The Wild Brunch #8

L’estate si avvicina, il terrore avanza. E qui a casa Black Milk è tempo di grossi cambiamenti – non nel magazine, comunque. Quindi un bel brunch selvaggio è quello che ci vuole, anche se in formato mignon. Per chi non lo sapesse ancora, questa è  la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi di un certo spessore o a band che ci colpiscono in modo particolare (ovviamente tutto a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco, bel gruppo, in bocca al lupo”). E 1/2 è il mezzo punto, per chiarezza.
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

Si parte…

Black LipsArabian Mountain (V2, 2011, cd)
No, ma diciamolo che questo è un disco di garage rock sbiellato, mescolato dalla sapiente (?) mano del produttore di Amy Winehouse con una dose inquietante di orrido pop punk anni Novanta – anzi nauseabondo, più che orrido. Il risultato, per uno come me che già non era rimasto molto colpito dai dischi precedenti, è spiazzante al primo impatto e poi un solo po’ irritante. Un disco iperprodotto, arrangiatissimo e maniacale; e anche scialbetto. Perfetto per quel tipo di fighetteria un po’ lobo – quelli che leggono Vice, ma rigorosamente senza capirci un cazzo, per intenderci.
[Voto: 1+1/2 – Consigliato a: (de)relitti metroalternative, punk radical chic da aperitivo sushi]

Daisy ChainsA Story Has No Beginning Or End (Rocketman, 2011, cd)
Un buon rock, molto influenzato dal brit-pop anni Novanta e dalle sonorità albioniche della post-wave più poppettara di Smiths e codazzo di emuli più o meno geniali. Che dire… nonostante non sia decisamente il mio campo, trovo questo cd gradevole, adatto ad ascolti disimpegnati, magari durante un viaggetto in auto per buttare giù l’incazzatura della coda in tangenziale, in una mattina soleggiata. E’ tutto molto indie e britannico (nonostante la band sia italianissima), con riff mediamente orecchiabili e cori che a tratti ti tirano a unirti al singalong. Nulla di speciale, ma diciamo che se fossimo in Inghilterra nel 1992-93, NME probabilmente li avrebbe degnati di almeno un articolone incensante. La voce, forse, è il punto meno convincente, il piccolo grande neo che rende più anonimo un lavoro altrimenti quasi impeccabile – per quanto leccato, patinato e, per i miei gusti, troppo mainstream.
[Voto: 2 – Consigliato a: brit-popper fuori tempo massimo, anglofili senza freni, melomani con aspirazioni rock]

Il colore del buioKulturfilm (autoprodotto, cd)
Kulturfilm è musica d’autore per film d’autore ancora da sceneggiare. Sette tracce di isolate architetture sonore, prive di voce, vengono edificate da questo combo milanese di basso chitarra e batteria. Sette episodi separati, ma ricollegabili a un’unica costruzione di ampio respiro, un pellegrinaggio di sinestesie, musica e visioni che si minacciano vicendevolmente – e, qua e là, si rinviene anche qualche influenza stilistica, come il basso insistente di matrice Joy Division, i ricami a sei corde dark wave dei Cure e le atmosfere più pop dei Pink Floyd. La lama  a doppio taglio di lavori come questi è la materia sonora di cui sono composti. Essendo così volatili e imbevuti di caleidoscopiche visioni ed etere, basta un cambiamento d’umore dell’ascoltatore per mandare tutto a puttane – ad esempio ritrovarsi una multa sul cruscotto fa sì che questa soundtrack idilliaca si trasformi in una solfa insopportabile e il Colore del Buio ti accechi di rabbia. Ma, in fondo, conoscete una musica resistente anche alle contravvenzioni? (Recensione di Hugo Bandannas)
[Voto: 1+1/2 – Consigliato a: psiconauti metropolitani, sedati, post waver in confusione]

NebrusTwilight of Humanity (Autoprodotto, 2009, cd)
Così fedeli all’estetica e al culto del black metal da rischiare l’effetto parodia/parossismo, a quasi un ventennio dagli albori della malevola scena metal scandinava; ma queste otto tracce (compresa una cover di Burzum, “Black Spell of Destruction”) smentiscono la sensazione. L’italico duo Mortifero-Noctuaria ha metabolizzato la lezione della trinità demoniaca black – Burzum, Bathory, Mayhem – per assestarsi su un originalissimo connubio di derivazione dark doom (Mortiis) e thrash metal (Slayer-Sepultura). “I’m the Beast” è la summa di questo personalissimo sound, dall’incedere cadenzato, macilento e straziato: un riff di Mortifero è squarciato da un primordiale urlo di Noctuaria, che possiede la vocalità angosciata e terminale di una sepolta viva che emette grida lancinanti dall’oltretomba. A questo punto capirete bene che di parodistico c’è ben poco. C’è poco da ridere. (Recensione di Hugo Bandannas)
[Voto: 2 – Consigliato a: figli del Conte, nostalgici di Helvete, bruciachiese in quiescenza]

Lo sport fa bene?

Gli Sportivi – s/t (EP, autoproduzione, 2010)

In tutti questi anni un pochino di naso l’ho sviluppato. A volte prendo delle cantonate, ma più spesso c’azzecco. Ho scovato Gli Sportivi (duo veneto in giro dal 2008) su un portale di “roba italiana”, colpito dalla copertina del loro EP. Mi son detto: “questi fanno rock’n’roll. Cerchiamo di capire se è roba buona” (altro…)

Solo limoni per Ty Segall

cover-ty-segall.jpgTy Segall – Lemons (Goner, 2009)

Mi pare già di sentirlo il coro degli stronzetti: “un altro album lo-fi… ma dai!”. Ma qua – amici miei – non c’è alta, media o bassa fedeltà che tenga. Il secondo full length del folletto di San Francisco Ty Segall, che ha pazziato con le migliori nuove band della Bay Area (Traditional Fools, Party Fowl, Epsilons, ecc.), è una bomba. Una micidiale botta sui reni i cui effetti si fanno sentire piano piano, lasciando postumi devastanti.

Il malsano boogie “In Your Car” e ai disperati fantasmi punk che collassano gaudenti sulle note marce di “Johnny” sono tutto un programma. Un miracoloso antidoto per sbollire la frustrazione prima di andarsene in ferie.

Sentite poi cosa riesce a combinare il biondino con sola chitarra e voce in “Rusted Dust”: sembra di essere di fronte a Kurt Cobain bello in carne stretto da una improponibile camicia hawaiana su un isola sperduta dove si è ricostruito un’identità.

Detto per inciso, chi ama Black Lips e Jay Reatard è il caso si fiondi su questo disco dove il nostro, solo come un cane, nuota a grandi bracciate nella fanghiglia melmosa del garage-punk e della psichedelia acida dei ’60 uscendone bello come il sole. Persino sorridente, con in bocca un limone giallissimo e due grandi occhi da cerbiatto ferito che paiono fulminarti all’istante.

Quel gentleman di Jesse

cover-gentleman-jesse-his-men.jpgGentleman Jesse & His Men – s/t (Douchemaster, 2008)

Chi c’ha l’occhio fino, certi dischi li sgama dalla copertina. E questa che fa il verso a This Year’s Model di Elvis Costello non lascia alcun dubbio: si tratta di un album power pop. Per dirla tutta… un grande album power pop di una band nata da una costola dei Carbonas, punkrockers incalliti che menavano fendenti a destra e a manca. I gentiluomini vengono da Atlanta – lo stesso postaccio dei Black Lips – e s’intuisce sin dalla clamorosa doppietta iniziale “Highland Crawler” e “Black Hole” che hanno messo a frutto come meglio non si sarebbe potuto le ripetizioni di maestri del calibro di Paul Collins e Peter Case.

L’album è pervaso da una purezza sconvolgente, melodie cristalline e un tiro della madonna equamente distribuiti su tutti e 13 i pezzi che, tanto per dire, spazzano via in un secondo le paraculate dei “ballerini” Ok Go. Se non fosse una bestemmia questo disco sarebbe etichettato “pop rock”, ma di quello intelligente e cazzuto che in un mondo normale scalerebbe le classifiche a spron battuto. La scanzonata freschezza pop’n’roll di “All I Need Tonight (Is You)”, le chitarre paisley di “Butterfingers”, il passo soul di “I Get So Excited” e la ballata liquida “Sidewalks” potrebbero tranquillamente essere targate 1979, ma “trent’anni dopo” c’hanno ancora il potere di scrostare merda dalla superficie.
Scommetto che Gene Gnocchi ne andrebbe pazzo, ma forse lo è già.

Black Lips: ci sono o ci fanno?

blacklips.jpgBlack Lips – Good Bad Not Evil (Vice Records, 2007)

Mi avvicino per la prima volta a questa controversa band, dopo averne sentito parlare benissimo e malissimo. Arrivo perciò “candido” all’ascolto di questo album, che consta di 13 tracce molto diverse tra loro.
L’aspetto più delinquenziale del combo americano sembra sopito – mi sarei aspettato un incedere più deragliante da una band capace di live set così oltraggiosi – ma, tutto sommato, questo mi dispone meglio all’ascolto, più aderente ai miei canoni.

L’opener “Lean” è uno sboccato garage R&B che ricade in pieno nello schema del genere; “Katrina” (a parte la banale molestia di intitolare così una canzone a una ragazza che viene da New Orleans) ha un piglio più punk e sicuramente sarà uno dei singalong più gettonati dal vivo. “Veni Vidi Vici”, al contrario, è una specie di spin-off di “Fool’s Gold” degli Stone Roses, e vede i Black Lips alle prese con una brillante song ritmica, decisamente poco classificabile.

E’ proprio quando i Lips si allontanano dai territori facili (le garage punk song ai duecento all’ora) che dimostrano di saper cucinare per bene i loro ingredienti, mantenendo la loro “punta piccante”: “Navajo” e “Lock And Key” giocano col country e col blues screziandoli di allucinogeni e alcol di basso costo, mentre “Bad Kids” è una ballad ubriaca che nasconde un arrangiamento prezioso.
“Good Bad Not Evil” mostra il suo lato più Sixties verso la fine, dove i fantasmi dei 13th Floor Elevators e degli Electric Prunes infestano i sonni dei nostri pazzi giovanotti, che, nella loro infinita furbizia (“Off The Block”) fanno proprie alcune astuzie nascoste nei vari cofanetti della serie Nuggets.

Se i Black Lips “ci siano” o “ci facciano” non lo capiremo mai, forse perché presto ci saremo dimenticati di loro. Per ora godiamoci un bel dischetto divertente, che è già abbastanza…

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