The Romilar diaries

Lester_Bangs01Un altro pezzo riciclato dalla mia carriera – abortitissima – da giornalista musicale per una rivista cartacea. Per una serie di motivi non dipendenti dalla mia volontà le cose non sono mai andate nel migliore dei modi e alla fine ho scelto di mollare.
Questa volta si parla di Lester Bangs. Classico, forse banale. Ma intramontabile (altro…)

Tessuto cicatriziale a go-go

kiedis.jpgAnthony Kiedis e Larry Sloman – Scar Tissue (Mondadori, 435 pp.)

Scar Tissue è la confessione-outing di un tossicodipendente. Un’autobiografia riabilitativa e catartica per il protagonista  Anthony Kiedis, il popolarissimo frontman dei californiani Red Hot Chili Peppers.

In effetti, più che leggere le movimentate vicende dell’esistenza di Kiedis, si ha l’impressione di ascoltarlo mentre si racconta. E’ come se parlasse di squallidi e asettici centri di recupero sparsi per la California e il suo pubblico fosse composto da ex sballati e operatori interessati.

Il sogno americano di Anthony passa per la Los Angeles – decadente città del vizio e della morte – in cui prendono forma e muovono i primi passi i suoi RHCP, che da band cult per scoppiati freestyle e freak emergono, si gonfiano e deflagrano per arrivare all’apoteosi della californicazione suprema.

In tutto ciò si insinuano molte parentesi dolorose e vicende amare, (stra)fatte di una lunga lista di amici caduti per overdose – cominciando dal chitarrista della prima ora Hillel Slovak, passando per l’amico-attore River Phoenix.
E poi una lista altrettanto lunga di  disastrosi tentativi  di disintossicarsi fuggendo da quella L.A. protagonista assoluta delle liriche di Kiedis, “Under the Bridge” su tutte.

In Scar Tissue, oltre al fedele diario di bordo di una rockstar alla deriva, c’è l’ostinazione ad andare sempre e comunque avanti: sopravvivere a tutto, al caos familiare e dei tour, ai caduti per ero e crack, ai fallimenti, alle groupie da una botta e via, ai collassi psichici di Flea (l’amico che nonostante gli alti e bassi resta fedele nel tempo), alla sbornia post boom di Blood Sugar Sex Magik, alle esuberanze pirotecniche di Dave Navarro, ai tracolli commerciali di One Hot Minute.

Dee Dee Ramone parla italiano

blitzkr.jpgDee Dee Ramone & Veronica Kofman – Blitzkrieg Punk. Sopravivere ai Ramones (Agenzia X, 192 pp.)

E se fosse l’intera famiglia Ramone – a suo tempo – a essere sopravvissuta a Dee Dee, ai suoi exploit tossici, ai “giochi fatti” di siringhe e lame, tra la storica girlfriend Connie e gli inseparabili amici-nemici di buco Johnny Thunders e Stiv Bators?

Sta di fatto che Blitzkrieg Punk è un libro che stende.  Il sovradosaggio e l’intensità di una vita disperatamente on the road da raccontare mette al tappeto.

E’ difficile, in realtà, conciliare le multi personalità di Dee Dee – al secolo Douglas Glenn Colvin – e mettere insieme il puzzle schizoide. Una vera subterranean jungle, in cui troviamo il Dee Dee adolescente ribelle in Germania folgorato sulla via di Elvis e del rock’n’roll anni Cinquanta; il delinquentello del Queens, antesignana e ignara icona del punk a cui Sid Vicious deve praticamente tutto in fatto di iniziazione tossica ed attitudine on stage; e poi il Dee Dee drogatissimo, rinchiuso nel suo bunker privato del Chelsea Hotel, che sbanda barbone per i vicoli del Low East Side di New York solo per racimolare qualche spicciolo da investire in una dose.
Le personalità multiple di Dee Dee si riversano tutte come affluenti alcoolici nei fiumi e fumi catartici di questa autobiografia.
Il bassista dei Ramones è immortalato in mille immagini, poster di concerti, fanzine. La divisa è sempre impeccabile: jeans strappati, testa roteante (o meglio: rivolta all’indietro), caschetto alla Brian Jones, t-shirt bianca con qualche stronzata scritta sopra e basso ciondoloni poggiato sulle gambe. E’ lo stesso che si rimise in gioco, lasciata la sua Ramones-family, inventandosi di sana pianta Dee Dee King, un improbabile rapper bianco tatuato, sbiellato, con cappottone, medaglioni, occhialazzi e capelli zombie alla Lou Reed post elettroshock. Peccato che andasse poco oltre il look, in questa veste trendy.

La confessione di Dee Dee è una vicenda amara. Lui stesso intuisce l’epilogo, è consapevole che non ci sarà un lieto fine, ma piuttosto una end of the century definitiva, fatta di sfighe che non risparmieranno nessuno del giro Ramones. Neanche il padre padrone Johnny (Ramone) con il quale Dee Dee ebbe il rapporto più velenoso e conflittuale, ma proprio per questo onesto fino in fondo.

Caduti uno dopo l’altro sotto i colpi del punk rock, scorrono già i titolo di coda che ne fecero leggenda in tutto il mondo, mentre epica incede “The Good, the Bad and the Ugly”.

Hey ho, let’s go.

Brian Jones: estratto da Death by Misadventure

BJ copertinaE’ un po’ che ci lavoro, ora siamo agli sgoccioli. E cominciamo a fare un po’ di market(t)ing.

Se tutto va bene verso l’estare uscirà – per la mitica Tsunami Edizioni – il mio libro Brian Jones. Death by Misadventure (il titolo è ancora provvisorio e potrebbe cambiare).

Si tratta di una bio-crime-grafia dedicata alla morte del chitarrista degli Stones. (altro…)

Lou Reed negli occhi di Bockris

lou-reed-libro.jpgVictor Bockris – Transformer, la vita di Lou Reed (Arcana, 2007)

Victor Bockris  è una specie di Bruno Vespa del giornalismo musicale, un traffichino sardonico con le mani in pasta ovunque, uno che ne ha viste di tutti colori. In poche parole uno che rimesta nel fango più fangoso, riportando le mille e una trama – con tanto di complessi intrecci – legate a vicende e personaggi rock.

Detto ciò: chi è il più fangoso, intrigantemente contorto, poliedrico, multipersonality, refrattario come due lenti a specchio e transformer di un rocker come Ludwig van Reed?

Insomma, è come se due bombe a orologeria avessero un rendez vous sulla 5th Avenue e si trastullassero sciorinando tutto l’almanacco rock dalla A alla Z, a suon di elettroshock infantili agli  albori della controcultura americana, anni sprecati alla Syracuse University e l’incontro con il poeta-guru Delmore Schwartz. E poi  il fertilissimo periodo di Sua Maestà  Warhol nella sua onnivora macelleria di talenti (la Factory), i beatnik, il free jazz di Ornette Coleman, l’incontro con l’intellighenzia avanguardista di La Monte Young e del figliol prodigo gallese John Cale, i seminali Velvet Underground, il sadomasochismo con la sua musa Nico femme fatale, l’istrionismo drogato e narcisista di un Lou solista, gli anni bui e disperati di Berlin, il bisexualismo con il Duca Bianco (produttore del capolavoro Transformer), l’eroina, la pelle flaccida del rock and roll animal metà anni Settanta, la devianza psicotica ma commerciale di “Sally can’t Dance”, la schizofrenia rumorosa di Metal Machine Music, il mormorio continuo morboso e schizoide dei suoi genitori – una specie di guinzaglio celebrale male allacciato con cui Mr Reed dovrà sempre fare i conti. Ché in fin dei conti, secondo il Reed-pensiero, la sua famiglia ha i connotati nefasti (ma solo un po’ più borghesi) della Manson family.

Tutta questa insalatina russa – o meglio newyorkese, preferibilmente di Coney Island – inframmezzata da interviste al limite dell’ impossibili tra Lou e William Burroghs, lo sbeffeggio di critici e i musicisti del settore (esilarante e grottesco in tal senso il rapporto amore-odio con l’indimenticato Lester Bangs) e altri svariati aneddoti sadomaso, o le cattiverie verso colleghi celebri quali Jim Morrison o la stessa Nico. Avventure e disavventure amorose fino alla stabilità trans gender con la celebrale musicista Laurie Anderson e – infine – il Lou Reed rugoso, riflessivo, cameo-man di tanti film esistenzialisti e grotteschi come la sua vita ineffabile, fluttuante, transformer.

Forse coniare l’aggettivo “reediano” o “à la Lou Reed”  in ambito dell’antropologia/sociologia metropolitana non sarebbe così inappropriato, dato il personaggio che ha letteralmente ridisegnato le architetture mentali del rock and roll  e del modo di comportarsi  nei villaggi (possibilmente degradati e marginali) urbanizzati di questo pianeta.

Kurt sweet Kurt

heaven_bigcover.jpgCharles R. Cross – Heavier than Heaven  (Arcana, 2002)

Ho sempre avuto una tendenza innata ad accostarmi a certi personaggi nel momento sbagliato:  nessun master sul marketing mi farebbe cambiare idea sull’anti-revival. Insomma, io arrivo dopo i fuochi, dopo i fasti, le celebrazioni e i riflussi commemorativi. Ho approcciato con questa metodologia contro-natura gli Stooges, i Black Sabbath, i Doors  e la stessa sorte è toccata al grunge e al suo martire per eccellenza: Kurt Cobain.

Ci sono andato quasi sotto con Heavier than Heaven, la biografia del leader dei Nirvana scritta da Charles Cross: sorprendente, ti arriva dritta allo stomaco, come un sacco di farina per un celiaco.
Come tutti gli idioti necrofili del rock and roll anche io confesso, per paradosso, che se Mr. Cobain stesse ancora spargendo inquietudine e rumore fra noi probabilmente non avrei comprato il libro. Ero motivato dalla sottile curiosità di arrivare alla fine, fino in fondo alle manie, distorsioni, tossicità che hanno portato il  nostro rocker al nirvana, forse. Amen.

Cross si fa regista  e filma fatti, aneddoti, imprese e storie che i vicini di Kurt ci narrano. Si susseguono fatti legati alla sua disastrosa infanzia nelle vicinanze di Aberdeen, alle fughe, alle veglie sotto ai ponti e ai pasti low cost nell’ospedale locale, fino alla scalata artistica e maniacale, passando per il periodo d’infatuazione per le riottt girrrl a Olympia, la gastrite cronica e debilitante, avvertita come un male incurabile, la Sub Pop, poi il botto di Nevermind. Il tutto infarcito, nella miglior tradizione rock, da stralci di diario. E poi c’è la pazzia dell’ultimo entrato nella esclusiva cerchia del club 27 (tra gli altri Jim morrison, Hendrix, la Joplin: morti a 27 anni), e il tormentato rapporto alla Sid e Nancy tra lui e Courtney Love, leader delle Hole. Le burrascose interviste, gli outing in pubblico, i momenti di catalessi o di autoflagellazione sul palco.
Si finisce, per dovere di cronaca, con l’escalation di tentati suicidi mascherati da overdose di routine, copione visto e rivisto nel mondo bizarro del rock and roll.

Ebbene, senza neanche accorgermene, mi sono scodellato quasi 400 pagine come fossi in trance, sballottato tra metrò e autobus ignorando quel mondo performante che resta fuori dai finestrini, raped (tra il rapito e lo struprato) dal mondo di Kurt.
Sono arrivato allora al momento fatidico con naturalezza, come un fatto inevitabile, senza clamore, contraddizioni, dubbi o misteri. Cross lascia scorrere lente le ultime pagine. Fino alla fine. Che giunge puntuale.

Guns n’ Roses – La Verità

gunsnrosesbig.jpgKen Paisli – Guns n’Roses. The Truth (La verità) (ed. Chinaski)

A me i Guns n’ Roses non mancano per niente. Un paio d’anni fa ho visto Axl e quelli che lo supportano e sopportano in questa incredibile commedia intitolata Chinese Democracy, ed è stato uno spettacolo quasi commovente. Lui proprio non ce la faceva, ma ha dato tutto quel poco che poteva – un grande esercizio di generosità nei confronti dei fan rimasti fedeli. Che dire di uno che non canta “Don’t Cry” e lascia che di questa canzone, un hit-single-tormentone-strappamutande, se ne occupi il solo chitarrista, costretto a un’imbarazzante esecuzione strumentale? Non dico niente, appunto.

Poi ho visto i Velvet Revolver, ossia due Guns n’ Roses e mezzo (Slash e Duff, il mezzo è il batterista Matt Sorum) che hanno piazzato al posto di Axl Rose un valido esponente dell’inutilità tossica: Scott Weiland degli Stone Temple Pilots, che sembrava – e forse lo è tutt’ora – un bravo poseur rock and roll e nulla più. Il pubblico è impazzito quando hanno suonato “It’s so Easy”, sempre al Gods of Metal, se non sbaglio l’anno successivo al concertone di Axl Rose e quelli che ora vanno in giro, di tanto in tanto, come Guns n’ Roses.

Terzo paragrafo, diverso dai precedenti. Nel corso degli anni ho incontrato sia Gilby Clarke (che entrò nei Guns’n’ Roses dopo la dipartita di Izzy Stradlin) che quel simpatico disgraziato di Steven Adler, il vero batterista della band. Allora, il primo è un bravissimo ragazzo, anzi: un signore, e suona come dio – o chi per lui – comanda. Il secondo invece è un poveraccio, travolto, più che dal successo, dagli eccessi: la mascella spostata è un trofeo portato a casa dopo un contest “sesso, droga e rock and roll” vinto meritatamente.
Gli Adler’s Appetite erano patetici almeno quanto i nuovi Guns n’ Roses, eppure entrambi mi hanno divertito e, sinceramente, commosso. I Velvet Revolver no. Quindi, siccome della storia dei Guns n’ Roses post-rincoglionimento totale so poco (e francamente poco mi interessa, ma così è), ho deciso di acquistare la versione aggiornata di The Truth – La Verità, biografia scritta da tal Ken Paisli e pubblicata dalla Chinaski Edizioni (costa 12 euro). Bene, la prima copia che ho comprato mancava di svariate pagine, problemi di stampa credo: una volta sostituita, l’ho letta e…

Perbacco, inizialmente pensavo si trattasse di una traduzione zoppicante di un tizio che viene presentato come l’erede di Hunter S. Thompson. E, invece, questo libro è una gigantesca presa per il culo, grande quasi come Chinese Democracy, il disco dei Guns n’ Roses che aspettiamo da quindici anni: Ken Paisli non esiste (è lo pseudonimo di chissà quale aspirante Lester Bangs nostrano) e la biografia è brutta. Ma non me la sono presa per questo. Mi sono un po’ incazzato perché – da vecchio fan – ho un’immagine punk dei Guns n’Roses… e di questi Guns n’ Roses (e di un certo spirito) in nelle pagine di Paisli non c’è niente. Cosa puoi aspettarti da un lavoro solista di Izzy Stradlin? Nulla, solo una serie di canzoni in stile Ronnie Wood/Johnny Thunders.

Vabbè, lasciamo perdere il punk, magari è più indicato l’aggettivo sleazy, che è quello che i Guns n’ Roses effettivamente erano, ma The Spaghetti Incident è un divertissement brillante e, seppur non ami fare il precisino di turno (scrivo cazzate su cazzate quotidianamente) “Ain’t It Fun” – compresa nel sopracitato album di cover – non è una canzone di Iggy Pop, bensì dei Dead Boys: il fatto che, all’inizio degli anni Novanta, i Guns n’ Roses mettessero in fila pezzi di New York Dolls (“Human Being”), Iggy and the Stooges (“Raw Power”), Misfits (“Attitude”) e Dead Boys mi riempie ancora di gioia, sì.

Comunque, a parte gli sbrigativi capitoli introduttivi (davvero troppo sbrigativi per una biografia), questo The Truth qualcosa mi ha insegnato. Per esempio, non avevo la più pallida idea di chi fosse l’attuale bassista dei Guns n’ Roses (e notare che scrivo il nome del gruppo sempre per esteso, odio le abbreviazioni tipo i Guns, o i Religion, o gli Iron): al posto di Duff McKagan (uno che ha suonato con Veins, Fartz e Fastbacks) c’è Tommy Stinson dei Replacements. Poi non sapevo che nella premiata ditta Guns n’ Roses fosse stato coinvolto anche – nella seconda metà degli anni Novanta, in veste di produttore – il prezzemolino Moby, ovviamente scappato a gambe levate.

La cosa più interessante accaduta negli ultimi anni nel mondo Guns n’ Roses è stata l’uscita del disco degli Against Me, Reinventing Axl Rose, un titolo geniale, quasi quanto l’idea degli Offspring di pubblicare un album intitolato Chinese Democracy. Per concludere, a me capita di alzarmi la mattina e chiedermi – sì, a volte non ho nulla di meglio a cui pensare – cosa fa Axl Rose appena sveglio? Come passa le sue giornate? Ecco, vorrei che una biografia dei Guns n’ Roses rispondesse anche a queste domande, magari inventando di sana pianta le risposte.

PS: Axl Rose se la passa veramente male.

Lexicon Devil

lexicon-devil.jpgB. Mullen, D. Bolles & A. Parfrey – Lexicon Devil (Feral House, 2002)

Un volume da non trascurare. Qualcuno, a suo tempo, si sarà domandato che razza di libro fosse quello che in un paio di video dei Red Hot Chili Peppers veniva più volte mostrato e passato davanti alla telecamera. Risposta: era proprio questo. Ossia la biografia di una delle icone del punk americano, nonché uno dei testimonial della seconda ondata del “vivi veloce, sentiti una merda e muori giovane”.

Per me i Germs sono sempre stati un mezzo enigma. Comprai il loro LP (leggendo il libro scoprirete anche l’inghippo che sta dietro alla faccenda e saprete, finalmente, che (GI) non è il titolo, ma faceva parte del nome della band, almeno negli intenti iniziali) nel lontano 1985, quando era ormai vecchio di tre anni: una stampa di quelle italiane, su Expanded Music, senza inserto. Nella mia ignoranza di adolescente riuscii a farmi piacere solo un brano all’epoca; e per un bel po’ i Germs, nel mio database mentale, furono “quelli di Richie Dagger’s Crime”.
C’era qualcosa che mi sfuggiva in loro: erano contemporaneamente sgangherati e compatti… e quella voce, che tagliava dentro, ma dopo cinque o sei brani diventava un raglio fastidioso. Ebbene, sì: per parecchio tempo non sono riuscito ad ascoltare questo disco senza annoiarmi alla fine del lato A. Poi, verso i 20 anni, in pieno trip per le icone autodistruttive e autodistruggenti della storia del punk, rivalutai Darby Crash, in quanto paladino dell’eroina e del mal di vivere. Sul suo conto circolavano leggende tipo: “si è fatto un’overdose e ha scritto sul muro davanti a cui è morto ‘qui giace Darby Crash'”… immaginate che razza d’impatto potevano avere queste faccende da bohemienne a buon mercato su un ragazzotto di provincia e periferia come me.

In questo tomo – alla mia veneranda età – ho trovato tutto quello che avrei voluto sapere su Darby. E forse anche un po’ di più… perché quando un’icona ti viene sostanzialmente sezionata sotto agli occhi, un po’ perde la sua valenza sacrale.
Quello che resta, dopo la lettura di Lexicon Devil, è un senso appiccicoso di fastidio, un’ombra di cupezza. Per quasi 300 pagine si vivono gli anni Settanta di Los Angeles fatti di comunità Scientology, scuole alternative, famiglie disgregate, glam rock, punk nascente, droga, omosessualità repressa e vita borderline. Non certamente un libro all’insegna dello svago e della spensieratezza. Ma grande.

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