Kick out the gianduia, motherfuckers

Titor – Rock Is Back (INRI, 2012)

Torino e  suoi fantasmi, da quelli paranormali-esoterici a quelli del capitalismo postindustriale più orrorifico. La Motor City con i maghi e i medium. Da un posto del genere non poteva non scaturire un sound unico anche in ambito di musica underground; un suono che, nonostante il rotolare dei decenni, si perpetua mutando nella forma esterna, ma mantenendo una coerenza interiore e un filo rosso che permette di tracciare discendenze e parentele in maniera piuttosto inequivocabile. E da questa Detroit a dimensione di Gustavo Rol arrivano i Titor, usciti freschi freschi con un cd (dopo un ep)… e indovinate un po’? Esatto: sono intrisi di Torino sound, come piace a noi. Beccatevi questa recensione double, con cui diamo anche il benvenuto al nuovo pregiatissimo collaboratore Brundo.

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E’ un altro giorno por*o dio

[di mr Black Milk]

Il progetto Titor è imbevuto di torinesità, quella che ha reso peculiare la scena cittadina fin dagli anni Ottanta, pur essendo mille anni lontano – a livello di sound – dai fasti dell’hardcore sabaudo.
Nei Titor c’è il concept dei crononauti (la storia di John Titor è nota ormai da un decennio abbondante), c’è il post hardcore, c’è il rock anni Novanta, c’è la cupezza disperata e lucida delle band torinesi: diciamo che sono nipoti dei Nerorgasmo e dei primi Negazione come percezione del mondo, ma figli del rock moderno/alternativo/post grunge come personalità sonica.

Descriverli musicalmente non è semplicissimo, ma direi che una frullata violenta e sgraziata di Fugazi, Refused, At The Drive-In, Husker Du, AC/DC, Black Sabbath, Rage Against The Machine, Nerorgasmo, Black Flag, Soundgarden e Therapy? potrebbe portare un risultato del genere. Questa è roba che ti chiude la bocca dello stomaco con l’impatto e che – finalmente – utilizza l’italiano in un modo che mi ha colpito: per raccontare una storia intrigante, ma anche per sputare/sputarsi in faccia (in puro stile Luca Abort, io aggiungerei) frustrazione, rabbia e violenza; del resto alla voce troviamo un elemento  mica da poco, ossia Sabino Pace, ex Belli-Cosi, attualmente tastierista de I treni all’alba e agitatore musicale della Torino della fine dello scorso millennio.

Una bella uscita davvero, forse un po’ troppo compressa nella produzione – più zozzura rules! – ma tra gli album da sentire di sicuro in questo 2012. Altro che Padania

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L’inesorabile “MA”

[di Brundo]

Apro la mia collaborazione con Black Milk con una recensione non facile.
I Titor  vengono da Torino, città che negli ultimi 30 e passa anni ci ha regalato alcuni dei capitoli più belli del punk/hc, nell’accezione più ampia del termine, della storia musicale della nostra sfortunata Penisola.
I Titor non sono gli ultimi arrivati, si tratta di gente che suona dagli anni Novanta e ha militato in formazioni  significative. I Titor sono gente che possiede una certa maturità anagrafica e artistica, ascolti di qualità e la consapevolezza che ne deriva.
Tutto ciò si intuisce dai solchi (ahimè virtualmente immaginati dal mio povero cervelletto nostalgico) di questo lavoro che porta un titolo coraggioso, che suona come un manifesto programmatico in questa desolata attualità dominata da algidi disk jockey senza cuore e senza cervello: Rock Is Back.

Devo dire i quattro piemontesi la sventolano alta e fiera la bandiera del rock’n’roll. Sin dalle prime note i riferimenti sono chiari, chiudo gli occhi e riff di Greg-Ginniana memoria si fanno prepotentemente strada nelle mie orecchie, l’impatto è quello, l’ispirazione pure.
Proseguo con l’ascolto e mi trovo a fare inevitabilmente i conti con la provenienza regionale della band, mi sento prevedibile e scontato, quasi in colpa per questo mio macchiarmi del peccato di Facile accostamento, ma non posso fare a meno di pensare ai Kina e agli ultimi Negazione .
Mano a mano che mi immergo nella musica prendo coraggio e mi sento tentato di avventurarmi in terreni impervi e, camminando su di una sottilissima lastra di ghiaccio, scomodo nomi pericolosissimi. Lo sto per fare…  Nerorgasmo! Sì, con un pezzo come calvario non mi sento poi così sconveniente a fare certi paragoni, l’aria di disperazione, o meglio di non-speranza, che pervade tutto il pezzo, la voce, il testo, l’enfasi con cui è pronunciata la parola “Cristo!” nel ritornello “d’angoscia mi stringo / raccolgo dal basso le lacrime Cristo”.  Ecco leggete qui. Ho ragione io. I Neororgasmo ci sono! E anche gli Husker Du, tié.

Con tali premesse questo potrebbe essere il disco preferito di Brundo del 2012. MA…
Purtroppo c’è l’inesorabile “ma” che distrugge i miei sogni di bimbo che negli anni Ottanta c’è nato e che avrebbe tanto desiderato viverli con il chiodo e i jeans strappati, invece che da poppante in fasce.
Questo disco è stato suonato e soprattutto registrato in maniera impeccabile: i suoni sono potenti, limpidi, incisivi, ciccioni e qui sta il problema. La perfezione sonora del prodotto finale, l’eccessivo dilungarsi, talvolta, di certi pezzi e la minuziosa perizia tecnica portano le nove tracce verso lidi leggermente sbagliati, svuotandone un po’ la magia e l’energia che innegabilmente racchiudono. Tutto questo si unisce al fatto che, purtroppo, il mio orecchio è stato abituato a cose non piacevolissime quando associa certi suoni al cantato in italiano e rischia di portarmi alla mente nomi che è meglio non fare in questa sede. Ora, i Titor non c’entrano nulla con certe parolacce del rock italiano, ma, a causa della produzione massiccia di questo Rock Is Back, mi ci sono voluti un paio di ascolti prima di liberarmi di quella patina di diffidenza che si era venuta a creare.
Se questo disco fosse stato registrato un po’ più al cesso, un po’ più in fretta e forse arrangiato un po’ meno, sarebbe stato perfetto.
Ciò non toglie che nella frase “non ho trent’anni ancora / si fotte la mia vita a 500 all’ora” credo troverò conforto per molto tempo, proprio come la prima strofa di “Giorno” dei, guarda un po’, Nerorgasmo mi ha fatto da sveglia per numerosi anni.

Gods of Metal 2009, il ritorno dei Crue

blog1-motley-crue.jpgTornano in Italia i Motley Crue. Ebbene sì, i quattro cafoni californiani saranno gli head-liner del prossimo Gods of Metal, in programma il 27 e il 28 giugno allo stadio Brianteo di Monza. Così, dopo l’apparizione di un paio di anni fa, i Crue porteranno in Italì i pezzi del loro nuovo album Saints of Los Angeles e, cosa ben più importante, il loro tamarrissimo repertorio d’annata.

La città brianzola ri-accoglie il festival metal e questo ringrazia con due palchi principali, uno al fianco dell’altro: oltre ai Motley Crue, sabato si esibiranno gli Heaven & Hell ossia i Black Sabbath con Ronnie James Dio, il Riccardo Cocciante dell’heavy metal. Altre band in cartellone, in ordine sparso: Tesla, Epica e Voivod.

Domenica decisamente più classicheggiante: protagonisti indiscussi Dream Theater, poi Blind Guardian, Cynic e il maghetto Paul Gilbert – già chitarrista dei Mr. Big. Sull’altro palco – uno si chiama L Stage, l’altro R Stage – Slipknot, Carcass e Napalm Death per gli amanti delle sonorità più estreme.

Naturalmente, nel corso dei prossimi mesi spunteranno altri nomi che andranno a completare il cartellone del Gods of Metal 2009. Intanto, dal 13 febbraio – per dieci giorni – saranno in vendita biglietti a prezzo speciale: 30 euro al giorno, considerate le cifre in giro ultimamente, davvero conveniente.

Dopo di che, l’abbonamento per entrambe le giornate costerà 75 euro mentre chi volesse godersi un solo giorno dovrà sborsare 45 euro. Tutte le informazioni su www.liveinitaly.com – stay tuned for more heavy metal.

La parola all’uomo morto: intervista ai Dead Man

dm_highres3.jpgOrmai il nome degli svedesi Dead Man dovrebbe suonare familiare alle orecchie dei blackmilkers piu’ fedeli, anche grazie alle ottime recensioni ottenute dal loro ultimo album “Euphoria”. Un disco, quest’ultimo, ricchissimo di spunti, policromo, sospeso in una specie di Terra di Mezzo musicale, totalmente calato in un immaginario a cavallo fra i tardi Sixties e i primi Seventies. Allo stesso tempo, però, capace di suonare fresco e di attirare l’attenzione di chi – negli ultimi mesi – si è innamorato di gruppi che seguono la stesso sentiero come i Black Mountain. Quindi ci è parso giusto e naturale fare due chiacchiere con Joakim, che della formazione di Orebro è bassista e cantante.

Ciao Joakim e benvenuto su Black Milk; puoi presentarci i Dead Man attraverso una breve storia del gruppo?
Tutto è iniziato nel 2002. Johan (chitarra acustica), Kristoffer (chitarra elettrica) e Markus (batteria) cercavano un bassista così mi hanno contattato. Abbiamo iniziato a fare delle jam e scrivere un po’ di canzoni. Quello stesso anno abbiamo provato tantissimo e l’anno dopo abbiamo fatto il nostro primo concerto. Nel 2004 abbiamo registrato il nostro primo singolo Ship Ahoy. Da allora abbiamo inciso e pubblicato due album, entrambi su Crusher Records.

Siete un gruppo molto giovane, ma allo stesso tempo avete un’identità musicale molto forte. Avete avuto altre esperienze musicali importanti, prima dei Dead Man? Magari in altri generi?
Io e Markus durante gli anni Novanta abbiamo suonato nei Roadrunners; io ho suonato anche in vari gruppi garage e r’n’b come gli Strollers e gli Springtones. Prima dei Dead Man io e Kristoffer suonavamo insieme in una band che si chiamava Hookah, ma non suonavamo dal vivo, abbiamo registrato solo qualche demo durante le prove.
Kristoffer, durante gli anni Novanta, suonava nei Norrsken e prima di allora aveva militato in parecchie punk band. Johan, invece, ha sempre suonato musica folk svedese, da solo.

Il vostro nuovo disco, Euphoria, mostra molte influenze che vanno dai Sessatna ai Settanta, dai Jefferson Airplane ai Black Sabbath, passando attraverso i Pink Floyd e il folk: puoi parlarci un po’ dei vostri ascolti?
Mi piace sia la musica vecchia sia quella nuova, ma ascolto principalmente musica dei Sixtioes e Seventies. Il mio primo amore sono stati i Kiss e più tardi ho iniziato ad ascoltare i Beatles e gli Stones. In ogni modo, tutti amiamo la musica di quell’epoca e tutti collezioniamo i vinili.

Come scrivete di solito i vostri pezzi? Puoi parlarci del songwriting all’interno del gruppo?
Di regola scriviamo un po’ di pezzi ognuno per conto proprio e poi li arrangiamo insieme. A volte componiamo assieme e altre volte ancora partiamo da un riff o da una sequenza di accordi e ci facciamo delle jam. “Footsteps”, per esempio, e partita da un testo che aveva scritto Marcus, dopodiche’ io aggiunto la sequenza di accordi. Posso tirare a indovinare, ma non penso che abbiamo un vero metodo di scrittura dei nostri pezzi.

Dal primo album fino a ora il vostro suono sembra essere influenzato molto dalla forza della natura… qual è il vostro rapporto con essa?
Sia Kristoffer che Johan vengono dalla campagna, io stesso ho passato parecchio tempo nei boschi quando ero più giovane. Durante l’estate ci piace suonare e comporre all’aria aperta immersi nella natura. E’ un buon posto per rilassarci e, allo stesso tempo, la natura è fonte di grande ispirazione per noi. I colori della natura sono i colori che abbiamo dentro di noi.

dead-man3.jpgTornando a Euphoria, puoi dirci qualcosa della registrazioni? Siete felici del risultato raggiunto? Pensi che avete raggiunto il massimo a livello di potere espressivo?
Sono molto soddisfatto del risultato! Penso che sia differente dal nostro primo album. Il primo disco è stato registrato in una settimana, mentre per questo abbiamo avuto molto più tempo a disposizione. Allo stesso tempo sapevamo anche meglio come volevamo che fosse. Abbiamo registrato il nuovo disco nella nostra città Orebro in uno studio costruito da poco: il Buffallo Bongo.
Abbiamo avuto anche degli ospiti/amici che suonano su Euphoria: Anders e Mats. Anche questa è stata un’esperienza nuova per il gruppo. Rispondendo alla tua domanda, se raggiungessi il massimo a livello di capacità di espressione penso che smetterei di suonare e mi dedicherei a qualcos’ altro.

Parliamo di Orebro: è un buon posto per suonare e conoscere musicisti? Come influenza le vostre scelte musicali (sempre che lo faccia)?
Mi piace Orebro! Penso sia una bella città sotto molti punti di vista. L’unico problema è che non ci sono molto posti che offrono musica dal vivo. Ma ci sono un sacco di ottimi gruppi. Il fatto che Orebro non sia molto grande fa sì che più o meno ci si conosca tutti: io sono amico con buona parte della scena locale punk e hard rock.
Per nominarne giusto qualcuno: Graveyard, Winchester Widowmakers, Bland Bladen, Asteroid, Accidents, Kvoteringen, Troubled Horse, The Satans e I Witchcraft.

Puoi consigliare ai nostri lettori qualche album o artista che ultimamente ha attirato la tua attenzione?
Mi piace molto l’ultimo album di Tom Petty e anche quello dei Maharajas. Ma come ti ho già detto ascolto un sacco di vecchia musica come Captain Beefhart i Mascots, la Band e molti altri ancora…

Dove vedi il gruppo nei prossimi 12 mesi? Qualche piano in particolare?
Abbiamo un po’ di concerti in primavera qui in Scandinavia e un tour Europeo organizzato per settembre. Il nostro obbiettivo e di riuscire a suonare dal vivo il più possibile e scrivere e registrare del nuovo materiale.

Grazie Joakim è stato un piacere averti qui con noi, ti lascio questo spazio per dire quello che vuoi ai nostri lettori.
Grazie mille, spero di vedervi tutti presto. Venite a vedere la nostra pagina myspace per ascoltare la nostra musica e conoscerci meglio: www. myspace. com/deadmansweden.
Godetevi la vostra vita! Love, Joakim

Gonzo goes to Ozzy

solo_ozzy_300.jpgKen Paisli – Solo Ozzy (Chinasky, 2007)

Il vecchio Zio Lester (Bangs), con i suoi scritti irriverenti, anarchici e dissoluti ha rappresentato – in ambito di critica e giornalismo musicale – l’istigazione a delinquere per schiere di adolescenti brufolosi e repressi. Gente che evitando un certo suicidio (metaforico o tangibile) si è, invece, bruciata nella scrittura free form e senza rispetto per i vetusti mostri sacri del rock, perdendosi in polverose street ‘zine e riviste pornopunk di serie Z. Se è pur vero tutto questo, non è altresì vero che tutti possono scrivere di rock and roll.

Ken Paisli, autore di questo libricino su Ozzy-mangia-pipistrelli, è uno che si autocelebra sulle note di copertina definendosi testualmente “re del gonzo journalism”. Purtroppo scorrendo via via tutto il breviario compilato dal nostro surfista neozelandese con l’hobby del giornalismo sbilenco, al di là dell’ovvio e dei soliti tre aneddoti in croce del Madman (ha staccato la testa ad una colomba nel corso di una conferenza stampa, ha morso un pipistrello in pieno delirio live, ha pisciato su Fort Alamo sbronzo come al solito e incapace di intendere e volere), scopriamo che Solo Ozzy ci narra più di Paisli che di Osbourne.

Ma a noi che ce ne frega se il buon Paisli è ecologista o meno, se aspetta l’onda lunga, l’onda anomala o lo tsunami? Noi speravamo di leggere di musica, di Black Sabbath e del Madman solista… invece, sorpresa delle sorprese, l’uovo di pasqua di Ken è vuoto! Nessuna primizia per i fan del vecchio Mr. Crazy Train e anche le recensioni degli album sono liquidate in fretta e furia.

Lo stesso autore ammette di non essere un fan di Ozzy e aggiunge che a volte non sa proprio cosa dire di fronte ai lavori solisti del Folle di Birmingam. Unica determinazione che impera e ricorre in ogni fottuta recensione in questo libro, da Black Sabbath a Black Rain è: “lavoro onesto”.
Ma… che me ne frega dell’onestà di un disco? Qualcuno di voi compra i dischi per la loro etica? Vogliamo sapere la genesi di un album, l’odore che emana il vinile, le radiazioni che si sprigionano come ectoplasmi dalla copertina, miracoli inclusi!
No ragazzi, non ci siamo: che sia il vecchio Zio Lester a fregarci è un conto, ma che sia il signor Ken Paisli, “re del gonzo journalism”, è ben oltre la truffa. È un furto bello e buono.

Il ritorno dell’uomo morto

deadman1.jpgDead Man – Dead Man (Crusher, 2006 [2008])

In occasione dell’uscita del secondo album della band, la Crusher Records ha pensato di ristampare la prima fatica (in vinile bianco!) dei Dead Man. Una saggia mossa, dato che si tratta di un lavoro che ti fa rimanere a bocca aperta come un ragazzino di fronte alla nuova Playstation o come un pornofilo per la prima volta in un sexy shop. Certo, il nome della band è poco accattivante, di primo acchito, ma tant’è: quello che conta è il sound e – per dio – questi nordeuropei (svedesoni) ne hanno a pacchi di sound. A pacchi.
Cosa ci sarà nell’aria lassù? Non so dirvelo, fatto sta che la percentuale di band notevolissime che le lande dei fiordi e dintorni sfornano è davvero molto alta.
La parola d’ordine, come forse saprete, è Seventies. La controparola è psych. E il corollario è garage rock, con tocchi di folk rock, Stones-sound, un po’ di Seeds e 13th Floor Elevators.
Sognanti e duri al tempo stesso, per farsi venire voglia di vedere qualche culetto che si scuote ballando. E poi – subito dopo – pensare a dove si può reperire una mezza busta di roba.
C’è poco da dire: spaccano. Quanto successo avranno? Poco, pochissimo… in un certo senso è quasi meglio che gioiellini così restino misconosciuti. Ma non c’è pericolo, fortunatamente, se l’ondata Black Mountain e Warlocks si affievolirà in tempi brevi.
Fatelo vostro, non giocate alle amebe. L’etichetta, ripeto, è la Crusher Records: date un occhio al catalogo…

E preparatevi: a breve un’intervista ai Dead Man su Black Milk.

L’euforia dell’uomo morto

euphoria.jpgDead Man – Euphoria (Crusher, 2008)

Li avevamo lasciati nel 2006 con il loro debut album (omonimo): una vera stilettata al cuore, tanto era bello, sognante, ruvido e irrimediabilmente loser. Rieccoli, quindi, a circa due anni di distanza, con una nuova prova sulla lunga distanza, pronti a riconfermare e rafforzare ogni singola impressione positiva già data.

I Dead Man, svedesi doc (o quasi) spaccano. Perdonate il termine da supergiovane mancato, ma in effetti l’entusiasmo ogni tanto gioca brutti scherzi. Pensate a un mefistofelico e tentatore mix di primi Black Sabbath, Pink Floyd Barrett-era, i Jefferson Airplane più acidi e un tocco di garage psych in puro stile Nuggets.
I 50 minuti di Euphoria non perdonano, questo è poco ma sicuro… duri e puri stoner, malati di prog, freak del sound rock dei Seventies più baffuti e drogati, melomani a caccia di armonie tossiche: avete trovato uno dei vostri album dell’anno. Tutti gli altri si accomodino pure a ritirare il buono sconto per un bel cappelluccio da asino in cartapesta.

Grande band, grande album. E grazie alla Crusher Records, che in quanto a qualità ha decisamente un senso dell’olfatto molto sviluppato.

PS: l’album sarà in vendita dal 31 marzo. Fate voi…

David Tangye/Graham Wright – How Black Was Our Sabbath (Pan, 2005)

black-sab.jpgIl titolo e gli strilli sulla copertina promettono succosa ignoranza e lasciano presagire aneddoti da scambiarsi, la sera, di fronte a birre e Barbera superiore. Il fatto è che le promesse solitamente valgono quanto un centimetro di bava di lumaca… poi se sono fatte sulla copertina di un’edizione in brossura di una bio non autorizzata dei Black Sabbath, allora il valore della facenda precipita inesorabilmente.
Iniziamo col dire che questo libro dovrebbe (DOVREBBE) esere stato scritto da due roadie della band. Il condizionale è imperativo, perché è chiaro che i due suddetti presunti autori – in realtà – si sono limitati a rilasciare qualche dichiarazione, poi cucita da qualcuno armato di pazienza e nessuna verve rockettara.
Ci voleva un genio da impiegato dell’anagrafe ultrasettanenne, o da giornalista della seconda republica, per smorzare ogni minimo afflato di mitologia in una storia che ha per protagonisti Tony Iommi, Ozzy Osbourne e i Black Sabbath. E che cacchio!

Quello che stupisce e delude è, infatti, la mancanza di ignoranza e la piattezza della vicenda. Sembra una bio scritta da un editorialista de La Stampa in un giorno morto di metà agosto: dove sono gli eccessi, i casini, i disastri, le atmosfere mortifere?
Tutte occultate, come a volersi tutelare da strali e menate, data la natura non ufficiale del libro. Pararsi il culo è un un’arte e una necessità, ma se poi significa scrivere la storia dei Sabbath facendola diventare la biografia di una cover band di Serravalle Scrivia, allora c’è qualcosa di profondamente sbagliato.
Pollice verso. Da evitare, a meno che non lo troviate a 50 centesimi… allora val bene lo sforzo.

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