Il fantasma di Jeffrey Lee Pierce tra Tenerife, Berlino e Parigi

Dallas Kincaid & Evilmrsod – Subterranean Power Strain (autoprodotto, 2011)

Non so come mi abbiano trovato, ma porca puttana la miseria, meno male che l’hanno fatto. Non mi farò altre domande, perché qui c’è davvero roba che scotta e ve ne devo parlare.

C’è questo Evilmrsod, che si chiama Pablo Rodríguez, è di Santa Cruz de Tenerife, ma ora vive a Berlino. Lui – dopo essere stato in una rock’n’roll band di Tenerife – si è dato al blues/folk/rock acustico con risultati apprezzabili e apprezzati. Un giorno Evilmrsod, su Internet, conosce il rocker francese Dallas Kincaid, influenzato da gente tipo Jon Spencer, Cramps, Dogs, Ramones, Stones, Nick Cave, Jeffrey Lee Pierce, Hank Williams the third, Johnny Cash e Iggy Pop. E da qui nasce una bizzarra collaborazione. Bizzarra sulla carta, perché il risultato – ossia questo Subterranean Power Strain – è una bomba. Da godere senza remissione.

Le influenze sono chiare e pescano nel calderone del rock’n’roll malato, del punk blueseggiante, del blues punkizzato, del rock gotico western, ma anche del folk rock più decadente e oscuro. Con qualche tocco più melodico a offrire brevi boccate d’ossigeno.
Gli addendi, come potete vedere e sentire, sono semplici e noti, ma il risultato è stupefacente: musica di quella che ti entra nelle ossa e ti fa ricordare, anche solo per qualche istante preziosissimo, cosa hai provato al primo ascolto dei Gun Club, tanto per dirne una. O dei Cramps.

Menzione speciale per la voce spettacolare, che in più di un momento evoca il fantasma di Jeffrey Lee Pierce, facendoci credere per qualche istante che sia ancora vivo e vegeto e stia incidendo ancora ottima musica.

Uno dei dischi dell’anno, per quanto mi concerne.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25211158 SheryLynn by evilmrsod

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25201448 Pure by evilmrsod

Annunci

La progenie bastarda di La Muerte

The Headbangers – More Hate Songs (autoprodotto, 2011)

La Toscana colpisce ancora. E a scaricarci addosso otto brani di rock’n’roll lercio sono questi figli bastardi del loro mentore Dome La Muerte, ossia i The Headbangers (di cui abbiamo recensito uno split proprio con i Diggers di Dome).

Il nome di questa band è talmente semplice e candido da essere geniale; sicuramente da fine anni Settanta a oggi ci saranno state altre venti formazioni – almeno – con la medesima ragione sociale, che fa molto NWOBHM o Motorhead sound. Insomma, un nome che crea aspettative… e la band non le disattende.
Questi ragazzi si muovono su coordinate variegate, ma ben distinguibili: c’è il protopunk, c’è un pizzico di garage rock, c’è la lezione protohardcore dei primi Black Flag e devianti contemporanei, c’è la puzza sulfurea degli stivali di Lemmy e compari, c’è l’ingenuità taurina dei gruppi più sconosciuti della NWOBHM (quelli che suonavano punk senza saperlo in pratica). Insomma, non si tira fiato facilmente ascoltando More Hate Songs, ma si gode parecchio, perché questa è la musica dei giusti, la musica di quelli che ci buttano l’anima e se ne fottono del resto. A costo di rompersi le corna contro a un muro.

Se proprio devo trovare un difetto, avrei preferito un’uscita su vinile, che avrebbe donato un calore più pulsante al tutto. E la copertina ricorda più un artwork degli Screeching Weasel…

Detto questo: avanti Headbangers, c’è bisogno di voi.

Il cd è distribuito Area Pirata: garanzia anche per i più scettici. Gente di poca fede.

Mondo cane

Sick Dogs – Non mi piaci più (autoprodotto, 2011)

Ebbene, si è parlato dei Sick Dogs di Vito & compari lo scorso febbraio, per recensire Lavoro – dove è inclusa la hit epocale “La tua vita non vale un cazzo”.

Ora la gang di punk e teppisti vigevanesi torna con un 7″ in vinile (quattro brani: “Non mi piaci più”, “Ci sto dentro”, “Fottiti tu e il tuo hummer”, “Grande fratello”) intitolato Non mi piaci più e ribadisce tutto quanto già noto sul conto dei Sick Dogs. Questo è PUNK ROCK di quello sanguigno e sanguinario, cafone ma non scemo, duro e melodico.

Nessuna raffinatezza, ma molta anima… l’urgenza è quella di comunicare rabbia repressa, insofferenza verso le costrizioni di lavoro/società/regole assurde e il modo scelto ha il sound di un punk cristallino, diciamo da seconda ondata post ’77, impossibile da non capire e contagioso.

Nei brani dei Sick Dogs ci sono tanto gli UK Subs, quanto gli Slaughter & The Dogs, così come i primissimi GBH, gli Exploited, un pizzico di Dead Boys, un filo di Ramones, un po’ di Adverts e – perché no – anche un bicchierino di Sham 69.
In media l’impressione è che la band, almeno in questi quattro pezzi, spinga più sul versante albionico del punk, quindi abbracci un’ispirazione più inglese che non statunitense. Il che non è affatto un male, visto anche che il risultato finale è talmente vero e sincero da tacitare sul nascere ogni eventuale perplessità.

Certo, questa volta si sente la mancanza di una bomba sonica/filosofica come “La tua vita non vale un cazzo”, ma non si può avere tutto dalla vita. E, soprattutto, questo è un signor singolo – indipendentemente dai confronti con quanto fatto prima dalla band.

I Sick Dogs sono incazzati, Vito dà voce e immagine alla loro incazzatura e la loro musica è fatta per arrivare dritta a toccare certe corde. Se poi queste corde non le avete, allora è un problema vostro.

[Ovviamente il consiglio vivissimo è di procurarvi il 7″, ma se proprio non potete fare a meno degli mp3, potete scaricare i brani del singolo – gratis e legalmente – su Jamendo, nell’account dei Sick Dogs]

Aggiungi un posto a tavola che c’è uno zombie in più

Magnolia Caboose Babyshit – Misocynic (autoprodotto, 2011)

Doh. Potrei iniziare con un complimenti per il nome, visto che è uno di quelli che non si vedono molto spesso (grabbato ai Mudhoney che con questo titolo coverizzarono un brano dei Blue Cheer). Ma sarebbe un po’ poco, francamente… e infatti – per fortuna – la faccenda è più interessante.

Dieci brani, poco meno di mezz’ora totale, per un cd autoprodotto di sano voodoo punk, rockabilly e horror punk garagioso (tipo primissimi Misfits, pre-Walk Among Us). Il primo brano lascia immediatamente il segno e setta il mood del disco: echeggia fortemente di Gun Club, ma con un cantato a tratti baritonale (molto) vagamente alla Danzig. Io quando sento odore di Gun Club drizzo orecchie, peli della schiena e tutto il resto. E infatti questi quattro Magnolia Caboose Babyshit from Recanati non deludono per nulla.

Certo, poi ci sono anche influenze più punkettone e rockettare in gioco, compresa una bella dose di rock australiano, ma il binario comune su cui la band si muove è – appunto – il punk intriso di atmosfere esoteriche stile rituale haitiano, tra guizzi blueseggianti stravolti, riverberi appiccicosi e tempi a tratti stomp. La voce, peculiare e sempre molto effettata, acuisce l’atmosfera da horror della Hammer, quasi fosse quella di un narratore intossicato e infido che ci vuol portare dentro alle sue storie, per non lasciarci mai più andare.

E si viaggia così fino alla traccia numero cinque (“Women I Know”), che riesce a dare una virata inaspettata al tutto: un brano neogarage psichedelico e molto folk rock (diciamo roba alla Peter Sellers & The Hollywood Party, per darvi un’idea). Sia ben chiaro, non è un male, anzi… il pezzo ha un riff evergreen che dopo il primo giro t’ha già agganciato all’amo e ti fa stare lì a ciondolare mentre la musica và.
Chiusa la parentesi più intimista si torna all’aria sulfurea e alle atmosfere torride già descritte, tanto per non sbagliare.

Bel disco davvero e bel gruppo, a testimonianza – ancora una volta – che il garage rock in Italia mai è morto o declinato. Forse s’è solo un po’ nascosto, ma è vivo e vegeto.
Unico appunto: forse dieci brani tutti d’un fiato verso la fine si accusano… ma è una problematica che tutti noi che ascoltiamo e suoniamo questa roba conosciamo bene. Fa parte del gioco.
E ricordate, come dicono i Magnolia Caboose Basbyshit, che “chi va a letto prima di mezzanotte è un mascalzone”.

Beatbreakers at dawn

The Beatbreakers – Night’s Shamans (autorprodotto, 2011)

Credo siano milanesi o giù di lì, questi The Beatbreakers, il cui demo/promo mi è giunto dopo varie peripezie legate al caro vecchio sistema delle consegne a mano tramite amici comuni. Ma oltre a questo, posso dirvi con una certa soddisfazione che mi sono piaciuti parecchio e mi hanno sorpreso. E’ vero che non frequento più molto le serate e il giro dei concerti, quindi non sono mai aggiornato su ciò che succede qui intorno… però vedo che nella Merdopoli ci sono buone cose che si muovono e i Beatbreakers sono senza alcun dubbio tra queste.

La band propone quattro brani di garage fuzz perverso, oscuro, acido e bastardo – con qualche striatura rockabilly, che male non fa mai. Mi hanno ricordato un frullatone tossicissimo di Count Five, Cramps, 13th Floor Elevators e Meteors – se mai una cosa del genere può avere senso compiuto.
E’ un sound vizioso, che spadroneggia disinvolto tra atmosfere soffocanti, tarantolate, e momenti che costruiscono una tensione hollywoodiana, da thrillerone in odor di Oscar. In poche parole garage rock come Pazuzu comanda.

Menzione speciale per la traccia quattro (“Alien”): colpisce e lascia il segno su tutte; una lunga cavalcata garage, fuzz, psych tra San Francisco e Los Angeles. Sfuriate solforiche e brandelli dilatati che si alternano, in un crescendo allucinatorio da trip notturno in solitaria.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F15784660&show_comments=false&auto_play=false&color=0044ff Alien by The Beatbreakers.

Ritorno senza ritorno

Impossibili – Senza ritorno (Autoprodotto, 2011)

Sono in giro da parecchio, gli Impossibili. Questo se non sbaglio dovrebbe essere il sesto album di una carriera iniziata verso la metà degli anni Novanta; autoprodotto, come scrivono orgogliosamente nel retrocopertina del cd. La formazione è quella del precedente Alcool e furore di tre anni fa, ovvero Araya-Klaus-Danu con l’aggiunta di tale Matteo (il cognome non è dato saperlo).

C’è poco da dire sul sound dei nostri: punk rock melodico quasi sempre a 100 all’ora, in pieno stile  Derozer, Rappresaglia e affini: musica che in tasca tiene ben stretta la sacra triade Ramones-Queers-Screaching Weasel. È un genere, questo, che nel nostro Paese riscosse un certo seguito nei circuiti alternativi proprio nel periodo in cui gli Impossibili muovevano i primi passi: oltre ai già citati Derozer, ricordo che in quegli anni gente come Gambe Di Burro, Monelli (tra l’altro di nuovo in pista) e gli orribili Punkreas se la suonavano abbastanza allegramente; non sono mai stato un grande amante del genere, devo ammetterlo: agli imitatori italiani ho sempre ovviamente preferito di gran lunga i capostipiti stranieri (i fratellini Ramone due-tre spanne sopra tutti, ma anche le checche non erano malaccio, soprattutto Love Songs For The Retarded lo ascolto con piacere ancora oggi) e poi in quel periodo ero troppo infognato – lo sono ancora – con il garage punk di Crypt e SFTRI.

Comunque, tutto questo preambolo per dire che mi sono avvicinato al disco con tutti i preconcetti del caso: devo dire, dopo averlo ascoltato per benino 3-4 volte, che non sarà un capolavoro, ma è un album divertente, fatto con sudore e palle da gente che a questo punto della carriera (e considerato come gira il mercato oggi) se sta ancora in giro e perché crede in quello che fa; per come la vedo io, ciò può essere abbastanza per benedirli se siete estimatori di questo genere. E poi i ritornelli zuccherosi di “Alice”, “Laura” e “Milano”, sparati in macchina al giusto volume fanno la loro porca figura (un paio di volte ho tirato pure fuori il dito indice dal finestrino); anche l’attacco feroce in stile DOA e il testo militante di “No Nazi” si fanno apprezzare, così come i cambi di tempo nella buona “Paura Di Reagire”.
L’unica cosa che proprio non gli perdono è la cover, molto prescindibile, di “Voglio Vederti Danzare” di Battiato. Peccato veniale di un disco che farà pogare parecchi ragazzi, poco ma sicuro.

Beware the Doggs

The Doggs – Black Love (autoprodotto, 2011)

Milano, la merdopoli – come la chiamo io da quando ci sono capitato – è buffa per certi aspetti. A parte le puttanate da copy-creativi-managerini tipo gli aperitivi a 8 euro e gli “eventi”, c’è un sottobosco vivo, anche se meno visibile rispetto a 15-20 anni orsono. Il punto è che questo sottobosco è quasi sfuggente. E le volte che te lo trovi sottomano, ti senti un po’ a disagio a entrarci in contatto. Questo per spiegare come, nonostante i Doggs siano già stati recensiti su Black Milk, nonostante li abbia visti dal vivo un paio di volte (l’ultima unplugged al Record Store Day), nonostante si abbiano non poche conoscenze in comune, non ci siamo mai  parlati e questo cd-ep è arrivato per posta.

Detto questo, passiamo al dischetto. Che è notevole davvero: il tiro – rispetto al predecessore – cambia sensibilmente, andando a lambire territori più oscuri, velvettiani-loureediani a tratti, forse anche doorsiani; il tutto senza dimenticare ovviamente la lezione dei numi tutelari, ossia gli Stooges.
I suoni sono più grezzi e appropriati rispetto al debutto – e questo non può che far bene a una band del genere – ma il songwriting si è fatto più maligno, vizioso e perverso, abbandonando anche la più minima traccia di sperimentazione alla Morphine che in precedenza si ravvisava. Questo è rock’n’roll nero, ombroso, tossico, miasmatico, che puzza di New York e di vicoli con le pareti intrise di sangue marcio; se presti attenzione, nella quarta traccia (“Life Kills”) ti sembrerà di sentire il rumore delle siringhe che si spezzano sotto agli anfibi mentre ci cammini sopra – e quel wah-wah piazzato lì senza troppi timori è un omaggio doveroso al compianto Ron Asheton.

A chiosa e chiusura di tutto ciò, una cover di “Venus in Furs”, che è decisamente la chiave di lettura dei Doggs targati 2011, entrati senza dubbio in una fase nuova – ma non per questo meno interessante e lacerante.
Unico appunto: la copertina, un po’ da glam band anni Ottanta (le mutandine rosse di rete, con tanto di figa vedo-non-vedo, fanno davvero metallaro cotonato arrapato…).

Giù le mani… carogna

Le Carogne – s/t (autoprodotto, 2010)

I liguri Le Carogne hanno incrociato la strada di Black Milk in occasione della recensione della compilation La Mano. In quell’occasione scrivevo di loro: “intrigano – ma per non più di un minutino, poi diventano piuttosto molesti, almeno per il sottoscritto – con un garage gravemente meticciato con il rock sperimentale, cantato in italiano”.

Questo cd gentilmente inviato dalle suddette Carogne, conferma al 100% la prima impressione, aggiungendo un tocco di trash, di situazionismo e di sano rock demenziale di quello che solo in itaglia si sa(peva) fare.

Il risultato è bizzarro: una specie di mash-up tra Nuggets 1, gli Skiantos, gli Ifix Tcen Tcen, il beat italiano più oscuro e qualche band di alternarock anni Novanta (Jane’s Addiction?). A tratti euforizzante, in altri momenti semplicemente straniante e ai confini col fastidioso… non si può dire che manchi di personalità, questa band. E’ difficile da gustare, insomma, questa proposta, ma nessuno potrà scrivere la fatidica formula che recita “sono scontati e prevedibili”.

A piccole dosi sono quasi geniali; alla lunga fanno sciogliere il cervello… decidete voi se è un bene o un male. Io il cd sono contento di averlo (ha anche una bellissima confezione).

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: