Neil Holmes, Sherlock Young

holmesHolmes – We’re Getting Older/Born (Wild Honey, 2009)

Altro bel colpo (uscito a onor del vero la scorsa estate) di Wild Honey… un singoletto a 45 giri con due brani (come quelli tradizionali, di una volta) per gli svedesi Holmes (altro…)

Le strade silenziose non fanno paura

silentSilent Street – demo

Che dire… ci sono begli spunti di pura e calda Americana in questo cd dei bresciani Silent Street. Peccato che questi spunti restino accenni o poco più e non siano la cifra stilistica dominante della band (altro…)

The Hold Steady: Mould & Springsteen?

staypositive.jpgThe Hold Steady “Stay Positive” (Rough Trade, 2008)

“Me and my friends are like / The drums on Lust For Life”, inizia così questo album della band del New Jersey con le radici a Minneapolis. E come non caderci? Un gruppo di thirty-something che ha perso chili in sudore sotto i palchi degli ultimi anni Ottanta, cresciuto e maturato durante gli alternativi anni Novanta, che si ritrova nel nuovo millennio ad apprezzare e a suonare la buona musica come si gusta un buon vino. Questo è stato il mio primo approccio con gli Hold Steady, che con questo Stay Positive si piazzano a una ipotetica confluenza tra gli Husker Du e il Bruce Springsteen della migliore E-Street Band. C’è tutta la nobile umiltà del gruppo di Mould e Hart, è c’è il feeling della notte americana che solo il Boss ha saputo cantare, con una serie di suggestioni profonde (“Cause dreams they seem to cost money / But money costs some dreams” è uno squisito esempio) e altrettanti piccoli rimandi a una cultura che ci ha cresciuto (Joe Strummer, Iggy Pop, gli Youth Of Today e i 7 Seconds). Su Stay Positive ci sono i chitarroni distorti a braccetto col piano (“Constructive Summer”), le ballate da bar lungo la statale (“Lord, I’m Discouraged”), le serate inzuppate di alcool asciugato tra le lenzuola di qualcun altro (“Sequetsered in Memphis”). Se siete rimasti ammaliati dagli Afghan Whigs con questo disco degli Hold Steady potreste trovare qualche nuovo brivido.

La X (forse) brilla ancora

xene.jpgJohn Doe, storico bassista/cantante degli X, in una lunga e interessante intervista rilasciata a Citypaper, ha fatto intendere che il gruppo – ancora attivo sul fronte live – sta lavorando a nuovo materiale. Si tratterebbe dei primi brani nuovi degli X dal 1993, anno di uscita di Hey Zeus.

Certo, gli anni sono passati (che fine ha fatto la sexy punk girl Exene di cui tutti eravamo innamorati?) e un altro Los Angeles o Under a Big Black Sun non ce lo sforneranno più… ma diciamo che lo sforzo è apprezzabilissimo, sperando che il tutto non finisca per suonare come una parodia involontaria. Doe, dal canto suo, si dimostra molto cosciente di questo rischio e si pone la domanda: “Sarò in grado di scrivere ancora per gli X senza sembrare uno che tenta di somigliare a quando era giovane?”. Noi attendiamo…

Conturbanti Blanche

51adkafpfkl_ss500_.jpgBlanche – Little Amber Bottle (V2, 2007)

Direttamente da Detroit, oggi presentiamo una realtà che, almeno in Italia, rimane una perla sommersa nell’affollatissimo panorama musicale d’oltreoceano. Loro sono i Blanche, una miscela conturbante di country-folk e pop, con delle soluzioni musicali originali e per nulla casalinghe come potrebbe far pensare la copertina del loro ultimo lavoro Little Amber Bottle.

Nascono da un vecchio progetto musicale del loro leader Dan Miller e di sua moglie Tracee, i Goober & the Peas, al quale si aggiungono Dave Feeny alla chitarra, Lisa “Jaybird” Jannon alla batteria e Patch Boyle al banjo. Il loro debutto If We Can’t Trust the Doctors è stato grandioso: un album dai risvolti melodici, ma per nulla scontati. Forse la loro amicizia con i White Stripes potrebbe essere un modo come un altro per convincere delle capacità della band.
Little Amber Bottle inizia con “I’m sure of it”, una ballata a due voci che dall’atmosfera cupa fin dall’inizio, ma non priva di speranza e avvolta nel gelo come si potrebbe pensare… il messaggio non è triste; se mai lo vogliamo definire, allora l’aggettivo sarebbe “riflessivo”.
Si continua con “Last Year’s Leaves”, in cui banjo e una batteria decisa fanno da sottofondo a un cantato che pare fare il verso al Cohen di Songs of Love and Hate.

Molto bella è “No Matter Where You Go”. Cantata a tre voci, è una ballata con archi e banjo che, assieme, creano un mood tetro, quasi spiritato, senza per questo sembrare un prodotto del lontanissimo genere gotico. In “Little Amber Bottle” non c’è niente di dark e, anzi, la vitalità del gruppo si risveglia proprio nella successiva “What this town needs”, in cui le voci (forse un pò troppo simili alla “scassatissima” Curtney Love, per lei, e a Micheal Stipe, per lui) sono supportate dalle distorsioni della chitarra di Dave Feeny.
Insomma, è del tutto convincente e maturo questo nuovo disco dei Blanche, ma difficilmente ne sentiremo parlare in Italia, visto che il genere non è di moda e le star non sono cool!

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