C’era una volta Ozzy (ancora…)

Ozzy Osbourne, Chris Ayres – Io sono Ozzy (Arcana, 2010, 450 pag.)

Questa è l’autobiografia spassosa, grottesca, eccessiva scritta a quattro mani dal Madman in persona insieme al  tutorwriter Chris Ayres. Senza di lui e un equipe di editor di prima scelta, questo libro non sarebbe stato possibile, o meglio ne sarebbe stato possibile un altro: Le memorie smemorate di Ozzy: un alcolista confuso e dislessico – praticamente un disastro editoriale, pensierini da quinta elementare scritti alla rinfusa dal Re delle Tenebre.
Ma il volume edito da Arcana si rivela un onesto libro verità, una confessione laica di un peccatore ravvedutosi con la demenza senile.  Se chiodo scaccia chiodo, demenza scaccia demenza.

Il padrino dell’heavy metal dunque fa un mea culpa generale, in queste pagine, e non si compiace della cronaca nera che permea il suo passato da rockstar. Alcune delle cose che non rifarebbe:
– sparare alle galline nel pollaio del suo cottage con il fucile automatico
– staccare la testa con un morso ad una colomba durante una conferenza stampa
– azzannare un pipistrello durante un concerto credendolo finto
– bere così tanto da pisciarsi e cagarsi nel pannolone, drogarsi a tal punto da sbagliare hotel durante un tour
– sniffarsi un’ intera fila di formiche rosse
– bere il suo piscio durante una data coi Motley Crue

Anche se poi viene inevitabilmente da domandarsi sia cosa sarebbe Ozzy senza questi eccessi, sia quanto c’è di strategicamente ordito dalla sua manager/moglie Sharon dietro queste peripezie freak e circensi. Sta di fatto che da queste pagine Ozzy esce vincitore – o meglio, la sua proverbiale, bislacca autoironia e capacità di farsi beffa di tutto, in primis di se stesso, prevalgono sulle vicende lisergiche della sua esistenza.

Larga parte del libro è dedicata alla  turbolenta infanzia, ai confini con la miseria, del piccolo John Osbourne nella plumbea Birmingham; esilaranti sono episodi alla catena di montaggio per accordature di clacson e gli scherzi di pessimo  gusto patiti all’interno del mattatoio. Si scende in dettagliato anche nel capitolo che riguarda la nascita e l’ascesa dei Black Sabbath soprattutto i vari rapporti e scazzi con Tony Iommi, vero fulcro carismatico del Sabba Nero musicalmente e caratterialmente.

I capitoli sulla carriera solista mettono un po’ da parte il discorso prettamente musicale, soffermandosi su toccanti vicende personali: una su tutte la morte per incidente aereo del giovane e virtuosissimo chitarrista Randy Rhoads, amico fraterno di Ozzy.

Non sarà di sicuro la biografia definitiva scritta su e da Ozzy Osbourne, ma se per sbaglio dovesse esserlo, pochi farisei potrebbero disapprovarla.

Nick, Nick, raccontaci una storia…

Nick Kent – Apathy For The Devil (Arcana, 2010)

Se il saper scrivere recensioni rock non sempre è un passepartout  per il Paradiso, figurarsi se è una prerogativa per la riuscita di un intero libro sul rock.

Nick Kent è stato per molti anni un decano del NME, una delle riviste sul rock inglesi più popolari del pianeta. Nel decennio che va dal 1970 al 1980 circa, il critico londinese ha rappresentato più di ogni altro lo zeitgeist di quella decade: ne ha tracciato una partitura geometricamente perfetta, come una tela di ragno, con dei punti fermi  – i suoi masterpiece su NME racchiusi nel libro culto The Dark Stuff del 1996 – avendo avuto la fortuna e il tempismo di vivere fianco a fianco di celebrità del calibro di Bowie, Iggy Pop, McLaren, Keith Richards e compagnia tossica.
Quel libro è stata la mia personale Bibbia sul rock per diversi anni; lo trovai in lingua originale in una deserta libreria di Biarritz a ferragosto e ho speso un po’ di tempo, vocabolario alla mano, a tradurlo quasi fedelmente – o almeno comprensibilmente.

Se in The Dark Stuff Nick Kent trasformava il mero articolo rock in un’investigazione alla maniera dei true crime – immergendosi così tanto nel contesto trattato, da rimanere agganciato all’amo dell’eroina – questa seconda fatica,  (Apatia per il Diavolo – titolo  tratto dalla sarcastica definizione di Bob Dylan sullo stato di salute in cui versavano gli Stones nella seconda metà degli anni ’70) è un libro abulico e svogliato, frettoloso e sciatto. Contiene i B-side di quegli articoli che hanno fatto la sua fortuna, quella del NME e dell’opera prima The Dark Stuff.

L’operazione editoriale è alquanto furba, perché se in The Dark Stuff erano gli stessi protagonisti a raccontare se stessi e il giornalista restava al suo posto puntando la lente d’ingrandimento – laddove ce n’era bisogno – per investigare sui vizi e le devianze dei vari Iggy-Barrett-Richards-Reed-Wilson-Beefheart-Dolls-Pistols, in Apathy è il medesimo Kent a raccontarsi attraverso gli stessi illustri personaggi. Ma il risultato non brilla della medesima luce.
Se il saper scrivere recensioni rock non sempre è un passepartout  per il Paradiso, figurarsi a volte l’esistenza di un critico rock – seppur illustre – quanto può essere  distante da quella dei propri idoli.

Tris di Bowie alla berlinese

bowieberlinThomas J. Seabrook – Bowie. La trilogia berlinese (Arcana)

In un libro ineccepibile fin dal titolo, Sir Thomas J. Seabrook ha il merito di riesumare –  letteralmente – attraverso la trilogia maledetta Low/Heroes/Lodger quella miscela esplosiva che fu il sottobosco naturale per l’acme creativo del Duca Bianco. (altro…)

Nick Cave alla corte di Re Inchiostro

Nick Cave – Re Inkiostro I (Arcana, 1990)

“Sono rimasto un pò deluso dello… spessore. Di quanto sia esiguo.
Pensavo di aver scritto molto di più!
Mi dà l’impressione di aver passato anni a cincischiare”

(Nick Cave)

Nel 1988 vide la luce King Ink, raccolta di testi e scritti vari di Nick Cave, prontamente tradotta – due anni dopo – sotto l’egida di Alberto Campo per Arcana Edizioni.

E’ strano per un’artista tout court cominciare un processo di parodia e autocritica già da così giovane, non fosse che il personaggio in questione, Mr. Caverna, col concetto di giovane ha sempre avuto poco o niente da spartire, connotati somatici compresi.
La sub-creatura australiana – che ha avuto tra le sue ossessioni quella della grafomania – pensò bene di fare un punto della situazione, giunto dopo burrascosi e tormentati approdi  artistici verso la trentina, e buttar giù (nel senso di “liberarsi catarticamente di”) scorie e allucinazioni raccolte coi selvaggi Birtday Party, sceneggiature teatrali mai sceneggiate con o senza  “lingua di seprente” Miss Lydia Lunch, opinioni di schizo-lucidità sulla new wave anglosassone, aborti di cortometraggi onanisti.

I semi del male sparsi in un pugno di pagine, il tutto centrifugato in una lavatrice al vetriolo che imprime sui panni/pagine disegni, appunti, impressioni, cancellature e sottolineature da scolaretto ribelle e automutilato, in preda a un puro lirismo nichilista.

A distanza di anni, quello che potrebbe sembrare un diario maledetto o un ammutinamento esistenziale risulta – in maniera grottesca e  paradossale – un premeditato oggetto di marketing adolescenti asociali o, almeno, un gesto di megalomania mistica studiata a tavolino. Oltremodo giustificata considerando lo spessore del personaggio, sia chiaro!
L’autoreferenzialità di Re Inchiostro sfila i panni a un Re compiaciuto di esser Nudo (Nick the Stripper), di esser un tossico fasciato di un ego smisurato (più forte della medesima dipendenza da eroina che sconfiggerà a piacimento nel corso degli anni), di coltivare ossessioni mistiche e suicide messe a tacere con la scrittura, di covare depressioni e decadenze teutoniche spolverate e stirate sotto il sole di Sao Paulo. Inquietudini sistemate -poi – con l’avvento di una solida famiglia.

La contraddizione di fondo, che rende questo libro un Vangelo per gli aspitanti rocker, è che ciò che ispira una liturgia lirica di testi per canzoni  uccide. Ciò che ti redime in seguito, al contrario, sembra ucciderti all’inizio.
E’ implicito che questo libro non sia un testamento definitivo di Mr. Cave, ma soltanto un passaggio verso la luce, la redenzione, un processo creativo ed esistenziale molto simile a Mr. Zimmerman.
Senza la maledizione che lo accompagna, Nick Cave non avrebbe conosciuto l’ispirazione che l’ha salvato e portato a essere l’uomo sobrio di oggi. Con il Vecchio Testamento in una mano e un pugnale dall’altra è sicuramente un poeta romantico ancor prima che un musicista o performer.

Un diario romantico di nomadismo esistenziale, ecco cos’è questo Re Inchiostro; ma a differenza di Una stagione all’inferno, in cui Rimbaud fece di una stagione la vita, Cave ha modo di sopravvivere e di spargere altro inchiostro di semi maledetti.

Lou Reed negli occhi di Bockris

lou-reed-libro.jpgVictor Bockris – Transformer, la vita di Lou Reed (Arcana, 2007)

Victor Bockris  è una specie di Bruno Vespa del giornalismo musicale, un traffichino sardonico con le mani in pasta ovunque, uno che ne ha viste di tutti colori. In poche parole uno che rimesta nel fango più fangoso, riportando le mille e una trama – con tanto di complessi intrecci – legate a vicende e personaggi rock.

Detto ciò: chi è il più fangoso, intrigantemente contorto, poliedrico, multipersonality, refrattario come due lenti a specchio e transformer di un rocker come Ludwig van Reed?

Insomma, è come se due bombe a orologeria avessero un rendez vous sulla 5th Avenue e si trastullassero sciorinando tutto l’almanacco rock dalla A alla Z, a suon di elettroshock infantili agli  albori della controcultura americana, anni sprecati alla Syracuse University e l’incontro con il poeta-guru Delmore Schwartz. E poi  il fertilissimo periodo di Sua Maestà  Warhol nella sua onnivora macelleria di talenti (la Factory), i beatnik, il free jazz di Ornette Coleman, l’incontro con l’intellighenzia avanguardista di La Monte Young e del figliol prodigo gallese John Cale, i seminali Velvet Underground, il sadomasochismo con la sua musa Nico femme fatale, l’istrionismo drogato e narcisista di un Lou solista, gli anni bui e disperati di Berlin, il bisexualismo con il Duca Bianco (produttore del capolavoro Transformer), l’eroina, la pelle flaccida del rock and roll animal metà anni Settanta, la devianza psicotica ma commerciale di “Sally can’t Dance”, la schizofrenia rumorosa di Metal Machine Music, il mormorio continuo morboso e schizoide dei suoi genitori – una specie di guinzaglio celebrale male allacciato con cui Mr Reed dovrà sempre fare i conti. Ché in fin dei conti, secondo il Reed-pensiero, la sua famiglia ha i connotati nefasti (ma solo un po’ più borghesi) della Manson family.

Tutta questa insalatina russa – o meglio newyorkese, preferibilmente di Coney Island – inframmezzata da interviste al limite dell’ impossibili tra Lou e William Burroghs, lo sbeffeggio di critici e i musicisti del settore (esilarante e grottesco in tal senso il rapporto amore-odio con l’indimenticato Lester Bangs) e altri svariati aneddoti sadomaso, o le cattiverie verso colleghi celebri quali Jim Morrison o la stessa Nico. Avventure e disavventure amorose fino alla stabilità trans gender con la celebrale musicista Laurie Anderson e – infine – il Lou Reed rugoso, riflessivo, cameo-man di tanti film esistenzialisti e grotteschi come la sua vita ineffabile, fluttuante, transformer.

Forse coniare l’aggettivo “reediano” o “à la Lou Reed”  in ambito dell’antropologia/sociologia metropolitana non sarebbe così inappropriato, dato il personaggio che ha letteralmente ridisegnato le architetture mentali del rock and roll  e del modo di comportarsi  nei villaggi (possibilmente degradati e marginali) urbanizzati di questo pianeta.

Julian Cope goes to Japan

julian-cope-japanrocksampler.jpgJulian Cope – Japrocksampler. Come i giapponesi del dopoguerra uscirono di testa per il rock’n’roll (Arcana, 2008)

“Quello che vi garantisco è che questo libro vi farà cambiare atteggiamento nei confronti della musica, dell’arte, del tempo… e della vita stessa”
(Julian Cope)

E’ fin dai tempi della doppia biografia Head On/Repossesed che vedo Julian Cope più come uno scrittore con l’hobby per la musica, che non viceversa. Impressione confermata poi con la lettura di Krautrocksampler, splendido saggio sull’universo del Krautrock – colpevole (in senso buono ovviamente) di aver riaperto le porte del cosmo a una nuova generazione di ascoltatori, creando una sorta di piccolo caso.
Insomma, in un mondo in cui spesso i libri a tema musicale (e non solo) sono scritti con i piedi, la capacità affabulatoria dell’arcidruido è come una boccata d’aria fresca e merita il massimo del rispetto e della considerazione possibile. Non me ne voglia il buon Julian se, pur apprezzando i Teardrop Explodes e parte della sua sterminata carriera solista, lo preferisco seduto dietro la macchina da scrivere o il laptop.

In questa sua ultima fatica, Japrocksampler, Cope mette di nuovo al servizio della propria penna e dei lettori tutta la sua abilità di antropologo musicale. E non solo. Partendo dalla rivoluzione, sociale e culturale del Giappone all’indomani del dopoguerra, pone l’accento sul periodo di transizione che ha visto il paese del Sol Levante muovere i primi passi dallo stato di nazione a impronta medievale attraverso un processo di occidentalizzazione accelerato dal r’n’r’che arriva dall’America.
Questa meticolosa ricerca copre un periodo piuttosto ampio, arrivando fino a metà degli anni Novanta, dove Cope scavando e inzuppandosi le mani negli anfratti più reconditi della materia underground giapponese, perpetra la ferma constatazione iniziale che “di rock’n’roll giapponese è intrisa gran parte della musica più interessante d’inizio XXI secolo”.

Nel corso delle 400 pagine che compongono il tomo assistiamo, dunque, alla nascita della scena sperimentale giapponese, con tanto di divertente aneddotica su una Yoko Ono al tempo non ancora signora Lennon, della scena Eleki (rivisitazione in chiave jap della surf music americana), fino all affermarsi di giovani band di agitatori musicali e situazionisti nonché veri e propri rinnegati come Flower Travellin’ Band, Les Rallizes Dénudés o gli Speed Glue & Shinki (che devono la loro ragione sociale alle droghe da cui dipendevano).
Il limite? Se sai dove sta è perché l’ hai superato” diceva Hunter S. Thompson: e vi posso assicurare che di limiti e barriere i gruppi raccontati nel libro ne hanno passati tanti. Indipendentemente dai gusti personali e dal vostro grado di fissazione o curiosità verso i lati meno conosciuti e weird dello scibile rock, questo è un libro da avere a tutti i costi, dove la gioia (anche infantile in alcuni casi) per la scoperta del nuovo e una scrittura che si compiace di essere decisamente sopra le righe (Lester Bangs docet) contribuiscono a produrre un corpus di mitologia rock come da tempo non si vedeva e leggeva. E, scusate, ma di questi tempi non è certo poco. Lasciarsi conquistare quindi, è facilissimo.

Prendete il sottoscritto, per esempio, accalappiato in una noiosa domenica pomeriggio passata alla Feltrinelli dall’esaltante copertina che riproduce quella dell’esordio della Flower Travellin’ Band. Se, poi, siete difficili e schizzinosi già di natura vi invito a leggere come ultimo rimedio le recensioni dei 50 dischi che formano la créme japrock. E se poi (come me) non vi gettate alla caccia dei titoli più significativi su Ebay, beh c’è davvero qualcosa che non va in voi.
Come ulteriore complemento al libro, segnalo inoltre il sito (www.japrocksampler.com) aperto dall’ illustre arcidruido che funziona da vera e propria enciclopedia e database per tutti gli artisti e i dischi citati nel libro.

Kurt sweet Kurt

heaven_bigcover.jpgCharles R. Cross – Heavier than Heaven  (Arcana, 2002)

Ho sempre avuto una tendenza innata ad accostarmi a certi personaggi nel momento sbagliato:  nessun master sul marketing mi farebbe cambiare idea sull’anti-revival. Insomma, io arrivo dopo i fuochi, dopo i fasti, le celebrazioni e i riflussi commemorativi. Ho approcciato con questa metodologia contro-natura gli Stooges, i Black Sabbath, i Doors  e la stessa sorte è toccata al grunge e al suo martire per eccellenza: Kurt Cobain.

Ci sono andato quasi sotto con Heavier than Heaven, la biografia del leader dei Nirvana scritta da Charles Cross: sorprendente, ti arriva dritta allo stomaco, come un sacco di farina per un celiaco.
Come tutti gli idioti necrofili del rock and roll anche io confesso, per paradosso, che se Mr. Cobain stesse ancora spargendo inquietudine e rumore fra noi probabilmente non avrei comprato il libro. Ero motivato dalla sottile curiosità di arrivare alla fine, fino in fondo alle manie, distorsioni, tossicità che hanno portato il  nostro rocker al nirvana, forse. Amen.

Cross si fa regista  e filma fatti, aneddoti, imprese e storie che i vicini di Kurt ci narrano. Si susseguono fatti legati alla sua disastrosa infanzia nelle vicinanze di Aberdeen, alle fughe, alle veglie sotto ai ponti e ai pasti low cost nell’ospedale locale, fino alla scalata artistica e maniacale, passando per il periodo d’infatuazione per le riottt girrrl a Olympia, la gastrite cronica e debilitante, avvertita come un male incurabile, la Sub Pop, poi il botto di Nevermind. Il tutto infarcito, nella miglior tradizione rock, da stralci di diario. E poi c’è la pazzia dell’ultimo entrato nella esclusiva cerchia del club 27 (tra gli altri Jim morrison, Hendrix, la Joplin: morti a 27 anni), e il tormentato rapporto alla Sid e Nancy tra lui e Courtney Love, leader delle Hole. Le burrascose interviste, gli outing in pubblico, i momenti di catalessi o di autoflagellazione sul palco.
Si finisce, per dovere di cronaca, con l’escalation di tentati suicidi mascherati da overdose di routine, copione visto e rivisto nel mondo bizarro del rock and roll.

Ebbene, senza neanche accorgermene, mi sono scodellato quasi 400 pagine come fossi in trance, sballottato tra metrò e autobus ignorando quel mondo performante che resta fuori dai finestrini, raped (tra il rapito e lo struprato) dal mondo di Kurt.
Sono arrivato allora al momento fatidico con naturalezza, come un fatto inevitabile, senza clamore, contraddizioni, dubbi o misteri. Cross lascia scorrere lente le ultime pagine. Fino alla fine. Che giunge puntuale.

Six Pack d’addominali

Gianni Miraglia – Six Pack (Arcana, 2008)

Six Pack è rock and roll allo stato puro: è l’hardcore seminale dei Black Flag sparato a manetta, mentre si pedala attraverso la metropoli e si sorpassano incredule “camicie linde stirate dentro fragorosi SUV”. Musica speciale per orecchie dedite all’alienazione cronica e alla ferrea disciplina della solitudine.

Un romanzo punteggiato da sequenze interminabili di addominali concepite per avvicinarsi al mito degli alfamen: prototipi di supereroi che hanno addominali con licenza d’uccidere.
E poi c’è quel poster di Iggy Pop sopra un letto sfatto: da ammirare come una pin-up vintage, con il suo fisico da sopravvissuto e da supermarionetta dei tempi moderni. Un modello inarrivabile, ma a cui si deve aspirare comunque, per sentirsi vivo; per stanare figa anoressica e muscolosa dalla palestra e trascinarla fino al monolocale lurido; per sopravvivere alle sistematiche umiliazioni politically correct dell’anglosassone capo dal fisico non competitivo.

Sullo sfondo una palestra VIP comandata da un personal trainer Rambo e da receptionist modelle mancate, pavimenti lucidi calpestati da clienti finti nel fisico come nelle loro esistenze. Un ambiente rarefatto, minimale e compulsivo dal sapore dolciastro di Lexotan e Prozac.
E’ proprio in questo non-luogo fuori dal tempo che il nostro eroe trova l’autenticità del suo riscatto, in quello spasmo orgasmico addominale nascosto dentro cessi laccati in oro e in quel tic del toccarsi gli addominali per sentire di esserci, di esistere a un livello superiore. Qui trova una verità superiore, priva di mistica, ma che azzera ogni barriera sociale, rigettando l’essere nello smarrimento primitivo e cannibale dell’uomo mangia uomo.

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