Tutti in Campo

campo-logySteve & The Jerks + Anteenagers M.C. – CAMPO-LOGY (Fish+Lips Records)

La Francia è da sempre un luogo in cui il rock’n’roll è seguito, coccolato, adorato (chiedete a gente come Johnny Thunders, ad esempio, se avete occasione di fare una sedutina spiritica). Non ha sfornato moltissime band che hanno avuto rilevanza internazionale, ma lì la scena è comunque vivissima. Basta pensare che dalla Francia è arrivata gente come Real Kool Killers, Parabellum, Cherokees, Métal Urbain, Les Thugs, Noir Desir…

Questo cd antologico distribuito Area Pirata e licenziato da Fish+Lips raccoglie, dunque, i lavori di un eroe made in France: l’esimio Fred Campo (altro…)

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Take no prisoners

nsNessuno Schema n.10 (202 pagine, 5 euro)

[di Brian Folagra]

Chi ha bazzicato il giro hardcore italiano e comprava le fanzine negli anni Novanta non può non avere mai sentito nominare (e possedere qualche numero, almeno) di Nessuno Schema, la fanzine che assemblavano Claudio Canclini e Marco Sandrini – coadiuvati da una squadra di collaboratori vari ed eventuali.

Dall’ultimo numero uscito sono passati anni e anni (eravamo a inizio anni Duemila se non erro, ma la mia memoria è bucatissima – ho controllato: si parla di 11 anni), ma Nessuno Schema non è mai ufficialmente stata chiusa e quindi rieccola con un numero 10 mastodontico – in pratica un libro (altro…)

Il niente nebuloso che diverte un mondo

Cloud Nothings – s/t (Carpark/Wichita, 2011)

Si è parlato tanto di Dylan Baldi, comparso dal nulla lo scorso anno facendo gridare al miracolo il popolo del web e a rimorchio – come accade spesso –  la critica ufficiale. In questo primo vero album targato Cloud Nothings, il poco più che diciottenne nerd di Cleveland fan dei Television Personalities – è da rimarcare – continua a fare tutto da solo (altro…)

Obsessed by the Obsessed

Qui il metal d’annata, quello sanguigno, minimale e “storico” ci piace. E parecchio.
Gente come gli Obsessed, per esempio, padrini del sound doom, eroi sfigati, perdenti con capelli lunghi e chitarre ruggenti.

E allora, grazie al solito provvidenziale Youtube, godiamoci un mini-documentario proprio sugli Obsessed di Wino; si tratta di un oggettino ormai vintage, uscito su VHS nei primi anni Novanta, frutto di uno sforzo della Columbia che voleva promuovere la band dopo la reunion.
Il disco (The Church Within) però non vendette e il gruppo venne scaricato. Con buona pace dei membri che si divisero andando incontro ad altre avventure musicali.

Eccolo, nella gloria del formato analogico riversato in digitale.
Fate attenzione a Rollins, che è sempre fonte di aneddoti.

Portogallo hardcore

No Good Reason – Far Away (Chorus of One, 2010)

L’hardcore punk come cristo comanda non ha età e non scade – esattamente come tutti i generi fatti con palle e cuore. Questi portoghesi No Good Reason, sebbene ampiamente fuori tempo massimo, offrono un’ottima interpretazione dell’hc punk melodico anni Novanta di ispirazione statunitense: per intenderci, roba stile Revelation del periodo di mezzo. C’è quindi la rabbia alla Gorilla Biscuits, ma anche la melodia dei Farside o dei Jawbox (che non erano su Revelation, ma stricazzi, ci siamo capiti). Nel primo pezzo del lato b, poi, fa capolino anche qualche sfuriata più new school – ma il fuoco resta comunque quello descritto.

Una bella prova, fissata in un 7″ piacevole, da sentire almeno un paio di volte di fila – che inevitabilmente stuzzica l’appetito e costringe ad andare a ripescare i vinili dei vecchi maestri. Unica nota stonata è forse la voce, per i miei gusti troppo adolescenziale; ma son faccende, appunto, di gusto.

Ah e occhio al vezzo: il lato a va a 45 giri, il b a 33…

For the love of Jesus

For The Love of Jesus Series (Sympathy For the Record Industry/Fat Possum, 199?)

Il solito negozio ripieno di ratti e dischi usati. Il solito pomeriggio post-lavoro. Un’insolita botta di pizzicore e umore leggero. Sono questi gli ingredienti per investire una trentina scarsa di euro in un reperto anni Novanta, ossia sei vinilozzi a 7″, in blocco, che insieme compongono l’intera delirante serie For The Love of Jesus – cortesia della sempiternamente illuminata Sympathy e della Fat Possum.

Non riesco a ricordare con precisione quando questa raffica di uscite iniziò e finì – e neppure la Rete e il sito ufficiale della Sympathy mi vengono in aiuto. Comunque sia, era quasi sicuramente la fine degli anni Novanta (azzardo un 1998), quando la mente di Long Gone John partorì l’idea di una collana tematica di 45 giri che dovevano contenere due brani a testa di vecchie glorie – più o meno dimenticate – del blues. Il tutto presentato in copertine identiche, in stile bibbia, per andare a comporre un unico sermone da messa blues recitato da sei sacerdoti diversi.

Chi si stesse grattando la testa, domandandosi perché mai un’etichetta fondamentalmente devota a sonorità più ruvide e punk come la Sympathy abbia messo in cantiere un progetto simile, in realtà dovrebbe fermarsi a considerare che il blues – soprattutto a fine dello scorso secolo – ebbe un grosso revival, anche in ambito punk… pensiamo a tutti gli indemoniati proseliti della scuola di Memphis e della Goner, nonché alla recrudescenza di fama dei Gun Club. Era dunque un’operazione piuttosto trendy, ma di valore in quanto andava a recuperare schegge misconosciute di un mondo che il punk medio non poteva conoscere, ma potenzialmente poteva apprezzare. Chissà se erano in programma ulteriori volumi… fatto sta che la baracca si fermò al sesto, con buona pace dei se e dei ma.

Ma veniamo al sodo. Elmore Williams apre alla stragrande la serie con due botte di puro delta blues primordiale, con dentro tutto – ma proprio tutto – quello che ci deve essere: le radici del rock, il demonio, il groove, l’ossessività. E – soprattutto – quel piglio anarcoide che ha segnato la nascita di un genere nei primi Ottanta, ossia il blues-punk inaugurato da Jeffrey Lee Pierce e i suoi Gun Club.

Il secondo round è targato T-Model Ford, un leggendario tizio che nemmeno sa esattamente la propria data di nascita (da qualche parte intorno al 1920) e ha iniziato a suonare nei primi anni Settanta mischiando principalmente il blues di Chicago alle sonorità da baccanale del juke joint blues. Le sue due bombette in onore di Gesù sono veramente roba seria: “I’m Insane” è praticamente un pezzo punk che ti scortica la prima pelle, mentre il retro – “Morning Gown” – è un classico da ballroom, da bottigliate in testa, mani infilate nelle mutande della tipa che ti balla davanti e vomitata sui piedi di uno sbirro… un bluesaccio dal riff archetipico, strascicato e farfugliato che puzza di guai già alla seconda nota.

Frank Roach è il reverendo che si occupa del terzo sermone: un personaggio minore della musica del diavolo, un vero loser costretto a fare il benzinaio in vecchiaia per arrivare a fine mese. E anche la sua musica è loser, al 100%: delta blues scordato e zoppicante, ai confini tra il noise e la molestia, ma impregnato del fascino di una Louisiana antica, crudele e bastarda. Non per tutti, ma impietosamente speciale.

Il quarto predicozzo è tenuto da Cedell Davis, ossia il maestro del coltello da cucina. Già, perché dopo che la poliomielite gli fece perdere l’uso normale della mano sinistra – a 10 anni – lui decise che avrebbe continuato a suonare la chitarra, inventandosi uno che è basato sull’utilizzo di un banale coltello arrotondato come slide bar. I suoi due pezzi sono bizzarri e ipnotici, dissonanti, pur partendo da una base molto tradizionale – ai limiti del banale; è lo stile chitarristico a creare un sound inedito, in realtà: le sue slidate metalliche suonano come un incidente ferroviario in una lavastoviglie piena di posate… peculiare.

Quinta omelia, quinto bluesman: Robert Cage. Un altro perdente che ha sempre praticato più le officine in veste di meccanico che non i palchi, dedito a un blues con pennellate country – ossia il più classico prewar blues, se vogliamo usare un’etichetta. E forse il più debole del lotto, per quanto mi concerne, e anche il meno cupo e oscuro.

La messa si chiude con il sermone di Junior Kimbrough ed è il momento più oscuro, da brivido. Questa creatura da juke joint (che peraltro è crepata di infarto nel 1998) spalma le due facciate del 45 giri con una melassa infernale fatta di ritmica ripetitiva – la classica corda bassa suonata col pollicione – e ricami sincopati sulle corde più acute. E’ un blues peculiare, il suo, che esula da ogni classificazione. Minaccioso, sofferto e inafferrabile: “You’ll Find Your Mistake” è esattamente la sublimazione di questi concetti. Sul lato B lo troviamo alle prese con una band completa, ma anche uno strumentale apparentemente standard diventa uno straccio sporco intriso di guai, con le spruzzate di disagio che le sei corde di Kimbrough seminano lungo il solco.

Union Carbide Productions story (parte 4)

E’ stato molto difficile avere a che fare con gli atteggiamenti di Steve Albini – uno che crede di essere l’Einstein del punk rock, una cosa che io trovo estremamente patetica
(Ebbot)

Nella terza parte della storia degli Union Carbide Productions abbiamo rivissuto la gestazione e la pubblicazione del terzo album, From Influence To Ignorance – uscito nell’aprile del 1991. Quasi in concomitanza con la pubblicazione del disco, però, la Radium 226.05 (l’etichetta che fin dall’inizio ha patrocinato gli UCP), in pratica si trova sull’orlo del fallimento e viene salvata – tramite acquisizione – dalla MNW, una label svedese piuttosto ben posizionata sul mercato.

Questo cambiamento, almeno sulla carta, dovrebbe essere positivo per il gruppo: la nuova etichetta è più solida, il successo dei Nirvana ha portato in classifica una tipologia di rock che non è poi troppo distante da ciò che gli UCP propongono, la band ha un certo seguito… si respira il profumo del “salto di qualità”.

Ultimatum

In realtà le cose sono molto meno semplici. La MNW non riesce a comprendere esattamente come gestire gli UCP, ereditati dalla Radium 226.05; i dirigenti capiscono che il gruppo ha un proprio mercato, sono impressionati da alcuni nuovi demo, ma dubitano fortemente sulle potenzialità commerciali. Per cui viene decisa una mossa di rottura: viene commissionato un nuovo album alla band, con la clausola che dal successo o meno di questo prodotto dipenderà il futuro del contratto che lega le due parti.
Ian Person: “Volevano che facessimo un disco da classifica, volevano i Nirvana svedesi o storie del genere. Volevano che sfornassimo un album grezzo e semplice, come le primissime cose degli UCP – ma non facevamo più quella roba e ormai eravamo più boogie che mai!”.

Per questo nuovo capitolo discografico la MNW raccoglie il suggerimento del proprio distributore statunitense (la Cargo), che vedrebbe bene gli UCP nelle mani di Steve Albini. La label accetta di mandare il gruppo intero a Chicago, per registrare, semplicemente perché è trapelata la voce che Albini potrebbe occuparsi del prossimo disco dei Nirvana: è un nome, quindi, spendibile a livello di marketing.
La scelta viene accolta con scetticismo dai membri della band, ma un’avventura negli States non si rifiuta mai.
Patrick Caganis: “In quel momento il nostro sound era molto rock’n’roll. Voglio dire, cose molto alla Stones e Faces. […] Misero in piedi questa fuffa con Albini, ed è molto strano, perché penso che lui non abbia nulla a che vedere col blues rock’n’roll. All’epoca non lo conoscevo quasi, avevo solo sentito i Big Black e non facevano proprio musica per me”.
Henrik Rylander: “Accettammo solo perché ci mandavano a Chicago. Fu l’unico motivo”.

Alla corte di re Albini

I sei musicisti (nel frattempo si è aggiunto Anders Karlsson alle tastiere) che si imbarcano sull’aereo per Chicago nel luglio del 1992 sono decisamente ai ferri corti tra loro. Le dinamiche interne, infatti, non sono affatto migliorate rispetto all’anno passato; addirittura, visto che Patrick è sempre più perso nel suo mondo, balena l’idea di sostituirlo con l’ex chitarrista Bjorn – che però declina l’invito.
Ebbot: “A insaputa di Patrick, domandammo a Bjorn se voleva venire con noi. Eravamo convinti che Patrick avrebbe mollato tutto… era completamente fuori. […] Vivevamo una situazione durissima: c’eravamo io e Ian da una parte, dall’altra Henrik, Jan e Anders, e in mezzo c’era Patrick. E non parlavamo quasi tra di noi”.
Patrick, secondo il copione che va in scena invariato dall’anno precedente, è ancora vittima di problemi personali piuttosto invalidanti, legati a una relazione disfunzionale con una ragazza.

All’arrivo a Chicago, comunque, i ragazzi sono entusiasti; una sensazione destinata a smorzarsi quasi subito.
Jan: “Dopo un paio di giorni che ci prendemmo per sistemarci, iniziammo a domandarci quando avremmo iniziato a incidere. Ma una telefonata allo studio ci rivelò che non era stata fatta nessuna prenotazione. Chiamammo la Cargo e ci spiegarono che saremmo stati solo un paio di giorni in studio, per poi spostarci a casa di Albini. Il problema era che lui non poteva iniziare a lavorare perché era nel mezzo dei festeggiamenti per il suo trentesimo compleanno: stava giocando a biliardo da giorni senza fermarsi, e non voleva essere disturbato”.

Quando finalmente Albini finisce di giocare e fare baldoria, si presenta alla band con un’idea decisamente diversa da quello che tutti si aspettavano, come racconta Ian: “Ci disse: ‘Dai, andate lì dentro e registrate, facciamo tutto in due giorni’. Noi ce ne stavamo lì a bocca aperta come dei pecoroni e ci chiedevamo: ‘Ma cosa dice?’. Noi volevamo fare un sacco di sovraincisioni, prenderci il nostro tempo in studio. […] Ma Albini non ne voleva sapere e diceva: ‘Ho un altro gruppo da registrare, dobbiamo sbrigarci'”.
Jan: “Albini ci disse, con grande orgoglio, che di solito registrava i gruppi in presa diretta al mattino e poi nel pomeriggio mixava tutto. Le nostre session furono una via di mezzo. Lui era abituato a incidere band di tre elementi, che facevano musica semplice. Gli UCP erano cinque musicisti e un cantante, ognuno con le proprie parti distinte da suonare all’unisono e per tutto il tempo, per cui solo nei pezzi molto minimali come ‘Turn Off The Blues’ l’approccio del tutto-in-una-volta funzionava”.

Le session sfiorano il disastro; addirittura  pare che una barista di Chicago amica della band, dopo avere sentito un nastro coi nuovi pezzi, abbia detto: “Cosa diavolo avete fatto per quattro settimane? E’ uno schifo! Suona malissimo!”.
Patrick: “Mi ricordo che sull’aereo, ritornando a casa, ci mettemmo tutti ad ascoltare il mixaggio finale di Swing e nessuno si eccitava, nessuno diceva ‘Hey è bello!’. Ce ne stavamo tutti seduti persi nei nostri affari. Io a un certo punto misi una cassetta degli Upside Down Cross che mi aveva dato Albini; era quasi black metal, ma andava bene perché non volevo ascoltare il nostro schifo di album”.

Swinging Gothenburg

E’ così che gli UCP decidono di ritoccare il lavoro per conto loro – soprattutto il mixaggio – in Svezia (la versione originale scaturita dalle session di Chicago si può sentire nel bootleg ufficiale The Albini Swing del 1994). Il risultato è Swing, fatto uscire di fretta e furia dall’etichetta nel dicembre 1992, con una copertina che definire indegna è un complimento.
Ebbot: “Ormai non mi importava più niente. E il colpo di grazia me lo diede quella copertina, che fecero senza dirci nulla. La vedemmo nei negozi e l’unica cosa che riuscimmo a pensare fu che era la peggior copertina di tutti i tempi, nessuno ne aveva mai fatta una così brutta”.

Swing è un buon album, giudicato col senno di poi. Solido, ma non eccezionale: è ricco di mestiere, davvero rock’n’roll, ma decisamente troppo standard. E anche i sogni della MNW di sfondare nel nuovissimo mercato alternative rock si schiantano contro l’ostacolo di un disco medio, senza picchi, come se si trattasse di una fotocopia di terza generazione di ciò che la band era stata. C’è la pseudo-ballatona di turno (“Mr Untitled”, pochi gradini sotto a “Golden Age” del disco precedente, per intensità), un tour de force stoogesiano (“High Speed Energy”) lievemente imbolsito ma sempre potente, l’expolit psichedelico di “Chameleon Ride”… e poi una mezza dozzina di pezzi di puro hard-punk-boogie di cui anche Keith Richards potrebbe andare fiero, se solo gli interessasse sapere cosa è l’underground.

Ad aprile del 1993 gli UCP si imbarcano in un tour promozionale di circa sei settimane, il “Get In The Swing Tour”. Partono in cinque (il tastierista è già fuori dai giochi) e l’atmosfera e di smobilitazione, come ricorda Ebbot: “Credo che ormai ci fossimo tutti chiusi in noi stessi, era impossibile comunicare. Avevamo suonato assieme per troppi anni, credo che fossimo arrivati al settimo”.
Come se non bastasse le condizioni logistiche non sono particolarmente migliorate; Patrick: “Per questa volta affittammo un’auto, una di quelle piuttosto piccole, e avevamo un carrello attaccato dietro per tenerci dentro l’attrezzatura. Questo tour fu davvero in puro stile Spinal Tap. Girammo circa per un paio di mesi e molti concerti vennero cancellati all’ultimo istante, come quelli in Spagna. In Italia ne rimase uno solo. Restammo per diversi giorni senza nulla da fare, solo a cazzeggiare con un pallone” .

Cronaca di una fine annunciata

Al termine del tour gli Union Carbide Productions si sfaldano: il gruppo formalmente esiste ancora, ma nessuno dei membri ha voglia di continuare. Ian si chiama fuori dalla faccenda disertando un concerto a un importante festival finlandese (“Dissi solamente: non vengo. Potevo usare come scusa le mie orecchie, perché avevo un versamento di sangue e non potevo volare con le orecchie in quelle condizioni”), che diventa l’atto decisivo nella storia della band. Il destino degli UCP è segnato e tutti sono d’accordo nel decretare la fine dell’avventura.

Henrik: “Decidemmo solo di fare un ultimo tour estivo per andare a pari coi debiti. Dovevamo dei soldi all’agenzia di booking e alla casa discografica e volevamo chiudere la faccenda. Però Patrick decise di non venire in tour, così chiamammo Bjorn, che rientrò nella band”.
Patrick: “Non mi andava, sentivo che se fossi salito sul palco a dire addio probabilmente mi sarei messo a piangere o qualcosa del genere. E comunque se tutta la faccenda era per salutarci tra noi, direi che l’avevamo già fatto, quindi non ho partecipato”.
Ian: “Credo che si sia trattato di 10 o 15 concerti  in Svezia, e poi a Oslo e Copenhagen. […] Facemmo pezzi di tutti e quattro i dischi, le canzoni che ci piacevano di più”.

Il concerto di addio si tiene a Gothenburg il 4 dicembre 1993 (il giorno della morte di Frank Zappa, per una bizzarra coincidenza) ; prima che gli UCP salgano sul palco diversi gruppi si avvicendano per suonare cover della band.
Il set dei protagonsiti della serata è diviso in due parti: si inizia con una frazione unplugged, per poi procedere con il più classico macello elettrico. La serata, in termini di accoglienza, è un grande successo, ma la percezione che i membri del gruppo hanno è di sollievo – come se fosse terminata un’esperienza ormai dolorosa e pesante.
Ian: “Non eravamo più un gruppo e l’energia non c’era più. Fu una festa divertente, più che altro. Ho riscoltato di recente la registrazione della serata… ok, non è male, ma non c’è nessuna magia. Eravamo troppo vecchi per quella roba, ormai”.
Jan: “Quell’ultimo concerto fu un successo strepitoso, un bellissimo evento. Dopo mi trovai ad avere sentimenti contrastanti in proposito, perché il gruppo lasciava un grande vuoto nella mia vita […]. Ma nel contempo ero un po’ stanco della vita superficiale che facevamo”.
Henrik: “Fu una liberazione. Dopo che decidemmo di smettere, iniziai a sentirmi davvero bene, perché era esattamente quello che volevo fare da parecchio tempo”.
Ebbot: “Ero sollevato. Per festeggiare me ne andai in Marocco dove rimasi per un po’. Fu una bella esperienza”.

E’ la fine, ma non cala il silenzio – visto che praticamente tutti gli ex UCP continuano a suonare (chi in progetti già iniziati durante la vita della band, chi in nuove formazioni o da solo).

Reunion blitz

Dieci anni dopo, in occasione dell’Oya Festival di Oslo, gli UCP si riformano per una data. Un sabba estemporaneo in cui si ritrovano, appesantiti (Ebbot è veramente una montagna di carne irriconoscibile) ma pacificati, per inscenare un ultimo concerto all’insegna dei vecchi tempi. L’intero live è disponibile su YouTube (QUI) e mostra una band maturata, ma troppo pulita e professionale… i tempi degli eccessi sono finiti da un bel po’ e a parte i ricordi non resta molto altro a rinverdirli.
Da quel momento, per qualche tempo, si rincorrono voci di un possibile box set antologico con inediti e rarità, ma tutto si conclude in un nulla di fatto. E così i dischi degli UCP rimangono una curiosità non troppo facile da reperire – almeno fino a pochi mesi orsono, qando sono stati ristampati su cd e a prezzo abbordabile.

Non staremo a parlare dei Soundtrack Of Our Lives e di tutta la miriade di progetti (solisti e non) post scioglimento… queste sono altre storie e ci sarà tempo anche per loro. Per quanto riguarda gli UCP, l’unica chiusura degna è una frase di Bjorn, che dice: “Gli Union Carbide Productions sono stati un’estensione delle nostre personalità e attraverso la musica creavamo un nostro mondo. Una specie di party perpetuo, ma anche una gigantesca recita teatrale. A volte le cose sfuggivano di mano, ma alla fine tutti avevamo una sola priorità ed era la musica. Quando suonavamo assieme tutte le stronzate venivano messe da parte e sentivamo solo la libertà”.

Union Carbide Productions story (parte 3)

Gli Union Carbide Productions sono stati una grandissima influenza. A un certo punto mi dissero che, visto che mi piacevano così tanto, avrei dovuto provare a sentire gli Stooges e gli MC5. Subito pensai che questi due gruppi erano un po’ scadenti rispetto agli UCP, ma poi ho capito.
(Dregen, Hellacopters)

Nella seconda parte della storia, avevamo lasciato gli Union Carbide Productions alle prese con il tour di supporto per Financially Dissatisfied, Philosophically Trying, a cavallo tra il 1989 e il 1990. Già nella primavera, però, iniziano le session serrate per tentare di assemblare un nuovo album; sembra che le idee non manchino e con un regime di quattro prove settimanali nel giro di poco tempo viene confezionato un lotto di brani inediti.

Psicodrammi a go-go

Nell’autunno del 1990 gli UCP, compatti e rodati dopo il lungo tour, entrano nello studio Music-A-Matic di Gothenburg per fissare i pezzi che costituirannno From Influence To Ignorance. Ma, ancora una volta, quello che superficialmente sembrerebbe un quadro piuttosto stabile, si rivela l’esatto opposto.
Ebbot: “Vari problemi di donne e di droga iniziarono a influenzare il nostro lavoro in studio. Non avevamo più energia, ed è per questo che il disco uscì molto più leggero dei precedenti”.
Secondo Ebbot e il batterista Henrik Rylander uno degli ostacoli più grandi è costituito dal chitarrista Patrick Caganis; Rylander commenta così, a questo proposito: “Patrick secondo me non stava bene all’epoca. Aveva dei casini con suo padre. Credo che mentalmente non stesse bene e andando in tour questo disagio esplose. Finì per mettersi a bere tantissimo – nel peggiore dei modi, quello distruttivo”.

In effetti anche Patrick, intervistato da Mike Stax nel 1998, descrive una situazione personale piuttosto disastrata: “Avevo conosciuto questa tipa nel 1990 e credo che i problemi della band siano iniziati proprio per via di questa storia. Nessuno di noi due aveva il coraggio di lasciare l’altro; credo che tutto derivasse dal fatto che eravamo molto simili. […] Litigavamo di continuo e lei aveva la tendenza a controllarmi in ogni momento, si presentava in studio a sorpresa mentre registravamo e cose del genere. Il modo che avevamo trovato per risolvere i nostri problemi era ignorarli – anzi, per dimenticarli uscivamo e andavamo a bere. Poi a volte lei arrivava ubriaca e voleva parlare con me, ma era un disastro. Io ero davvero dispiaciuto perché così non riuscivo a concentrarmi sulla musica e alla fine questa roba ha danneggiato il gruppo intero”.
Ian: “Aveva troppi problemi con questa ragazza. Erano sempre lì ad attaccarsi, quindi Patrick era perennemente di pessimo umore, in studio. A volte capitava di dirgli: ‘Perché non provi a fare così o cosà?’ e lui si incazzava, spegneva l’ampli e se ne andava”.

Il colpo di stato di Ebbot

Se Patrick Caganis è fragile e sull’orlo della crisi più nera, non bisogna dimenticare un elemento altrettanto importante per inquadrare il mood di From Influence To Ignorance, ovvero l’ascesa di Ebbot alla posizione di produttore e di ago della bilancia nelle scelte della band. Il cantante, in poche parole, prende il comando in studio: siede dietro al mixer con il produttore Michael Ilbert, pensa agli arrangiamenti, decide come e dove utilizzare effetti o trucchi.
Il risultato è un sound completamente inedito per gli UCP: tutti gli strumenti vengono registrati separatamente, viene sfruttata al massimo la tecnologia digitale disponibile e – in generale – ogni cosa suona più pulita, patinata… per alcuni fredda.
Henrik: “Ebbot produsse il disco insieme a questo tizio che si chiama Ilbert, ma non mi piacque la cosa. Il fatto è che Ilbert processò tutto con un computer e separò gli stumenti in maniera troppo netta… così il suono è meccanico e non ha il feeling dei primi due dischi”.

Dunque, il disco è un disastro? Nossignori. Niente di più falso. E’ un grande album di rock fortemente influenzato dai colossi dei Sixties e con un suono piuttosto moderno. Certo, non c’è più molto degli UCP selvaggi e fuori controllo degli esordi, ma qui si vola a un’altra quota, il gioco diventa più raffinato e ricercato.
Mike Stax paragona From Influence To Ignorance a Beggars Banquet e lo definisce un “capolavoro per gli anni Novanta”: e, in effetti, Ebbot e soci in questo frangente si rivelano molto stonesiani – soprattutto in episodi come “Be Myself Again”, una specie di “Gimme Shelter” di fine secolo.

Ma la paletta dei colori a disposizione degli UCP sembra essersi arricchita molto, per cui troviamo deliri acustici (“Can’t Slow Down”), richiami a groove jazzato (“Baritone Street”), i vecchi germi del rock detroitiano (“Got My Eyes On You”), cavalcate epiche dalle dinamiche cangianti (“Train Song” e “Coda”) e anche una ballata delicata, crepuscolare, ombrosa – tra Dylan, Hendrix e Arthur Lee… quella “Golden Age” che è destinata a diventare il brano più noto dell’intero album, nonché la cosa più vicina a un hit che la band abbia mai sfornato.
“Golden Age” è un pezzo la cui paternità è – stranamente – da attribuire in toto a Ian Person, che ricorda: “L’avevo composto prima di unirmi alla band e ci è voluto un bel po’ prima che gli altri accettassero di suonarlo, perché dicevano che era troppo soft. Pensavano che non c’entrasse con il resto, all’inizio, ma poi durante l’anno il nostro sound iniziò a cambiare, volevamo fare cose differenti – più anni Sessanta, direi. E’ così che ci lavorammo, Ebbot scrisse il testo e ne uscì una buona canzone”

Nonostante i problemi personali e le tensioni, quindi, il risultato è notevolissimo. Tanto che – a parte una generale insofferenza verso alcune scelte di mixaggio di Ebbot e Ilbert – tutti i membri della band si dicono soddisfatti del nuovo lavoro.
Nel frattempo, però, sul fronte più legato agli aspetti amministrativi, si sta consumando un classico dramma da record business: l’etichetta che fin dall’inizio ha patrocinato gli UCP, la Radium 226.05, è vittima di gravi problemi finanziari e a rischio di fallimento. Nell’aprile del 1991, quando From Influence To Ignorance viene ufficialmente pubblicato, qualcuno ha difficoltà a trovarlo nei negozi e – a dispetto di recensioni osannanti da parte della stampa internazionale – in Svezia la band stenta a essere presa sul serio dall’establishment.

Got live if you want it

Viene comunque organizzato un lungo tour a supporto del disco: per tutta l’estate e l’autunno del 1991 gli UCP suonano in Europa, soprattutto in Germania e nei Paesi scandinavi, ovvero le piazze in cui hanno raccolto maggiori frutti. L’inghilterra, invece, continua a essere ostile – come la regola vuole; infatti Henrik ricorda così una data al Marquee di Londra, del settembre 1991: “Prendemmo il traghetto dall’Olanda per l’Inghilterra. Suonammo al Marquee e fu un’esperienza pessima. Credo ci fossero al massimo 20 persone, tutte sedute; solo uno era in piedi, davanti al palco, e ci faceva il dito mandandoci affanculo. Fu un disastro. Ci pagarono 50 sterline in monete da uno”.
Anche Patrick ha un’immagine viva dell’esperienza londinese: “E’ un bellissimo ricordo fatto di lacrime, negatività, puzza d’aglio e chissà che altro. Quando arivammo a Londra eravamo esaltatissimi, tipo: ‘Cazzo! Suoniamo al Marquee! Grande!’. Credo fosse la terza sede che il Marquee ha avuto: era grande, una specie di cinema, coi soffitti alti e un impianto potente. Quando arrivammo al locale non vedemmo neppure un poster del concerto, così iniziammo a chiedere: ‘Ma non avete fatto pubblicità? Un po’ di manifesti, qualcosa?’. I tizi che erano lì ci guardarono e ci dissero: ‘Abbiamo messo un manifestino’. ‘Cosa!?’ fu la nostra risposta… i tizi erano davvero scazzati e ci dissero: ‘Dai, su, non l’avete visto? Abbiamo da fare, lasciateci in pace… comunque è là fuori, sulla porta’. Era una fotocopia in bianco e nero di un foglio scritto a mano, in caratteri minuscoli, che diceva ‘Stasera, Union Carbide Productions’. Ed era l’unica pubblicità che avevano fatto. Il tecnico del suono era una specie di hippie che ci disse: ‘Grandi! Avete dei Marshall e degli Ampeg! Sparate il volume al massimo, quando si riempirà di gente sarà una figata, potentissimo. Qui lo spazio è grande, si sentirà da dio’. […] Al momento di suonare ci saranno state 30 persone e ovviamente non si capiva nulla”.

E’ una vitaccia, nonostante tutto. Il disco piace, ma le vendite non garantiscono il passaggio al professionsimo e neppure i concerti riescono a fornire un’entrata sufficiente ai membri della band. Anzi, tutti i soldi finiscono in benzina, spese per la sopravvivenza e riparazioni al terribile furgone utilizzato per spostarsi, il White Whale.
Ian: “Tutti i soldi venivano risucchiati dal furgone. Avremo speso mezzo milione di corone in quel coso”.
Patrick: “Il bus si rompeva di continuo. Tutti i soldi che guadagnavamo finivano nel furgone. All’inizio era divertente, ma dopo essere stati in giro un po’ di anni a suonare e a girare ci rendemmo conto che non c’erano soldi per nessuno. Dovevamo combattere per sopravvivere. All’epoca non ci ho mai pensato, ma ora riesco a razionalizzarlo e dico che se non ci sono soldi, il divertimento se ne va. Alla fine di ogni tour eravamo tutti così stanchi che non avevamo voglia di vedere nessuno. Ci scappava la voglia di fare le prove. E poi dovevamo sempre trovarci dei lavoretti provvisori per tirare su qualche soldo”.

Segnali di dispersione

E’ proprio tra il 1990 e il 1991 che tra le file degli UCP inizia a serpeggiare – forse inconsciamente – un impulso alla fuga. Tanto per iniziare, la band al gran completo ogni tanto si concede il vizietto di cambiare nome per qualche concerto raccolto, a base di cover e classiconi del rock. Stiamo parlando dei San Francisco Boogie Band, ossia gli Union Carbide Productions sotto pseudonimo che si divertono coi pezzi di Stones, Beatles, Love, Kinks, Pink Floyd e MC5.

Ma non è tutto, in quanto Ebbot – alla fine del 1991 – dà vita a un progetto collaterale, un duo che si chiama Levity Ball.
Ebbot: “Sentivo di avere tanta energia creativa, tante canzoni nella testa, ma ogni volta mi sentivo dire: ‘No, questo pezzo non possiamo farlo, è troppo morbido’. Si nascondevano tutti dietro a questa maschera dell’underground, credo. Erano tutti spaventati e ripetevano: ‘Perché non facciamo come nel primo disco?’. […] Così iniziai a suonare roba acustica con un altro tizio che conoscevo. Erano cose molto vicine a Forever Changes, pezzi molto alla Love e Buffalo Springfield, cose più leggere. Facemmo qualche concerto, e suonavo anche io la chitarra. […] Mi ero stancato. Non succedeva niente di nuovo nella nostra band e litigavamo di continuo per stupidagigni, mentre io volevo solo essere creativo. […] Questo progetto fu l’inizio di quello che sono poi diventati i Soundtrack of Our Lives”.

Nel frattempo anche Ian Person, insieme all’ex UCP Bjorn Olsson, si dedica a un side project. Sono i Black Balloons, un gruppo pesantemente influenzato dai Rolling Stones, con un gusto marcato per gli arrangiamenti a base di fiati.
Ian: “Bjorn voleva tantissimo che Ebbot si unisse a noi. […] Poi mi diceva di continuo: ‘Ian, devi andartene da quel gruppo. Non è buono, fa schifo’. Lui sa essere un grande manipolatore quando vuole”.

Gli altri tre membri della band vivono questa situazione in maniera contrastata. Henrik e Jan pensano che delle valvole di sfogo siano utili, soprattutto perché così Ebbot può esprimere altrove la sua anima Sixties, che secondo loro c’entra poco con gli UCP.
Patrick, invece, dal suo aureo isolamento osserva con occhio scettico gli eventi, convinto che il gruppo dovrebbe essere come una relazione sentimentale: una faccenda basata sulla monogamia.
Patrick: “Io, da parte mia, pensavo: ‘Abbiamo una band. Portiamo nuove idee e qualunque cosa ne esca è ok’. Non ho mai pensato che avremmo sempre dovuto essere come nel primo disco o come nel secondo. Non l’ho mai messa in questi termini. Per me qualunque cosa facessimo in sala prove, se suonava bene, ci potevamo lavorare. Secondo me avremmo dovuto fare così”.

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