Karmacorna

karma-to-burn-arch-stantonKarma To Burn – Arch Stanton (Faba/Deepdricve, 2014)

Sesto album in studio per i Karma To Burn del West Virginia. E niente di nuovo sul fronte occidentale, come si suol dire… rock-stoner-sludge-doom-hard-psych rigorosamente strumentale (non sentirete neppure un respiro, in questo disco, emesso da una bocca umana). Qui a farla da padroni sono chitarrona, basso xxl e batteria schiacciasassi. E sono solo in due (con un bassista reclutato solo per i live, per la cronaca…) (altro…)

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Serendipity or what?

hakmeHakme – s/t promo (autoproduzione, 2014)

Gli Hakme sono un trio milanese nato nel 2011 e con questo cd-promo con cinque brani nel loro medagliere. Si definiscono “punk rock deviato che assorbe elementi di grunge, hard rock, rock classico”, nella bio: e in effetti a grandi linee questa è la sensazione, anche se il punk rock – almeno in questi cinque pezzi – è piuttosto velato come presenza, mentre la parte del leone la fanno il rock e un filo di attitudine “alt”, un po’ anni Novanta (altro…)

Veleno per voi

veleno copiaIl Veleno Del Popolo! – Il Primo (Edwood, 2013)

[Franco “Lys” Dimauro]

Il veleno c’ è tutto. Quello degli anni Ottanta, dei Novanta e degli anni Zero.
Quello che ci è covato dentro mentre ascoltavamo gli Hüsker Dü, i Replacements, i Black Flag, i Nirvana, gli Scratch Acid, i Fugazi, gli Shellac e che pure credevamo di poter domare. Perché alla fine c’era mamma di là a prepararci le frittelle e gli arancini di riso e carne tritata. E potevamo rubare le Nazionali a papà mentre guardava Maradona, Falcao o Platini saltare sul prato verde come gli eroi del Subbuteo (altro…)

Quieto ma non troppo

Il-Buio-L-oceano-QuietoIl Buio – L’oceano quieto (Autunno Dischi, 2013)

Che bottarella, eh… sì davvero, l’ascolto di questo nuovo cd de Il Buio non mi lascia per nulla indifferente… anche a dispetto del mio odiato cantato in italiano. E infatti credo che loro, insieme ai Titor e ai Nerorgasmo, ad esempio, siano uno dei pochi gruppi per cui riesco a fare un’eccezione.

Il Buio ci scaraventa addosso 10 tracce di rock emotivo e scuro, sfaccettato ma sempre cupo, teso e introspettivo (altro…)

Mark Lanegan Band – Blues Funeral

Mark Lanegan Band – Blues Funeral (4AD, 2012)

Mark Lanegan è uno di quei musicisti che ha più band e progetti paralleli che peli sul culo e aggiungiamo anche che chi non conosce il lupo mannaro di Ellensburg, probabilmente si è fatto una bella dormita durante tutti gli anni Novanta.

Sgombriamo il campo dagli equivoci: Blues Funeral è un disco blues a tutti gli effetti per l’atmosfera sepolcrale che lo pervade, per i testi provenienti direttamente dall’oltretomba e per la voce inconfondibile di Lanegan – che qui si fa ancora più mortifera del solito.
Sicuramente l’ex leader degli Screaming Trees ha reinventato il modo di fare blues, lontano anni luce da I’ll Take Care Of You in cui restava fedele all’ortodossia, ma molto vicino (nonostante gli otto anni trascorsi) al capolavoro del 2004 Bubblegum imbevuto di elettronica.
Funeral Blues, proprio come Bubblegum, va ingerito dalla prima all’ultima traccia senza perdersi in troppe distinzioni e scalate di marcia. Basterebbe la cavalcata nel deserto del singolo “Gravedigger Song” verso una frontiera spiritica, in cui Lanegan sembra dialogare con i fantasmi del suo passato, a fare di Funeral Blues un disco da mettere nello scaffale tra John Lee Hooker e  Skip James.

West Coast mon amour

Chamberlain – Moon In June (Lophophora, 2011)

I siciliani Chamberlain sono una vecchia conoscenza: li recensimmo un anno fa esatto. Si ripresentano con un ep (quattro brani) che mostra un sensibile spostamento di baricentro nelle loro sonorità.
Restiamo ovviamente in ambito rock, ma l’enfasi ora è più verso il filone alt/indie (laddove nello scorso lavoro era più evidente un attaccamento a certe sonorità British pop). E’ come se i Chamberlain avessero deciso di cambiare residenza, se vogliamo, e trasferirsi nella costa Ovest degli USA a raccogliere suggestioni indie rock; in particolare i  primi due brani sono intrisi di spunti statunitensi anni Novanta, con momenti che ricordano i Pearl Jam e i Jane’s Addiction.
Il terzo brano, “The Good Old Days”, riporta lievemente verso territori più albionici, ma la botta finale arriva con la conclusiva title track in alternate version, 3′:48″ di puro Valium sonico che non avrebbe sfigurato in un demo dei Jane’s Addiction pre-Nothing’s Shocking. E che – a mio modesto parere – è la vera chicca dell’ep.

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