Peter Perrett, back from the dead (pt. II)

Parte seconda dell’intervista agli Only Ones condotta nel dicembre 2009 dal blog Throwing Musings at Music (disclaimer: i miei tentativi di contattare l’autore e  chiederne l’autorizzazione sono caduti nel vuoto; il blog è fermo da quasi un anno, il titolare non risponde e non si sa che fine abbia fatto. Dopo un po’ di riflessioni mi sono arrogato il diritto di tradurre e riproporre il tutto citando ovviamente la fonte, sempre con la clausola che in caso il proprietario legittimo del testo si senta leso nei propri diritti, eliminerò il tutto da Black Milk).
Questa volta Peter Perrett e Alan Mair ci raccontano dell’eroina, del tour americano che pose fine alla band, del pubblico degli anni Settanta e altro ancora. Forza che si parte…

Parliamo della reunion. E’ una cosa su cui ho da sempre sensazioni ambivalenti…

PP: E’ il motivo per cui anche io non ero sicuro di volerla fare. Perché di regola non è mai una buona idea. La maggior parte delle band che una volta erano grandi, quando le rivedi insieme pensi “Ma cosa gli è venuto in mente?”.

E’ il motivo per cui mi rifiuto di andare a vedere i New York Dolls… voglio dire, si sono sciolti l’anno in cui sono nato. Mi accontento dei ricordi degli altri, di seconda mano; mi basta il libro di Nina Antonia, le foto che hanno scattato altri. Ho sempre tenuto la distanza dalle band che si riformavano perché non voglio restare deluso. non voglio rovinarmi il mito…

PP: Per me i New York Dolls senza Johnny Thunders non sono i New York Dolls. E poi, insomma, non c’è più nemmeno Jerry Nolan, capisci cosa intendo…

AM: Ecco questo è importante. Perché credo che non ci saremmo rimessi insieme se qualche membro non fosse stato della partita. Dovevano esserci gli originali.

Avete suonato a Manchester, un po’ di tempo fa, e ho resistito alla tentazione. Ma questa volta siete proprio dietro casa, e mi sono detto “Non posso non andare”…

AM: In tanti ci hanno detto “Credevamo che non vi avremmo mai visti live”. Persone che sono cresciute ascoltando la nostra musica, ma sono giovani e pensavano che sarebbe stato impossibile vedere il gruppo. Fino a ora abbiamo avuto una bellissima accoglienza.

Vengono molte persone giovani ai concerti?

PP: Direi che è un miscuglio; ci sono anche alcuni che di sicuro ci hanno visti ai tempi, te ne accorgi dai capelli grigi…

AM: Sì. E si vendono tante t-shirt di taglia Large.

PP: In Giappone però erano quasi tutti ventenni o teenager. Non so perché lì sia così diverso.

AM: Sì, tanti giovani…

Credo che là la gente conosca molto bene la musica.

PP: Sì, a tutti piace molto la roba occidentale.

AM: E’ un pubblico emotivo, c’erano parecchi tizi che piangevano.

Come trovate il pubblico ora, rispetto a 30 anni fa?

PP: Di sicuro all’epoca era piuttosto ribelle…

AM: Erano abbastanza selvaggi e a volte anche noi ci lasciavamo trascinare…

PP: Però la cosa dello sputare era pessima.

AM: Sì, orribile. Specialmente per Peter, quando canta (apre la bocca, e mima uno sputo che la centra).

Ormai non ricevete più sputi, credo, no?

PP: No! No…

AM: Era davvero ributtante.

Era un segno di approvazione però…

PP: Erano i ragazzi che si divertivano. Era diventato un rituale tra certi punk, quelli che l’avevano letto sui rotocalchi, se capisci cosa voglio dire. Qualcuno ha detto che sono stati gli Stranglers a dare inizio a questa roba: e non erano nemmeno un gruppo punk, loro.

AM: Comunque sia, è andato avanti per troppo tempo.

PP: Dopo un po’ iniziò a sparire e tutto era calmo, finché non facevi un concerto in qualche cazzo di posto sperduto, dove trovavi sempre una persona nel pubblico che aveva appena letto di questa storia. Però quando era solo uno a sputare, ti levavi la chitarra e scendevi a sistemare le cose faccia a faccia.

AM: Sinceramente, non ho iniziato a suonare per farmi sputare addosso. Era troppo.

PP: Solitamente succedeva solo ai concerti punk più estremi. Il nostro pubblico, quello che seguiva noi, non aveva l’abitudine di sputare.

Non vi dava fastidio essere incasellati con le punk band?

PP: Beh, poco dopo si sono inventati il termine new wave, che indicava musica nuova, fresca ed eccitante, ma non fatta di tre accordi suonati a 1000 all’ora.

Eri a tuo agio con quella definizione?

AM: Sì.

PP: Sì. Alla gente non piace essere etichettata perché ama credere che, musicalmente, dovrebbe avere tutte le opzioni aperte e disponibili. Ma penso che sia stato bello essere parte di un movimento nuovo ed eccitante.

AM: Penso che l’avvento della new wave abbia fatto scendere quelli delle case discografiche dalla loro torre d’avorio, per venire finalmente a vedere i gruppi dal vivo. Prima non uscivano neppure dai loro uffici – erano spaventati di quello che li aspettava. E continuavano a mettere assieme dei supergruppi, roba che non interessava più a nessuno. Quindi è stata una cosa buona. Ha cambiato l’industria, le ha dato una scossa.

E direi che le serviva. Quando gente come gli Yes e i Blind Faith e gli altri supergruppi erano in giro, c’era puzza di vecchio.

PP: Era tutta musica autoindulgente, orribile. Direi che l’unica cosa buona è stata David Bowie; e i Roxy Music, che negli anni Settanta erano interessanti.

Quindi avete formato la band per scrollare via la noia che regnava?

PP: Io volevo una band perché ne avevo già avuta una nei primi Settanta, ma non se ne cavava nulla. Mia moglie Xena andava dai discografici a fargli sentire i provini e molti le dicevano “sembra un po’ Lou Reed; ma questo settore non ha abbastanza spazio per un Lou Reed, figuriamoci per due”. Fa sorridere ora. Ho reclutato tante persone piene di entusiasmo, ma con poca abilità musicale. Quindi mi ero stancato e volevo solo gente che sapesse suonare piuttosto bene. Ed è anche il motivo per cui eravamo diversi dalle punk band che nascevano allora. Poi penso di essere stato anche più grande di età, in media… ero più giovane di Joe Strummer, sì, ma ero arrivato a un punto in cui apprezzavo la tecnica musicale.

Come vi sembra suonare pezzi scritti 30 anni fa?

AM: E’ sempre divertente. Cerchiamo sempre di fare qualche stranezza, aggiungiamo qualcosa…

E i pezzi hanno lo stesso significato, per voi? O con l’esperienza di una vita hanno un nuovo senso?

PP: Sai, mi piacciono ancora le vecchie canzoni. Le trovo molto buone, quasi tutte. Però di certo mi sento più affine alle nuove, perché come paroliere sono migliore adesso di un tempo. Invecchiando migliori l’arte. Per un po’ abbiamo suonato le solite vecchie canzoni e ogni tanto riesumavamo qualcosa che non facevamo da un po’. Poi in Giappone, siccome la chitarra che mi aveva fornito la Gibson aveva problemi di tenuta dell’accordatura, tra un pezzo e l’altro c’erano molte pause e parlavamo con il pubblico, che ci chiedeva pezzi che non toccavamo da 30 anni…

Incontrate mai i vostri fan?

PP: Sì.

AM: Specialmente in Giappone…

PP: Hanno sempre queste sessioni di autografi dopo i concerti. Ti danno mezz’ora o tre quarti d’ora…

AM: In cui devi incontrare chi si è comprato un tuo poster, un cd o che altro…

PP: Si fanno le foto con te, sai. Arrivano, tremano per l’emozione. E’ una cosa carina. Sono davvero un popolo unico. E una delle cose più belle che hanno è la loro umiltà.

E i fan inglesi? Li incontrate mai?

PP: Non particolarmente.

AM: Qui non organizzano le cose bene come i giapponesi! Però ne sentiamo molti via email, anche se non li vediamo faccia a faccia. Comunque se qualcuno ci chiede di venire nei camerini per fare quattro chiacchiere, di solito diciamo di sì…

Avete qualche fan ossessionato?

AM: Non direi, ora.

PP: No. C’è solo gente che arriva prestissimo a ogni concerto.

AM: Anche se qualcuno che ci scrive via email c’è… persone che devono avere ogni cosa della band e vogliono sapere tutto ciò che stiamo combinando. Ci sono certi fan che si scrivono tra loro. Diciamo che alcuni ci tengono d’occhio in ogni momento, per cui si potrebbero definire ossessivi. Ma non nell’accezione di pericolosi o assillanti.

Non sono pazzi?

AM: No.

PP: Li avevamo, quelli come dici tu, un tempo.

Tipo?

PP: Mi ricordo una tizia, in Olanda, che si fece tatuare il mio nome sul corpo. Si lanciò sul cofano della macchina per impedirci di partire.

AM: Fu piuttosto spaventoso.

Nel periodo di vuoto della band, tutti voi siete rimasti nel campo della musica?

PP: Nei Novanta?

Anche…

PP: Tra il 1994 e il 1996 no, perché mi ero ripulito. Non stavo lontano dalla droga dagli anni Settanta. Mi dicevo di continuo “Voglio starne lontano una volta per tutte”, ma era una specie di trappola che mi sono teso. Perché appena ho deciso di farlo, praticamente ho mollato la musica. E visto che mi ci è voluto molto per smettere, ho buttato via tanto tempo. Avrei voluto essere come Johnny Thunders, e continuare comunque con la musica. Almeno quando suoni non hai troppo tempo per pensare alla droga. Adesso la musica è la mia terapia per starne lontano, credo. Perché nella mia vita ho da sempre due passioni: una è totalmente distruttiva, l’altra è positiva. E’ stato un peccato che una abbia escluso l’altra, avrei dovuto invece usare la musica come arma, all’epoca.

La leggenda degli Only Ones è senza dubbio legata a doppio filo con il consumo di droga. Tante persone vi associano proprio a questo: cosa ne pensate?

PP: Beh, è fastidioso per Alan, perché lui non ha mai preso nulla.

…ma non vi sembra, a volte, che la droga abbia preso il sopravvento sulla musica della band, nell’immaginario popolare?

AM: Eh sì.

PP: E’ un casino, perché tanti pensano che tutti i nostri testi parlassero di droga…

AM: Io ero arrivato al livello di saturazione… mi sembrava che la droga stesse affossando il gruppo… il tour americano era degenerato malamente: mi ricordo che ero al Tropicana con una ragazza e tutti erano fatti, tutti quelli che erano nel giro della band.

PP: C’era gente con gli aghi che penzolavano dal braccio.

AM: Sì. John e Peter cercavano di trattenersi, ma c’erano delle fan che si facevano di brutto e successe un casino. Io dividevo una stanza con John e una volta ero lì con una tipa e lui è entrato con un ago nel braccio, e io gli ho detto “Cristo, John, che cazzo fai!”. Credo sia stato uno dei momenti in cui ho pensato “Ok, abbiamo oltrepassato il limite”. E non solo per quell’episodio, ma per ciò che accadeva a tutti quelli dell’entourage e ai fan.

PP: John una volta dovette mettersi tre maglie sul palco perché…

AM: Era in astinenza.

PP: No, non era per quello; si era fatto un buco sporco.

AM: Ok, comunque, sai, sembrava che tutti avessero perso il controllo. Sono stato derubato fuori dalla mia stanza d’albergo e anche Peter. Sentivo che era il momento di mollare, così sono andato da Peter e Xena e ho semplicemente detto: “E’ ora che me ne vada, non ce la faccio più”. Peter mi rispose: “Se molli, lo faccio anche io”; credo che stesse pensando anche lui di staccare la spina.

PP: Era duro, per me, stare in una band con John, perché stavo cercando di restare pulito almeno quando dovevo lavorare: sai, volevo fare il tour americano senza prendere droghe, essere sobrio tutto il tempo. Però era difficile… non so se conosci il film con Clint Eastwood su Charlie Parker, Bird. E’ bello. E a Charlie Parker succedeva la stessa cosa quando voleva smettere con l’eroina, perché nella band c’era questo Red Rodney, che invece aveva appena iniziato a farsi. Io mi sentivo nella stessa maniera con John, anche perché quando c’è eroina intorno a te in ogni momento diventa difficilissimo smettere.

AM: E poi ci fu quella cosa nella stanza d’albergo a New York. Quella fu davvero la fine del gruppo.

PP: Volevo continuare come solista e mettere insieme un nuovo gruppo. Ma tornato da New York mi beccai un’epatite che mi mise ko per tutti gli anni Ottanta. Non ho mai recuperato la funzionalità totale del fegato. Epatite B. Sai, tanti fanno la C, ma mi sembra una robetta… certa gente nemmeno sa di averla, perché i sintomi sono leggeri. Ma l’epatite B ti fa davvero a pezzi.

AM: Quindi a New York il gruppo finì, anche se per un po’ continuammo a giocare al gatto e al topo con la CBS.

Vai alla prima parte dell’intervista: QUI
Vai alla terza parte dell’intervista: QUI

Annunci

Come non ristampare i Boohoos

Boohoos – Here Comes The Hoo 1986-87 (Spittle, 2008)

Attenzione. Questa recensione/segnalazione contiene una dose equina di veleno arbitrariamente somministrato e di insana parzialità.

Che la Spittle attuale (che non è esattamente la stessa di 20 anni orsono) mi stia un po’ sulle palle, l’ho già chiaramente detto. Sono un presuntuoso di merda, probabilmente, ma il fatto che non si siano mai degnati di rispondere alle mie mail, in passato, mi ha indispettito parecchio. Un “No grazie” di norma non si nega a nessuno, ma evidentemente c’è chi è troppo importante per concedere 12 secondi del suo tempo aureo a una webzine di merda. Molto bene. E’ così che va a finire che io la roba Spittle non la compro, oppure la prendo usata per principio. E’ una gran rottura, perché comunque fanno cose che mi interessano molto, però fino a ora il mio ridicolo boicottaggio da bimbo capriccioso (gnègnègnè… e che cazzo, lasciatemi regredire in pace ogni tanto) è andato in porto.

E’ così che dopo non molti mesi dall’uscita di questo cd antologico dei Boohoos, sono riuscito a procurarmelo per meno di cinque euro da un amico che l’aveva recuperato non si sa come e non era interessato a tenerlo. O gaudio, o tripudio… perché, per chi non lo sapesse, i Boohoos sono stati – alla stregua dei Not Moving – una delle realtà più pazzesche del rock underground italiano degli anni Ottanta.

Tutto ciò accadeva più di un anno fa; “e perché ce ne parli adesso?” vi starete chiedendo… beh, il motivo è che appena portato a casa, questo cd mi ha lasciato piuttosto perplesso: contiene, infatti il 12″ The Sun The snake and The Hoo e il LP Moonshiner, oltre a un inedito e a parte del demo. Quindi, ricapitolando, due dischi che possiedo da anni in caro, vecchio, glorioso vinile, una outtake (trascurabile) e – puttana eva – solo quattro dei sei pezzi del demo Bloody Mary. Tutti validi motivi per piazzarlo nella pila dei cd e rimandare l’ascolto approfondito a data da destinarsi.

A un anno abbondante di distanza mi viene voglia di toccare con mano il Rock; sì è proprio voglia di Boohoos.
La pigrizia invernale mi fa preferire il cd ai due vinili, ed è così che arriviamo a noi. E, ci arriviamo un po’ male, onestamente. Perché, posta l’intoccabilità e la grandezza della band (a scanso di equivoci: una miscela esplosiva di punk, garage, blues, Stooges, sound di Detroit, Dead Boys, Doors e Stones), questa ristampa è invece fatta con poco criterio e pochissima passione.
Volevano iniziare, i signori Spittle, con una botta di stupore e hanno piazzato come traccia d’apertura la outtake “Bloody Mary”, un pezzo medio che però, a caldo, non regge il confronto con gli altri (del resto se era stato scartato, ci sarà stato un motivo, no? E allora metterlo al principio non è una scelta eccezionale, mi permetto di dire).
Poi, già che abbiamo iniziato col botto, proseguiamo con l’album Moonshiner, che cronologicamente viene dopo The Sun The Snake and The Hoo, machissenefrega: “a noi piace fare le cose a ritroso, per cui beccatevi il gruppo così come era nel 1987 e fatevi la strada all’indietro”. Insomma, no. E’ una brutta idea. E poi c’è la mattanza operata sul demo, mutilato di due cover degli Stooges; magari c’erano dei diritti da pagare, magari era finito lo spazio, magari però allora era meglio lasciare perdere, perché io (e come me , immagino, tutti gli altri) in questo modo finirò per andarmelo a scaricare il demo, per sentirlo tutto. E poi Gesù piange quando i cattivi scaricano la musica da Internet, lo sapete, vero?

Veniamo poi al posterino con le liner notes. Bello, ben realizzato, però non capisco la necessità di riempirlo con quattro scritti in cui i soliti noti del panorama giornalistico italiano incensano (in maniera sacrosanta, peraltro) il gruppo. Ma una bella intervista ai Boohoos non era meglio, per dire? O qualcosa di scritto dalla band.  In fondo che erano grandi lo si sapeva già, non c’era bisogno che ce lo rispiegassero i pur bravi Frazzi, Sorge, Guglielmi e Dimauro.

Concludendo, questa pappardella si dirama come un serpente mitologico con due teste. Una è quella cattiva e velenosa, e dice “Fare le ristampe così è un crimine e un pessimo servizio agli acoltatori, che dovrebbero evitare accuratamente i lavori così approssimativi”. L’altra è più mite e le interessa solo la musica, per cui lei dice “Un grande gruppo, da sentire e risentire, senza badare troppo a cronologia, dettagli e fanatismi da appassionati hardcore”.

Boohoos, se ci siete battete un colpo e prendete in mano le redini della situazione: ripubblicate voi le vostre cose e fatelo con le palle e l’anima che la vostra musica ha da sempre.

PS: visto che io alla fine ho solo strepitato e sputacchiato, andate a leggervi un articolo veramente appassionato sui Boohoos, su La musica di Caio.

PPS: però che fatica i boicottaggi…

Peter Perrett, back from the dead (pt. I)

Questa intervista è apparsa nel blog Throwing Musings at Music un anno fa. La traduco e ripropongo in maniera oggettivamente un po’ truffaldina, dato che i miei tentativi di contattare l’autore e  chiederne l’autorizzazione sono caduti nel vuoto. Il blog è fermo da almeno 11 mesi, la persona non risponde e non si sa che fine abbia fatto. Dopo un po’ di riflessioni mi sono arrogato il diritto di tradurre e proporre il tutto, sempre con la clausola che in caso il proprietario legittimo del testo si senta leso nei propri diritti, eliminerò il tutto da Black Milk. Mi sembra, però, un’occasione ottima per aggiornare tutti i fan italiani sullo stato di Peter Perrett e su ciò che ha combinato negli ultimi anni, nonché sugli Only Ones. Rispondono alle domande Alan Mair e Peter Perrett. Enjoy…

Che pregi avete visto, inizialmente l’uno negli altri… e pensate ancora adesso le stesse cose?

AM: Ovviamente Peter ha messo in piedi la band, ma per quanto mi riguarda ad attirarmi sono state le canzoni scritte da lui. Sono state le sue composizioni a portarmi dentro, piuttosto che l’aver pensato “Kellie è un grande batterista” oppure “John è un chitarrista pazzesco”. Mi sono unito a loro dopo che Kellie ebbe una specie di rivelazione spirituale – dice che mi vide entrare in sala prove per caso e pensò: “Chi è quel tipo?”. Io ero un bassista e finì che andai a provare con loro qualche volta. All’epoca avevo altro per la testa, ma quando andai da loro e ascoltai un paio di registrazioni – “Out There In The Night” e “Watch You Drown” – capii la qualità della loro musica. Ed è così che entrai nel gruppo.

E cosa mi dici delle singole personalità?

AM: Un aspetto importante è stata la passione per la musica. Con loro non era mai una questione di soldi, o – come succedeva per ogni musicista che incontravo all’epoca – di “Mi danno 200 sterline a settimana per questa roba…”. Con gli Only Ones i soldi non c’entravano, era passione pura. E quindi, per questa ragione, la cosa mi piaceva.

Ma in un’intervista recente hai detto che la musica è solo un business…

AM: Mai detto niente di simile…

PP: Credo di averlo detto io. Perché sai… allora siamo stati fortunati, fu una piccola rivoluzione. Sentivi che era un momento di cambiamenti, dal 1976 in poi, soprattutto con Malcolm McLaren e il modo in cui trattava con le case discografiche. E poi era un momento di boom, vendevano un sacco di dischi, anche se non avevano il controllo di ciò che accadeva.
C’erano tanti giornalisti che andavano a caccia di musica nuova per conto loro. Capitava che un gruppo si formasse, suonasse in un pub e la settimana dopo finiva in copertina di NME. Sembrava davvero che i musicisti contassero molto… è stato l’unico momento così… mentre adesso è tutto solamente business. Sul NME non ci finisci se non hai un agente che ti cura le pr con gli agganci giusti. E’ durissimo per i gruppi nuovi.
Una volta pubblicavi i tuoi dischi da solo. Noi abbiamo stampato “Lovers of Today” per conto nostro e l’abbiamo poi spedito ai giornali: tutti lo fecero singolo della settimana… questa è roba che non credo possa accadere al giorno d’oggi.

AM: Sì, in effetti l’industria musicale è molto più attaccata ai soldi ora. Comunque prima credevo che ti stessi riferendo a noi…

No, per niente… non volevo dire quello. Penso che sia possibile per i gruppi fare le cose da soli, ma credo che tanti siano pigri e si crogiolano nell’idea di un contratto, come se fosse una cosa bellissima, da inseguire. Senti parecchi giovani dire “Vogliamo perendere un manager, ne conosci qualcuno?”. Beh, a che diavolo ti serve un manager, quando sei all’inizio? non c’è nulla che tu non possa fare da te…

PP: Credo sia una cosa buona, però, perché il manager si becca i colpi, fa da scudo. E’ scoraggiante quando proponi qualcosa a cui tieni tantissimo e lo fai sentire a un talent scout, ma ti accorgi che non presta attenzione: 10 secondi  di un pezzo, 10 di un altro e poi dice “Ok, tornate l’anno prossimo”. Capisci cosa intendo? Quando i musicisti fanno da soli, spesso si scoraggiano. Avere un manager è buono perché fa da cuscinetto tra la durezza del business e la passione per la musica. Ci sono alcuni musicisti che sono anche ottimi businessmen, ma di regola non funziona così.

E ora voi avete un management?

AM: No.

PP: No (ride).

Quindi state prendendo il controllo della situazione…

AM: Sì, curiamo tutto noi.

PP: Sì, in effetti siamo dei pensionati, abbiamo lasciato il giro tempo fa e adesso seguiamo un hobby che ci piace. Ci sono ancora abbastanza fan vivi, disposti a pagare per farci andare a Tokyo, Stoccolma, Madrid, e così giriamo un po’ il mondo. Sai come funziona: verso la fine spesso la gente va in pensione e si imbarca in una lunga crociera intorno al mondo. Ecco…

AM: Giriamo il mondo con gli Only Ones. E’ una fortuna.

PP: Però fare un disco è difficile perché non abbiamo un budget decente, quindi dobbiamo stare attentissimi a come spendiamo i soldi in studio.

AM: Ora abbiamo sistemato uno studio in casa di Peter. In passato abbiamo registrato qualcosa, ma non abbiamo mai finito. Tra l’altro la casa di Peter una volta era davvero uno studio…

PP: Si chiamava Pathway Studio; il primo disco di Elvis Costello e Sultans of Swing sono stati registrati lì. La Stiff lo usava molto, anche Nick Lowe

AM: E tu non lo sapevi quando l’hai affittata…

PP: No, mi piaceva perché era una bella casetta isolata, l’abbiamo affittata e poi abbiamo scoperto la sua storia: in effetti è tutta insonorizzata…

AM: E così faremo lì il disco – pezzo per pezzo.

Cosa mi dici del materiale nuovo?

AM: Se ne occupa Peter; è il compositore principale.

PP: Molta è roba che avevo iniziato a scrivere tempo fa, e poi ho trovato dopo l’ispirazione per finirla. Sai, vecchi brani che non avevano un testo decente; poi mi capita di trovare le parole giuste e mi innamoro nuovamente della canzone. Poi c’è un pezzo che si chiama “Magic Tablet” e parla del nostro batterista che un anno fa ha avuto un esaurimento nervoso…

AM: Non ci abbiamo messo molto a farglielo venire…

PP: Questa cosa mi ha ispirato una canzone. Alla mia età si ha abbastanza esperienza da avere sempre qualche argomento di cui scrivere. Penso anche che appena avremo finito di registrare il disco forse inizierò a pensare “Magari se scrivo un altro disco ancora, potrebbe uscire”. Capisci cosa intendo? Perché quando non incidi mai nulla raggiungi un punto in cui pensi “Ok, non vale la pena scrivere, intanto nessuno sentirà mai questa roba”. D’altra parte credo sia uno spreco scrivere bei pezzi che nessuno ascolterà mai.

Avevi voglia di tornare a scrivere o ti è costato uno sforzo?

P: No, no. Sai, nella nostra scaletta c’è comunque tanta roba vecchia che all’epoca non ho voluto incidere perché non mi interessava. E poi scrivere i testi è una cosa che faccio da sempre. Ho mucchi di quaderni di testi, perché non posso fare a meno di scriverli. E poi, quando prendo la chitarra in mano, allora diventano canzoni. Se c’è una cosa che non ho mai smesso di fare e non smetterò è scrivere testi… anche se poi mi ci vuole la spinta di un gruppo…

A: Beh, quella serve…

PP: Un artista ha necessità di avere un pubblico. Sono pochi quelli che sono soddisfatti solo di creare senza che nessuno apprezzi il loro lavoro. E questa cosa mi ha dato lo stimolo per terminare alcune canzoni.

Quale è stato il fattore che vi ha fatto tornare assieme?

AM: Beh…

PP: Hai avuto tu l’idea no? Hai pensato che potesse accadere e così…

AM: Ero stato in giro coi Beatstalkers e a ogni intervista mi chiedevano degli Only Ones. Dicevano sempre “Chiedo scusa ai Beatstalkers, ma devo sapere se c’è la possibilità che gli Only Ones si riformino”. Mi ero rimesso a suonare il basso e credo che questo mi abbia fatto tornare la voglia di suonare con gli Only Ones. E così ho iniziato a manovrare nell’oscurità, chiedendo “Ti andrebbe?”… Kellie mi disse “Lo faccio se ci stai anche tu” e John mi ha risposto la stessa cosa. Peter invece credo che abbia solo cercato di essere gentile con me…

PP: No, nessuno mi ha hiesto niente finché… ma Warren Ellis non te l’aveva chiesto prima?

AM: Avevo ricevuto un’email…

PP: E’ quando ci hanno fatto l’offerta…

AM: No, prima di quella…

PP: Sai chi è Warren Ellis: suona con Nick Cave and the Bad Seeds… si occupava dell’All Tomorrow Parties

AM: Si, comunque prima ho ricevuto un’email e ho negoziato sui soldi…

PP: Nessuno mi aveva detto niente.

AM: Non ti ricordi che ti avevo detto che la Sony era disposta a pagare bene se avessimo fatto un concerto segreto? Tu avevi risposto “Davvero?” e io mi sono detto “Aaaaaah!”.

PP: La prima volta che mi ricordo di essere stato interpellato è quando è arrivata l’offerta…

AM: No, sono venuto da te un po’ di volte prima, perché Sony stava facendo uscire un Best of, dato che c’era stata quella pubblicità Vodafone [“Another Girl, Another Planet” nel 1996 venne usata in uno spot  di Vodafone – n.d.Andrea] e poi dopo è arrivata l’offerta per l’All Tomorrow Parties.

PP: Credo che se Ellis non ci avesse stanato, non avremmo ripreso a suonare.

AM: No. Se non ci fosse stata quell’offerta…

PP: L’All tomorrow Parties mi è piaciuto molto, sai… andarci con tutta la famiglia, in un weekend bello e soleggiato…

AM: Non c’è pressione in concerti del genere, perché il pubblico c’è comunque.

PP: Quando ho acconsentito a suonare all’ATP ho detto “Ok, ma solo per questa volta”. E’ stato solo dopo il concerto che mi è stato detto che ce n’erano altri in ballo.

AM: Beh, gli avevo mandato delle email, ma non avevo capito che lui non guarda mai la sua casella di posta elettronica.

PP: Non sapevo come si faceva, all’epoca. Adesso Zena ha imparato come si fa e mi ha insegnato. Quindi tu eri convinto che io leggessi quello che mi scrivevi?

AM: Sì!

PP: Benissimo.

AM: E poi all’epoca, non so se ti ricordi, ma una volta ti ho detto “Riformiamo la band” e tu sei uscito dalla stanza senza rispondermi, così ho chiesto a Zena “Secondo te cosa voleva dire?” e le mi ha risposto “Penso che dovreste farlo, dovreste ritornare assieme”.

[Continua QUI]

Rabies in Leicester

Agony Bag – Feelmazumba (Black Widow, 2001)

Sono da sempre tra i campioni della NWOBHM più oscura, questi Agony Bag (con ex membri della cult band Black Widow); il ruolo se lo sono meritatamente guadagnato sulla scorta di un singoletto contenente due soli brani, che è una specie di Santo Graal per diversi collezionisti: Rabies is a Killer/Never Ever Land (1980, Monza Records).
Il mito e la leggenda, poi, sono stati per anni potenziati dal fatto che la band – di stanza a Leicester, UK – aveva inciso un album mai uscito, visto lo scioglimento precoce.

Ed è qui che entra in gioco la genovesissima Black Widow Records, che con un colpo di mano, nel 2001, si aggiudica la possibilità di riesumare i nastri originali del disco e pubblicarli in pompa magna, in edizione cd. Nel 2001 esce, dunque, Feelmazumba, con “soli” 21 anni di ritardo.

La sensazione, ascoltando gli Agony Bag in una dimensione più dilatata (e con il proverbiale senno di poi) è che per anni la percezione sul loro conto sia stata falsata in buona parte. Perché la NWOBHM non è per nulla la componente maggiore del loro sound, in cui – al contrario – sono rintracciabili residui punk, suggestioni gothic rock, parecchio progressive di quello scuro, l’immancabile hard rock anni Settanta, una buona spolverata di glam e qualche pizzico di folk/psych inglese. Insomma, un bell’ibrido straniante, che necessita una certa predisposizione d’animo per essere affrontato.

Le vere schegge soniche del disco sono tre: i due brani d’apertura (ossia quelli già inclusi nel signolo), in cui si respira aria di NWOBHM piuttosto ruvida; e poi “Sally of Leicester” che è il manifesto dell’anima punk che alberga negli Agony Bag, con un riff semplice e ignorante, quasi degno (se così si può dire) degli Exploited o dei GBH. Nei restanti pezzi si alternano segmenti hard sabbathiani a momenti progressivi che richiamano i Jethro Tull più ispirati, glam stralunato, divagazioni psichedeliche e fraseggi blues rock.

A calamitare all’ascolto – sempre se vi troverete nel mood giusto – è proprio la caleidoscopicità dei brani, insieme alla totale assenza di pretese: non lasciatevi ingannare dagli stereotipi… prog, hard, blues e glam per gli Agony Bag significano prendere gli stilemi basilari dei generi e proporli nudi e crudi, quasi involvendoli e riportandoli a uno stato in cui necessiterebbero del suffisso “proto” per essere meglio inquadrati.

Naïf? Probabilmente sì. Anzi di certo. Ma sanguigni e in preda a quel demone che possiede chiunque si trovi almeno una volta a settimana in una sala prove: avete presente quei momenti in cui vorreste fondere insieme, negli stessi tre minuti di brano, tutto quello che vi ha formato, colpito, influenzato e stregato in anni di ascolto? Ecco. Gli Agony Bag sembrano essere in quello stato di grazia per l’intero disco. A tutto questo aggiungiamo un gusto per la teatralità stile Rocky Horror Picture Show… et voilà.

Come dice Punk Not Profit: “Blast from your ass”. Prendere o lasciare, con gli Agony Bag non ci sono vie di mezzo (ma un paio di ascolti, prima di decidere da che parte si sta, sono necessari).

[Scaricate il cd QUI, e se vi piace ricordate di comprarlo… lo trovate ancora facilmente]

<object width="

Ci si vede al Korova Milk Bar

Malenky Slovos – Antiquambience (autoprodotto, 2010)

Gli spezzini Malenky Slovos – che prendono il loro nome dal gergo del folle Alex in Arancia Meccanica – hanno un’aspirazione alta, ossia quella di creare un sound senza precisi riferimenti (altro…)

Oops… I did it again (third time)

E’ accaduto nuovamente, e non nascondo di essere piuttosto contento della cosa.

Dopo Iggy Pop, cuore di napalm e 3.7.69 morte di un Rolling Stone, è la volta di Kill ‘Em All, una bella (ok, me lo dico tutto da solo e sono scemo) monografia tutta dedicata all’esordio fondamentale dei Metallica (altro…)

Cleveland confidential: Mike Hudson, i Pagans e il rock’n’roll

Non mi pento di nulla. Anche se tenderei
a rifiutare la chance di ricominciare dall’inizio.
Sono più contento di essere vicino alla fine
(Mike Hudson)

Immagino che sarebbe del tutto superfluo, per la maggior parte di quelli che capiteranno qui, leggere le canoniche 10 righe che spiegano chi erano, cosa hanno fatto e perché sono fondamentali. E infatti le eviterò – invitando chi avesse questa grave lacuna da colmare a provvedere al più presto, magari leggendo la storia dei Pagans nella loro pagina MySpace.

Come il copione esige, le vicende musicali ed extra dei Pagans sono mitologia oscura, pescata nel solito bacino di anddotica torbida ed esaltante presso cui è d’obbligo abbeverarsi.
Ci sono il rock’n’roll, l’alcool, le droghe, il crimine, la morte, gli scazzi e l’inevitabile status di culto… che significa essere un mito quando ormai non te ne frega più un cazzo o quasi, visto che al momento giusto le cose non sono andate come avresti voluto (se siete curiosi, QUI trovate un po’ di racconti di prima mano).

Tutto questo, dal 2008, è stampato nero su bianco in un volumetto scritto dal cantante dei Pagans, Mike Hudson.
Il libro, uscito per la Tuscarora Books, si intitola Diary of a Punk ed è una delle testimonianze più vive del punk statunitense: ben scritto, evocativo e impietoso, è il racconto di una scena mitica (quella di Cleveland, Ohio) ma conosciuta solo in maniera superficiale da chi non l’ha vissuta sulla propria pelle. Ma non solo… perché una buona metà della storia è dedicata a descrivere – con occhio amorevolmente impietoso – ciò che succede quando la spinta iniziale si affievolisce e si capisce che non si diventerà mai grandi come i Ramones; i soldi diventano un problema, i matrimoni si sfasciano, la gente va e viene dalla band, qualcuno ci lascia le penne… e si arriva, poi, alla fase degli show di reunion che i fan vogliono ardentemente, ma tu no (e a ogni concerto ti domandi: “Dov’era tutta questa gente 20 anni fa?”… probabilmente sul seggiolone a fare i ruttini al sapore di omogeneizzato al pollo).

Mike non risparmia niente e nessuno, in particolar modo se stesso. Mette sul tavolo tutto, senza addolcire la pillola, in un’escalation che inizia con un gruppo di ragazzi agitati, con la passione del rock’n’roll e dello sballo, per arrivare alla resa dei conti – una notte del 2006 passata in ospedale, con tanto di estrema unzione ricevuta e aspettativa di vita che non supera le 12 ore (“Non avevo paura di morire. Pensavo che se l’avevano fatto mio fratello, mio figlio e metà degli amici che ho avuto, potevo farlo anche io”). Per fortuna Mike l’ha sfangata e sarà qui ancora per un bel po’ di tempo a scrivere nel suo magazine (il Niagara Falls Reporter, di cui è redattore e socio fondatore), a pubblicare libri e a rispondere alle domande di chi ancora pensa ai Pagans e alla loro musica dopo tanti anni.
E tanto di cappello a Mike che confessa: “non possiedo più nessuno strumento in grado di riprodurre cd, cassette o vinile. Ho una radio in cucina, sintonizzata su una stazione di Toronto che programma solo musica di big band, roba registrata prima che io nascessi: la accendo solo quando cucino la cena o lavo i piatti. Per me la musica era un modo di vivere che comportava il sesso, la droga e l’alcool, lunghi viaggi in auto, caos, morte e indifferenza. Ma è una vita che ho abbandonato”. E’ sicuramente così, però come racconta lui le storie malate dei Pagans e degli anfratti del punk statunitense, non le racconta nessuno.

Ma lascio la parola proprio a Mike, che una volta contattato è stato disponibilissimo, gentile e rapidissimo nel rispondere alle mie email; e questo è il risultato di una chiacchierata notturna.

Quanto tempo ti ci è voluto per assemblare Diary of a Punk?
Beh, potremmo dire che ci ho impiegato 30 anni! Ne ho scritto più o meno un terzo nel 2000 e poi ho fatto un sito dei Pagans per pubblicarlo online; il sito era molto visitato, quindi nel 2007 – dopo che è uscito il mio primo libro – ho deciso di espandere e riscrivere quel materiale e di trasformare il tutto in un libro. Quindi nel complesso direi che ci ho messo un paio di mesi, ma spalmati nell’arco di otto anni.

Diary of a Punk è una lettura elettrizzante, ma anche intrisa di tristezza e di situazioni al limite. È stato facile rivangare questi ricordi? E – se ce n’è una – quale è la ragione per cui hai sentito il bisogno di scrivere un libro come questo?
Volevo semplicemente raccontare come erano le cose all’epoca. Ho scritto il libro soprattutto per far vedere alla gente cosa fosse il punk rock, a Cleveland, negli anni Settanta. Chi eravamo e come vivevamo. Non era ancora stato fatto un ritratto accurato di questa cosa. Non chiedo scusa per nulla, né mi pento di come ho vissuto la mia vita… mi mancano le persone che sono morte, però è impossibile controllare le vite degli altri, non importa quanto forti siano i legami.

Sei ancora in contatto coi i tuoi ex compari dei Pagans e/o con altri personaggi della vecchia scena di Cleveland?
Certo. Con Mick Metoff ci si scrive via e-mail quasi tutti i giorni e più o meno una volta al mese parliamo al telefono. Un paio di mesi fa siamo andati insieme a Boston a vedere un match di baseball. Col batterista Bobby Richie parlo moltissimo, è anche l’autore della copertina di Diary of a Punk e di un altro dei miei libri. Alla fine gli ex Pagans ed io abbiamo ancora degli affari in piedi. Poi a volte mi capita di sentire Cheetah dei Dead Boys, John Morton degli Electric Eels, Bob Pfeiffer degli Human Switchboard, Jamie Klimek dei Mirrors e Craig Bell dei Rocket From the Tombs.

Alla fine del libro scrivi che la musica non fa più parte della tua vita e fai cose completamente diverse; raccontaci una giornata tipo di Mike Hudson, redattore di una rivista e veterano del punk…
Adesso mi occupo molto di reportage politici, giornalismo investigativo e opposition research [è la pratica di cercare fatti ed eventi potenzialmente dannosi nel passato di candidati a cariche politiche; può essere svolta da consulenti pagati dai candidati stessi oppure dagli oppositori in cerca di materiale per danneggiare i concorrenti – n.d.a.], quindi passo tanto tempo al telefono. Di solito lavoro da casa, mentre mia moglie Rebecca va in redazione a mandare avanti le cose. Viaggiamo ancora molto, otto o dieci settimane all’anno. Di recente siamo stati in Messico: mi piace molto là, nonostante la guerra in corso.

La discografia dei Pagans – tra 7″, album, live e compilation – è piuttosto estesa. C’è ancora qualcosa che non è mai uscito e vorresti vedere pubblicato?
Nulla. E infatti mi meraviglio che qualcuno riesca a scovare sempre qualcosa di nuovo da stampare. Ad esempio il nostro ultimo disco, che è uscito due anni fa, è la registrazione di un concerto in Wisconsin di cui mi ero completamente dimenticato.

È buffo che in Diary of a Punk l’Italia sia menzionata diverse volte; so anche che hai scritto un libro su un boss italiano a Brooklyn… è solo una coincidenza oppure hai qualche tipo di interesse nei confronti di questo Paese?
Spero di venire in Italia l’anno prossimo. Sono cresciuto in un quartiere italo-americano e ho da sempre molti amici di origine italiana. Il mio socio nel Niagara Falls Reporter, Dante Cipolitti, è abruzzese ed è venuto lì l’anno scorso quando c’è stato il terremoto. E poi, ancora, quando i Pagans iniziarono, i fan italiani furono tra i primi ad accorgersi di noi. Ho ancora tante lettere di ragazzi italiani che ci hanno scritto nel corso degli anni.

Hai qualche libro in uscita o stai lavorando a qualcosa, al momento? Ci puoi dare qualche anticipazione?
Per 15 anni ho tenuto una corrispondenza con il romanziere d’avanguardia David Markson, che è morto quest’anno; ultimamente ho riguardato tutte le lettere e mi sono messo a trascriverle: questa cosa potrebbe diventare un libro. Ho anche scritto qualche racconto, ma avendo fatto quattro libri in due anni ho pensato di prendermi un anno di riposo.

Domanda scema: il tuo pezzo preferito dei Pagans è…
Mi piacciono “I Juvenile,” “Eyes of Satan,” “Nowhere to Run,” “(Us and) All Our Friends Are So Messed Up”… a parte poche eccezioni, direi che mi piacciono tutti. Altrimenti non li avremmo mai fatti uscire.

Il finale di Diary of a Punk è triste, ma anche molto introspettivo… e un po’ spiazzante. Tanto che ci si chiede se hai dei rimorsi e cosa faresti se avessi la chance di ricominciare tutto dall’inizio…
So che è stato percepito in questo modo, ma non volevo proprio che il finale fosse triste. Certo, non è felice, ma chi cazzo lo è, di questi tempi? Comunque, come ho già detto, non mi pento di nulla. Anche se tenderei a rifiutare la chance di ricominciare dall’inizio. Sono più contento di essere vicino alla fine.

Gunk punk days

Eric Davidson – We Never Learn (Backbeat Books, 2010, 352 pag.)

Sai cosa ti fa salire un paio di gradini della scala verso il successo mainstream? Un genere etichettato con un nome identificabile e vendibile. E per le band di cui parliamo qui, qualsiasi cosa suonassero, quel nome non è stato mai inventato. Punk’n’roll, lo-fi punk e beer punk sono solo alcuni dei termini – ora appropriati, ora ridicoli – che sono stati a volte usati. E allora gunk punk? Certo, usiamo il gergo di quei tempi (altro…)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: