Una dose plus per il signore al tavolo 47

sick rose blastinSick Rose – Blastin’ Out… Plus! (Area Pirata, 2013)

Quando si parla di Sick Rose il pericolo di cadere nella più becera e insipida banalità da webzine italiota è elevato al cubo. Perché sono “storici”, “seminali”, “fondamentali”, “imprescindibili” e tutte queste belle cose. Quindi come dire… ce la si cava con poco: basta dire che sono i più grandi.

Che poi è anche vero, in una certa misura (altro…)

Indietro tutta!

backwardsThe Backwards – Eerie thoughts collection pt. 3 (Area Pirata, 2013)

Genova, estremi confini degli anni Ottanta tendenti ai Novanta. Uno studente di medicina impallinato con lo psych pop dei Sixties si mette a scrivere pezzi e a inciderli insieme a una band con la denominazione The Backwards. I suoi numi – più o meno riconosciuti – sono senza alcun dubbio Syd Barrett, Robyn Hitchcock, gli Who e i Creation (per il filone mod anni Sessanta), i Byrds, la Chocolate Watchband… e allora giù a registrare (altro…)

E cos’è una corda vuota?

Sparkplug, nell’ottobre 2010, ha pubblicato una lunghissima intervista agli Urinals, tra i pionieri del sound punk losangeleno, oltre che band atipica e bizzarra, divenuta leggendaria sulla scorta di tre singoli usciti tra il 1979 e il 1980.
La loro storia è peculiare come la loro musica, visto che a un certo punto cambiarono nome in 100 Flowers – perché sentivano che la loro musica era cambiata – per poi sciogliersi nel 1983 e riformarsi nel 1996.
L’intervista è stata condotta da Sylvia Juncosa, chitarrista e agitatrice della scena di L.A. da una trentina d’anni almeno (o qualcosa in più).

Alla chiacchierata erano presenti i membri degli Urinals John Talley-Jones (basso, voce), Kevin Barrett (batteria) e Rob Roberge (chitarra); con loro anche Kat Talley-Jones, moglie di John e collaboratrice del gruppo. Eccovi la traduzione… è molto lunga, quindi occhio allo sbadiglio!

John: Attenzione arriva! [Un pompelmo gigante cade da un albero vicino e per un pelo non centra Kat]
Kat: Forse non è il posto migliore per sederci…
Rob: E dai, aggiunge un elemento di…
John: …terrore!

SJ: Voi Urinals siete tutti persone molto intelligenti. Siete solo in tre, ma i vostri quozienti intellettivi messi assieme sono più alti della somma di quelli che trovi in qualsiasi tour bus. Di cosa parlate in viaggio? Mi sa che fate conversazioni piuttosto inusuali.
Rob : Teorie scientifiche bizzarre…
Kat: Posizioni sessuali diverse…
Kevin: Veramente di solito le prime ore del mattino le passiamo…
Kat: In coma.
Kevin: Parliamo di chi ci siamo portati a letto la notte prima… e ci lamentiamo di loro…

SJ: Vi lamentate?!
Rob: E poi prendiamo in giro John e tutti i suoi contenitori per il cibo.
Kat: E i suoi rituali.
Rob: Di solito dopo un’ora di viaggio si fa uno snack. E lo snack è contenuto in un sistema di contenitori che è come una Matrioska. Ha una di quelle gavette di metallo tipo Prima Guerra Mondiale, da razione K, che si apre e si divide in 37 scomparti. In uno ha l’uva passa, in un altro le noccioline e così via… e poi mischia tutto.

SJ: Ma se è come le bambole russe, e dentro a ogni contenitore ce n’è uno più piccolo, quanto ci impiega a mangiare?  Continui ad aprire scatoline e non finisci mai…
John: (serissimo) Se hai un sistema ben organizzato diventa molto facile trovare quello che cerchi.
Rob: Mescola i vari ingredienti, poi mangia – e Kevin ed io facciamo come gli scoiattoli sotto al tavolo, rubiamo quello che cade.  Dunque come vedi di solito nel giro di un’ora iniziamo a prendere in giro John per il suo sistema di contenitori.

Teorie bizzarre e digressioni eterne

Rob: Kevin ha una teoria sulla polvere. Ne abbiamo parlato continuamente in tour. Ha una base scientifica, abbiamo anche chiesto a un amico ingegnere, un tipo che costruisce prototipi di auto, uno scienziato…
Kevin: In sostanza, per la combustione servono tre elementi: carburante, ossigeno e calore. E c’è una proporzione, che deve essere rispettata. Se uno dei tre elementi è presente in quantità più significativa, gli altri due diventano praticamente neutri [segue una lunga spiegazione pseudo-fisica sulla combustione].
Rob: La teoria di Kev è che se sminuzzi qualsiasi cosa fino a ridurla in polvere sufficientemente fine, potrebbe andare in autocombustione a temperatura ambiente.

SJ: Quindi è successo questo in Spinal Tap?
Rob: Passiamo molte ore in viaggio a discutere della teoria di Kevin. E ci divertiamo sempre.

SJ: Già. Pensa alle cose che si potrebbero polverizzare…
Rob: E ogni cosa che vediamo qualcosa in polvere ci chiediamo se potrebbe prendere fuoco. Questo accadrebbe se la teoria di Kevin fosse giusta. Ma fa un po’ acqua.

Droga e rapine

John: Di solito scomponiamo e analizziamo le esperienze della sera precedente. Parliamo dei gruppi con cui abbiamo suonato, il club, e cose così. Tutti abbiamo sempre punti di vista diversi.
Rob: Parliamo delle droghe da cui mi sono tenuto lontano.

SJ: Davvero? Sei in uno stretto regime anti-droghe?
Kevin: A parte a Seattle, quando hai domandato se qualcuno aveva del Percodan.
Rob: Mi ero fatto male alla schiena! E così un po’ scherzosamente ho detto: “Qualcuno ha dei medicinali per il dolore o roba simile?” ed è arrivato questo tipo dicendomi “Avrei della morfina”…

SJ: Morfina!?
Kevin: Sì, e gliela stava per dare.

SJ: Morfina gratis?!
Kevin: Sì, ha detto “Di solito la vendo, ma tu sei negli Urinals”.
Rob: E io gli ho detto “Vattene! Dove cavolo eri 15 anni fa? Grrr! Morfina gratis!”

SJ: All’epoca per averne un po’ dovevi farti amputare una gamba o cose così.
Rob: L’avrei fatto!
John: Anche un attacco di cuore… a me l’hanno data [per l’infarto qualche anno fa]… non mi è piaciuto.
Rob: E’ orribile. Perverso. Davvero, mi rattrista sentirtelo dire.
John: Eppure mi è sembrato brutto. Non ero contento. Faticavo a dormire.

SJ: Io penso che le droghe dovrebbero essere tutte legali. Così credo che gli eroinomani scomparirebbero.
Rob: Sì. Penso che non ce ne sarebbero più. Concordo.

SJ: C’è molta gente che non la trova un’esperienza piacevole, persone normali che dicono “Perché dovrei pagare per addormentarmi o vomitare”…
Rob: E sarebbe anche più sicuro, sapresti cosa stai comprando.

SJ: E ci sarebbe il beneficio di una minore criminalità, magari anche più introiti in tasse.
Rob: Il proibizionismo non ha ridotto i tossici e ha di certo incoraggiato la criminalità.

SJ: E poi si spende tutto questo denaro per le prigioni. Siamo i peggiori in questo campo.
Rob: Stanno privatizzando le prigioni. E’ un’idea terribile e incentiva a incarcerare la gente. Faranno più soldi se mettono più gente in galera. Ma la società non dovrebbe avere un impulso a incentivare le incarcerazioni.
Kevin: Non dovrebbe essere una cosa che genera profitto. E’ folle.
Rob: E’ una faccenda che non ha nulla a che fare con la riabilitazione e c’entra molto con l’avidità e l’ingabbiamento dell’umanità. Sono pazzi.
Kat: I texani erano all’avanguardia in questa roba.

SJ: E così non c’è alcun incentivo a migliorare il trattamento dei detenuti.
Kat: O a scarcerarli.
Rob: Nel sistema pubblico, qui in California, la maggior parte delle prigioni non ha dei programmi di autoaiuto.

SJ: Che non costano nulla!
Rob: E più del 70% dei carcerati sono lì per reati legati all’alcool o alla droga. E non possono seguire questi percorsi – gratuiti – di riabilitazione. E’ una follia.
Kevin: Pensa, però, che c’era questo tizio a San Diego, che era stato in galera per la maggior parte della sua vita – aveva tra i 60 e i 70 anni; quando è uscito non gli volevano dare alcun tipo di assistenza pubblica, la pensione o altro. Così ha rapinato una banca per tornare in prigione. Ha pensato: “Almeno lì ho qualcosa. non sarà il massimo, ma fuori non ho nulla”.

SJ: Wow… ma quanto era stato dentro?
Kevin: Credo per la maggior parte della sua vita da adulto.
John: Era lo stesso rapinatore che hai fermato l’altro giorno?
Kevin: [ride] No…

SJ: Aspetta – hai bloccato un rapinatore?
Rob: No, pensa di avere assistito a una fuga.
Kevin: Sì. Ho visto qualcuno che guidava sul marciapiede… s’è buttato nell’incrocio, ha speronato un’altra auto e ha perso tutti i copricerchioni. Secondo me era un inseguimento.

SJ: Ma non c’era la polizia dietro?
Kevin: No! Era strano, perché ho pensato anche io che se era un inseguimento avrebbe dovuto esserci più di una macchina.

SJ: Del resto, però, perché non guidava normalmente?
Kevin: O poteva parcheggiare tranquillo.
Kat: John ed io siamo stati in una banca durante una rapina. John ha aperto la porta al ladro.
John: A Santa Monica, entravamo in una banca. Tenevo la porta aperta per Kathy, e l’ho tenuta anche per questo tipo, e mi sono incazzato perché non ha detto grazie.
Kevin: Un po’ di civiltà!
Kat: E poi ha superato tutti quelli in fila.
John: Sì! Lo tenevo d’occhio perché ero incazzato con lui e l’ho visto andare diretto allo sportello, con una borsa che ha messo sul ripiano; l’impiegato ci ha messo dei soldi dentro e il tipo è fuggito dalla porta. E non si è fermato a ringraziarmi!
Kat: E la cartuccia di inchiostro che c’era nel denaro è esplosa, è uscito del fumo rosa e il tipo ha mollato la borsa; era coperto di inchiostro rosa, poi ha ripreso la borsa ed  è corso via.

Storia

SJ: Andrei dritta, ora, alla storia degli Urinals e i cambi di formazione.
Kevin: Che spreco.
John: Ecco la storia: all’inizio c’era Kevin, il batterista, che lo è ancora. Io sono il bassista e cantante. Per quello che riguarda i chitarristi, il primissimo è stato Steve Willard.

SJ: Sì? C’è stato un chitarrista prima di Kjehl?
John: Kjehl suonava le tastiere. Ed eravamo in cinque, con un altro cantante.

SJ: Non l’ho mai saputo! Ero l’unica a ignorarlo?
John: Non saprei. Ma questa non è roba molto interessante.

SJ: Sarà interessante, per tutti i lettori, non appena arriverò alla parte sui costumi…
John: In effetti li indossavamo! Il cantante si vestiva con un sacco dell’immondizia, io mi disegnavo una X sul pacco, col nastro isolante…
Kevin: Ma è stato solo per un concerto… e abbiamo fatto delle foto promozionali.
John: E facemmo dei pezzi che poi diventarono degli Urinals. “She’s a Drone”, “In the City”…

SJ: Sapevate che voi, per primi e 20 anni prima che scoppiasse la moda, avevate una tribute band tutta femminile?
Rob: Cioè roba tipo AC/D-she? Ci sono anche i Kiss donna ora…

SJ: Erano le Urinettes.
John: Ne ho sentito parlare, ma non ero in giro.

SJ:  Io ci ho suonato. Facevamo tutti pezzi degli Urinals ma declinati al femminile.  “Male Masturbation” era “Female Masturbation” e così via. Eravamo io, la mia amica Sue e alla batteria c’era il vostro Kevin, travestito.
Rob: E sbagliava anche vestito da donna?
Kevin: Certo che sbagliavo! Suonavo coi tacchi!

Micro-scene

SJ: E per rimanere in tema di tributi agli Urinals… non so se vi piacerà, ma… i Mika Miko sembrano molto influenzati da voi.
Kat: Tanti gruppo lo sono.

SJ: E cosa ne pensate?
John: Abbiamo suonato spesso allo Smell con diversi di questi gruppi ed è grande perché tanti delle nuove generazioni conoscono la nostra musica e cantano le parole.

SJ: Pazzesco.
John: Vero. Ma è molto gratificante. Davvero fico. Loro sono entusiasti e pieni di energie, ma anche alla mano e divertenti… è davvero bello. I No Age hanno fatto una nostra cover, ad esempio.
Kevin: “Male Masturbation”.
Rob: Una bella versione davvero.

SJ: Ma come è iniziata questa cosa? Cioè, voi ve ne stavate lì a parlare di posizioni del Kamasutra e di teorie fuori di testa e tutta quella roba lì… e un bel giorno avete aperto il LA Weekly e ci avete trovato scritto che i No Age suonavano i vostri pezzi? O eravate stati avvisati?
John: E’ merito di internet. Le voci girano. E la gente è sempre in cerca di… “vere esperienze punk”.
Kevin: Ho parlato col batterista dei No Age e mi ha spiegato che loro sono appassionatissimi di musica, la analizzano, sono dei veri studiosi. Ha detto che erano a Chicago, negli uffici di qualche etichetta, e un tipo gli ha fatto sentire il nostro pezzo e loro se ne sono innamorati, così l’hanno cercato. E’ ancora un pezzo particolare dopo tanto tempo…
Rob: Non ho nessuna emozione in proposito, io non c’ero nelle registrazioni originali perché non ero un membro del gruppo; ma da fan, mi piace tantissimo questa roba, sono pezzi che sembrano fuori dal tempo, hanno un sound monolitico e garagioso, molto divertente. Quando abbiamo suonato al SXSW c’erano dei ventenni tutti esaltati; mi sono fatto due conti e ho capito che non erano nemmeno nati quando i dischi sono usciti. E’ fico che gente più giovane delle canzoni le ami.

SJ: Forse hai centrato il punto, John. La ricerca di “vere esperienze punk”. Questi ragazzi sono cresciuti al tempo dei Green Day, quando un gruppo punk rock suona tranquillamente negli stadi. Per noi era una cosa impensabile, una contraddizione, come minimo. E se a una punk band fosse stata chiesta una cosa simile, avrebbero dovuto rifiutare.
Kat: Non sarebbe stato punk.
John: Penso anche che ci sia stato un ritorno di interesse per il punk rock di Los Angeles punk rock di fine anni Settanta e inizio Ottanta. E noi eravamo lì.
Rob:  Ce ne siamo accorti dai libri. Fino a 10 anni fa non c’era quasi nulla sulla scena punk di L.A., solo roba su New York. Gli ultimi 10 anni invece sono stati molto più dedicati a L.A.

SJ: Probabilmente sono campanilista, ma penso che L.A. abbia avuto la miglior scena – ok, magari non in senso assoluto, ma almeno c’erano tantissimi gruppi e tante suggestioni diverse.
Rob: Da fine anni Settanta L.A. è stata molto più interessante di New York.
John: L.A. è così immensa, c’erano tante micro-scene, mentre New York è relativamente più compatta.
Rob: New York ha la Bowery.
John: Sì, e si finisce lì, almeno a quanto ne sappiamo. Probabilmente succedeva molto altro di cui siamo all’oscuro. Ma a L.A. c’erano tante scene diverse… nelle note di copertina di Keats Rides a Harley si spiega che c’erano delle scene a Westside, Pacific Palisades, UCLA, ma non erano molto note. I gruppi di Hollywood attiravano molta più attenzione, quando iniziammo a suonare noi. E poi i gruppi hardcore che venivano dalle zone delle spiagge…

SJ: La storia della OC.
John: Quello spazzò via tutto.
Rob: Chi c’era a Hollywood allora?
Kevin: Weirdos, the Screamers

SJ: X, Alleycats…
Rob: La scena di Huntington beach aveva i TSOL, i Social Distortion.

SJ: Poi c’erano quelli di South Bay e della SST.
Kat: Vero: The Church, Hermosa Beach, i The Last… in queste scene quando un gruppo raggiungeva un po’ di notorietà invitava tutti gli altri ad aprire i concerti e così si ingrossava il giro.

SJ: E ora cosa pensi della scena di L.A.?
John: Scene, al plurale. C’è roba in giro che mi pare positiva e buona. Tanti gruppi che iniziano suonano allo Smell, per esempio, poi crescono e diventano più conosciuti, come i No Age e i Mika Miko. E’ la scena che conosciamo di più perché abbiamo suonato in quel locale. Qualcuno ha scritto che lo Smell è una “incubatrice punk”. Mi è sembrato molto azzeccato.

SJ: Quindi non credi che lo Smell sia troppo conosciuto ora. Voglio dire, era bellissimo all’inizio, era tutto così naturale…
John: Penso che lo sia ancora.
Kevin: E’ ancora una piccola comunità. Abbiamo suonato a Olympia, in un posto simile, e la tizia che aveva organizzato il concerto non si era mai occupata di una cosa del genere, ma era in una band e avevano cercato di suonare allo Smell – senza successo. Però ci erano andati lo stesso a passarci una serata e anche se non suonavano erano entusiasti di essere lì. I ragazzi pensano sia una specie di Mecca dove andare in pellegrinaggio… non è come il Whisky o posti simili dove c’è gente che fa soldi. Lì c’è ancora chi vende biscotti a un dollaro. E’ rimasto molto vero.

SJ: Io frequento molto la scena del Redwood, è fico, come il Raji’s di una volta… ma ci sono tanti club di L.A. che mettono insieme tantissimi gruppi nella stessa sera, ma non riescono a portare gente…
John: Il posto è molto importante. Lo Smell ha creato una scena perché c’è una filosofia dietro. E tanti club non ne hanno una.

SJ: Esatto!
John: Oppure devi portare la tua visione cercando di mettere insieme la serata migliore, che è una cosa sensata.

SJ: Sì, è la cosa che dovrebbero imparare gli organizzatori. Il Redwood lo fa piuttosto bene… e poi c’è il La Cita, il 5 Star, e altri posti downtown…
John: Sì, a downtown c’è un bel giro adesso.

SJ: Hollywood, però, è un posto impossibile. Non riesco quasi più ad andarci.
Kat: E’ diventata trendy e glamour.
Kevin: Adesso devi pagare per suonare ovunque.

SJ: Sulla Strip devi pagare per suonare, sì.
Rob: Safari Sam era l’unico che tentava di riportare le cose come erano un tempo, ma è andato a bagno.

SJ: Io spero che nasca qualcosa qui, in quest’area. Al Silver Factory, proprio laggiù sulla Jefferson…
Kat: Una volta c’erano tanti concerti in posti sparsi sulla Crenshaw… il Polish Hall… il Blackie’s su La Brea…

E finimmo a parlare di un tale Vorhees…

Rob: Vorhees sa tutto di tutto. E’ una specie di anti-Kevin.

SJ: Cosa?! Hai detto “anti-Kevin”?
Rob: Sì.

SJ: Quindi stai dicendo che lui non sa niente?!
Kat: Sa molte cose, ma non è a posto.
John: Non chiedergli mai nulla di storia.
Kevin: Non mi tangono. Sono superiore a queste cose.
Rob: Però sa tante cose.

SJ: [a Kevin] Preferisci il presente o…?
Kat: Preferisce le storie.
Kevin: Vedi… seguo una regola per cui tutto quello che dico mi è accaduto, oppure qualcuno me l’ha raccontato o ancora l’ho sognato. Ma di solito non ho ben chiaro quale delle tre cose sia. questo è un dato di fatto. E quando dico qualcosa, non devo spiegare “Comunque, potrebbe essere roba che ho sognato”: chi mi conosce lo sa già.
John: E’ una specie di approssimazione della realtà.
Rob: Ha un approccio buddista alla conoscenza. Non è sistematico gli occidentali sono abituati e essere.
John: Non se ne fa un problema.
Rob: Nel gruppo ci divertiamo così… chiedo a Kevin: “Prima che io arrivassi avete mai suonato al tal club?”. Il Palladium, il Fillmore, o qualsiasi altro ti venga in mente. E lui mi dice sempre: “Sicuro. Ci siamo stati, è andata benissimo”. Come per il 12 Galaxies di San Francisco: mi aveva detto che ci avevano suonato.Così mando una mail a John e gli dico che sto trattando con l’organizzatore del 12 Galaxies, e chiedo se posso menzionare il concerto che avevano già fatto. E John mi dice: “Non ci abbiamo assolutamente mai suonato!”
Kevin: E’ uguale.

SJ: E a voi non dà fastidio? Credo sia un problema quando cercate di organizzare dei concerti.
Rob: No, ci divertiamo.
Kevin: E’ questo il motivo per cui non mi occupo di certe cose. Un’altra cosa di cui non posso occuparmi è il banchetto del merchandising.

SJ: Ha! Immagino. “Posso aver venduto qualcosa, ma anche no. Ci sono soldi in cassa, ma forse non ci sono”.
Rob:  Quando Kev vende tre magliette, in qualche modo inspiegabilmente ci troviamo sotto almeno di sette dollari.

SJ: Ho avuto un dipendente che faceva così.
Kevin: John ha inventato un sistema complicatissimo. se comprano un cd costa CD 12 dollari, ma un CD con una T-shirt fa 21 dollari, ma se invece vogliono un cd e una spilla…
Rob: Allora li dobbiamo pagare noi 30 dollari.
Kevin: Qualcosa del genere! E arrivano questi ragazzi che vogliono un cd…
Rob: E tu devi tirare fuori un pallottoliere.
Kevin: Poi ti dicono che vogliono un cd ma hanno solo 9 dollari… e io dico che va bene, ma devono prendere anche una T-shirt, mi sembra abbia senso. E ogni volta finisce che devo metterci dei soldi di tasca mia… ecco 20 dollari… non so, John ha un inventario e sa sempre cosa abbiamo venduto…
Kat: John conta tutto al centesimo.
Rob: Siamo abbastanza bravi a distribuire i compiti a chi li sa fare. John si occupa degli aspetti organizzativi. Kevin ed io ci presentiamo ai concerti.
Kat: E lo fate bene. Arrivate anche in tempo di solito.
John: Siamo noti come il gruppo più puntuale della storia del rock. Arriviamo sempre all’ora che ci dicono.

Bringing New Angles to an Angular Band

SJ: sono stata una vostra fan fin dall’inizio, come minimo dai primi Ottanta… e ho sempre pensato a Kjehl, il primo chitarrista, come a un elemento fondamentale; gli Urinals erano un’entità con un suono ben distinto e Kjehl era un tassello di questa cosa. Ora avete un suono molto diverso. Mi chiedevo cosa avevate in mente quando cercavate un sostituto per Kjehl: avevate intenzione di trovare qualcuno con un suono più distorto e rock? O avete trovato Rob e vi siete adattati al suo suono?
John:  Credo che la band non debba essere succube dell’imitazione del proprio passato. Deve evolversi e cambiare, e abbiamo bisogno di inglobare diverse suggestioni stilistiche.
Kevin: E l’unico modo perché accada è che qualcuno faccia cose diverse.
John: Sì perché Kevin ed io, per quello che facciamo, siamo una specie di elemento fisso del gruppo, la sezione ritmica suona come la sezione ritmica. Ma ogni chitarrista porta sfumature diverse ai pezzi. Kjehl il suo sound personale, Rod aveva il suo, e poi Rob aggiunge la sua interpretazione e i suoi interessi all’amalgama. Credo sia il modo per tenere vive le canzoni, fai in modo che siano reinterpretate.

SJ: Rob, come ti senti a dover vestire i panni di Kjehl? I suoi panni così ritmici, non distorti e pieni di staccato? Per i vecchi fan come me Kjehl era fondamentale per il sound del gruppo. E magari lo pensano anche alcuni dei fan più giovani che hanno ascoltato le vecchie cose. I fan possono essere piuttosto duri a volte…
Rob: Sì, a volte… in Wisconsin c’era una donna ubriachissima che ci ha chiesto di autografarle una copia di What is Real and What is Not, su cui c’è una foto di Rod… se non fosse stata così ubriaca mi sarei rifiutato. Ma era talmente distrutta che non valeva la pena tentare di spiegarle la faccenda, che quello non ero io… le ho fatto l’autografo, ho scritto Rod Barker, le ho anche disegnato uno smile e ho lasciato che andasse per la sua strada.

SJ: Quindi è falsificazione! Hai appena confessato un crimine.
Rob: Ma non c’erano soldi in ballo, non ho comprato una casa con quella firma…

SJ: Ma magari quell’autografo vale dei soldi.
Kevin: No. Non ne vale.
Rob: Io sento la responsabilità. Mi piace moltissimo la roba degli inizi e non suono come Kjehl o Rod. Ho anche una formazione diversa, gruppi con due chitarre, che suonavano blues punk e country punk. Sono stato in art band alla Television. E non sono stato in molte formazioni a tre, in cui ero l’unico chitarrista e dovevo riempire i vuoti. Mi piace molto il suono di chitarra dei primi dischi degli Urinals, un po’ surf e un po’ garage. Ma ho provato a suonare così dal vivo e rimangono troppi vuoti – e coi pezzi nuovi proprio non funziona. Bisogna trovare un compromesso tra la responsabilità di non stravolgere i pezzi vecchi, suonare bene ed essere all’altezza di Kevin, John e gli altri chitarristi. Certe vecchi canzoni per me non venivano abbastanza bene per farle dal vivo. John e Kev hanno insistito per farne alcune che io non mi sentivo a mio agio a suonare. Non è una cosa semplice. C’è sempre della pressione quando sei l’ultimo arrivato in un gruppo che esiste da tanto. Il prossimo disco sarà il primo in cui suono. Se la gente dirà che fa schifo potrò concludere che sono io la variabile, quello che ha portato il gruppo alla rovina.
Kat: Ma c’è anche l’elemento del tempo. E ci sono altre variabili.
Rob: Non nel mio modo di vedere le cose egocentrico e autocommiseratorio.
Kevin: C’è una sfilza di recensioni per What is Real che dicono “Oh erano grandi, ma adesso fanno pena”.
Rob: E’ l’altro lato della medaglia della nostalgia di cui John diceva prima, la nostalgia della primissima ondata punk. E’ quella roba… hai presente la definizione di hipster? Uno che dice sempre “Preferisco le loro prime cose” e se qualcuno ribatte “Questo è il loro primo singolo” risponde “No ho della roba più vecchia… li ho registrati su una cassetta alla loro prima prova ed è molto meglio”. E un altro dice “No! Io li ho registrati prima della loro prima prova, ed erano ancora meglio!”. La gente vuole sempre godersi il fatto di essere arrivata prima a conoscere le cose fiche, e tutto quello che arriva dopo non è mai all’altezza. Eppure la nostalgia è una bugia per definizione. E’ ricordare un passato che non è mai esistito.
John: E la nostra responsabilità, come musicisti, è continuare a evolverci e muoverci, e contemporaneamente onorare il passato. Non siamo un gruppo revival. Facciamo molti pezzi vecchi dal vivo, ma anche roba nuova che abbiamo scritto la settimana prima.
Kevin: Ma ci piacciono i pezzi vecchi. Ci starei male se non li facessimo solo perché sono vecchi.
John: Sono ancora divertenti da suonare.

SJ: E alla gente piacciono.

Il Problema

John: E questo è il problema. Quando vogliamo suonare un pezzo vecchio dobbiamo insegnarlo a Rob, e lui chiede in che tonalità è. Quale è l’accordo principale. E io non lo so.
Rob:  John risponde: “E’… uh… la corda più grossa, sul secondo pallino”. E io gli dico: “suoni da 32 cazzo di anni e non sai che nota stai facendo?! Una corda vuota?!”.
John: E cos’è una corda vuota?
Rob: Un Mi, per esempio!
John: Lo so quale è il Mi. La corda grossa, sopra.

SJ: Col basso sono tutte grosse.
Rob: Sì e poi tecnicamente non è quella sopra, ma quella più bassa.
John: Ecco, vedi il problema?
Rob: E così con i pezzi vecchi – ma anche alcuni nuovi – quando si portano nuove idee per lavorarci assieme, io arrivo e dico cose tipo “Ok, è un Re, Fa, Do, La e poi vai in minore nel ponte…”. E John risponde: “Quale pallino?”. Lo fa anche quando porta lui un’idea. Ma a dire il vero la cosa fica degli Urinals è che John è un bassista fuori dagli schemi  e Kevin un batterista non convenzionale. E’ stato bello imparare a suonare con loro. La parte difficile è quando facciamo i pezzi vecchi e John non sa che note fa – e poi molto spesso non suona la nota dominante come dovrebbe fare un bassista.
Kat: Non sa neppure cosa significa questa roba.
Rob: La maggior parte dei bassisti, se la chitarra fa un accordo in Sol, suonano un Sol. John invece potrebbe suonare qualcosa di totalmente diverso, una terza, una quinta o una settima, ed è una parte di basso fichissima, ma non mi dà nessun appiglio per capire cosa faceva la chitarra nel pezzo originale. così devo ascoltarmi le vecchie registrazioni e lui mi dà dei consigli. Siamo come due persone che parlano lingue diverse e quello che ne esce è un altro linguaggio ancora. Uno Spanglish della musica.

Musicalità orizzontale

SJ: Vi seguo da tantissimo. Uno dei miei pezzi preferiti era “Horizontal”.
Rob: Ha uno dei solo più belli di sempre… con cosa l’avevi suonato, John?
John: E’ un Muzon. Un sintetizzatore giocattolo della Mattel. Ce l’ho ancora. E’ fichissimo.

SJ: “Horizontal” è geniale. Una sola nota (veramente sono due, ma una è la fondamentale).
John: E’ tutto basato sul ritmo.
SJ: Sì ed è un brano orizzontale. E’ talmente buono che fatico a descriverla a chi non l’ha mai ascoltato e di solito poi quando ho finito dicono: “Wow. E’ davvero buono”. E’ geniale avere un pezzo che piace anche a chi non l’ha mai sentito.
Kat: E’ un meta-brano.

SJ: All’inizio eravate molto semplici. Perché… beh, non sapevate suonare.
Kevin: Sì.

SJ: E avevate una batteria giocattolo.
Kevin: Sì. I primi due anni.

SJ: Ora gli Urinals sono maturati. Hanno strumenti veri, amplificatori e sanno suonare. Quindi cosa volete fare?
John: All’inizio, abbiamo capito che non sapevamo suonare e l’idea era di trasformare questa cosa in un vantaggio. Ma come? Pensando a ciò che fai e senza provare a fare cose fuori dalla tua portata, usando il cervello e dosando le risorse limitate che hai. I pezzi li abbiamo scritti così. “Horizontal” è un esempio perfetto. Ma credo che tu possa ritrovare lo stesso schema nei pezzi degli ultimi tre anni. L’ultimo pezzo, quello che dà il titolo al disco, è tipo “Horizontal”, ma dopo 25 anni, ha un riff che abbraccia lo stesso concetto. Mi piace ritornaci. Ci tengo molto alla costruzione di un pezzo, è diverso dalla composizione. Per me è un puzzle geometrico che devo mettere insieme nella mia testa. Una cosa visiva. Io vedo come sono fatte le canzoni, come sono. E’ la geometria associata alle canzoni. Parto da una prospettiva differente. E forse è uno dei motivi per cui non riesco a imparare accordi, note e robe così.
Rob: Sai le note, le suoni. Non conosci i loro nomi.

SJ: Avete di sicuro un nonsoché, diverso dagli altri musicisti.
Rob: Spigolosità.

SJ:  E c’è in tutta la band. Anche nel batterista.
Rob: E’ stato difficile abituarmi.

SJ: Anche Kjehl ce l’aveva. Ma Rob, tu sei ancora diverso. E sto cercando di capire come funziona.
John: Hai avuto una risposta soddisfacente al tuo dilemma?

SJ: Non ho idea di come rendere tutto ciò sensato per i nostri lettori, ma credo che ci stiamo avvicinando alla soluzione del mistero degli Urinals.
John: Non è necessario risolvere tutti i misteri.
Rob: E’ stato divertente imparare a suonare con loro. Sono diversi da ogni sezione ritmica con cui ho suonato. Nel rock’n’roll degli Urinals c’è molto poco “roll”. E’ un gruppo molto spigoloso. A volte melodico, altre molto orecchiabile, ma non c’è lo “swing”.  Non ci sono accenti. E’ durissimo suonare così. Non sono un musicista punk, non vengo dalla scuola del “solo plettrate verso il basso, sedicesimi e trentaduesimi”, ma non sono neppure un menestrello folk. E’ stato interessante imparare a gestire gli spazi. Ho dovuto ripensare a come la chitarra si inserisce tra basso e batteria.
Kevin: E’ capitato che gente che voleva fare un nostro pezzo, anche bravi musicisti, dicessero che non capivano come fare e non sapevano come John ed io facciamo. Io però non so suonare in un altro modo, è il mio metodo, e non ho un concetto prestabilito di come le cose dovrebbero essere fatte. A John e a me piacciono le parti melodiche. Con Kjehl funzionava, perché era una vera macchina ritmica.
Rob: Kevin e John sono sempre stati molto creativi e hanno saputo lavorare utilizzando al meglio i loro limiti. Tanti impongono volutamente dei limiti ai propri lavori. Come quei cineasti di New York, Dogma. O quel tipo  di cui non ricordo il nome che ha scritto un romanzo senza usare la lettera e, che è la più comune. Pensaci: non puoi usare la e e all’improvviso non puoi fare tantissime cose. Niente pronomi, niente articolo “the”, niente verbi al passato. Quando inserisci un limite, sei obbligato a pensare diversamente. Io non avrei mai pensato ad “Ack Ack Ack Ack”; per me una canzone doveva avere almeno tre accordi! Ma amo quel pezzo. Due note. Brillante.
John: All’inizio volevo fare quel pezzo solo con una nota. Mat Kjehl ha insistito per mettercene due. E Kathy ha scritto il testo. Il pezzo è stato scritto a sei mani. Io ho scritto una nota, Kjehl l’altra e Kathy le parole.

The Biz

SJ: C’è ancora un aspetto di cui vorrei parlare. Lo stato del music business. E’ molto più diy ora. E voi lo siete da sempre, quindi magari è un vantaggio per voi.
John: Ci sono meno soldi di una volta. Noi siamo stati fedeli all’etica diy e siamo proprietari dei nostri master, dei nostri brani e dei diritti. Ma farsi dare i soldi che ti spettano è sempre difficile. Mentre aiuta molto avere qualcuno che riscuote per te, un’agenzia. Ma noi non abbiamo il peso per permettercelo. Comunque almeno è tutto nostro: siamo proprietari della nostra musica e possiamo farne ciò che vogliamo. Ma economicamente non c’è da stare allegri. specialmente con tutta la pirateria e i download pirata.
Kevin: C’è un’etichetta di Seattle… daranno il materiale in download gratuito e si butteranno sulla vendita di t-shirt.

SJ: Credeteci, io ho vissuto della mia musica per 10 anni. Tenevo al minimo le spese, ero sempre in tour, ero proprietaria dei miei pezzi e vendevo le magliette. Ma adesso…
John: E’ rimasto poco.

SJ: Già. Non vedo come ci si possa campare ora. E il brutto è che tutti la vedono così. Tutte le nostre menti più creative – musicisti, compositori, scrittori, giornalisti, attori, registi – hanno visto le loro carriere distrutte, e nessuno di noi riesce a trovare il modo per salvare la propria vita e quella dei propri cari. La domanda che faccio a tutti è: avete qualche idea?
Rob: La musica è quella messa peggio, rispetto a tutti i campi che hai menzionato. io lavoro nell’editoria ed è messa male. Ma è un’area che non ha mai avuto un momento d’oro come invece è successo alla musica. Nell’editoria è sempre stata dura, non è mai stato un business buono. Invece l’industria musicale è collassata. Ha preso il colpo peggiore.
John: Penso che uno debba ignorare quello che sta succedendo e decidere che se vuole essere un musicista non avrà mai successo a livello economico, ma lo deve fare perché è una necessità e gli piace.  Kevin ed io l’abbiamo scoperto coi Radwaste. Era un gruppo con possibilità di andare sotto major; abbiamo fatto riunioni alla Capitol, le cose si stavano muovendo, ma poi è tutto crollato. A quel punto ho capito che non faccio queste cose in un’ottica di successo economico. Le faccio perché mi piacciono e sento il bisogno di esprimermi così. Una volta capito questo, non mi sono mai più guardato indietro. Una volta che decidi che non lo fai per i soldi, sei libero.

Double double shot

The Sick Rose – Shaking Street + The Double Shot ep (Area Pirata, 2011)

Seconda metà degli anni Ottanta; per la precisione 1987 e 1989. I Sick Rose pubblicano rispettivamente il doppio 7″ The Double Shot ep e l’album Shaking Street (entrambi per Electric Eye)… e ora, finalmente, dopo più di 20 anni, qualche anima pia si prende la briga di sbattere il tutto su un cd, per il godimento di chi non c’era e di chi – come il sottoscritto – all’epoca si fece sfuggire i vinili per scarsa lungimiranza o altro.

Come spiegano magistralmente le liner notes a cura di Roberto Calabrò (e chi meglio di lui poteva scriverle, dopo la monumentale opera sulla scena neo-Sixties italiana, Eighties Colours?), questi due lavori fotografano un momento di transizione per i Sick Rose, che da band di filologico garage Sixties tinto di folk rock si stanno trasformando in una macchina da guerra che macina proto-punk e rock’n’roll, sotto la protezione di numi tutelari come MC5 (di cui coverizzano “Shakin’ Street”, presente nel cd in ben due versioni – e con una g aggiunta, così che diventa “Shaking Street”) e Flamin’ Groovies. Un’evoluzione che troverà la sua forma definitiva o quasi col successivo Floating e che significa, utilizzando una semplificazione da verduraio iconoclasta, meno-organo-e-più-chitarre-per-la-madonna!

Detto questo, è comunque innegabile che entrambe i dischi piaceranno incondizionatamente a chiunque ami anche il garage più tradizionale, visto che ce n’è molto (e di quello sopraffino) in queste 16 tracce. Personalmente promuovo in blocco tutto Shaking Street, album veramente da paura, con quel gusto piccantino e agrodolce che segnava il declino degli Ottanta e che solo alcuni gruppi italiani – a mio parere – hanno saputo cogliere; il doppio 7″ è sicuramente buono, ma un po’ meno incisivo. Mi affascina di più l’outtake di “Shaking Street” in versione acustica incisa nel 1989: brividi evocativi a go-go.

Questo è un pezzo della storia del garage rock europeo. Un pezzo importante e imperdibile. A voi la scelta: restare nel medioevo o scegliere il rock’n’roll.

Io sto con Rudi Protrudi

Fuzztones – Preaching To The Perverted (Stag-O-Lee, 2011)

Io sto con Rudi Protrudi. Sto con chi ha preso abbastanza calci in faccia per avere poi la dimestichezza sufficiente nel saperti afferrare per le palle con una manciata di vecchi brani rock’n’roll.

Non raccontiamoci balle, Rudi è un perdente. Ai giorni nostri la definizione politicamente corretta di perdente è “musicista di culto”; ok, può andar bene, ma chiamiamo le cose col loro nome: loser.
I Fuzztones, nella prima metà degli anni Ottanta, avevano il mondo ai loro piedi – o almeno erano in procinto di averlo. Show devastanti, un paio di album (soprattutto l’epocale Lysergic Emanations) che spaccavano, la nuova onda del garage revival cavalcata col piglio dei capobanda.
Poi, il treno passa. L’underground non si tramuta in mainstream; arriva il grunge. Sono anni di oblio, Rudi fa e disfa, anni di dischi bruttini (per non dire di peggio), la nicchia è sempre più piccola, il “culto” sempre più sotterraneo.

Ma il garage non muore mai. Il garage brucia sotto le ceneri, instancabile.
Così, un giorno di novembre dello scorso anno, mi ritrovo a una data del tour italiano per festeggiare i trent’anni di attività della band. Concerto bellissimo, sofferto e sudato, dai volumi insostenibili (le orecchie hanno continuato a fischiarmi ininterrottamente per due giorni filati). Mi compro il disco, questo Preaching To The Perverted.
Che dire: non stiamo parlando di un capolavoro, ma di un disco terribilmente onesto. E piacevole. I nostri hanno abbandonato il fuzz in favore di un approccio più adulto, più “meditato”, al garage rock. Meno Sonics e più Doors, mi verrebbe da dire. Soprattutto in brani come “Don’t Speak The Ill Of The Dead” e “Hurt, Flirt & Desert” le similitudini con il gruppo di Morrison sono evidenti.
Comunque, quando pigiano sull’accelleratore vengon fuori dei pezzi più che dignitosi, vedi “Set Me Straight” e “Launching Sanity’s Dice”. Valore aggiunto al disco è l’organo del nuovo acquisto Lana Loveland, che canta con Rudi nella commovente “Bound To Please”, acme del disco: parte lenta e leggermente psych, decolla in un crescendo soul blues, per poi ripiegarsi dolcemente.

In definitiva, il miglior disco dei Fuzztones da parecchi anni a questa parte.

Che fate, voi ci state?

Alla ricerca del soviet punk perduto

Umberto Negri – Io e i CCCP (Shake, 2010, 448 pag.)

Premetto che:
– con i CCCP non ho mai avuto un gran rapporto (possiedo un solo album, per intenderci, che non mi esalta – ma neppure mi schifa)
– le band post-CCCP mi hanno sempre repulso, a torto o a ragione
– aborro il Ferretti-pensiero degli ultimi anni e la sua svolta (vera o falsa che sia) integralista cattolica leghista e che cazzo ne so
– la Shake mi suscita emozioni contrastanti e a fronte di buone cose, penso abbia fatto anche tante uscite che non mi interessano o sono un po’ pacco.

Nonostante tutto ciò, però, appena ho visto casualmente questo librone non ho potuto fare a meno di restarne affascinato. E i motivi sono di due ordini: il primo puramente estetico, visto che si tratta sostanzialmente di un volume fotografico, con testo rarefatto, in cui le immagini (tutte in bianco e nero e pazzesche) parlano ed evocano moltissimo. Il secondo è legato al fatto che la storia raccontata è quella del periodo pre-contratto major e arriva dai ricordi di Umberto Negri, bassista originale dei CCCP uscito dalla formazione proprio alla vigilia del contratto. Quindi, se mi passate il termine e il concetto, queste 448 pagine sono de-ferrettizzate al 100%. Per carità, Ferretti è presente come figura che agiva nella catena di eventi, e ne esce in una luce doppia – che forse riflette il personaggio (affabulatore, intortatore, opportunista, ma anche genialoide per certi versi).

Preparatevi, dunque, a vivere una storia fatta di immagini e per brevi ritratti di momenti (tra)scritti. Una storia che pulsa, perché riportata da chi l’ha vissuta – forse anche un po’ odiata, ma ora ci ha fatto (quasi) pace.
E’ innegabile che l’apparato iconografico e le parti scritte potrebbero anche vivere egregiamente separati l’uno dalle altre, ma è dal loro intreccio che nasce la grandezza del libro. E sfido chiunque sia nato negli anni Settanta a non impazzire vedendo certi ritratti di provincia, le R4 sgangherate, le vie deserte, i punk romagnoli e gli squat berlinesi.

Se, comunque, delle foto pensate di potere fare a meno, allora scaricatevi questo file mp3 in cui il veterano Gomma (tra l’altro, che fine ha fatto Gomma.tv? Risulta offline) intervista proprio Negri: e da questa intervista deriva buona parte del testo del volume. Potrebbe anche farvi da antipasto e convincervi a fare l’acquisto – peraltro consigliato senza alcun dubbio.

Sul ponte sventola bandiera nera

Stevie Chick – Spray Paint The Walls (Omnibus, 2009, 404 pag.)

Questa non è propriamente una recensione, in quanto il libro lo sto ancora leggendo. Eppure mi permetto uno strappo alla regola, visto che merita. Quasi come la confettura Arrigoni delle pubblicità di quando ero bambino (quella che nessuno voleva assaggiare, perché si comprava “a scatola chiusa”), sono certo che consigliarvelo e parlarne anche ora non sarà un passo falso.

Innanzitutto c’è un aneddoto personale dietro a questa faccenda – e te pareva. La storia è che fino alla seconda settimana di dicembre c’era un progetto in ballo, in cui io e un amico che lavora nell’editoria ci eravamo buttati con entusiasmo da undicenni in gita scolastica. Si trattava di scrivere e pubblicare (c’era anche già l’editore interessato) una lunga e minuziosa storia-biografia dei Black Flag. Sapevamo dell’esistenza di questo volume statunitense, ma avevamo in mente di impostarla diversamente, in modo da avere un prodotto con caratteristiche che lo rendessero compatibile con l’altro e appetibile per chi già avesse comprato il volume di Chick. E soprattutto sarebbe stato in italiano, andando a colmare una lacuna: infatti ci sono persone che in inglese non hanno voglia o possibilità di leggere, quindi un libro nella nostra lingua aveva senso.

Poi il diavolo ci ha messo la coda e, proprio mentre si stava iniziando a scrivere, è arrivata la notizia: un editore su cui non andrò a esprimere giudizi (metteteci un po’ di inventiva – e no, non è uno dei soliti noti che si occupano di queste cose, di regola) ha comprato i diritti di Spray Paint The Walls e lo pubblicherà, tradotto, fra qualche mese. A quel punto ci abbiamo dovuto ripensare, la concorrenza sarebbe stata troppo pesante – anche se, come al solito, la traduzione sarà quai di sicuro l’equivalente di uno spruzzo di diarrea sugli occhi – e anche il nostro editore giustamente ha espresso perplessità sulla pubblicazione. Quindi via, il progetto è andato alle ortiche. Nix, kaputt. E non mi restava altro da fare che leggermi con attenzione uesto libro

Ma passiamo a Stevie Chick. Il suo volumone è notevolissimo, zeppo di interviste di prima mano e di materiale d’archivio preso da ogni fonte disponibile (dai video di Youtube alle fanzine d’epoca, e tutto ciò che c’è nel mezzo). Un lavoro certosino, piacevole da leggere e – paradossalmente – nemmeno troppo ossessivo: non mancano divagazioni e precisazioni di più ampio respiro, per cui non ci si trova persi in una pozza nera in cui l’unico elemento sono i Black Flag, ma si assaggia anche un bel po’ di ciò che c’era intorno. Detta in altra maniera, se siete disposti a perdonare qualche leggero allungamento del brodo – peraltro indispensabile per giungere a 400 pagine circa di lavoro – e se vi interessa respirare l’aria che tirava in quegli anni, non potete fare a meno di questo libro.

Senza dubbio la parte più pazzesca è quella iniziale (pre-Rollins, per intenderci), ossia quella meno documentata e più oscura. Solo per le prime 100, per intenderci, varrebbe la pena fare l’acquisto. Uomo avvisato…

[QUI potete leggere un estratto dal libro]

PS: la traduzione sarà sicuramente una merda. Compratevi il libro originale, per pietà.

Peter Perrett, back from the dead (pt. III)

Terza e ultima parte dell’intervista agli Only Ones condotta nel dicembre 2009 dal blog Throwing Musings at Music (disclaimer: i miei tentativi di contattare l’autore e  chiederne l’autorizzazione sono caduti nel vuoto; il blog è fermo da quasi un anno, il titolare non risponde e non si sa che fine abbia fatto. Dopo un po’ di riflessioni mi sono arrogato il diritto di tradurre e riproporre il tutto citando ovviamente la fonte, sempre con la clausola che in caso il proprietario legittimo del testo si senta leso nei propri diritti, eliminerò il tutto da Black Milk). Da questa chiacchierata non si è mosso molto per la band, che ancora non ha ultimato il fantomatico nuovo album (previsto, forse, per il 2011), ma ha fatto qualche sporadico concerto in Francia e Inghilterra. Eccovi serviti…

Alan, ricordo che una volta accennasti a un’offerta che ti avevano fatto i Pretenders, verso la fine degli Only Ones…

AM: Sì, e Xena – molto astutamente – mi disse “Alan, se hai intenzione di accettare, tieni a mente che se qualcuno di noi fa sapere i propri piani o si lascia sfuggire che la band sta per sciogliersi, il debito che abbiamo con la casa discografica verrà diviso tra i singoli membri. E’ meglio continuare e far finta che tutto vada bene”. E abbiamo proprio fatto così. Abbiamo anche suonato al Dingwalls e in un po’ di altri posti, dopo.

PP: Abbiamo suonato all’università di Leeds o qualcosa del genere…

AM: Poi li abbiamo presi per i fondelli raccontando che stavamo preparando un disco nuovo. John disse: “Buttiamo giù un po’ di cover”. E loro risposero: “Le adoriamo”. C’era anche un pezzo degli Small Faces.

PP: “My Way Of Giving”.

AM: Noi pensavamo che avrebbero odiato l’idea, tipo “Ci fa schifo, vi molliamo”.

PP: Al Dingwalls suonammo solo perché dopo un po’ di mesi ci stavamo annoiando; chiesero a Xena se ci andava di farlo, ma fu un errore, perché arrivò gente da tutta Europa e non riuscirono a entrare tutti. Fu una sciocchezza suonare in un posto piccolo…

AM: Poi si aspettavano che iniziassimo a lavorare al nuovo disco il giorno dopo, così facemmo una riunione a casa di Peter e Xena; lei disse “Ora dobbiamo chiamarli e dire che la band si è sciolta”. E invece, non scherzo, il telefono si mise a suonare ed era l’etichetta che ci diceva “Scusate, ma dobbiamo lasciare il gruppo… niente di personale, ma dobbiamo mollarvi”. Avrebbero dovuto pagarci il giorno seguente. E finì così. Fu un momento fantastico.

PP: Robert Stigwood era tra quelli che volevano comprare il mio contratto, c’era anche la EMI, e poi mi contattarono un paio di compagnie, chiedendo se ero interessato a vendere i diritti. Ma io ero troppo fuori.

Xena si occupa ancora del management?

PP: No. Si occupa solo di me. Mi tinge i capelli.

Beh, è roba importante!

PP: Sì (ride).

AM: Xena ci segue ovunque. Lo fa da sempre.

Tutti voi avete una compagna che vi portate dietro in tour?

AM: No, no. E se fossi sposato, non farei venire mia moglie. Xena è un membro del gruppo. Se non fosse per lei, non esisteremmo. Oltre alle composizioni di Peter, Xena ha fatto in modo che la band funzionasse.

PP: Ha messo un sacco di soldi nel gruppo, prima che firmassimo un contratto. E in quel periodo io stavo con altre ragazze. Lei aveva davvero una grossa passione per la musica.

AM: Xena è come il quinto della band. E se qualcun altro chiedesse “Posso portare mia moglie?” la risposta sarebbe “no”.

Vi ricordate altre volte in cui avete suonato a Leeds?

AM: Io no, Peter per queste cose ha una memoria migliore.

PP: Abbiamo suonato all’Università. Mi ricordo anche un’altra volta che eravamo in grande ritardo e la polizia ci fermò per eccesso di velocità. Eravamo così in ritardo che alcuni spettatori se ne stavano andando perché avevano il treno per tornare a casa.

AM: Sì, però non ricordo in quale posto fosse il concerto…

PP: Leeds e York erano ottimi posti per la musica. Le università erano avanti in questo campo: erano grandi, perché facevano suonare un sacco di ottime band.

Beh, adesso è l’opposto. Almeno a Leeds. Arrivano solo i megagruppi.

PP: Come i Take That?

Non così grandi, forse…

PP: Sì, ok, ma hai capito, intendevo roba del genere.

AM: Abbiamo suonato qui l’anno che ci siamo riuniti, per l’O2 Wireless Festival. Per un soffio non è saltato tutto a causa della pioggia. I prati erano allagati. Siamo andati vicini alla cancellazione.

PP: Ti ho già parlato della pioggia? A Glastonbury c’erano i White Stripes come headliner e quando hanno iniziato a suonare il tizio ha detto “Mi scuso per la pioggia e per essere americano”. Così poi all’O2 ho usato la stessa frase, ho detto “Mi scuso per la pioggia e per essere il migliore alleato dell’America”.

Negli anni Settanta c’era un promoter che organizzava molti concerti di gruppi new wave a Leeds – un tizio che si chiamava John Keenan. Faceva i concerti al Futurama; ve lo ricordate? E’ ancora nel giro.

PP: Il nome John Keenan mi suona. Non è quello che ha organizzato il festival di fantascienza dove abbiamo suonato?

AM: Sì, mi sa di sì…

PP: Sarà stato il 1979.

AM: Sì.

PP: Tra i primi nel cartellone c’erano gli Echo and the Bunnymen. Noi e gli Hawkwind eravamo headliner. Gli Hawkwind dovevano suonare per ultimi perché erano più conosciuti – credo – ma siccome  eravamo in ritardo, salimmo sul palco dopo di loro.

AM: Erano furiosi.

Quel è il vostro miglior ricordo degli Only Ones?

PP: Oh, dio. Il ricordo più bello? Temo che la maggior parte sia roba legata al sesso, perché quando sei giovane ti interessa quello. Il sesso è troppo importante. Mi capisci vero? Poi invecchi e lo metti in prospettiva. Ho fatto molte cose per i motivi sbagliati.

AM: Per me credo che sia stato lavorare al primo disco, mi è piaciuto tantissimo ogni singolo momento. Entrare in studio e fare un album era roba eccitante, per me lo era. Il Basing Street studio era una grande chiesa, fantastico… e poi è stato così bello sentire il disco finito: pensavo fosse grandioso. E lo penso ancora.

PP: Fare i programmi tv dal vivo era bello. The Old Grey Whistle Test era dal vivo?

AM: Molto…

Come hai vissuto il periodo in cui Nina Antonia stava scrivendo il libro su di te? E come ti sembrava il fatto che stessero mettendo insieme un volume sulla tua vita? Ti piace il risultato finale?

PP: Penso che certe cose… certe cose che alcuni hanno detto sul mio conto non sono vere. Non ho avuto nessun controllo sull’operazione, era il suo libro. Io ho detto solo la verità, ma certi no e mi piacerebbe poter correggere.

AM: E’ uscita anche un’edizione aggiornata.

Ah ok…

PP: Non so proprio dove lei trovi il tempo per fare queste cose. Adesso, poi, ha anche un compagno, no? Un ragazzino…

Deve essere frustrante sapere che c’è un libro intero su di te [The One and Only: Peter Perrett, Homme Fatale – n.d.Andrea], vederlo nero su bianco e sapere che…

PP: Beh, sai come funziona: la gente vede la roba stampata su carta e pensa che sia tutto vero e sacrosanto.

AM: Stamattina mi è arrivata un’email da un tizio che sta scrivendo un libro sui Queen che mi chiedeva “Alan, è vero che ti avevano chiesto di unirti ai Queen”? Perché Nina Antonia lo ha scritto nel libro. E io pensavo, non ho mai detto questa roba…  e Nina non mi ha mai chiesto niente. Quando Freddie Mercury è venuto a lavorare per me [Alan aveva un negozio di vestiti a Kensington Market a Londra nei primi anni Settanta: Mercury per un po’ fece il commesso lì – n.d.Andrea], John Deacon era già nei Queen. Questo è un buon esempio di quello che è successo… così stamattina ho dovuto mettermi a scrivere una mail spiegando che non era vero, e Freddie non sapeva neppure che io suonassi il basso. Quando ero al lavoro, non pensavo alla musica, ero lì per un altro motivo… e questa è solo una piccola cosa. Ovviamente nel caso di Peter ci sarà un sacco di roba. Comunque io, per questo fatto, ricevo diverse email che mi chiedono dei Queen. Ed è una cosa che non è mai accaduta.

Peter, dovresti correggere tutto quello che non va. Potresti mandarle una lunga mail. Comunque, è vero che andrete in tour in India?

PP: (dopo un lungo silenzio) No… credo che questa cosa l’abbia detta Marc Zermati, no?

Oh, credo di averla letta in qualche intervista.

PP & AM: Sarà John…

PP: John rilascia interviste a chiunque senza dirci nulla. Ne ha fatta una con un tipo greco e ha detto un casino di roba senza senso.

AM: Marc Zermati è un tizio che negli anni Settanta aveva un’etichetta… come si chiamava?

PP: Skydog.

AM: Skydog. Lo abbiamo incontrato e lui era tutto entusiasta di noi, si è messo a parlare di quello che voleva fare, e la cosa del tour in India era una di queste cose. Qualcuno ha creduto a tutte quelle panzane. Mi sa che John ci è cascato.

PP: Comunque è interessante che ci siano questi strani Paesi… tipo, ho un amico che mi raccontava di un gruppo sconosciuto russo che è andato in Cina e ha suonato davanti a 150.000 persone. Perché in certi posti tutti, dai 2 ai 92 anni, arrivano dalle zone vicine per assistere a uno spettacolo che non avevano mai visto prima.

AM: Sarebbe fantastico andarci. Molto eccitante. Magari non come il Giappone, ma sarebbe bello andare in un posto così diverso, per vedere come la gente reagisce alla musica.

PP: E’ una cosa che mi piace molto. Con gli Only Ones, all’epoca, quando andavamo all’estero mi piaceva solo l’ora che passavamo sul palco, ma il resto del tempo lo passavo a sperare di tornare in Inghilterra al più presto, per mettere le mani su un po’ di droga buona. Anche perché quando viaggiavamo di solito stavo pulito. Adesso invece apprezzo molto le altre culture e il fatto di vivere su un pianeta con abitudini così varie.

AM: Sì ti godi tutte queste cose…

P: Il Giappone era come essere in Blade Runner, perché c’erano questi schermi giganti per strada. Adesso sono spariti questi affari, no? Da quando c’è la crisi hanno levato i maxischermi. Sei mai stato in Giappone?

No, mi piacerebbe… ma quindi cosa avete in serbo per il futuro?

AM: Niente.

Davvero?

PP: La cosa principale è finire il disco. I tre concerti che stiamo facendo mi hanno convinto a suonarli perché tutti mi dicevano: “Tranquillo, quando sarà il momento dei live avremo già finito col disco”. Sai, prima ovunque andassimo tutti ci chiedevano “Quando esce l’album?” e mi ero stufato di inventarmi scuse, così un po’ di mesi fa ho detto che non volevo più suonare dal vivo… anche se andare all’estero mi piace, è come essere in vacanza. Comunque i concerti sono arrivati, e noi non abbiamo ancora terminato il disco.

AM: Pensavamo che ce l’avremmo fatta. E poi tutti volevano fare qualcosa vicino a Natale…

PP: Sì, ma a me interessa solo finire il disco. Voglio qualcosa di nuovo. E poi in ogni concerto abbiamo suonato sei pezzi nuovi.

AM: Sì.

PP: Quando il disco uscirà tutti lo conosceranno già, perché avranno sentito i pezzi su Youtube.

AM: Ok… però la versione in studio sarà diversa. A marzo faremo anche un tour francese.

PP: Se non avremo finito il disco io mi metterò in sciopero.

Vi è sembrato difficile affrontare i cambiamenti del music business – ad esempio il modo in cui la gente ascolta la musica, non comprando più i dischi? E’ una cosa che si è ripercossa sul vostro modo di lavorare, da quando vi siete riuniti?

AM: Penso che l’album ne risentirà. Fino a ora non è accaduto, perché non abbiamo nessun nuovo prodotto in giro; penso che ce ne accorgeremo col disco. Su come l’industria musicale sopravviverà, non ho proprio nessuna idea; so che i download stanno crescendo, ma non ho idea di come si muoverà l’industria. Ci vorrebbe un altro inventore scozzese che tirasse fuori un formato per la musica che non sia possibile copiare. E noi lo abbracceremmo al volo.

PP: A me, ora, non piace pagare la musica.

Non dovresti dirlo, Peter!

AM: Io penso che le grandi band che regalano i loro cd facciano bene, buon per loro; ma i gruppi piccoli, cosa dovrebbero fare coi loro dischi? Come possono sopravvivere? Come guadagnano soldi?

Credo che voi abbiate una base di fan piuttosto grande, gente che vuole i vostri dischi su un supporto fisico…

AM: Comunque per me il cd non scomparirà; ma di sicuro spariranno i negozi.

C’è un’artista – Kristin Hersh – che ha fatto una cosa interessante; praticamente ha bypassato l’industria musicale, mettendo in piedi una specie di servizio ad abbonamento – paghi più o meno 25 dollari ogni quadrimestre e hai diritto a scaricare i pezzi inediti che lei mette a disposizione nel suo sito, solo per gli iscritti; ogni volta che fa uscire un disco hai diritto a riceverne una copia fisica ed entri gratis ai suoi concerti. In questa maniera si garantisce dei guadagni continui. Certo, il fatto è che è un’artista già nota e la stessa cosa non funzionerebbe con chiunque. C’è anche da dire che se io facessi una cosa del genere con ogni gruppo che mi piace, finirei in bancarotta.

PP: Ti piace molto lei, vero?

Sì, è una delle mie preferite.

PP: Roba anni Novanta, no?

Sì, era nei  Throwing Muses, su 4AD . Comunque secondo me ci sono delle opportunità che andrebbero esplorate, anche se il panorama sembra molto scoraggiante. Parlandoti da scrittore, ti dico che anche per i giornali musicali va male, perché non ci sono entrate pubblicitarie, le etichette indipendenti sono in difficoltà.

AM: La cosa bella è che i gruppi nuovi, adesso, non devono passare attraverso la trafila dei talent scout delle etichette, sai quelli dell’A&R [la divisione Artists & Repertoire tradizionalmente nelle etichette è quella dedicata alla selezione dei nuovi artisti – n.d.Andrea]. Mettono la loro musica online e se alla gente piace iniziano a farsi un bel seguito. Anche se non capisco come possono sopravvivere finanziariamente, almeno finché non riescono a fare concerti per pagarsi le spese.

A volte penso “Ok, benissimo, dato che è così duro vivere di musica, ci sarà una scrematura e solo i migliori e i più appassionati resteranno”. Eppure c’è ancora tantissima merda là fuori!

AM: Ci sono ancora molte cose che devono cambiare… le case discografiche più grosse spariranno tutte, per ora sopravvivono solo grazie alle altre attività collaterali che hanno messo in piedi.

Peter, i tuoi figli sono entrambi musicisti. Gli dai mai qualche consiglio?

PP: L’unica cosa che hanno imparato da me è di non diventare mai tossici. Ma per quanto riguarda la gestione delle band, non gli ho mai detto nulla.

AM: Sono dei grandi musicisti, tutti e due.

PP: Hai mai sentito la loro musica?

Ho sentito gli Strange Fruit, il gruppo di Jamie, perché Sarah – una mia amica – me li ha consigliati. Mi pare che Jamie le abbia fatto da dog-sitter!

PP: Ah sì, è in un gruppo che si chiama Screaming Ballerinas, no?

Veramente è nei Wet Dog.

PP: Hai ragione, Sarah. Stavo pensando a Laura…

AM: E’ un’ottima band.

Hanno mai suonato con voi?

AM: Stiamo tentando di farli suonare a Leamington Spa, domani sera.

PP: I miei ragazzi hanno suonato dove suoniamo noi stasera…

AM: Il Brudenell Social, si chiama così.

PP: Mi hanno detto che è una specie di circolo dopolavoro, ma che è bello.

Molto. E’ il mio locale per concerti preferito a Leeds.

PP: Il palco è piccolo, vero?

Non saprei… lo è se sei abituato a suonare in posti grandi.

AM: Quando mi hanno contattato la prima volta per suonare, ho detto “Brudenell Social Club!?”. Sai, suonavamo in posti del genere agli inizi, così ho fatto subito un controllo.

Fino a un po’ di tempo fa era solo un posto in cui promoter piccoli organizzavano concerti, tutti lo consideravano un po’ sfigato. E adesso è uno dei più popolari. E’ grande abbastanza da poterci far suonare gruppi piuttosto importanti, ma senza passare attraverso tutte le stronzate business che ti impongono i locali più grandi del circuito.

AM: Sì, è quello che ci diceva John Paul, l’organizzatore; sembra bello. E poi, a parte l’O2 Wireless Festival, è un po’ che non suoniamo qui.

PP: Faremo delle canzoni che non suoniamo da 30 anni. Alan, la facciamo “Watch You Drown”?

AM: Sì.

PP: Hai il testo giusto? Mi sta scaricando il testo da Internet, ma ogni volta è diverso da quello che avevo scritto.

AM: Faremo cinque pezzi vecchi che non suoniamo da tanto. Ho trovato un sito di un tizio con i testi delle canzoni, c’è davvero tutto.

Vi confesso che leggevo su Internet il testo di “Another Girl, Another Planet” e pensavo “Oh cazzo, non pensavo dicesse questo”.

AM: Ah, sì, era quello dei Blink 182? Il tipo dei Blink 182 ha proprio male interpetato e ora tutti citano la sua versione. Quel pezzo che dice, “I always flirt with death”…

PP: Sì e poi lui ha cantato “I’ll get killed”.

Esatto. Io pensavo che dicesse “I get ill”

P: Sì.

Grande… avevo ragione!

AM: Quando abbiamo ricominciato a suonare, ho scaricato stampato tutti i testi perché avevo capito che Peter non usava il computer; ma sapevo anche che dopo tutti questi anni la maggior parte dei testi che trovavo erano sbagliati, però c’è un sito in cui questo tipo ha trascritto tutto quasi alla perfezione. L’ho già detto altre volte a Peter – e Rod Liddle si è anche offerto per aiutarlo – che potrebbe scrivere un libro sui suoi testi, su come ha scritto le canzoni e sul motivo per cui le ha fatte. Peter, dovresti farlo.

PP: Non ho tempo.

AM: Fallo con un dittafono.

Ok, è la mia ultima domanda, non voglio rubarvi altro tempo; cosa vi fa paura e perché?

AM: La morte. Mi spaventa da sempre. Perché? Non so… è stato così fin da quando ero giovane. Non è per il fatto di morire o per il dolore, è il vuoto a spaventarmi. Da bambino mi terrorizzava. Ora convivo con questa cosa, ma è davvero quella che mi spaventa di più. Sai, ogni volta che ci penso mi viene in mente l’oscurità e mi incupisco. Il non esistere è terrificante.

Peter?

PP: Per me non è la morte, ma l’idea di vivere senza Xena. Se lei morisse prima di me, sarebbe terrificante. E poi mi preoccupa anche la salute: ho paura di iniziare a stare male, di perdere la ragione, di provare dolore. Quando invecchi la morte diventa un’opzione tangibile. Quando sei giovane puoi parlare di “flirtare con la morte” e roba del genere, perché sei invincibile. Ma quando arrivi alla mia età, la verità è che il tuo corpo inizia a incasinarsi e io non voglio per nulla al mondo vivere senza Xena. E’ l’unica cosa che mi spaventa per davvero. E non sopporterei di vederla soffrire. Io credo nell’eutanasia. Non si dovrebbe obbligare la gente a soffrire, quando la vita sta finendo. Ci dovrebbe essere della dignità nella morte. E invece la gente è costretta ad andare in Olanda o in Svizzera o che altro, ma deve farlo prima del momento in cui servirebbe davvero.

AM: E devi anche scrivere le tue volontà, come vuoi che venga fatto.

Mi spiace, è un modo un po’ cupo per chiudere l’intervista…

AM: Beh, è quello che succede quando chiedi a qualcuno della nostra età “Cosa ti spaventa?”. E tu di cosa hai paura?

Avevo paura di essere investito da un’auto, ma poi la scorsa settimana mi è successo davvero. Non mi ha colpito con violenza, però.

AM: Quindi quella cosa l’hai risolta?

Sì è andata. Poi avevo paura di cadere dalle scale del posto in cui lavoravo, ed è successo anche quello. Di solito so che – quando ho paura di qualcosa – di sicuro succederà.

PP: Come un presagio?

Forse. L’ho sempre saputo che prima o poi sarei stato investito.

PP: Ma perché? Quando attraversi la strada ti addormenti?

Ma no Peter! Non è stata colpa mia! Ha ha! E il tipo non ha nemmeno abbassato il finestrino per vedere se stavo bene.

PP: Ma come… è scappato via? Cazzo. E’ un reato, no?

Sì.

PP: Probabilmente era ubriaco o altro.

Può essere. Però adesso devo trovare una nuova paura. Vi farò sapere.

Vai alla seconda parte dell’intervista: QUI
Vai alla prima parte dell’intervista: QUI

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