crescendo, arrivati quasi a 30 anni, è normale arrivare ad apprezzare cose differenti. Poi, forse indirettamente qualcosa ti rimane da tutto quello che ascolti, restando fermo il fatto che una volta scelto di affrontare un genere, non puoi buttarci dentro ogni cosa, col rischio di creare un pastrocchio.

FR: in realtà abbiamo comunque tutti gusti differenti, per esempio Mone è un fan degli Opeth e degli Slayer, che sono ben lontani da quello che suoniamo.

Dall’altro lato c’è anche una certa “iconoclastia” verso alcuni luoghi comuni del rock, che possono essere l’idolatria verso i morti, che affrontate in “Dead People Are Dead”, e la droga, per esempio il grido “more hamburger less cocaine” mi fa sempre venire in mente Tommy Lee dei Motley Crue…
MA: è lo stesso discorso che facevo rispetto a John Belushi. Certo, se hai voglia di drogarti, di bere, fatti tuoi. Però è una cosa che c’è dagli anni 50-60-70, ha un po’ rotto le palle. Poi bisogna dire che i luoghi comuni sono la morte di tutto: le palle otto, le fiamme, le macchine americane; ci sono tante altre cose di cui parlare. Per esempio nei testi mi piace occuparmi delle cose assurde o ridicole della vita.

Dischi in arrivo?
MA: Stiamo preparando i pezzi nuovi, ne abbiamo già 7-8 ed inizieremo a suonarli dal vivo. Li registreremo durante l’estate o l’autunno per poi fare uscire il disco a fine 2009-inizio 2010. L’idea di fondo sarà la stessa degli altri due dischi, cioè una raccolta dei pezzi che abbiamo fatto in un dato periodo, che possono essere più o meno ispirati, ma che hanno tutti la stessa dignità, escludendo forse solo quelli davvero brutti.

Cantù ha una scena fertilissima ultimamente. Come ve lo spiegate? Stanchi di essere conosciuti solo per il Cayenne del Ranzani?
ME: in realtà abbiamo tutti il Cayenne, siamo tutti dei paraculi, nient’altro che quello. Per accalappiarci le ragazzine faremmo di tutto, siamo una boy band ormai.

Finale stupido: a che piatto paragonate la vostra musica e voi stessi?
ME: la musica a una frittata con cipolle bella unta, me stesso a una pizza.

FR: direi una bella polenta con gorgonzola.

MA: io a una mozzarella di bufala, il gruppo alle polpettine svedesi dell’Ikea con salsa bianca e mirtilli.

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