Do you know Irrintzi?

Xabier Iriondo – Irrintzi (Brigadisco/Santeria/Wallace Records/Long Song Records/Paintvox/Phonometak, 2012)

[di Denis Prinzio]

Eccolo, il primo disco solista di Xabier Iriondo. Dopo vent’anni di attività, militanza in band affermate (Afterhours) e meno (i magnifici, troppo avanti per l’epoca in cui uscirono, A Short Apnea) finalmente il chitarrista dalle origini basche decide di mettere mani a un’opera che è Iriondo al 110%, a cominciare dal formato: Irrintzi è costituito da un doppio vinile serigrafato one sided (altro…)

Nebbia in Val Padana

Afterhours – Padania (Germi, 2012)

Il nuovo Afterhours su Black Milk? Già, è una bizzarria su cui ho riflettuto molto. Sono stato tentatissimo di evitare e cassare la faccenda, visto che proprio – diciamolo apertamente – non ci attaccano nulla con quello che si pratica da queste parti. Per dire, ristampassero la primissima produzione in inglese, allora mi ci butterei a pesce: quella era roba veramente notevole. Ma le smanie da artista in decomposizione di Agnelli ormai da anni mi lasciano indifferente (per non dire lievemente infastidito).
Poi ci ho ripensato e mi sono detto: perché no… può essere l’ennesima occasione per puntualizzare, ma anche per provare ad avere un divertente contraddittorio accademico sull’argomento. Perché come vedrete la recensione del nostro impavido Hugo Bandannas sostanzialmente premia la compagine del signor Agnelli (anche se nel finale fa un passo indietro), io invece l’unico premio che conferirei agli Afterhours attuali è la coppa del nonno con tanti saluti.
Che inizi il duello…

***

Sweet home Padania

[di Hugo Bandannas]

Non è vero che la Padania non esiste. Sicuramente non c’è nelle carte geopolitiche come luogo fisico reale e non è neanche mai esistito per la Storia. Ma chiunque è immerso nella sconfinata Pianura Padana e abita la città Viscontea sa che esiste una Padania interiore. Un sentimento impalpabile sconosciuto ai forestieri che indissolubilmente salda insieme metallo, nebbia, concime, solitudine, frenesia, intimismo, silenzio, grigio antracite, ambizione mittleuropea, provincia e solipsismo. E gli  Afterhours hanno deciso che era il momento di tradurre  questo misterioso sentire con le note e le parole.

Se New York ha avuto, negli ultimi decenni, i Sonic Youth come “cantori lirici del rumore” per esaltare la decadenza della Big Rotten Apple, e Berlino ha avuto gli Einsturzende Neubaten, Milano ha ancora gli Afterhours. La band di Agnelli, con il tempo e con le innumerevoli collaborazioni artistiche, ha acquistato una padronanza dei mezzi che sfiora, almeno da qualche disco a questa parte, il lezioso manierismo o una certa mania di onnipotenza che in Italia – ahimè – è assai in auge in ogni ambito sotto qualsiasi forma e sostanza. E che di solito finisce, nella migliore delle ipotesi, al festival di Sanremo.

Ma veniamo alla musica. Il ballatone nebbioso, title track di Padania, fa pensare a cosa potrebbero essere certi brani di Ligabue se avesse una voce un po’ meno monocorde e piatta, la canzone posizionata strategicamente quasi a metà album fende sonorità di matrice tipicamente Afterhours sempre in bilico tra dissonanza e melodia, in cui non c’è dubbio che se la comandano.
Soprattutto in “Metamorfosi” fa capolino quella vena di sperimentazione con cui la combriccola meneghina si distrae flirtando con un anarchismo estetico in cui sono imbottigliati il virtuosismo di Demetrio Stratos con divagazioni progressive.

Con una produzione abbondantemente sopra la media dei dischi che escono in Italia, Padania consacra gli Afterhours come unica realtà nazionale a saper fare una musica potenzialmente competitiva con altri prodotti di rock  estero, senza farci vergognare della nostra provenienza.
Un  lavoro sicuramente coraggioso per chi ha ormai raggiunto il grande pubblico e che potrebbe rischiare di far perdere qualche fan ortodosso per strada proprio per quella vena sperimentale descritta, che finora era sempre rimasta inespressa.
Il lato debole degli Afterhours resta, a mio avviso, quello di essere una band troppo concentrata a volersi distinguere e a non omologarsi, piuttosto che a sapere bene quello che sta facendo; se il termine “indecifrabile” ha spesso una valenza positiva in quanto rivoluzionaria ante litteram, in questo caso specifico è più affine a un espressione calcistica  n.c. (non classificato). Chi mette troppa carne al fuoco si brucia…

Petania

[di mr Black Milk]

Cominciamo dal titolo, che è quello che mi fa diventare idrofobo da subito. Sarà anche un tentativo di “dare risalto anche ad una questione regionale come hanno fatto altri artisti come Fabrizio De André con Rimini, Bruce Springsteen con Nebraska“, come dice Agnelli… ma cristo, non facciamo finta di niente: ora – e chissà per quanti anni ancora – a dispetto di tutta la poesia e l’arte che ci vuoi inoculare, se dici Padania (e non sei Borghezio o uno che lo vota), quello che ti viene in mente è un esercito di personaggi con l’elmo di plastica da vichingo, camicie verdi da supereroe da osteria, aliti di Bonarda rancida, grugniti gutturali tipo “roma ladrooonaaa, terùn, néghér, ooooeeeoooeee, muuuuuuu”, l’ampolla di acqua del Po, il Trota, un tipo col sigaro sbavato che non si capisce bene quando parla… insomma, ci siamo capiti. Padania uguale morte della civiltà – punto. E’ un’equazione che durerà per molti decenni ancora, grazie al partito che sappiamo. Intitolare un disco Padania ora sembrerà anche sublime e poetica provocazione, ma per me è come se qualche genio avesse intitolato un album Fascio littorio nel 1949; non è vietato, ci saranno anche belle motivazioni dietro, ma fa un po’ brutto. Di sicuro sono io che non sono abbastanza artistico, per carità, oltre che un po’ prevenuto e pieno di pregiudizi.

E ora, fatta la tirata politico-biliosa, veniamo alla musica. Vi dico solo che a metà o poco più del primo pezzo volevo solo mettere i GBH nello stereo per una sana iniezione di realtà. Troppe pretese, in questi brani; troppo “io sò io e voi nun valete un cazzo”. Loro sperimentano, ma non è detto che noi si abbia voglia di ascoltare i loro giochini da menti annoiate. Certo, ci vuole coraggio a fare una roba del genere… ma da qui al fatto che quello che ne esce sia davvero godibile e non un distillato di arroganza un po’ troppo snob la differenza è tanta.
Ma soprattutto la domanda che mi pongo è questa: Manuel, se sei – giustamente – stufo del rock e della musica, non è che puoi fare come tutti i cristiani e dedicarti ad altro? Mica è obbligatorio continuare e incaponirsi a fare le cose “diverse”, soprattutto se l’aggettivo diverso diviene sinonimo di esasperazione un po’ masturbatoria. So comunque che non te ne fregherà nulla, anche perché là fuori si sentono i cori di adorazione per il tuo nuovo disco… e questo ti basterà sicuramente. Oltretutto ti confesso che se gli avessi dato un altro nome – che so, bastava un semplice Lombardia (per rippare quei marpioni dei Mercanti di liquore che già ci fecero un brano) – e io manco mi sarei accorto che usciva il disco, con grande giovamento per entrambi. Soprattutto per me, egoisticamente.

PS: dei testi non ci ho capito nulla…

Un ascensore per gli anni Novanta

Love In Elevator – Il giorno dell’assenza (Epic&Fantasy Music/Go Down Records, 2010)

Figli della gioventù sonica di metà anni Novanta, unitevi e copulate. Possibilmente in ascensore, come suggeriscono da ragione sociale i Love In Elevator (altro…)

So Nineties, so Nineties

magecd.jpgMagentha Vol – Sub (autoprodotto, 2009)

Magentha Vol si presentano strabene con un cd digipack chiuso da laccetto in cuoio con clip, artwork curato e patinatissimo anche se non palesemente sputtanato – ci siamo capiti. Niente male davvero.

Poi metto su il cd. It sounds so Nineties, so fucking Nineties… già. Davvero ragazzi: non è un male, sia chiaro. Solo mi lascia perplesso il revival degli anni Novanta, che erano ieri o quasi (vabbè, sono ingiusto… magari i Magentha Vol non vogliono fare revival di un bel fico secco, però è innegabile che a questi ragazzi i Novanta non sono stati indifferenti a livello musicale).

Voce agnelliana al 90% e un impianto sonoro sostanzialmente duplice: da una parte i brani più duri, molto rock indie post grunge (e, ancora, molto Afterhours – quelli più ispirati per giunta… e buttali via!), dall’altra i pezzi più lenti, sognanti e stralunati. Che mi convincono meno… non a caso la quarta traccia (“Ostetrica”) mi ha fatto venire la pelle d’oca (dopo il trittico d’apertura che invece promette benissimo) con certe atmosfere alla Tiromancino sotto valium e al sesto spritz bello carico.
Peccato che il disco su 10 tracce ne presenti sei del secondo tipo, meno tirate e più – posso dirlo? – pretenziose.
Non in senso cattivo, per carità; ma nel senso che c’è questo anelare alla non banalità e alla ricercatezza che, francamente, ammoscia un po’ l’entusiasmo e veste il tutto di un’aura troppo cerebrale. E dire che loro stessi nel Myspace della band scrivono: “Il pubblico si sveglia quando fiuta l’odore del sangue”… ma quest’odore lo si sente solo in pochi pezzi. Poi il sangue cede il passo ai pensieri, alle circonvoluzioni e alle atmosfere.
Niente di grave. Ma è un’altra roba.

Un buon prodotto di rock italiano underground-protomainstream (perdonate l’ossimoro), ma a me la scossa non l’ha data.

Anni vutanta: Bacco, tabacco, live e Milano da pere

16.jpg(di Jean P.)

È tardi, santo cazzo è tardi. Passo a recuperare Massi e Floriana e si va. Stadio, autobus metro e una sgambata. Il cielo è terso quasi quasi si respira. Si parla del più e del meno, Massi fa il brillante prova ad allungare le mani, si becca una centra da Floriana, con simpatia.

Destinazione Duomo, via Larga: c’è un nuovo gruppo che suona. Massi li conosce, si chiamano Afterhours. “Nome del cazzo” pensa polemica Floriana “quasi come Appetizer o SuckCucumber”.
Arriviamo in via Larga e ci sovviene che nessuno di noi sa come si chiama il posto. “Mah, trankili”, dice Floriana “sicuro che lo troviamo, ci sarà gente in fila fuori”. E invece nulla, la strada è deserta.

Un fratello prova a vendermi l’ennesima scatola di accendini Bic a un deca, contratto e mi ritrovo nove accendini non funzionanti e un braccialetto brasiliano pagati uno scudo. Fa niente, il tempo incalza.
Massi ha l’illuminazione: “Ho visto una tabaccheria, andiamo a chiedere, vedrai che lì lo sanno dov’è il posto”. Entriamo esitanti e, appena dentro, sentiamo un casino incredibile tipo concerto rock. Ci slumiamo: sì, è evidente, abbiamo trovato il posto. Attrezziamo tre birre e si scende sotto terra attraverso una scala abbastanza insignificante.
Sotto la bolgia è totale. Lo spazio ricorda una discoteca di magnaccia anni Settanta, alla Turatello. Tavolini in plexiglas bianco e rosso, qualche sedia abbinabile sfondata e la classica palla a specchietti tipo discodance. Il pubblico poga ruvido, la band canta in inglese e non suona male.

Il bassista spacca. “Per te il bassista spacca sempre” – mi fa eco Floriana – “quando capirai che è la chitarra lo strumento fondamentale per questo genere di musica sarà sempre troppo tardi”.
Fankulizzo Floriana e slumo attorno qualche bella tipella, qualche pelato nazo del cazzo e una selva di pischelli sudati. Nulla sembra attrarre particolarmente la mia attenzione.
Faccio la spola con il piano superiore per accattare qualche altra birra e faccio il brillante: a chi mi chiede da accendere offro direttamente un accendino nuovo di pacca.

I tipi ci sanno fare, si vede che non sono di primo pelo; il cantante ha una bella voce anche se non capisco nulla di ciò che urla. Due bis e il concerto finisce di colpo. La massa risale la scala. Defluisce in strada.
Io ribecco a fatica Massi che sta cercando di chiedere il numero di telefono a una tipella. Floriana è avanti: sta già limonando con un tipo con una cresta incredibile e una scritta sul giubbotto di pelle, tipo “Odio tutti”. Succede. Io e Massi lasciamo Floriana al suo destino e facciamo una corsa e, porca troia, mi sa che abbiamo perso l’ultimo metro, cazzo mi sa che ci tocca tornare a casa a piedi, al solito.
Mi aspetta l’ennesima camminata in delirio alcoolico.

voxpop11.jpg

Appendix
[di Andrea Valentini]

Non sono milanese, ho passato i primi 35 anni della mia vita a schivare la capitale del panettone e anche ora che – volente o nolente – mi tocca viverla (subirla), continuo a non sopportarla. Gli unici brevi istanti in cui il desiderio di bombardamento atomico (o, più realisticamente, di fuga) si attenua sono quelli in cui mi viene evocata una Milano del tempo che fu. Forse, complici la nostalgia – col suo gusto dolciastro di Lexotan – e le nebbie del decadimento neuronale, i racconti sono un po’ romanzati oppure esaltano solo i dettagli positivi. Eppure funzionano e lasciano intravedere un momento storico (o più d’uno) in cui almeno teoricamente avrei potuto reggere questo posto senza bramarne la devastazione indiscriminata (ovviamente di cose e persone), con seguente colata di cemento purificatore.

Quando il buon Jean, durante una prova, mi raccontò di questo locale e del concerto degli Afterhours che vide vent’anni fa, ne rimasi subito affascinato, anche se ricordava piuttosto poco (siamo figli degli anni Settanta e gli Ottanta li abbiamo vissuti un po’ in stato confusionale: siate comprensivi). E’ per questo che l’ho reclutato per scrivere il pezzo qua sopra.
Un posto come quello descritto mi faceva giocare di fantasia, tra visioni di ex ritrovi della mala riconvertiti, concerti misconosciuti in cantine di tabaccherie, underground pulsante… tutto a due passi dal puntutissimo duomo.
Nel frattempo ho fatto un paio di ricerchine, venendo a sapere che il localuccio in questione (pare che sia stato prima un ritrovo per gerarci fascisti, poi una delle primissime sale da biliardo della città e infine un bar tabaccheria con il vezzo dei concerti) è ancora operativo. E ci fanno ancora musica. Bello vero? Insomma.

Il posto che vent’anni fa ospitava concerti minori e lerci, con l’arredamento da night clandestino, ora è un fighettissimo lounge bar discopub, in splendida location che fa molto in. Si chiama G Lounge, e pare che (cito da Internet): “in questo disco bar i migliori dj propongono e sperimentano la musica più ricercata e di qualità delle notti milanesi. Il design degli interni, oltre alla musica, lo rende uno dei locali più suggestivi di Milano“. A quanto si legge in giro pare che l’unica traccia di alternativa rimasta sia che è un locale molto consigliato dalla comunità omosessuale per la facilità di socializzazione. Il che è anche bello, ma la poesia della old Milano musicale è andata a farsi benedire.

I milanesi ammazzano il sabato, ma il raglio con gli stivali non torna più?

afterhours_photo1.jpgEra una sera del 1990, autunno iniziato da poco. Erano ancora gli anni in cui si vedeva la nebbia per davvero, specialmente coi primi freddi e la fine dell’estate. Ed era anche un momento speciale per la mia cittadina natale, perché continuavano a esserci concerti, con una frequenza di due o tre a settimana, una cosa impressionante per quantità e qualità (si andava dai gruppi garage americani, all’hardcore europeo, passando per la psichedelia, il punk, lo stoner… veramente di tutto, dagli Instigators agli Embryonics, ai Tommyknockers, ai Kina… e una miriade di altri che il decadimento neuronale mi ha spazzato dai ricordi).
Dicevamo: una sera autunnale del 1990. Ecco la cronaca dei fatti.
Dopo avere attraversato il sentiero sterrato e fangoso che porta al portone d’entrata, varco la soglia dell’ex forte napoleonico che da pochi mesi ospita un centro sociale; pago un paio di biglietti da mille lire, mi timbrano una mano e mi avvio verso il palco. Rimbomba tutto, si sentono solo schitarrate rumorose, una voce tossica cantilenante e null’altro. Birretta d’ordinanza alla mano, mi avvicino al palco su cui, davanti a una cinquantina di persone, sta suonando un gruppo che pochi conoscono. Afterhours: c’è scritto sul poster del concerto. Il cantante è leggermente gonfio, ha i capelli unti a caschetto e un paio di stivali neri sopra ai pantaloni, come i soldati sudisti. Raglia in inglese, rapito dal rock garage nervoso e tagliente che macina con il resto del gruppo. Non sono male, mi piacciono abbastanza, anche se in quel momento i miei ascolti sono più sul punk hardcore californiano e washingtoniano. Diciamo che hanno qualcosa che non si capisce bene in cosa consista, ma che non tutte le band che finiscono su quel palco possono dire di avere. E quando c’è, lo si nota subito.
Dopo quattro-cinque pezzi mi perdo e probabilmente finisco altrove, a fare altro, in condizioni quantomeno opinabili.
Mesi dopo qualcuno del centro sociale mi regala un accordatore di una sottomarca giapponese: l’hanno dimenticato gli Afterhours, dice, e io magari ce l’ho bisogno. Certo, ce l’ho bisogno, ma non funziona.
A qualche anno di distanza li rivedo in tv, gli Afterhours. Cantano in italiano, si vestono da bambine e stanno tentando di farcela. Non mi fanno del tutto schifo e penso si lascino ascoltare, anche se un loro disco non riesco proprio a pensare di comprarlo. Ma in fondo l’immagine di Agnelli con gli stivali e il raglio in gola mi resta cara.
Ora, a diversi anni dal fattaccio, loro sono una band di spessore – si dice così, vero? – con collaborazioni illustri alle spalle. Hanno anche appena inciso un nuovo album, che stanno promuovendo, e hanno partecipato – con suoni marci come non mai e quindi apprezzabilissimi – al concerto nazionalpopolare del primo maggio di Roma. Confesso che non mi dispiacciono, anche se continuo a non reggere un intero disco di fila… mentre, al contrario, sono sempre in cerca dell’occasione buona per accaparrarmi i loro primi tre lavori (
All The Good Children Go To Hell, During Christine’s Sleep e Cocaine Head) a prezzo da hard discount. Tutto sta nella costanza di buttare l’occhio negli scaffali giusti, con una certa frequenza.
Potere della memoria visiva, degli stivali e del raglio.

[intro di Andrea Valentini]

2007-03-26-afterhours-1.jpgGli Afterhours promettono quattordici videoclip, uno per ogni canzone de I milanesi ammazzano il sabato, il loro nuovo disco uscito venerdì due maggio per la Universal. E dire che per il precedente lavoro, Ballate per piccole iene, non avevano girato alcuna scena perché – come spiega il cantante, Manuel Agnelli – «Piuttosto che fare qualcosa che non ci convincesse, abbiamo preferito il niente. Purtroppo». Il purtroppo è decisamente ironico dato che, senza video promozionali, Ballate per piccole iene appena pubblicato raggiunse il secondo posto della classifica dei dischi più venduti in Italia. Bisseranno l’exploit? Molto probabile.
I nuovi pezzi e annessi video – “Riprendere Berlino”, “Pochi istanti nella lavatrice”, “E’ solo febbre” – sono da tempo sulla loro pagina di MySpace; Agnelli – a tal proposito – parla di promozione senza media classici: insomma, nell’era di YouTube, downloading e compagnia bella, «L’industria discografica è più debole rispetto al passato» e, allora, ecco l’antipasto servito on line e il tour organizzato in contemporanea all’uscita de I milanesi ammazzano il sabato per garantire l’effetto sorpresa. Tradotto: i fan vanno ai concerti e si ritrovano ad ascoltare canzoni con le quali hanno scarsa confidenza.
«Quattordici brani concentrati in neanche quarantacinque minuti: uno diverso dall’altro, cambiano come le scene di un film». Il risultato – garantisce Agnelli – «E’ schizofrenico». Schizofrenia significa mischiare in salsa Afterhours, «Il White Album dei Beatles, la
banana dei Velvet Underground, Doolittle dei Pixies».
E i milanesi che ammazzano il sabato? «I milanesi durante il weekend non ci sono. Il centro è deserto o, meglio, in piazza Duomo ci sono solo immigrati, che sono poi i nuovi, veri milanesi. Peccato che non ci siano integrazione e mescolanza come nelle altre metropoli europee».
Al nuovo disco hanno partecipato vecchi amici e nuove conoscenze: Stef Kamil Carlens, Greg Dulli, Cesare Malfatti, John Parish e Brian Ritchie dei Violent Femmes: «Il loro manager è un nostro fan, è stato lui a convincerlo, insistendo… Brian avrà detto “Facciamo sta cosa, così ce lo togliamo dalle palle”. Quando ero giovane per me era un idolo». Insomma, un’altra palla buttata in porta dopo uno show negli Stati Uniti, a Minneapolis per la precisione, dove il suddetto manager dei Violent Femmes ha visto dal vivo gli Afterhours.
Ma come sono i concerti di Agnelli e amici oltreoceano? «Ci siamo “ripensati” come gruppo fresco, libero dalla propria storia. All’estero ci sono meno filtri tra noi e il pubblico, siamo riusciti a convincere tutti e il nostro ego si è gonfiato a livelli allucinanti». Dopo l’uscita di Ballads For Little Hyenas – versione in inglese del disco del 2005, pubblicato dalla One Little Indian – Manuel Agnelli promette ora «Un album in italiano in Inghilterra e un disco in inglese per il mercato italiano».
Scherza, ovviamente. Ha registrato a New York alcuni pezzi de I milanesi ammazzano il sabato nella lingua di Elvis Presley: «Il cantato in italiano incuriosisce, un terzo del disco all’estero sarà così. Dal vivo invece, dopo tre canzoni, cala l’attenzione». Adesso è partita l’attività live, concerto del Primo maggio a Roma compreso. Del palco dell’Ariston, invece, gli Afterhours non ne vogliono proprio sapere: «Andare a Sanremo non serve a un cazzo».

Afterhours in tour:
Giovedì 8 maggio – Roma – Tendastrisce
Venerdì 9 maggio – Napoli – Palapartenope
Sabato 10 maggio – Bitritto (Bari) – Palalive
Martedì 13 maggio – Firenze – Saschall
Sabato 17 maggio – Pordenone – Palasport
Venerdì 23 maggio – Milano – Palasharp

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