Union Carbide Productions story (parte 3)

Gli Union Carbide Productions sono stati una grandissima influenza. A un certo punto mi dissero che, visto che mi piacevano così tanto, avrei dovuto provare a sentire gli Stooges e gli MC5. Subito pensai che questi due gruppi erano un po’ scadenti rispetto agli UCP, ma poi ho capito.
(Dregen, Hellacopters)

Nella seconda parte della storia, avevamo lasciato gli Union Carbide Productions alle prese con il tour di supporto per Financially Dissatisfied, Philosophically Trying, a cavallo tra il 1989 e il 1990. Già nella primavera, però, iniziano le session serrate per tentare di assemblare un nuovo album; sembra che le idee non manchino e con un regime di quattro prove settimanali nel giro di poco tempo viene confezionato un lotto di brani inediti.

Psicodrammi a go-go

Nell’autunno del 1990 gli UCP, compatti e rodati dopo il lungo tour, entrano nello studio Music-A-Matic di Gothenburg per fissare i pezzi che costituirannno From Influence To Ignorance. Ma, ancora una volta, quello che superficialmente sembrerebbe un quadro piuttosto stabile, si rivela l’esatto opposto.
Ebbot: “Vari problemi di donne e di droga iniziarono a influenzare il nostro lavoro in studio. Non avevamo più energia, ed è per questo che il disco uscì molto più leggero dei precedenti”.
Secondo Ebbot e il batterista Henrik Rylander uno degli ostacoli più grandi è costituito dal chitarrista Patrick Caganis; Rylander commenta così, a questo proposito: “Patrick secondo me non stava bene all’epoca. Aveva dei casini con suo padre. Credo che mentalmente non stesse bene e andando in tour questo disagio esplose. Finì per mettersi a bere tantissimo – nel peggiore dei modi, quello distruttivo”.

In effetti anche Patrick, intervistato da Mike Stax nel 1998, descrive una situazione personale piuttosto disastrata: “Avevo conosciuto questa tipa nel 1990 e credo che i problemi della band siano iniziati proprio per via di questa storia. Nessuno di noi due aveva il coraggio di lasciare l’altro; credo che tutto derivasse dal fatto che eravamo molto simili. […] Litigavamo di continuo e lei aveva la tendenza a controllarmi in ogni momento, si presentava in studio a sorpresa mentre registravamo e cose del genere. Il modo che avevamo trovato per risolvere i nostri problemi era ignorarli – anzi, per dimenticarli uscivamo e andavamo a bere. Poi a volte lei arrivava ubriaca e voleva parlare con me, ma era un disastro. Io ero davvero dispiaciuto perché così non riuscivo a concentrarmi sulla musica e alla fine questa roba ha danneggiato il gruppo intero”.
Ian: “Aveva troppi problemi con questa ragazza. Erano sempre lì ad attaccarsi, quindi Patrick era perennemente di pessimo umore, in studio. A volte capitava di dirgli: ‘Perché non provi a fare così o cosà?’ e lui si incazzava, spegneva l’ampli e se ne andava”.

Il colpo di stato di Ebbot

Se Patrick Caganis è fragile e sull’orlo della crisi più nera, non bisogna dimenticare un elemento altrettanto importante per inquadrare il mood di From Influence To Ignorance, ovvero l’ascesa di Ebbot alla posizione di produttore e di ago della bilancia nelle scelte della band. Il cantante, in poche parole, prende il comando in studio: siede dietro al mixer con il produttore Michael Ilbert, pensa agli arrangiamenti, decide come e dove utilizzare effetti o trucchi.
Il risultato è un sound completamente inedito per gli UCP: tutti gli strumenti vengono registrati separatamente, viene sfruttata al massimo la tecnologia digitale disponibile e – in generale – ogni cosa suona più pulita, patinata… per alcuni fredda.
Henrik: “Ebbot produsse il disco insieme a questo tizio che si chiama Ilbert, ma non mi piacque la cosa. Il fatto è che Ilbert processò tutto con un computer e separò gli stumenti in maniera troppo netta… così il suono è meccanico e non ha il feeling dei primi due dischi”.

Dunque, il disco è un disastro? Nossignori. Niente di più falso. E’ un grande album di rock fortemente influenzato dai colossi dei Sixties e con un suono piuttosto moderno. Certo, non c’è più molto degli UCP selvaggi e fuori controllo degli esordi, ma qui si vola a un’altra quota, il gioco diventa più raffinato e ricercato.
Mike Stax paragona From Influence To Ignorance a Beggars Banquet e lo definisce un “capolavoro per gli anni Novanta”: e, in effetti, Ebbot e soci in questo frangente si rivelano molto stonesiani – soprattutto in episodi come “Be Myself Again”, una specie di “Gimme Shelter” di fine secolo.

Ma la paletta dei colori a disposizione degli UCP sembra essersi arricchita molto, per cui troviamo deliri acustici (“Can’t Slow Down”), richiami a groove jazzato (“Baritone Street”), i vecchi germi del rock detroitiano (“Got My Eyes On You”), cavalcate epiche dalle dinamiche cangianti (“Train Song” e “Coda”) e anche una ballata delicata, crepuscolare, ombrosa – tra Dylan, Hendrix e Arthur Lee… quella “Golden Age” che è destinata a diventare il brano più noto dell’intero album, nonché la cosa più vicina a un hit che la band abbia mai sfornato.
“Golden Age” è un pezzo la cui paternità è – stranamente – da attribuire in toto a Ian Person, che ricorda: “L’avevo composto prima di unirmi alla band e ci è voluto un bel po’ prima che gli altri accettassero di suonarlo, perché dicevano che era troppo soft. Pensavano che non c’entrasse con il resto, all’inizio, ma poi durante l’anno il nostro sound iniziò a cambiare, volevamo fare cose differenti – più anni Sessanta, direi. E’ così che ci lavorammo, Ebbot scrisse il testo e ne uscì una buona canzone”

Nonostante i problemi personali e le tensioni, quindi, il risultato è notevolissimo. Tanto che – a parte una generale insofferenza verso alcune scelte di mixaggio di Ebbot e Ilbert – tutti i membri della band si dicono soddisfatti del nuovo lavoro.
Nel frattempo, però, sul fronte più legato agli aspetti amministrativi, si sta consumando un classico dramma da record business: l’etichetta che fin dall’inizio ha patrocinato gli UCP, la Radium 226.05, è vittima di gravi problemi finanziari e a rischio di fallimento. Nell’aprile del 1991, quando From Influence To Ignorance viene ufficialmente pubblicato, qualcuno ha difficoltà a trovarlo nei negozi e – a dispetto di recensioni osannanti da parte della stampa internazionale – in Svezia la band stenta a essere presa sul serio dall’establishment.

Got live if you want it

Viene comunque organizzato un lungo tour a supporto del disco: per tutta l’estate e l’autunno del 1991 gli UCP suonano in Europa, soprattutto in Germania e nei Paesi scandinavi, ovvero le piazze in cui hanno raccolto maggiori frutti. L’inghilterra, invece, continua a essere ostile – come la regola vuole; infatti Henrik ricorda così una data al Marquee di Londra, del settembre 1991: “Prendemmo il traghetto dall’Olanda per l’Inghilterra. Suonammo al Marquee e fu un’esperienza pessima. Credo ci fossero al massimo 20 persone, tutte sedute; solo uno era in piedi, davanti al palco, e ci faceva il dito mandandoci affanculo. Fu un disastro. Ci pagarono 50 sterline in monete da uno”.
Anche Patrick ha un’immagine viva dell’esperienza londinese: “E’ un bellissimo ricordo fatto di lacrime, negatività, puzza d’aglio e chissà che altro. Quando arivammo a Londra eravamo esaltatissimi, tipo: ‘Cazzo! Suoniamo al Marquee! Grande!’. Credo fosse la terza sede che il Marquee ha avuto: era grande, una specie di cinema, coi soffitti alti e un impianto potente. Quando arrivammo al locale non vedemmo neppure un poster del concerto, così iniziammo a chiedere: ‘Ma non avete fatto pubblicità? Un po’ di manifesti, qualcosa?’. I tizi che erano lì ci guardarono e ci dissero: ‘Abbiamo messo un manifestino’. ‘Cosa!?’ fu la nostra risposta… i tizi erano davvero scazzati e ci dissero: ‘Dai, su, non l’avete visto? Abbiamo da fare, lasciateci in pace… comunque è là fuori, sulla porta’. Era una fotocopia in bianco e nero di un foglio scritto a mano, in caratteri minuscoli, che diceva ‘Stasera, Union Carbide Productions’. Ed era l’unica pubblicità che avevano fatto. Il tecnico del suono era una specie di hippie che ci disse: ‘Grandi! Avete dei Marshall e degli Ampeg! Sparate il volume al massimo, quando si riempirà di gente sarà una figata, potentissimo. Qui lo spazio è grande, si sentirà da dio’. […] Al momento di suonare ci saranno state 30 persone e ovviamente non si capiva nulla”.

E’ una vitaccia, nonostante tutto. Il disco piace, ma le vendite non garantiscono il passaggio al professionsimo e neppure i concerti riescono a fornire un’entrata sufficiente ai membri della band. Anzi, tutti i soldi finiscono in benzina, spese per la sopravvivenza e riparazioni al terribile furgone utilizzato per spostarsi, il White Whale.
Ian: “Tutti i soldi venivano risucchiati dal furgone. Avremo speso mezzo milione di corone in quel coso”.
Patrick: “Il bus si rompeva di continuo. Tutti i soldi che guadagnavamo finivano nel furgone. All’inizio era divertente, ma dopo essere stati in giro un po’ di anni a suonare e a girare ci rendemmo conto che non c’erano soldi per nessuno. Dovevamo combattere per sopravvivere. All’epoca non ci ho mai pensato, ma ora riesco a razionalizzarlo e dico che se non ci sono soldi, il divertimento se ne va. Alla fine di ogni tour eravamo tutti così stanchi che non avevamo voglia di vedere nessuno. Ci scappava la voglia di fare le prove. E poi dovevamo sempre trovarci dei lavoretti provvisori per tirare su qualche soldo”.

Segnali di dispersione

E’ proprio tra il 1990 e il 1991 che tra le file degli UCP inizia a serpeggiare – forse inconsciamente – un impulso alla fuga. Tanto per iniziare, la band al gran completo ogni tanto si concede il vizietto di cambiare nome per qualche concerto raccolto, a base di cover e classiconi del rock. Stiamo parlando dei San Francisco Boogie Band, ossia gli Union Carbide Productions sotto pseudonimo che si divertono coi pezzi di Stones, Beatles, Love, Kinks, Pink Floyd e MC5.

Ma non è tutto, in quanto Ebbot – alla fine del 1991 – dà vita a un progetto collaterale, un duo che si chiama Levity Ball.
Ebbot: “Sentivo di avere tanta energia creativa, tante canzoni nella testa, ma ogni volta mi sentivo dire: ‘No, questo pezzo non possiamo farlo, è troppo morbido’. Si nascondevano tutti dietro a questa maschera dell’underground, credo. Erano tutti spaventati e ripetevano: ‘Perché non facciamo come nel primo disco?’. […] Così iniziai a suonare roba acustica con un altro tizio che conoscevo. Erano cose molto vicine a Forever Changes, pezzi molto alla Love e Buffalo Springfield, cose più leggere. Facemmo qualche concerto, e suonavo anche io la chitarra. […] Mi ero stancato. Non succedeva niente di nuovo nella nostra band e litigavamo di continuo per stupidagigni, mentre io volevo solo essere creativo. […] Questo progetto fu l’inizio di quello che sono poi diventati i Soundtrack of Our Lives”.

Nel frattempo anche Ian Person, insieme all’ex UCP Bjorn Olsson, si dedica a un side project. Sono i Black Balloons, un gruppo pesantemente influenzato dai Rolling Stones, con un gusto marcato per gli arrangiamenti a base di fiati.
Ian: “Bjorn voleva tantissimo che Ebbot si unisse a noi. […] Poi mi diceva di continuo: ‘Ian, devi andartene da quel gruppo. Non è buono, fa schifo’. Lui sa essere un grande manipolatore quando vuole”.

Gli altri tre membri della band vivono questa situazione in maniera contrastata. Henrik e Jan pensano che delle valvole di sfogo siano utili, soprattutto perché così Ebbot può esprimere altrove la sua anima Sixties, che secondo loro c’entra poco con gli UCP.
Patrick, invece, dal suo aureo isolamento osserva con occhio scettico gli eventi, convinto che il gruppo dovrebbe essere come una relazione sentimentale: una faccenda basata sulla monogamia.
Patrick: “Io, da parte mia, pensavo: ‘Abbiamo una band. Portiamo nuove idee e qualunque cosa ne esca è ok’. Non ho mai pensato che avremmo sempre dovuto essere come nel primo disco o come nel secondo. Non l’ho mai messa in questi termini. Per me qualunque cosa facessimo in sala prove, se suonava bene, ci potevamo lavorare. Secondo me avremmo dovuto fare così”.

[Vai alla parte 4]

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Guide to Fire of Love

Half assed collectors’ guide to Fire of Love

Fire of Love, nel 1981, è come una granata lanciata nel refettorio di un asilo nido all’ora della merenda. Anche se qualcuno sul momento non si accorge della notizia, la cicatrice resta nell’immaginario comune; e infatti ancora oggi – a 27 anni di distanza – il fuoco dell’amore brucia e pizzica. Come tutte le cicatrici vere, sincere e meritate devono fare.
Non staremo a rivangare la solita storia, che ormai è di dominio pubblico dopo la campagna di rivalutazione di Pierce e della sua band degli ultimi 10 anni. Il come, dove, quando, perché e chi li avrete già letti diverse volte su Blow Up, su Rumore o in rete (o magari su interviste e articoli raccattati e raccolti nel corso degli anni sulla stampa straniera).
Quella parte non è un mistero, insomma, e i fatti sono noti. Certo, resta la curiosità di sentire altre campane e si attende da anni il famoso libro di Ward Dotson che potrebbe offrire una bella prospettiva inedita. Ma tant’è. Finché non lo pubblicherà, ci dovremo accontentare di ciò che già sappiamo.

Nel corso degli anni e – soprattutto – nelle fasi più acute della mia ossessione per la band (che considero ormai giunta a una fase di maturità che mi permette di godermela con un certo distacco e non con maniacale ansia) ho collezionato un discreto numero di dischi dei Gun Club, portafogli e decenza permettendo. Quello di cui ho più copie e che mi ha intrigato maggiormente a livello di varietà è proprio Fire of Love: qui, nei limiti di quella che non è certo una collezione completa, né da esposizione, mi piacerebbe fare un breve (e non definitivo, per carità) viaggio attraverso le diverse incarnazioni di questo disco in cui potreste imbattervi. Per comodità parleremo solo delle edizioni in vinile, bypassando cd e cassette.
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La prima e più classica stampa è quella statunitense su Slash/Ruby del 1981 (che vedete immortalata in alto, in tutto il suo magnifico splendore verde/viola). La riconoscete dal colore, dalla consistenza molto cartonosa della copertina e dalla label stampigliata in basso a destra sul retro. Notare l’assenza di codice a barre, che invece compare nelle stampe di pochi anni dopo. Interessante anche il centrino dorato con scritte rosse; pare che i primi esemplari del disco contenessero un foglio fotocopiato con il catalogo di merchandising della band (qualche T-shirt). Purtroppo la mia copia ne è sprovvvista.

Restiamo sempre negli USA, qualche anno dopo (qualcuno data intorno alla seconda metà degli anni Ottanta questa mostruosità): signori e signore, ecco a voi l’infamissima sawtooth cover di Fire of Love, quella coi denti di sega. Un oggettino poco reperibile, ma decisamente raccapricciante, sempre licenziato da Slash/Ruby, che tanto per non deludere nessuno cambia anche il retro dell’album:

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Come potete notare nella zona in alto a destra, sul retro, questa stampa porta il codice a barre (qualcuno ha idea se si possa risalire all’anno dal barcode?); è marchiata Slash/Ruby e ha la classica consistenza di alcuni dischi di metà anni Ottanta, cioè vinile più sottile e copertina patinata, ma già leggerina rispetto a quella “piombata” del 1981. Ne esiste anche una versione su cassetta, con la stessa straniante grafica.

Veniamo all’Italia. Qui da noi si occupava di diffondere il materiale Slash/Ruby la Expandedmusic di Bologna, fondata nel 1980 da Oderso Rubini. A questa label dovremmo baciare i calli ogni mattina per averci portato stampe abbordabili di robettina fondamentale che, altrimenti, avrebbe girato con difficoltà. Tanto per darvi un’idea, la Expanded fino al 1982 stampò, tra i tanti, Tuxedomoon, Throbbing Gristle, Clock DVA, Bauhaus, DNA, The Birthday Party, X, Germs, Chrome, The Decline of Western Civilization, Flesh Easters, Gun Club, Fear, Misfits e Lydia Lunch…
L’edizione tricolore a livello di grafica è fedele alla prima statunitense (a parte l’inserimento dell’indirizzo della Expanded); sul versante audio sembra leggermente più compressa e cupa, ma potrebbe essere colpa del vinile usurato (anche se due copie che si comportano nella stessa maniera fanno pensare che forse l’inghippo c’è). Interessante il fatto che ne esistono almeno due edizioni differenti; il particolare che le distingue è principalmente il centrino del vinile, come potete vedere. Uno è più sobrio, minimale e punk, l’altro più colorato, vagamente tecnologico e anni Ottanta.
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Dopo l’excursus a casa nostra, è d’obbligo volgere l’occhio verso i cugini d’oltralpe. Per quanto non abbia mai fatto follie per la Francia, non è possibile negare che in quanto a cultura rock ci hanno sempre dato la polvere e il bianco. E, infatti, tanto per restare in tema, dobbiamo andare a parlare della New Rose, forse una delle più importanti etichette a livello mondiale – negli anni Ottanta – e la più importante nel circuito europeo, se amate certe sonorità.
La New Rose ha sfornato, in particolare, due stampe viniliche molto ricercate di Fire of Love. La prima del 1982 ha la famigerata grey sleeve; la copertina è, quindi, stata completamente reinventata e ha questo aspetto:
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Questa stessa cover è stata utilizzata – virata in verde, però – per una ristampa provvidenziale uscita nell’aprile del 2000 su Last Call (evoluzione della New Rose); ma attenti: questa riedizione verdognola è uscita solo su CD! Memorizzate questa info e continuate a leggere: vi verrà utile.
Ecco come si presentano il centrino e il logo della label sul retro della stampa grey sleeve del 1982 (piuttosto rara peraltro):
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La seconda e succosissima versione New Rose di Fire of Love risale al 1987 ed è davvero una chicca per collezionisti. Si tratta di una declinazione gatefold della grey sleeve, tirata in sole 3000 copie (io ho la numero 59, tanto per cedere un istante alla vanità… e l’ho inseguita per anni!). Ma fermi lì, perché non è tutto. Il vinile è colorato, di un bel blu brillante, e il centrino è differente ripetto alla prima edizione made in France. Ecco come si presenta il tutto:
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Restiamo in Europa, ma attraversiamo la Manica. La Beggar’s Banquet, storica label inglese, si è presa la briga (probabilmente nella prima metà degli anni Ottanta, ma non è certo al 100%) di dare alle stampe una versione albionica di Fire of Love. Stiamo parlando della stampa a cui talvolta ci si riferisce chiamandola la yellow spot. Come potete vedere poco più sotto, infatti, il disegno di copertina è stato mantenuto fedele all’originale, ma i colori sono mutati: anziché verde e violetto, abbiamo praticamente un rosa e delle macchie di giallo intenso.
Ecco come si presenta la faccenda:
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Il centrino è completamente diverso dalle edizioni statunitensi e, come potete vedere, non c’è codice a barre. Quella specie di adesivo bianco che si nota vicino al logo Ruby (sul retrocopertina) è in realtà un barcode adesivo, piazzato probabilmente in un secondo tempo e ormai completamente sbiadito e illeggibile.
Ah sì: come si nota chiaramente dalla targhetta del prezzo, pagai questo dischetto 18 biglietti da mille intorno al 1993, in un negozio ormai chiuso malamente da anni (una delle tante storie di provincia su cui soprassediamo, questa volta).

Non dimentichiamo, poi, che esiste una stampa del 2003 uscita per la spagnola Munster: copertina riproducente l’originale e vinile da 220 grammi. Nonostante sia ancora reperibile non ho mai sentito il bisogno impellente di procurarmela, ma chissà… mai dire mai. Per chi fosse interessato, in questa edizione ispanica ci sono delle liner notes apositamente scritte da Lindsay Hutton (The Next Big Thing).

Terminiamo questo viaggetto con una versione che ha circolato per poco nei primi anni duemila, periodo in cui i Gun Club hanno cominciato a essere palesemente di moda e rivalutati; osservate bene:
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Eh sì. La foto con l’arancia tarocco era d’obbligo, essendo questo disco un vero e genuino taroccone totale. E, oltre a essere tarocco, è anche un pastrocchio: hanno utilizzato la copertina della ristampa su CD della Last Call, abbinandola al logo della Chrysalis (con cui i Gun Club hanno avuto un legame solo nel periodo Miami/Death Party/Las Vegas e che nulla c’entra con Fire of Love). Si tratta, quindi, di un bootlegaccio (che non suona terribilmente male, a onor del vero, ma non è identico al vinile originale: probabilmente è stato masterizzato e riequalizzato partendo dal CD Last Call)… non fatevi fregare.

[tutte le foto dei dischi in questo articolo sono di Ginevra]

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