Amico ‘taliano, compra droga indiana, tutto buono

sultan batherySultan Bathery – s/t (Slovenly, 2014)

Sultan Bathery è una città dell’India, nel distretto Wayanad di Kerala – qualsiasi cosa significhino queste indicazioni prese da Wikipedia e appartenenti alla geografia, disciplina da me aborrita fin dalla tenera età. E deve essere un posto di merda allucinante, visto che i tre vicentini Sultan Bathery hanno deciso di chiamare così la loro band proprio in onore del posto peggiore in cui sono mai stati (lo dicono nella loro bio) (altro…)

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Tutti in Campo

campo-logySteve & The Jerks + Anteenagers M.C. – CAMPO-LOGY (Fish+Lips Records)

La Francia è da sempre un luogo in cui il rock’n’roll è seguito, coccolato, adorato (chiedete a gente come Johnny Thunders, ad esempio, se avete occasione di fare una sedutina spiritica). Non ha sfornato moltissime band che hanno avuto rilevanza internazionale, ma lì la scena è comunque vivissima. Basta pensare che dalla Francia è arrivata gente come Real Kool Killers, Parabellum, Cherokees, Métal Urbain, Les Thugs, Noir Desir…

Questo cd antologico distribuito Area Pirata e licenziato da Fish+Lips raccoglie, dunque, i lavori di un eroe made in France: l’esimio Fred Campo (altro…)

Born in the cellar

Qualcuno dei fedelissimi ricorderà i Beatbreakers: il loro demo cd è stato recensito su Black Milk qualche tempo fa e nel frattempo ho avuto modo di vederli live, oltre che di conoscerli personalmente.
Da qui nasce l’idea di una chiacchierata esaustiva – si spera – per presentare meglio un gruppo che, anche se sotterraneo e loser per definizione, ha il suo bel perché e merita una chance di essere ascoltato.
A questa intervista, condotta via email, hanno partecipato in pratica tutti i membri della band. Sono giovani, entusiasti, a volte un po’ ingenui e soprattutto veraci come un 45 giri di garage texano tutto graffiato, pescato in una bancarella improbabile.
La parola ai Beatbreakers…

Raccontatemi un po’ la vostra storia: come è nata la band, quando e quali obiettivi – se ve ne siete posti – avete…
Ric: La band nasce dall’incontro tra i Matryoshka Kill Kill, un progetto di band mista alla Cramps, e Sebastian che ha sostituito la nostra prima cantante. Da allora del primo repertorio abbiamo tenuto solamente i pezzi più aggressivi, gli altri si addicevano di più a una voce femminile, e abbiamo continuato su questa falsa riga, a eccezione di un paio di pezzi surf strumentali che riproponiamo spesso nei nostri live. Il nostro obiettivo, in generale, è conoscere e farci conoscere… ma non a tutti i costi!

Vedendovi live ho notato che siete una formazione piuttosto eterogenea. Sul palco c’era una maglietta degli Alter Bridge, una degli Off, un cantante alla Leighton Koizumi… insomma, quale alchimia vi lega e quali sono i vostri numi ispiratori?
Ric: Devo premettere che dopo il nostro incontro con Seba il gruppo ha subito una variazione di formazione che di fatto ha posto fine all’idea iniziale di band mista, e infatti Giulia, la nostra bassista, dopo qualche live ha dovuto lasciare per motivi personali: una grossa perdita in assoluto e soprattutto per l’impatto che la band poteva destare dal vivo. D’altro canto siamo contenti del nuovo arrivato Ste Red Stripe che si è calato subito nel nostro spirito e ha già messo del suo in diverse canzoni. Il nostro batterista Davide si diverte sempre a provocarci con le sue t-shirt da concerto, pur provenendo da tutt’altro background fa piacere vederlo appassionarsi, e con risultati soddisfacenti, a suonare garage e degenerazioni varie. Seba è innegabile che abbia una certa somiglianza con Leighton Koizumi, ha quello che si dice il phisique du role, è un autentico animale da palcoscenico, ma ritengo che al tempo stesso abbia una timbrica del tutto personale, difficile da trovare in giro, e direi perfetta per fare garage!
Seba: Esagerato Ric… grazie! Beh, comunque  la passione che abbiamo per la musica sicuramente gioca un ruolo fondamentale nei nostri equilibri, ma anche la voglia di divertirci e spaccarvi i timpani! I nostri numi ispiratori? Uhm.. ce ne sono davvero tanti per ognuno di noi! Da Jim Morrison a Screamin’ Jay Hawkins, da Johnny Thunders a Gerry Mohr, da Jeffrey Lee Pierce a Keith Morris!  Insomma numi di diversi generi, ma  più che altro degli ispiratori ideali e non dal punto di vista strettamente musicale.

Domanda spietata: il garage (Sixties o revival che si voglia) ha ancora senso dopo tutti questi anni? Dopotutto sono passati decenni dal momento in cui questa musica è esplosa e ha dato tutto o quasi quello che poteva dare…
Ric: Sai, non facciamo molto caso a quelle che sono le mode del momento, il garage ha vissuto una prima ondata durante i Sixties e un revival negli Eighties davvero niente male, tuttavia, pur non essendoci una vera scena che si possa definire tale in Italia, il garage di fatto non è mai morto.
Seba: Assolutamente! Ѐ bello vedere band che ancora tramandano garage con voglia di stupire. Ti spiego perché: anche se forse non c’è più un vero e proprio movimento, qualcuno che tenta di salvarci le orecchie  dalla merda che sta uscendo da qualche anno a questa parte c’è sempre, per fortuna!
Ric: D’altra parte, come avrai avuto modo di sentire, non siamo dei puristi del genere, non abbiamo neanche l’organo.  La nostra novità, se così si può definire e ammesso che ci sia ancora qualcosa da inventare, è il tentativo di fondere insieme diverse componenti, qualcuno più esperto di me lo ha definito “rockabilly garagistico” (il buon Luca Frazzi – n.d.andrea], non dimenticando il nostro approccio punk che in alcuni pezzi si sente abbastanza chiaramente.

Elencatemi i cinque dischi fondamentali della vostra formazione personale – e perché…
Ric: Ti diremo quelli che più si adattano all’idea dei Beatbreakers e che comunque mi hanno segnato personalmente. In ordine sparso:
·    The Fuzztones: Lysergic Emanations, come fare a non metterlo?
·    The Cramps: Psychedelic Jungle, la sintesi di diversi elementi che adoriamo, selvaggio e accattivante
·    The Phantom Surfers: 18 Deadly Ones, mi piace il surf strumentale, specie se cupo e malinconico, quello per così dire “avvincente” mi annoia…
·    The Morlocks: Emerge, a proposito di Koizumi…
·    Various artists: Doo Wop  Halloween Is a Scream, pezzi oscuri e grotteschi recuperati dalla “peggiore” tradizione doo-wop, testi molto divertenti!
Seba: Da parte mia dico:
·    The Brood: In Spite Of It All, ascoltatelo e poi capirete perché…
·    Various artists: Kill By Death, compilation punk ma dai pezzi  marci e cagneschi insomma quel che piace a me!
·     Various artists: Monster Bop, la definirei una compilation rock’n’rolll di pezzi tirati fuori dall’aldilà
·     MC5: Kick Out The Jams, kick out the jams motherfuckers!!!
·    Jacobites: Robespierre’s Velvet Basement, qua cambiamo radicalmente genere, chitarre che piangono e voci malinconiche, un mix che nuoce alla propria solarità

Cosa pensate delle reunion di band vecchie o comunque morte da anni, che piovono insistentemente da qualche tempo?
Seba: Penso sia come qualcosa che vuoi riportare in vita nel tuo cervello e in un modo o nell’altro ce la fai, quando sei davanti a personaggi che han fatto la storia del genere. Ti vengono i brividi a pensare ai concerti, le persone che han conosciuto e specialmente il fatto che, qualche ora prima, ti stavi ascoltando un loro disco davanti una birretta e qualche ora dopo te li vedi di fronte! Non sono uno che si emoziona facilmente, ma a vedere veri e propri “stronzi” della musica mi si contrae il cervello.
Ste Red Stripe: Le reunion il più delle volte si rivelano come decisioni piuttosto azzardate, ma a volte delle piacevoli sorprese: basti pensare al panorama ’77 UK punk; band come Slaughter and the Dogs, Stiff little Fingers, Rezillos, Boys, Buzzcocks etc… non tradiscono mai dal vivo e sono sempre energici, garantendo uno spettacolo all’altezza della loro fama. Altre volte è solo puro interesse economico e non è difficile rendersene conto.

Trovate facilmente occasioni per suonare? Come definireste la situazione attuale del circuito live?
Ric: In Italia siamo messi abbastanza male, e in particolare a Milano, se non fosse stato negli ultimi anni per il Mi-decay, che ha avuto il merito di ravvivare la scena e stimolare anche altri ad organizzare eventi alternativi, sarebbe francamente deprimente.
Seba: D’altronde Milano è piena di fighetti…

Raccontateci il concerto più bizzarro o allucinante che vi è capitato di fare
Davide: Direi quello di spalla a Glenn Matlock, quando il nostro cantante era…come dire “un po’ su di giri” ed è stato allontanato dal locale mentre noi della band ancora stavamo suonando…
Seba: Eh sì… eravamo tutti un po’ nervosi e io ho cominciato a bere parecchio; a un certo punto il microfono ha avuto dei problemi, così l’ho lanciato dall’altra parte della sala, scatenando una furiosa reazione del buttafuori che mi ha sollevato di peso cercando di trascinarmi fuori dal locale. Non so come sono riuscito a tornare sul palco e finire il concerto.

Beatles o Stones? E perché?
Seba: Stones! in particolare i primi album con Brian Jones, il mio preferito è sicuramente  Their Satanic Majesties Request, i suoni tossici e imprevedibili mi tirano scemo!
Davide: Beatles per il semplice fatto che in casa mia, fin dall’infanzia, giravano solo i loro vinili.
Ric: Per il talento, voci e capacità compositiva sicuramente i Beatles, gli Stones dal canto loro avevano una maggiore carica sul palco, quindi Beatles da studio e Stones dal vivo!

Nuggets o Back From The Grave? E Perché?
Ric: Pur essendo un vero estimatore di Nuggets ti dico che preferisco Back From The Grave come concetto, c’è un vero lavoro di riesumazione dietro ai vari volumi di pezzi più o meno interessanti mai venuti alla luce prima. Menzionerei anche Pebbles, Desperate Rock’n’Roll, e Stompin’
Seba: Domanda difficile. Ma anche io dico Back From The Grave! Quelli erano tempi scuri e grezzi. Sembra la trama di un film ma è proprio cosi! Fuzz che ti scioglie il pensiero, voci da strizzata di palle… fantastico!”.

Qualcuno di voi colleziona dischi? E quale è il vostro rapporto con la musica: una passione, un passatempo, un divertimento, un’ossessione…?
Seba
: Si, io e Riccardo spesso e volentieri andiamo a cercare dischi interessanti da comprare. Il rapporto con la musica è un’ossessione pura. Sono sempre alla ricerca di band dimenticate nel tempo.

Chi volesse contattarvi e magari ordinare il vostro cd promo, come può fare?
Ric: Per ora non abbiamo mai fatto banchetti ai nostri concerti ma a ogni live chiunque ne avesse il desiderio può venircelo a chiedere personalmente, capita sempre di averne dietro una copia; oppure può contattarci sul nostro Facebook

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F15729327 Wednesday Night by The Beatbreakers.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25945579 Alien by The Beatbreakers.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25945781 Twelve o’ Five by The Beatbreakers.

Lester meets Kevin

Lester And The Landslide Ladies/Kevin K – Frantic Tales For The Fast Living (Tornado Ride, 2011)

Lester, con i suoi Landslide Ladies, ormai è quasi un’istituzione nel panorama rock’n’roll glam punk italico: nove anni di vita, per una band, non sono uno scherzo. Se poi la suddetta band macina 700 date e un tot di dischi, allora dimostra di avere passione e palle – attributi che sulla lunga distanza ti fanno lasciare indietro i vari ragazzetti modaioli e gli spompati.
Col tempo la loro miscela di glam e punk si è irrobustita e s’è fatta più viziosa: immaginate degli Hanoi Rocks un po’ più lo-fi, col pallino dei Dead Boys e del glam/street minore inglese. Se in Italia c’è ancora qualche barlume di rock’n’roll, insomma, è anche merito di gente come loro. E sicuramente loro sono tra i guerrieri che combattono per la causa, magari in una lotta impari e persa fin dall’inizio, ma con tutta la passione e la follia che ci vogliono.

Kevin K (un ragazzuolo che ha iniziato a suonare nella Grande Mela di metà anni Settanta: in pratica una leggenda minore tra le leggende minori, che merita un articolo a parte)… è un distillato di sound newyorkese che ti viene schizzato dritto in vena. Lo senti dal primo riff di chitarra, tagliente, punkettoso, scuro e abrasivo. E da lì tutto il resto è in discesa: la colonna sonora dei sopravvissuti, lo zibaldone del reduce cazzuto, la madeleine del rocker perdente d’essai. Un sound figlio bastardo di Heartbreakers, Dead Boys, New York Dolls e primi Dictators – musica per perdenti veri, che nemmeno sanno di esserlo (e se lo sanno, non ne fanno un selling point per arrivare a Rolling Stone, ma accettano la loro condizione e suonano come se non ci fosse un domani).
Numero uno.

Stappiamoci una bella Dreker

Dreker – In Thrash We Trust (autoprodotto, 2009)

Copertina e logo della band che parodiano/ricalcano l’etichetta della birra Dreher e la parola “thrash” nel titolo del disco mi suscitano ricordi agrodolci del tempo che fu. Già, perché sono passati qualcosa come 25 anni (abbondanti e tendenti al 27), per dio e la madonna, dal momento in cui, sprovveduto quindicenne di provincia estrema, capii che le cassette degli AC/DC e degli Iron Maiden non erano il massimo a cui si poteva aspirare… perché era nato il thrash metal, un genere talmente estremo che pochi avevano il coraggio di ascoltarlo. E così iniziò il periodo delle scoperte: dai Metallica agli Slayer, ai primi Anthrax che erano piuttosto melodici ma “tiravano”… e poi tutta la progenie teutonica di scuola Noise Records – impazzivo letteralmente per il primo 12” dei Sodom e per quello dei Destruction. E poi le varie scene locali, europee e non.

Ebbene, i Dreker indossano scarpe da ginnastica alte, jeans elasticizzati e t-shirt senza maniche, per calarsi idealmente nella parte dei thrasher di metà anni Ottanta. E ci riescono senza problemi, tanto da poter essere annoverati – se non fosse per la discrepanza temporale – in quell’esercito di valorosi gruppi definiti minori (ma non per questo dal valore inferiore) che sfornarono centinaia di album nel periodo d’oro del genere. Erano gli anni in cui i dischi si compravano per la copertina – o per una citazione su qualche sparuta rivista musicale – e contavano velocità, cattiveria, quoziente di headbanging e furia; e non importava se i gruppi si somigliavano un po’ tutti… anzi, era una garanzia che ci sarebbero piaciuti. Ecco, io i Dreker di sicuro li avrei comprati e amati, 25 anni fa o giù di lì. Avrei detto a tutti gli amici che somigliavano ai Tankard perché erano fissati con l’alcool, ma ricordavano un po’ i primi Metallica e il thrash virato hardcore punk dei micidiali Nuclear Assault di Dan Lilker, ma anche gli Holy Terror, i Vendetta e i Mortal Sin.

Ebbene, se a qualcuno non è ancora chiaro, i Dreker sono old school – molto, moltissimo old school – ed è il loro punto di forza. Sfornano brani “cazzoni” nell’attitudine, ma distruttivi e incredibilmente carichi della freschezza che il thrash ha perso da molto tempo. Il tutto con quella sana patina di do it yourself, che – volente o nolente – allontana il luccichio dei suoni asettici e troppo studiati.

Il cd in questione, però, inizia a essere un po’ stagionato, per cui cresce la curiosità di risentire i Dreker alle prese con materiale e registrazioni più recenti. Speriamo di poterlo fare a breve.

Dio salvi il fuzz e i barbacani

The Barbacans – God Save The Fuzz (Boss Hoss, 2009)

E’ innegabile. Il garage fatto bene, senza pretese e con le palle, non sbaglia mai. Lo senti subito… bastano due-tre giri e si capisce immediatamente l’umore dell’intero disco: se è una cagata modaiola o – come nel caso dei Barbacans – un lavoro coi fiocchi (altro…)

Meet you in Siena, Nevada

The Last To Knows – 2011 Promo (autoprodotto)

E’ praticamente passato un anno esatto da quando conobbi i The Last To Knows che si fecero vivi mandandomi il loro bel 7″ Seven Men/Dig For The Heart. Rieccoli, a sorpresa, con un pugno di canzoni nuove di zecca, registrate lo scorso ottobre e raccolte sotto al titolo provvisorio di 2011 Promo (sì 2011).

Sono ancora maturati – non che fossero particolarmente acerbi – i nostri folk/country rocker senesi e hanno raggiunto un ottimo livello di padronanza del genere, tanto da cavalcarlo con disinvoltura senza attingere in maniera troppo smaccata da nessuno dei loro numi ispiratori: Bob Dylan, Rolling Stones, Hank Williams, Creedence Clearwater Revival, Reigning Sound, Neil Young, Townes Van Zandt e Gram Parsons.

Ovvviamente l’anima dei The Last to Knows è rapita da atmosfere e suggestioni statunitensi al 100%: deserti, praterie, drammi da stazione di servizio, amori che durano la lunghezza di una highway ed evaporano, notti a base di alcool e neon colorati… qui di punk e di rock’n’roll tradizionalmente inteso non ne troverete. Ma – in compenso – nei loro pezzi aleggia l’alone mortifero e letale della lower America, con tutte le sue contraddizioni e tradizioni.

Se, poi, siete curiosi di come un ispirato Gram Parsons avrebbe potuto infilare Siena in un brano fintamente allegro – ma in realtà malinconico e livido come una prateria dopo un incendio – i The Last To Knows sono il vostro gruppo e vi esaudiranno nella mitica “Cross Your Mind”.

Tra l’altro, se avete un’etichetta fatevi avanti: i ragazzi non vedono l’ora di pubblicare ufficialmente questi cinque gioiellini – magari insieme ad altri brani, per far uscire un album completo. Contattateli… fatevi il classico favore, se avete un po’ di cervello.

Ho qualcosa nel Duodenum

Duodenum – Demo (Bubca, 2010)

Prendete la poetica blues-punk delle band Goner. Dopo un weekend di bunga bunga con Fede, Papi Berlu e tutta l’allegra compagnia del Viagra, buttatela a calci nel culo – e ancora con le mutande in mano – in una discarica abusiva della ‘ndrangheta (altro…)

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