Italia old school

gaz.jpgGaznevada – Mamma dammi la benza! (Shake, 2009)

Shake si sta scatenando e, dopo il libretto + cd dedicato agli Skiantos di qualche tempo fa, ora se ne esce con questo interessante manufatto. Un libretto di 68 pagine + un cd con il primo nastro dei bolognesi Gaznevada (e, per buona pesa, c’è anche il video di “Telepornovisione”) in ottima confezione tipo dvd digipack, al prezzo – né esoso, né regalato – di 16,90 euro.

E qui forse dovrei chiudere la recensione, tramutandola in becera segnalazione da rivistina di regime. Ma credo sia onesto articolare qualcosa in più. E allora entra in gioco il fattore personale.
Che è il seguente: io col punk italico e la sua prima incarnazione settantasettina (e dintorni: qui siamo nel 1979) non ho mai avuto un grosso rapporto. Anzi, proprio non sono mai riuscito ad appassionarmi.

Quindi anche di fronte a una testimonianza come questa, che gli studiosi del punk tricolore ameranno visceralmente, non sono in grado di emozionarmi come forse l’etichetta imporrebbe. Ramones + Sex Pistols + testi demenziali + urgenza arty alla bolognese… molto stimolante sulla carta. Già. Ma magari 30 anni fa, in Italia e a Bologna. Oppure anche ora, ma solo se hai il mito e la venerazione – cosa peraltro legittima e sacrosanta – per quel tipo di scena.

Ma vado subito al nocciolo più dlente, che è di sicuro un altro ancora. Il mio problema più grosso, in questo caso, è che Gaznevada poi è diventato sinonimo di QUESTO.

E il punto di partenza era, invece, QUESTO.

Certo, in un passo del libretto (bello, veramente bello questo) contenuto nella confezione uno dei membri della band afferma che dopo un paio d’anni per loro il punk era “passato” ed è stato naturale spostarsi verso altri lidi. Però quei lidi, ecco… con tutto il rispetto, io non li approvo. Più che lidi sono una deriva. E so che farò la parte del talebano – cosa di cui mi si accusa di sovente, negli ultimi tempi: sarà colpa della barba.

Un’operazione, quindi, interessante a livello documentaristico – e infatti non ho esitato un istante a procurarmi il cd+booklet alla prima occasione – ma non posso, a livello puramente personale, dire che i Gaznevada sono una band che mi colpisce e che segna l’apertura di nuovi orizzonti di scoperte musicali per il sottoscritto. Sarà che son troppo esterofilo, sarà che il punk italiano – perdonate la franchezza – raramente è stato davvero all’altezza delle proposte che arrivavano da oltremanica e da oltreoceano (soprattutto da oltreoceano, per quanto mi concerne).

Una buona fotografia dei primi vagiti punk (e se vogliamo di rock demenziale) italiani, ma non riesco a entusiasmarmi. Problema mio, sicuramente. Ma, ribadisco, il libretto me lo sono gustato con grande piacere.

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Soul food alla bolognese

The Tunas – We Cut Our Fingers In July (Tre Accordi, 2008)

Seconda prova sulla lunga distanza per i bolognesi Tunas e – signori miei – tanto di cappello. Visti dal vivo un annetto fa, non mi avevano certo steso: nonostante avessero fatto uno show divertente, mancavano di quel non so che che fa la differenza, il dritto che ti mette al tappeto. Ecco, il dritto che ti mette al tappeto è We Cut Our Fingers In July.

Melodie pop, ritmiche selvagge, canzoni devastanti in bilico tra garage punk e soul. Insomma, quel non so che di cui sopra è tutto in questo album registrato da Matt, voce e chitarra dei Mojomatics: la produzione di We Cut Our Fingers In July è infatti perfetta, tanto perfetta da suonare – come dire? – americana.

Bella la zuccherosa “You Know You Should” e altrettanto bella la sguaiatezza r ‘n’ b di “Night Bobbin’”. Se fate abitualmente scorpacciate di Stax e Motown, Nuggets e Back From The Grave, Rolling Stones e Seeds, i Tunas sono tutti vostri: mezz’ora scarsa di Sixties rock and roll con tanto di tributo finale a Stevie Wonder e Wilson Pickett. Al prossimo live la prova del nove.

Non tutte Le Strade portano a Roma

stradecd.jpgLe Strade – demo 2008

E’ stato difficile decidere come comportarmi in questo caso. Avrei voluto glissare e far finta di nulla, ma poi, visto l’entusiasmo di questi ragazzi ho avuto un rigurgito di paternalismo e ho pensato che magari si aspettavano di leggere qualcosa sul loro demo e quindi eccoci qua. Spero solo che non sia un errore di valutazione, ma male che vada sarà un memento per tutti.
Il punto è che Le Strade – stando a quanto scrivono nella loro bio – hanno ambizioni stellari, sono sicuri di sé in maniera quasi sconcertante, si pongono – insomma – in maniera palesemente sborona. Salvo poi inviare un cd-r masterizzato senza copertina e con una scritta a pennarello sopra, una bio scritta malamente a mano su un foglio di carta riciclata (ottima scelta quella della carta riciclata, ve ne rendo atto) e una foto stampata con una inkjet (la domanda è: cosa ce ne facciamo della vostra foto in formato A4 e stampata con il vostro pc? Bastava una mail con un allegato jpg).
Tutto questo in virtù di una frase della bio stessa che suona così (cito): “Mi è stato detto che quando invio materiale a riviste o radio devo lasciare una piccola bio, delle foto e cazzi vari… tutto fatto. Vi abbiamo pure messo la foto”. Ok. Parliamone.

Ragazzi… diciamo che “tutto fatto” è un po’ ottimistica come locuzione. Più che altro perché se vi ponete con la spocchia (scusate, ma è l’unico termine che mi viene in mente) che vi fa dire cose tipo “l’indie rock è diffusissimo in Italia ma nessuno lo fa come noi”, oppure “siamo un po’ pop, un po’ rock, un po’ indie, un po’ gay, cmq siamo un qualcosa che in Italia può cambiare le cose e siamo solo dei ragazzini” e ancora “in Italia portiamo un’innovazione, nessuno suona come noi”, poi non potete presentarvi in nessuna maniera che non sia almeno dignitosa. Altrimenti fate la figura dei ragazzetti esaltati… e non lo siete, vero?

Fatto il discorso attitudinale, passiamo alla musica. C’è poco da dire. A me il brit pop/indie fa abbastanza venire la pelle d’oca. Se poi è anche cantato in italiano proprio non mi piace. Ma è solo un discorso soggettivo. Per cui mi manterrò sull’oggettivo, dicendo che i ragazzi suonicchiano per bene e indubbiamente hanno assimilato tutti gli stilemi del genere. Il punto è che di rivoluzionario non ci vedo nulla e di cose che cambieranno la situazione in Italia ne vedo ancora meno. Questo è un demo di onesto brit pop, punto e basta.
Le Strade, nelle mani del giusto management e produttore, magari fra un po’ entreranno nel circuito più mainstream e potremmo trovarceli a Sanremo tra le nuove proposte senza problemi, visto il loro sound ruffiano, italiano e facilmente digeribile da tutti. Ma da qui a portare innovazioni, ecco… il passo è  esageratamente lungo.

Narcotici? Sì grazie

narcotics-cd.jpgThe Narcotics – All the Purple Pussies (Teen Sound, 2008)

Dischetto fresco fresco dalla romana Teen Sound/Misty Lane, recapitato per vie traverse al bunker di Black Milk. Che dire… il sottoscritto è partito piuttosto prevenuto (don’t ask) e invece, come nella migliore delle tradizioni, si è trovato ad ascoltarlo per due volte di fila, questo CD.
Garage e rock Sixties sono gli ingredienti fondamentali per la musica di questa formazione bolognese nata nel 2003 (se ho capito bene); poi i Narcotics ci tengono anche a precisare implicitamente, nel loro Myspace, che oltre ai vati ispiratori (Stones, Stooges, Sonics, Kinks, Fuzztones, Flamin’ Groovies, New York Dolls, Modern Lovers, Seeds, MC5, Eric Burdon, Lyres, Little Richard, Sly and the Family Stone, Fleshtones, Captain Beefheart, Roky Erickson, Big Star, Miracle Workers), per comporre si affidano alla chimica e alla farmaceutica. E chi siamo noi per biasimarli…

Passiamo al dischetto: superato l’impatto con una copertina anonima, ci troviamo di fronte a 10 brani da ascoltare d’un fiato, a modo loro omogenei e compatti, di garage rock (utilizziamo la definizione più generale e ampia possibile) come va fatto. Certo, nessuno inventa nulla qui, e in più di un’occasione si sente un riff che abbiamo già sentito in questo o in quel classicone del genere, ma chissenefrega.
Il rock’n’roll prevede anche abbondanza di citazioni, autocitazioni, reiterazioni, rippaggi e tributi più o meno dichiarati. E quando è fatto così alla maniera dei Narcotics – con i muscoli tirati, il ghigno storto, il sudore sulle tempie e la pressione a 300 – non conta nient’altro.

Bella anche la produzione, che si discosta dal cliché del low-fi e del wild a tutti i costi (che spesso si traduce in un semplice e crudo effetto cessofonia senza regola), optando per suoni più caldi, puliti e studiati, che si alternano a sfuriate di fuzz mai insensate.
Un buon dischetto, decisamente, per una band che non cambierà il corso della storia del rock e probabilmente venderà qualche centinaio di copie in tutto… ma che ci auguriamo continui dritta per la propria strada zozza, drogata, nera, perdente e improrogabilmente rock’n’roll.

Amen.

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