I will work… for food

for foodFor Food – Don’t Believe In Time (Fooltribe, 2014)

[di Tab_Ularasa]

I For Food hanno semplicemente fatto, a oggi, il miglior disco italiano del 2014.

Il disco si chiama Don’t Believe In Time. Loro sono di Ferrara… no Roma o Milano. Non sono un gruppo nuovo, nato dal nulla, ma hanno tutti alle spalle esperienze musicali sotterranee di valore assoluto – ma sconosciute ai più (altro…)

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If my neighbour decides to shoot down on his wife maybe I’ll be able to sleep

nerve cityNerve City – Asleep On The Tracks (Sweet Rot Records, 2013)

[di Tab_Ularasa]

Che dire di questo disco? Da quando ce l’ho non ho mai smesso di ascoltarlo.

Nerve City è attualmente, a parere del sottoscritto, il progetto di garage/rock/psichedelico forma canzone più interessante che c’è sulla piazza. Un mistone delle peggiori influenze dagli anni sessanta rilette e rielaborate in modo originale e personale.
C’è di mezzo il blues perché le canzoni sono piccoli racconti, storie che iniziano e finiscono in due minuti ma che potrebbero durare all’infinito. Come estetica sonora c’è di mezzo il garage psichedelico più oscuro degli anni Sessanta (altro…)

Il ritorno dei bagnini

Manges_All is wellManges – All Is Well (Monster Zero, 2014)

Esistono da 21 anni circa, i Manges… e sfido chiunque abbia vissuto gli “anni Novanta punk” in italì a non avere almeno un loro 7″ in casa (ne hanno pubblicati una carriolata!).

Ora, tornano – dopo Bad Juju del 2010 (anche se hanno pubblicato una raccolta di singoli lo scorso anno) – con quello che è il loro quarto album effettivo (altro…)

Tutti a Guvano!

esf

ESF Evolution So Far – Selvaggio (Mescaleros/FalloDischi/BloodySound Fucktory/QSQDR/Plan8/Que Suerte!, 2014)

Mi scappello – nel senso che mi levo il cappello in segno di riverenza e rispetto. Gli Evolution So Far vincono (altro…)

Una bara fluttuante è per sempre

cover The Oh SeesThe Oh Sees – Floating Coffin (Castle Face, 2013)

[di Manuel Graziani]

Se volete una recensione vera e propria del nuovo album degli Oh Sees cambiate webzine: su Ondarock, ad esempio, ce n’è una così lunga ché mi sono fermato al decimo rigo del primo dei cinque capoversi.

Be’, una cosa è certa. Non ci si annoia mai con gli Oh Sees, e non si avrebbe neanche il tempo di farlo vista la loro cazzo di prolificità. Il nuovo capitolo pubblicato dall’etichetta personale di John Dwyer potremmo definirlo psych-dark-noise, come ammette lo stesso John: “È piuttosto buio e molto più heavy rispetto agli altri album”. Una cosa diversa, insomma, seppur sempre riconoscibile e col bollino blu della band di Frisco (altro…)

Oblivians meet Mr Quintron

Oblivians-Oblivians_Play_9_Songs_With_Mr_3Oblivians – …play 9 Songs With Mr. Quintron (Crypt, 1997)

di Matteo Mulazzi

Se tu ascoltassi certe canzoni gospel con la giusta disposizione d’animo, ti spaventeresti così tanto da correre in chiesa a pregare. Per me questa cosa è meravigliosa. Significa che hai veramente raggiunto il tuo obiettivo. Tu parti con l’idea di fare un disco che piaccia alla gente ma se il risultato è così entusiasmante da far dire a qualcuno “Devo darmi una regolata… Sono cattivo come il ragazzo di questa canzone…” allora è successo qualcosa di assolutamente straordinario.

Sono le parole di Greg Cartwright (per molti ancora Greg Oblivian), chiamato a spiegare durante una breve intervista del 1998 le ragioni che hanno spinto gli Oblivians a registrare l’album …play 9 Songs With Mr. Quintron.

Greg sta alludendo al fatto che la musica gospel ha una duplice missione. In primo luogo, pregare Dio attraverso le canzoni, elevando così gli spiriti del coro e del pubblico verso il Paradiso. In secondo luogo, rivolgersi ai peccatori e ai miscredenti, offrendo loro la salvezza nel Signore. Ed è proprio quest’ultima la parte più difficile. Non potrai mai sapere quale sarà la strategia vincente. Se la paura della dannazione eterna o il caldo abbraccio dell’amore di Dio. In entrambi i casi la musica gospel offre una via d’uscita da una certa condizione dell’anima e/o da un certo stile di vita e, sotto questo punto di vista, non è poi così distante dalla musica suonata per anni dagli Oblivians, che, per quanto primitiva, sgangherata, becera e offensiva per ignoranza e trivialità possa essere stata, ha sempre avuto in se’ qualcosa che è tremendamente raro trovare altrove: il soul. Gli Oblivians parlavano direttamente all’anima delle persone e riuscivano a farlo con un’energia selvaggia e primordiale del tutto comparabile a quella che accompagnò i predicatori e i mostri sacri del gospel degli anni ’40 e ’50, come Reverend Utah Smith o Reverend Louis Overstreet.

Da sempre il blues, il rhythm & blues e il rock ‘n’ roll, musiche terrene, sporche e maledette, chiamano a raccolta e offrono riparo ai malcontenti e ai disturbati, danno accoglienza e forniscono risposte agli strambi e ai disadattati. La religione predicata dagli Oblivians, dai loro predecessori e dai loro figli bastardi, richiede una fede davvero senza limiti. La via del rock ‘n’ roll, infatti, non è così illuminata e rassicurante come quella indicata dalla Chiesa. Devi essere pronto a farti spingere per terra, essere calpestato, preso a calci e magari lasciato strisciare nel fango. Qua la salvezza si paga in anticipo e spesso a caro prezzo…

Gli Oblivians venerarono e adorarono incondizionatamente i miti del punk e del blues, contribuendo in maniera decisiva a mantenere inalterata tutta la loro crudezza, indecenza e pericolosità nel corso degli anni ‘90. Le loro prime canzoni erano popolate da giovani stronzi ubriachi che hanno voglia soltanto di scopare e vecchi falliti ancora più ubriachi ossessionati dall’idea di uccidere le loro mogli infedeli. C’era comunque qualcosa di più che squallide rappresentazioni del White Trash nella musica degli Oblivians. Greg, Jack ed Eric avevano una distinta sensibilità per la melodia e forti radici nella tradizione musicale del Sud degli Stati Uniti che si combinarono felicemente con il loro suono deliberatamente grezzo e caotico. I ragazzi si alternavano continuamente alla voce, alla chitarra e alla batteria e amplificavano e distorcevano i suoni a livelli a dir poco demenziali. Ed è con la stessa attitudine che diedero alla luce …play 9 Songs With Mr. Quintron, album che mise insieme il sacro, il profano e l’assurdo in una selezione di canzoni gospel tradizionali e originali, suonate però con la perversione del blues e la bassa fedeltà del punk.

…play 9 Songs With Mr. Quintron fu registrato interamente al Cotton Row Studio di Memphis il 3 Gennaio del 1997. Gli Oblivians furono accompagnati all’organo da quel pazzoide di Mr. Quintron, giunto in autobus da New Orleans per l’occasione senza avere la minima idea di cosa lo stesse aspettando, dato che la cassetta con su i pezzi che avrebbe dovuto suonare, speditagli in anticipo, andò persa. Ciascun pezzo fu registrato in presa diretta e sul momento la band si disinteressò del risultato, mettendosi totalmente nelle mani dell’ingegnere del suono Steve Moller. Nessuna operazione di mixing. Nessuna reale produzione. L’album, uscito nel Luglio del 1997 (poco prima dello scioglimento della band), è una vera bomba.

“Feel All Right”, il pezzo di apertura, ha l’incalzare di un treno in corsa ed esprime tutta l’urgenza e la passione con cui gli Oblivians si avvicinarono al mondo del gospel. A metà canzone l’intensità diminuisce per lasciare spazio al messaggio.

God are you up there? I know you’ve got a purpose for me. Just tell me what you want me to do. You know I’m just your pawn. I wanna do your biddin’… On the earth… Spread the Word… You know I will. Tell me what you feel. I wanna know. I wanna know! I wanna know. I WANNA KNOW!

Non è più scopando una puttana, attaccandosi alla bottiglia o impugnando una pistola che si sistemano le cose.

When I talk to him at night, Lord, it makes everything feel all right.

“Live The Life” è un pezzo gospel tradizionale che, nelle mani degli Oblivians, si carica di un nuovo significato.

I’m going to live the life I sing about in my song
I always stand for the right to show the wrong
‘Cause you can’t go to church, child now, sing all day Sunday
And go out and get drunk and greet the Devil all on Monday
You’ve got to live the life you sing about in your song

Devi vivere la vita che canti nella tua canzone. La cosa fa abbastanza sorridere se si pensa ai testi delle canzoni di album come Soul Food o Popular Favorites

Impressionanti l’incedere marziale di “I May Be Gone” (Blind Charles White/Oblivians) e il suo coro sguaiato e feroce.

Oh before this time
Another year
I may be gone
In some lonesome graveyard
Oh Lord how long?

“I Don’t Wanna Live Alone”, rabbioso e devastante chaos ‘n’ roll di vecchio stampo, è seguito da “Final Stretch”, inno lugubre ma speranzoso rivolto al Signore che ci assiste sul letto di morte. Qua l’atmosfera si fa solenne. All’intensa, sofferta e a tratti disperata interpretazione vocale di Greg fa da contrappunto il suono cupo e pesantemente distorto dell’organo di Mr. Quintron.

I’m not
So tired
Anymore
I know
He’s
Going to watch over me
On the final stretch

“What’s The Matter Now” è un’altra perla della tradizione gospel interpretata dagli Oblivians con fervore incendiario. Giro di chitarra semplice e ossessivo, organo malsano e ritmo spacca ossa. La voce di Greg, spiritata e ipnotica, è quella di un pastore di anime che riporta le pecorelle smarrite all’ovile a calci nel culo!

Now People Don’t Sing Like They Used To Sing
What’s The Matter Now?

“Ride That Train”, invito a salire sul treno del Signore, è un pezzo dotato di una forza persuasiva travolgente e un finale in crescendo da paura. “If Mother Knew” è un viaggio spaventoso nell’aldilà, mentre “Mary Lou” (Jesse Young & Sam Ling), a chiusura dell’album, suona sia come un monito sia come un inno alla gioia del peccato.

Funhouse: l’intervista!

sono-stato-pure-giovane-e-munito-di-capelli-lunghi.JPGAbbiamo parlato dei Funhouse qualche tempo fa (esattamente qui) e vi avevamo anticipato di aver preso contatti con un membro della band per un’intervista. Bene: grazie al gentilissimo Maurizio – all’epoca dei fatti chitarrista della band – la cosa è stata realizzata e poco più sotto potrete leggere il risultato della chiacchierata fatta con lui via e-mail. Buona lettura e preparatevi a un viaggetto indietro di una ventina d’anni nella storia del rock nostrano…

Cominciamo dagli albori: dove e quando si sono formati i Funhouse? E poi, soprattutto, come è nata la band: vi conoscevate, qualcuno ha messo annunci da qualche parte… come vi siete incontrati, insomma?
I Funhouse si sono formati a Colle Val d’Elsa nel 1985. Io ed il batterista Paolo Grassini eravamo gia amici fin da piccoli poi si è aggiunto il bassista Fabio Pazzagli e infine il cantante Engels Begani. Paolo aveva 15 anni, io 16, il bassista 17 e il cantante 18: una bella scala… la cosa che ci ha fatto conoscere e iniziare a suonare è stata una grandissima passione per la musica, che tutti e quattro avevamo.

Trovavate spazi per suonare dal vivo? Avete fatto molti concerti nel periodo in cui la band è esistita? Quali esibizioni ricordi, in particolare, per qualche motivo che le ha fissate nella tua memoria?
A Colle Val d’Elsa gli spazi per suonare dal vivo,quando abbiamo iniziato, erano i soliti locali anni Settanta dove veniva suonato prevalentemente liscio. Poi un gruppo di ragazzi ha fondato un’associazione culturale che ha cominciato a organizzare concerti di musica rock indipendente: questa associazione si chiamava Macelleria Ettore.
Di concerti ne abbiamo fatti veramente tanti, ma il primo vero impatto con il pubblico è avvenuto durante le selezioni del rockcontest al Tenax di Firenze (nel 1987), che abbiamo gloriosamente vinto. La finale del rockcontest è stata la prima grande esibizione dal vivo per tutti e quattro, infatti ci siamo ritrovati a suonare con il locale pieno di gente completamente in delirio! Il cantante fece una performance da far invidia al mitico Iggy e penso che metà della vittoria fu decisamente merito suo. Esiste un video del concerto e spero di fartelo vedere così ti renderai conto di quanto detto! Dopo l’esibizione è persino venuto a trovarci nei camerini Ringo de Palma, che era il vecchio batterista dei Litfiba (tragicamente scomparso nei primi anni Novanta), il quale ci disse che anche se non avessimo vinto, la nostra era stata la miglior esibizione della serata. Considera che la vittoria a Firenze fu un vero e proprio successo, dato che nessuno di noi aveva mai avuto esperienze musicali.
Altri concerti che ricordo ancora oggi sono quello all’Officina di Genova (storico locale fatto all’interno di una chiesa sconsacrata, demolita negli anni Novanta), poi quello di Catania al Macumba, con i ragazzi del posto che cantavano a memoria i nostri pezzi, il concerto al vecchio Leoncavallo di Milano che era stato assaltato dalla polizia alcuni giorni prima… ricordo ancora i buchi alle pareti fatti dalle ruspe per lo sgombero. Poi ce ne sono altri: a Montebelluna (TV), a Roma al vecchio Tendastrisce, Bologna al Casalone, Viareggio nel locale (Seagull? Un night club) dove si era esibita la settimana prima la mitica Cicciolina, al Bloom di Mezzago… ogni concerto era sempre una nuova avventura per noi: si potrebbe scrivere un libro.

rockerilla-88.JPG Come avete iniziato la collaborazione con la Electric Eye, che ha pubblicato il vostro 7″ e l’album The Way Things Will Be?
La collaborazione è avvenuta grazie a un incontro a un Independent Music Meeting a Firenze (1988 circa): facemmo avere il nostro demo a Claudio Sorge, che era il fondatore di Electric Eye, e il giorno dopo ci telefonò e ci mise sotto contratto per un 7″ e un album. Il contratto però, più che avere una validità legale, era una specie di scrittura privata.

Che tipo di accordo avevate con Electric Eye? Mi spiego: l’etichetta si occupava solo di gestire gli oneri della distribuzione (facendo pagare a voi costi di incisione e di stampa dei dischi) oppure si sobbarcava anche alcune spese?
Il produttore ci pagò la stampa del singolo, dell’LP e una parte delle spese di studio per l’album.

Puoi elencarci la vostra discografia dettagliata, nel caso ci siano altre uscite oltre al 7″ e al citato LP? Non vorrei fare la figura del pirlone, ma ho la sensazione di avere visto, anni fa, un altro album targato Funhouse, ma potrei sbagliarmi… mi sono inventato tutto?
La discografia dettagliata è la seguente:
Demotape (1987)
– “Nothing To Do” nella compilation Rockcontest (1987)
You Rules Not mine/Screamin’ Eyes 7″ (1988, Electric Eye)
The Way Things Will Be LP (1989, Electric Eye)
– “People Wanna Stay Together” nella compilation Rock Against Proibitionism (1990, Wide Records)

Quando si è sciolta la band? Posso chiedere i motivi, sempre se non è una domanda troppo indiscreta?
La band si è sciolta nel 1992, mi pare. Lo scioglimento è avvenuto perché non credevamo più in quello che facevamo, poi ci sono le altre cose che ti mette davanti la vita: il lavoro, le donne… insomma avevamo perso lo stimolo di andare avanti. Era triste ma vero.

Momento Meteore: sei rimasto in contatto con gli altri membri? Se sì, sai se hanno continuato con la musica? Insomma… che fine hanno fatto?
Certo che siamo rimasti amici, infatti per alcune risposte mi sono fatto aiutare dal bassista e dal batterista… anche con il cantante ci sentiamo spesso. Comunque gli altri hanno tutti smesso di suonare.

Chi scriveva i brani e come nascevano i pezzi dei Funhouse?
Prevalentemente i pezzi nascevano insieme, durante le prove. Certe volte portavo un riff di chitarra e lo sviluppavamo, oppure c’era un idea del bassista o del batterista: nasceva tutto molto naturalmente.

Avevate rapporti con altre band in circolazione all’epoca? Gente tipo Not Moving, Boohoos, Starfuckers… insomma: vivevate la presenza tangibile di una scena rock’n’roll (passami il termine un po’ ammuffito), oppure ognuno faceva repubblica a sé?
Con i Not Moving sì, abbiamo suonato spesso insieme, addirittura ci siamo incontrati con Dome (chitarrista) diverse volte anche ultimamente; poi anche con diversi gruppi stranieri tipo Died Pretty, Celibate Rifles ecc… ottenemmo la collaborazione di Giovanni Villani, un componente degli Steeplejack (gruppo di Pisa) per registrare un inserto di pianoforte nell’LP. All’epoca c’era anche una florida scena garage senese, i cui gruppi più rappresentativi erano Pikes in Panic e Motorpsyco Pluck: con loro ci frequentavamo ogni tanto. Eravamo amici anche dei Gang che incontravamo quando erano in concerto in Toscana.

So che hai cambiato piuttosto radicalmente frequentazioni musicali, a livello di genere e di progetti. Cosa ti è rimasto, oggi, dell’esperienza (umana e “sonica”) con i Funhouse?
Dell’esperienza con i Funhouse mi è rimasto tantissimo: più passa il tempo e più mi rendo conto di quanto siano stati importanti quegli anni. Sembra strano, ma nel mio modo di suonare e di comporre c’è tantissimo rock, anche se la musica che suono adesso è molto differente. Per me la musica che facevamo era come una specie di jazz, perché tutto nasceva spontaneamente e senza regole, era una specie di improvvisazione radicale…
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I milanesi ammazzano il sabato, ma il raglio con gli stivali non torna più?

afterhours_photo1.jpgEra una sera del 1990, autunno iniziato da poco. Erano ancora gli anni in cui si vedeva la nebbia per davvero, specialmente coi primi freddi e la fine dell’estate. Ed era anche un momento speciale per la mia cittadina natale, perché continuavano a esserci concerti, con una frequenza di due o tre a settimana, una cosa impressionante per quantità e qualità (si andava dai gruppi garage americani, all’hardcore europeo, passando per la psichedelia, il punk, lo stoner… veramente di tutto, dagli Instigators agli Embryonics, ai Tommyknockers, ai Kina… e una miriade di altri che il decadimento neuronale mi ha spazzato dai ricordi).
Dicevamo: una sera autunnale del 1990. Ecco la cronaca dei fatti.
Dopo avere attraversato il sentiero sterrato e fangoso che porta al portone d’entrata, varco la soglia dell’ex forte napoleonico che da pochi mesi ospita un centro sociale; pago un paio di biglietti da mille lire, mi timbrano una mano e mi avvio verso il palco. Rimbomba tutto, si sentono solo schitarrate rumorose, una voce tossica cantilenante e null’altro. Birretta d’ordinanza alla mano, mi avvicino al palco su cui, davanti a una cinquantina di persone, sta suonando un gruppo che pochi conoscono. Afterhours: c’è scritto sul poster del concerto. Il cantante è leggermente gonfio, ha i capelli unti a caschetto e un paio di stivali neri sopra ai pantaloni, come i soldati sudisti. Raglia in inglese, rapito dal rock garage nervoso e tagliente che macina con il resto del gruppo. Non sono male, mi piacciono abbastanza, anche se in quel momento i miei ascolti sono più sul punk hardcore californiano e washingtoniano. Diciamo che hanno qualcosa che non si capisce bene in cosa consista, ma che non tutte le band che finiscono su quel palco possono dire di avere. E quando c’è, lo si nota subito.
Dopo quattro-cinque pezzi mi perdo e probabilmente finisco altrove, a fare altro, in condizioni quantomeno opinabili.
Mesi dopo qualcuno del centro sociale mi regala un accordatore di una sottomarca giapponese: l’hanno dimenticato gli Afterhours, dice, e io magari ce l’ho bisogno. Certo, ce l’ho bisogno, ma non funziona.
A qualche anno di distanza li rivedo in tv, gli Afterhours. Cantano in italiano, si vestono da bambine e stanno tentando di farcela. Non mi fanno del tutto schifo e penso si lascino ascoltare, anche se un loro disco non riesco proprio a pensare di comprarlo. Ma in fondo l’immagine di Agnelli con gli stivali e il raglio in gola mi resta cara.
Ora, a diversi anni dal fattaccio, loro sono una band di spessore – si dice così, vero? – con collaborazioni illustri alle spalle. Hanno anche appena inciso un nuovo album, che stanno promuovendo, e hanno partecipato – con suoni marci come non mai e quindi apprezzabilissimi – al concerto nazionalpopolare del primo maggio di Roma. Confesso che non mi dispiacciono, anche se continuo a non reggere un intero disco di fila… mentre, al contrario, sono sempre in cerca dell’occasione buona per accaparrarmi i loro primi tre lavori (
All The Good Children Go To Hell, During Christine’s Sleep e Cocaine Head) a prezzo da hard discount. Tutto sta nella costanza di buttare l’occhio negli scaffali giusti, con una certa frequenza.
Potere della memoria visiva, degli stivali e del raglio.

[intro di Andrea Valentini]

2007-03-26-afterhours-1.jpgGli Afterhours promettono quattordici videoclip, uno per ogni canzone de I milanesi ammazzano il sabato, il loro nuovo disco uscito venerdì due maggio per la Universal. E dire che per il precedente lavoro, Ballate per piccole iene, non avevano girato alcuna scena perché – come spiega il cantante, Manuel Agnelli – «Piuttosto che fare qualcosa che non ci convincesse, abbiamo preferito il niente. Purtroppo». Il purtroppo è decisamente ironico dato che, senza video promozionali, Ballate per piccole iene appena pubblicato raggiunse il secondo posto della classifica dei dischi più venduti in Italia. Bisseranno l’exploit? Molto probabile.
I nuovi pezzi e annessi video – “Riprendere Berlino”, “Pochi istanti nella lavatrice”, “E’ solo febbre” – sono da tempo sulla loro pagina di MySpace; Agnelli – a tal proposito – parla di promozione senza media classici: insomma, nell’era di YouTube, downloading e compagnia bella, «L’industria discografica è più debole rispetto al passato» e, allora, ecco l’antipasto servito on line e il tour organizzato in contemporanea all’uscita de I milanesi ammazzano il sabato per garantire l’effetto sorpresa. Tradotto: i fan vanno ai concerti e si ritrovano ad ascoltare canzoni con le quali hanno scarsa confidenza.
«Quattordici brani concentrati in neanche quarantacinque minuti: uno diverso dall’altro, cambiano come le scene di un film». Il risultato – garantisce Agnelli – «E’ schizofrenico». Schizofrenia significa mischiare in salsa Afterhours, «Il White Album dei Beatles, la
banana dei Velvet Underground, Doolittle dei Pixies».
E i milanesi che ammazzano il sabato? «I milanesi durante il weekend non ci sono. Il centro è deserto o, meglio, in piazza Duomo ci sono solo immigrati, che sono poi i nuovi, veri milanesi. Peccato che non ci siano integrazione e mescolanza come nelle altre metropoli europee».
Al nuovo disco hanno partecipato vecchi amici e nuove conoscenze: Stef Kamil Carlens, Greg Dulli, Cesare Malfatti, John Parish e Brian Ritchie dei Violent Femmes: «Il loro manager è un nostro fan, è stato lui a convincerlo, insistendo… Brian avrà detto “Facciamo sta cosa, così ce lo togliamo dalle palle”. Quando ero giovane per me era un idolo». Insomma, un’altra palla buttata in porta dopo uno show negli Stati Uniti, a Minneapolis per la precisione, dove il suddetto manager dei Violent Femmes ha visto dal vivo gli Afterhours.
Ma come sono i concerti di Agnelli e amici oltreoceano? «Ci siamo “ripensati” come gruppo fresco, libero dalla propria storia. All’estero ci sono meno filtri tra noi e il pubblico, siamo riusciti a convincere tutti e il nostro ego si è gonfiato a livelli allucinanti». Dopo l’uscita di Ballads For Little Hyenas – versione in inglese del disco del 2005, pubblicato dalla One Little Indian – Manuel Agnelli promette ora «Un album in italiano in Inghilterra e un disco in inglese per il mercato italiano».
Scherza, ovviamente. Ha registrato a New York alcuni pezzi de I milanesi ammazzano il sabato nella lingua di Elvis Presley: «Il cantato in italiano incuriosisce, un terzo del disco all’estero sarà così. Dal vivo invece, dopo tre canzoni, cala l’attenzione». Adesso è partita l’attività live, concerto del Primo maggio a Roma compreso. Del palco dell’Ariston, invece, gli Afterhours non ne vogliono proprio sapere: «Andare a Sanremo non serve a un cazzo».

Afterhours in tour:
Giovedì 8 maggio – Roma – Tendastrisce
Venerdì 9 maggio – Napoli – Palapartenope
Sabato 10 maggio – Bitritto (Bari) – Palalive
Martedì 13 maggio – Firenze – Saschall
Sabato 17 maggio – Pordenone – Palasport
Venerdì 23 maggio – Milano – Palasharp

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