Guitar, stompbox & voice

milaneseMarcello Milanese – Goodnight To The Bucket (Helleluja, 2013)

Vanno un casino di moda le one-man band, i bluesman lo-fi maledetti alla pizzaiola, vero? Può anche essere. Ma se state pensando che il buon Marcello Milanese sia uno che salta sul carretto perché fa figo, avete cannato brutalmente, visto che questo signore la suddetta roba la suona e la macina da una ventina d’anni almeno.

Questo suo nuovo lavoro è essenziale, rosicchiato all’osso – stripped down direbbero gli americani – e minimale; un blues tradizionale e scheletrico, sepolcrale, sanguigno e a volte anche sanguinante, suonato con una chitarra autoprodotta che si chiama Helleluja H1 e una stompbox altrettanto autoprodotta. Tutto in presa diretta (altro…)

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Aspettando Primavera Beat 2012

Chi si interessa di Sixties ed è un pochino nel “giro”, facilmente ha partecipato a una o più edizioni di Primavera Beat, il festival (che a marzo 2012 giungerà al suo sesto appuntamento) che si svolge ad Alessandria ogni primavera – come il nome suggerisce.
Non ha – per semplici motivi anagrafici – ancora la tradizione del più consolidato Festival Beat di Salsomaggiore, ma catalizza l’attenzione di appassionati e fan, che non mancano di rispondere al richiamo del Sixties.
In vista della prossima edizione – i prossimi 16-17-18 marzo – abbiamo fatto quattro chiacchiere con il big boss di Primavera Beat, il mitico Salva. A lui la parola, dunque.

Racconta qualcosa di te ai lettori che non ti conoscono: come nasce il tuo coinvolgimento nella musica, quale è il tuo passato musicale e in cosa consiste il tuo presente…
Mi chiamo Salvatore Coluccio, sono nato ne 1966, vivo ad Alessandria da oltre 40 anni. Il mio coinvolgimento con la musica nasce negli anni Ottanta, frequentando il centro sociale Polvere di Alessandria, che raccoglieva in quel periodo giovani che volevano avere un approccio diverso con la musica,  organizzando concerti, producendo demo. Nella metà degli anni Ottanta Alessandria era protagonista nella neonata scena hardcore-punk italiana, mettendo sul piatto il centro sociale Polvere – poi diventato Subbuglio – e band locali capitanate dai Peggio Punx. Il mio passato musicale è soprattutto da ascoltatore di concerti e da organizzatore: ho iniziato al centro sociale Subbuglio, poi continuato al centro sociale Forte Guercio e al Circolo Culturale Palomar di Valenza. Oggi il mio lavoro è organizzare eventi in ambito commerciale (convegni, fiere, manifestazioni ) con lati anche musicali, come l’esempio di Primavera Beat.

Primavera Beat quando nasce e con che intenti? Spiegaci anche la radice del nome, che di primo acchito ricorda l’ingenuità degli anni Sessanta: è voluto?
Primavera Beat nasce nell’inverno del 2006, durante una chiacchierata con appassionati di rock”roll anni Sessanta; la prima edizione è stata organizzata nel marzo del 2007 al Teatro Macallè di Castelceriolo, alle porte di Alessandria. Gli intenti della manifestazione erano e sono quelli di creare un evento in Alessandria che riesca ad aggregare pubblico locale e dalle altre regioni confinanti, di valorizzare luoghi (come è stato con il Teatro Macallè), di coinvolgere la città e la provincia e – per quanto riguarda i protagonisti musicali – creare dei propri eventi nella manifestazione stessa. Il nome Primavera Beat è nato per lo svolgimento temporale del Festival ( la manifestazione si svolge a marzo) e richiamando lo spirito e l’ingenuità degli anni Sessanta.

In cosa si differenzia Primavera Beat – se differenze ci sono – da iniziative analoghe come il Bus One e il Festival Beat? Vi fate concorrenza o collaborate?
Primavera Beat, dal punto di vista organizzativo e di intenti, non credo abbia molte differenze con il Festival Beat. Queste manifestazioni vogliono promuovere lo spirito musicale e sociale degli anni Sessanta, riportandolo ai giorni nostri con aggiornamenti e spunti di attualità. Primavera Beat è nata sei anni fa e subito ha collaborato con le altre realtà di questo settore musicale: la collaborazione è importante per far crescere il festival stesso e il cosiddetto “movimento”.

Parlaci dell’edizione che ci sarà a marzo 2012: è già definitiva la scaletta delle band? Dove si svolgerà e chi suonerà?
Come dicevo in precedenza, Primavera Beat è nata per valorizzare luoghi e coinvolgere la città di Alessandria: con questi intenti il Festival nel 2012 si trasferisce nel centro della città, per coinvolgere ancora di più il territorio. Il festival si svolgerà il 16-17-18 marzo 2012 all’interno dell’Ex Caserma Valfrè, con importanti novità di crescita. Stiamo cercando di organizzare un festival che sia visibile in città e coinvolgere il tessuto proponendo eventi durante il giorno che siano da collante tra festival e Alessandria. Per quanto riguarda la scaletta delle band, stiamo completando il cartellone: dagli Stati Uniti arrivano The Woggles, band nata negli anni Novanta ad Atlanta che propone un raffinato garage-soul; saranno protagonisti anche i Rookies, formazione piacentina che renderà un omaggio agli olandesi Outsiders, con la presenza dello storico chitarrista della band Ronnie Splinter come ospite. E a proposito di anniversari, i milanesi Pretty Face ricorderanno il 50° anniversario dei Rolling Stones (1962-2012). Sarà sul palco anche la band dei Giuda, da Roma, tra le sorprese piu interessanti del panorama rock’n’roll italiano dell’ultimo periodo. A completare il cartellone dj nazionali e internazionali… e probabilmente ancora una band straniera da annunciare.

Che tipo di macchina organizzativa e sforzo comporta l’organizzazione di un evento simile? In breve: quanta gente ci lavora e come viene gestito il tutto? E soprattutto… chi ve lo fa fare? (Scherzo)
Primavera Beat ha una macchina organizzativa di quattro persone e molti volontari in fase di promozione e di realizzazione. Il tutto parte praticamente il giorno dopo di ogni edizione del Festival, creando e progettando l’evento dell’anno successivo, pensando alle band, alla location, alla promozione, agli sponsor… perchè lo facciamo? Per cercare di tenere vivo lo spirito musicale e sociale degli anni Sessanta e per tenere viva l’aggregazione con lo strumento del concerto ad Alessandria.

So che esiste un disco legato a Primavera Beat: di cosa si tratta e dove lo si può trovare?
Primavera Beat – il disco è stato presentato nell’edizione del 2011 e contiene le band che hanno partecipato alle prime quattro rassegne; è uscito in vinile, in 500 copie, e si puo richiedere all’organizzazione del Festival. Il disco è stato stampato per promuovere il festival e fra pochi giorni partirà una promozione sul web.

Collegandomi a quanto detto un po’ più sopra: vedo che è stata annunciata anche la partecipazione dei Giuda… ma i Giuda sono beat/garage? Io adoro i Giuda, però ti faccio questa domanda perché negli ultimi mesi ho visto più di una frecciata indirizzata ad alcuni festival sixties/beat/garage che venivano tacciati di chiamare band che con questi generi non hanno nulla a che vedere…
Primavera Beat vuole essere un festival che propone band che abbiano lo spirito rock’n’roll; naturalmente tutto quello che è fedele anni Sessanta è quello che ne deriva. I Giuda, in questo senso, rappresentano un esempio proponendo un rock’n’roll anni Settanta che è ancora in odore Sixties e un anticipo di quello che sarebbe accaduto negli anni successivi.

Alessandria nella prima metà degli anni Novanta è stata un centro pulsante per certa musica: al Subbuglio, al Guercio e al Palomar di Valenza sono passate band pazzesche, roba da infarto solo a ripensarci; mentre da qualche anno tutto è semplicemente morto, kaputt… l’esperimento di Primavera Beat come sta funzionando in un panorama che pare essersi disabituato a certa musica dal vivo?
Ad Alessandria c’è stato un decennio, che possiamo definire tra il 1985 e il 1995, molto importante per la città e per tutto il nord Italia. La città era molto attiva con almeno tre luoghi che proponevano concerti, band in attività ed altre forme di espressione artistica. Quel periodo per me è stato molto formativo e credo che per motivi storici sia irripetibile; Primavera Beat è figlia di quel momento, perchè l’esperienza maturata in quella decade è stata importantissima, e spero che la manifestazione possa in qualche modo riportare quel periodo collaborando con le realtà locali esistenti.

Come definiresti la scena sixties/garage/beat italiana in questo momento storico?
Preferirei non rispondere… non seguo più, sono rimasto agli anni Novanta.

Mad Max, punk e wave glaciale

Abbiamo conosciuto quest’anno i Words And Actions di Alessandria, un duo di coldwave in puro stile anni Ottanta, che ha sfornato nel giro di pochi mesi due nastri (Can’t Feel e Life Of Farewells). Roba intrigante e filologica, che striscia nei liquidi oscuri del gothic rock, della EBM, della wave, dell’elettronica pionieristica – il tutto con uno spirito ombroso, romantico e glaciale al contempo.

Ci hanno colpito molto e li abbiamo contattati per una breve chiacchierata, un classico botta e risposta via email (a parlare è Lace), per sapere un po’ di più sul loro conto. Eccola.

Domanda classica per rompere il ghiaccio: come/quando è nato il progetto WAA? Avevate altre esperienze musicali simili alle sonorità che proponete?
Il tutto ha avuto inizio nel 2010. In realtà erano già 2-3 anni che volevo mettere su un gruppo “anni 80”, ma non trovando musicisti adatti la gestazione è stata più lunga del previsto. Per quanto riguarda le nostre esperienze musicali pregresse, beh in realtà non abbiamo assolutamente la formazione che ti potresti aspettare. Nel nostro passato e presente abbiamo suonato svariate cose, death/thrash metal, math rock, prog, dubstep, hardcore, cybergrind, emocore, pop-punk, hip hop, sludge e forse qualcos’altro.

Da dove deriva la vostra ispirazione musicale, con esattezza?
L’atmosfera che cerchiamo di ricreare è quella tipica della scena coldwave francese. Fondamentalmente è un sotto-genere della darkwave, caratterizzato da sonorità più ruvide e glaciali e da un piglio per certi versi molto epico direi. A suo modo è un genere molto romantico (nel senso serio del termine). Partendo da questa base cerchiamo anche di inserire la fisicità e l’immediatezza della primissima scena EBM (DAF, Front 242, Nitzer Ebb per citare qualche nome).

Come vi dividete i compiti in fase di composizione, registrazione e live? In pratica, chi fa cosa?
Al momento io mi occupo della composizione e della registrazione. In sede live io canto mentre Paolo suona le parti di synth.

Che tipo di strumentazione usate? Siete per il vintage old school o emulate con software e computer?
Una strumentazione tipo Mad Max direi… live sulla voce uso un pedale per basso, Paolo usa una tastiera il cui segnale viene processato da una pedaliera per chitarra, la drum machine esce fuori da un iPod e il tutto entra in un mixerino quattro canali della Behringer.

Capitolo registrazioni: come lavorate e con che strumentazione?
Anche sotto questo aspetto direi che siamo piuttosto punk, ovvero ci siamo sempre arrangiati con quello che avevamo in casa. I suoni sono prodotti con una vecchia tastiera Casio regalatami all’età di 10 anni e fatti passare attraverso un pedale che simula un delay analogico con modulazione. La registrazione avviene su un mio vecchio computer, con sequencer, programmi di editing e mastering che ormai non userebbero neanche nella Corea del Nord. Ma alla fine per tirare fuori il suono giusto serve molto di più un orecchio allenato che non l’ultima versione aggiornata del programma di turno. Poi nel nostro caso il lo-fi non è una scelta ma una necessità del genere.

La scelta di diffondere la vostra musica solo su cassetta è interessante; secondo voi ci sono ancora molti appassionati che possiedono una piastra per ascoltare i nastri? Avete difficoltà a trovare le cassette per le vostre produzioni?
Da bravi nerd abbiamo optato per il supporto filologicamente più coerente con il tipo di musica. Inoltre gli appassionati di questo genere hanno quasi sempre una piastra per musicassette, anche perché molte release dell’epoca erano proprio su tape. Le cassette vergini le prendiamo da una ditta inglese specializzata in questo genere di prodotti.

Come funziona per quanto riguarda le occasioni di suonare: fate concerti spesso o con facilità? E con chi vi capita di suonare?
La situazione concerti è abbastanza complessa, pochi locali, poca organizzazione, poco pubblico. Noi per fortuna suoniamo un genere di nicchia e in quanto tale abbiamo un pubblico piuttosto attento, che viene volentieri ai concerti, che ti compra il disco e che magari indossa anche la tua maglietta. Comunque mi ricordo che negli anni Novanta era tutto molto più semplice e organizzato, anche la più sfigata città di provincia aveva almeno un locale o un centro sociale con uno o due concerti a settimana. Negli ultimi 10 anni invece c’è stato un netto declino del mondo delle sottoculture musicali, con ben poche eccezioni. Con chi ci capita di suonare? Beh dipende un po’ da chi organizza, fondamentalmente sono due i circuiti che si stanno interessando a noi, uno più strettamente legato all’universo dark e uno più vicino al mondo indie.

L’aspetto grafico/artistico è importante nel progetto WAA; raccontateci le suggestioni che ispirano il vostro immaginario visivo, magari approfondendo il discorso dei poster (perché, in quanti esemplari li stampate, come vengono realizzati, significato e messaggio…).
Ho sempre pensato che l’aspetto visuale non fosse affatto separabile dal discorso musicale. Il fascino che può esercitare un genere è sempre legato indissolubilmente all’immaginario che è in grado di (ri)evocare. Nello specifico trovo che la nostra musica si possa coniugare perfettamente con un tipo di grafica che mi è sempre piaciuta, ovvero quella delle cosiddette avanguardie storiche novecentesche, più precisamente nelle sue incarnazioni russe e olandesi (suprematismo, neoplasticismo, costruttivismo). I nostri poster sono in cartoncino colorato, l’unico inchiostro utilizzato è il nero e vengono stampati in poche copie numerate. A questo link potete vedere qualche foto e avere qualche informazione in più.

Il titolo “Seven Churches” nel vostro ultimo lavoro mi ha fatto sperare per un istante che aveste fatto una cover dei Possessed… la domanda è: avete in scaletta qualche cover? Se sì quali, se no perché?
Anch’io quando stavo caricando quel brano su YouTube e ho visto che i vari suggerimenti linkavano tutti ai Possessed mi sono preso bene, ahahah. No al momento non abbiamo cover in scaletta anche se in futuro non ci dispiacerebbe provare a mettere qualcosa, magari un pezzo dei Darkthrone.

Esiste una scena coldwave revival o vi reputate un episodio bizzarro nel panorama attuale?
Diciamo che indiscutibilmente negli ultimi anni c’è stato un notevole ritorno a sonorità tipicamente 80’s. Sull’argomento credo possa essere molto interessante un libro che non ho ancora trovato il tempo di leggere, Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato di Simon Reynolds, nel quale mi pare si discuti proprio dell’apparentemente inarrestabile (e a suo parere piuttosto negativa) tendenza attuale al recupero e al saccheggio di suoni e atmosfere dal passato. Diciamo che da musicista mi pongo meno questo tipo di problema, nel senso che almeno in questo aspetto della mia vita cerco di non razionalizzare più di tanto. Mi piace questa musica, faccio questa musica. Nel panorama internazionale attuale c’è sicuramente una scena “minimal wave” che raccoglie anche i gruppi più vicini alla coldwave e sicuramente c’è un crescente interesse anche per la dimensione live di questa sottocultura. Ovviamente non possiamo che esserne contenti.

Coldwave therapy for quick lobotomies

Words And Actions – Can’t Feel (autoprodotto, 2011)

Torna il duo alessandrino dei Words And Actions; dopo il nastro Life Of Farewells, si bissa con un’altra cassetta, in puro spirito Eighties. Più che di una semplice cassetta, in realtà, bisognerebbe parlare di un vero e proprio tape album, visto che Can’t Feel contiene ben 10 brani, che vanno a comporre un corpus monolitico di dark wave-cold wave a base di synth, drum machine e voci alla Ian Curtis/Andrew Eldritch.

Onestamente mi rendo conto di non essere la persona più adatta a giudicare e recensire con cognizione di causa un disco del genere – la mia ignoranza in campo di wave e sue correnti sotterranee è piuttosto crassa, a parte i pochi grossi nomi che tutti conoscono.
Quello che posso dire è che i WAA alle mie orecchie suonano credibili e filologici. Tanto a livello musicale, quanto a livello estetico – con quella grafica austera da epoca pre-desktop publishing. Per non parlare (scusate se mi ripeto) della scelta del nastro come mezzo per diffondere i loro pezzi.

Rispetto all’esordio poco o nulla è cambiato: le atmosfere sono intatte, la personalità del gruppo idem. L’unica vera differenza è la durata, che a mio personalissimo parere penalizza lievemente il lavoro; 10 brani sono un po’ tosti da ascoltare in sequenza. Non è un problema di qualità, ma proprio di intensità e stilemi legati al genere… roba da centellinare, che risulta più godibile in blitz di poche manciate di minuti, se non si è appassionati hardcore.

Questa recensione è ridicola, lo so. Ma il disco è veramente intrigante, a dispetto della mia incapacità – in questo momento – di gestire una comunicazione decente. Potete rendervene conto ascoltandolo in streaming su Soundcloud.

Intanto procuratevelo, è anche un oggettino di gran classe.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F1228274 “Can’t Feel” cassette (nov 2011) by Words and Actions

Ai confini degli anni Ottanta

Words And Actions – Life of Farewells (autoprodotto, 2011)

Questo duo alessandrino è quasi incontrovertibilmente composto da persone che gli anni Ottanta li hanno visti, nella migliore delle ipotesi, da un’aula d’asilo o poco più. Eppure il sound della loro dark wave è decisamente filologico e fedele, puzza di cantina di 30 anni fa, ha il colore del riflusso ideologico post anni Settanta (altro…)

Docteur Legume on the planet of the vinyl

Docteur Legume et Les Surfwerks – 3D Robot Monster (Bad Man, 2010)

Ci siamo occupati del Docteur Legume a fine 2009, recensendo il suo promo cd. L’articolo si chiudeva così: “L’unico dubbio che rimane, tanto per tornare su un concetto espresso all’inizio, è come mai il Doc non riesca a trovare un’anima che gli produca un cazzo di dischetto (altro…)

Il più matto dei prìncipi punk-folk

tosoIntervista a Paolo Toso con preview di L’uomo a una dimensione ep.
Ovvero: se De André avesse ascoltato rock negli anni Ottanta il mondo non sarebbe necessariamente peggiore

Ha un’anima rock, Paolo Toso. Anzi punk.
Certo, bisogna prestare attenzione ad alcuni dettagli precisi – macroscopici, ma al contempo sfuggenti – per afferrare questo concetto; ma è davvero così. Senza strafare, senza esagerare… non ci trovate il Rock esuberante e taurino, nei suoi brani. Niente assoli sincopati, niente ritmiche chugga-chugga, batterie rocciose o rasoiate ai timpani. Una voce e una chitarra, arrangiamenti minimali, suoni molto americani (oserei dire tra lo Springsteen intimista e il Cash su DGC).
Peccato, quindi? Ma per piacere, non scherziamo.

Qui si esplorano i sentieri un po’ più imboscati dell’entroterra umano. Per citare – approssimativamente – Ray Manzarek a proposito della sua breve esperienza con Iggy Pop nei primi Settanta e dei motivi del suo abbandono, siamo di fronte alla necessità di riflettere: “Un uomo prima o poi, crescendo, maturando, trova anche lo spazio per una dimensione musicale più intimista”. Ma non dimentica le sue radici, altrimenti che uomo sarebbe. E’ per questo che diciamo che Paolo Toso è punk-folk. E i suoi dieci dischi da isola deserta sono eloquenti:

– Beggar’s Banquet – Rolling Stones (“‘Sympathy for the Devil’ per me resta uno dei momenti più entusiasmanti della storia del rock e ancora oggi ogni volta che la ascolto mi viene la pelle d’oca“)
– Deja Vu – CSNY
– Led Zeppelin III
– Transformer – Lou Reed
– Tommy – The Who
– The Queen is Dead – The Smiths
– The Good Son – Nick Cave
– Anni luce – Diaframma (“‘L’ odore delle rose’ è il testo che più di ogni altro avrei voluto scrivere io” dice Paolo)
– In quiete – CSI
– Let it Bleed – Rolling Stones

Vi sfido a trovarci un cantautore di quelli infestanti, quelli che – almeno per la gente come me – hanno dato una connotazione molesta al vocabolo. Tanto che il termine “cantautorato” lo trovo fuorviante in questo caso. Forse perché mi evoca barbe alla Guccini, semirantoli alla Bertoli e cupoloni nazionalpopolari stile Venditti sul Grande Raccordo Anulare a cavallo del suo pianoforte a coda.
E proprio Paolo dice: “In effetti Guccini e Bertoli non sono nelle mie corde… su Venditti no comment. La definizione punk-folk mi piace molto, se poi consideriamo che non so nè cantare nè suonare, allora si, sono molto punk!!!! Scherzi a parte (ma neanche troppo) mi sono sempre approcciato alla musica in modo molto essenziale e diretto, sia come ascoltatore che come esecutore. Non amo i fronzoli e mi piacciono le cose immediate, le intro e i solo fini a se stessi sono secondo me orpelli inutili. Non mi importa di ascoltare 1000 note in un minuto se poi non si ha niente da dire. Secondo me mettere un solo di chitarra al posto giusto e al momento giusto senza rompere le palle è una delle cose più difficili da fare in una canzone. Molto spesso non aggiunge nulla e anzi toglie e appesantisce. Ovviamente non parlo dei jazzisti che loro fanno parlare direttamente gli strumenti e ovviamente sono idee del tutto soggettive. Risparmio il pippone di quelli che non vogliono essere etichettati ecc. ecc. e quindi, anche se è poco punk dirlo, ribadisco che punk-folk mi piace e mi piace che qualcuno pensi che la mia musica lo sia“.

Punk-folk. Fatto di pezzi caldi, concisi, quieti. Ma a modo loro nervosi e urticanti. Pezzi che nascono – in parte – dal riarrangiamento di materiale pre-esistente, canzoni dei Neogrigio (la band in cui Paolo ha militato nei Novanta). “Si tratta di una riscrittura quasi completa, perchè alla fine dei vecchi pezzi ho tenuto solo i testi mentre la musica è stata completamente rivista” racconta Paolo “e confesso che l’idea di fare un lavoro così non mi sfiorava neppure. Negli ultimi 10 anni le uniche occasioni in cui ho preso in mano una chitarra sono state per strimpellare qualcosa di altri comodamente seduto in camera mia. L’idea è stata di Gabriele Lunati che, non so come, pensava che i brani di neogrigio potessero rendere bene in versione acustica e minimale“.

Ascoltate il singolo in free download su Myspace, per un assaggio rapidissimo: “Il principe dei matti”. Ma è sentendo la preview in anteprima totale dell’ep L’uomo a una dimensione (disponibile in versione digitale da fine agosto) che le idee, da queste parti, si sono fatte ancora più chiare.

Non c’è molto da dire. Solo che se De André avesse una quarantina d’anni e fosse cresciuto negli anni Ottanta nel basso Piemonte, comprando dischi rock da Otello, probabilmente non suonerebbe molto diversamente da Toso. E farebbe musica così: onesta, profonda, che non vuol essere ciò che non è e riflette ciò che le sta intorno. Perché “L’ambiente di vita influisce su qualsiasi cosa, figuriamoci se non influisce sulla musica. Molti miei pezzi sono ambientati in luoghi che frequento abitualmente, per esempio il colle di S. Martino al tramonto di ‘Di certo era domenica’. D’altra parte se sei nato ad Alessandria e vivi nelle campagne del Basso Piemonte, per quanto tu possa sforzarti, non suonerai mai come un newyorchese quindi tanto vale…“.

Punk-folk.

Il singolo di Paolo Toso “Il principe dei matti” è disponibile in free download su Rockoff e su Jamendo.
Nel Paolo Toso official Myspace trovate due brani in streaming: “Il principe dei matti” e “Il buio”.
L’ep L’uomo a una dimensione (con 5 tracce) uscirà a fine agosto in versione digitale per il download.

BEATi loro…

copertina.JPGBEATi voi vol. II – Interviste e riflessioni con i complessi degli anni 60 e 70 (I libri della Beat Boutique 67, 2009)

Ricevo e diffondo con piacere, visto che si tratta di un’iniziativa interessante e – campanilismo on the rocks – nata nelle mie terre d’origine.

Ecco una parte del comunicato relativo al secondo volume di BEATi voi:

Ad un anno di distanza dal primo volume è uscito “BEATi voi! n.2”, un nuovo lavoro editoriale curato da Alessio Marino, direttore della Beat Boutique 67 – Centro Studi sul Beat Italiano.
Il libro è formato da diciannove interviste esclusive (registrate dal vivo) ad ex musicisti attivi negli anni 60 e 70 (di musica beat, R&B, messa beat, psichedelia, progressiva, pop, rock and roll…) e si presenta come un lavoro decisamente maturo e molto più curato rispetto al primo (amatoriale) volume.
Per ogni intervistato sono presenti fotografie (ben 200 foto, di cui la grande maggioranza inedite) e una accurata sezione discografia (inclusi acetati inediti, rarità e dischi dal vivo).
Ma le novità del secondo volume non finiscono qui!!!
Ad ogni intervista segue una lunga ricerca effettuata nel territorio di appartenzenza dell’intervistato elencando gruppi beat/pop/prog (anni 60 e 70) sconosciuti, relative discografie, formazioni e foto. Oltre quindi ad una accurata testimonianza dei protagonisti (si parlerà di musica che degli anni 60, di locali da ballo, manifestazioni e concorsi, altri complessi all’attivo, dell’aspetto sociale, del rapporto con i genitori, della difficoltà di essere giovani in quegli anni…) ci saranno delle piccole ma interessanti guide musicali a livello cittadino e provinciale che faranno luce su complessi che hanno inciso dischi particolari (e mai citati in altri libri) o che hanno avuto interessanti esperienze in concorsi per complessi.

Niente recensione, visto che il volume non l’ho toccato con mano. Ho ricevuto però una piccola preview in pdf che promette bene… grafica scarna, ma contenuti gustosi, soprattutto per la scelta di riportare le interviste (o, almeno, quella che ho avuto io) fedelmente, con i toni colloquiali, le interruzioni ,gli intercalari, le frasi non finite…

Anche se non siete fanatici del beat (e il sottoscritto certamente non lo è), potrebbe essere una lettura davvero da non lasciarsi sfuggire, per toccare con mano la materia pulsante di quella che – comunque la si voglia mettere – è passione rock’n’roll.

Per maggiori info visitate il sito della Beat Boutique.

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