Generatore di vuoto operativo

Void Generator – Phantom Hell And Soar Angelic (Phonosphera Records, 2010)

In space we trust. Fedeli dei viaggi intergalattici e delle suite psichedeliche infinite, questo è pane per i vostri denti: si tratta dell’ultima fatica dei romani Void Generator (uscita alla fine dello scorso anno), completamente rivoluzionati nella line-up dopo l’uscita del chitarrista Gabriele Fiori, andato a formare i Black Rainbows.

Il comando delle operazioni ora è sempre più saldamente nelle mani di Gianmarco Iantaffi, che in questo Phantom Hell And Soar Angelic modifica leggermente le coordinate stilistiche rispetto al precedente We Have Found The Space: se là venivano privilegiati attacchi all’arma bianca intrisi di fuzz, in quest’album si sviluppa maggiormente la parte più “progressiva” della band, con quattro lunghi brani che sono delle raffinate space jam inzuppate di acido.
Non pensate però al prog e a quel ciarpame lì, ché per “parte progressiva” qui si intende altro, ovvero un’attitudine a far crescere il suono attraverso stratificazioni costanti e inesorabili: prova ne è l’affascinante “The Morning”, sorta di ibrido tra i King Crimson di Red e i Motorpsycho periodo Trust Us, in cui una efficace linea di basso trasporta le pennellate frippiane di Lantaffi verso vertici stratosferici. È sicuramente questo il momento migliore di un album che comunque era già ben partito sorretto dal riff insistito – e molto kyussiano – di “Message From The Galactic Federation”.
Con “The Eternaut” si lambiscono anche territori jazz, prima di esplodere ancora in un riff dagli accenti fortemente desertici. Con la quarta traccia – senza titolo – si finisce in un delirio floydiano di prim’ordine, anche se forse è proprio il pezzo che convince di meno, con quell’assolo portato allo stremo che alla fine risulta stancante. Ma, come si diceva, il gusto per la jam strumentale e psichedelica è una delle prerogative di questo disco: se vi piace il genere, tuffatevi anche voi nel maelstrom.

PS: il cd si può acquistare qui: www.phonosphera.com

Stoner kebab con patatine e salsa piccante

Stoner Kebab – Super Doom (Cynic Lab, 2010)

Mai ragione sociale e titolo di un album furono più esplicativi: leggete sopra e saprete perfettamente cosa aspettarvi da questo disco: stoner doom grasso, potente, fangoso e ultrapsichedelico.

Questa è la terza fatica per gli Stoner Kebab (da Prato), dopo Chapter Zero del 2006 e Imber Vvulgi del 2008, unica traccia da 33 minuti e 33 secondi.
Rispetto al precedente lavoro il sound è più agile e imbastardito con certo stoner rock di matrice americana: in “Tom Bombadil”, traccia d’apertura, dopo un’intro apocalittica parte un riff che sta perfettamente sull’asse Clutch-Fu Manchu.

Doom quindi, che ti si stampa in faccia grosso e pesante, che proviene dalle paludi sludge e tossiche che diedero vita a entità mostruose come Eyehategod e Crowbar: ma il pregio enorme di Super Doom sta in una capacità sopraffina nell’amalgamare le numerose influenze, così da passare da atmosfere funeree alla Electric Wizard a un riff sostenuto da un organo Seventies, tutto nello stesso brano (“Viverna”). Dopo la breve parentesi post metal isterica di “Iron Tyrant” si arriva ad “Astronavi domani” – rifacimento di “Astronomy Domine” – dove la band si cimenta con l’italiano, finendo un po’ pericolosamente dalle parti dei Verdena…

Si riparte subito alla grande con “Ibuki”, che inizia hard stoner con una bella parte di armonica, per poi sprofondare in un incubo space doom con tanto di inciso in voce growl.
Suonano sporchi e massicci come pochi in “New Church” – forse la cosa più accessibile del disco – per poi condensare tutto nella title track finale, fumatissimo space blues doom in technicolor, dove si ha la sensazione tangibile di prendere il volo per l’hyperspazio.

Non uso mai il track by track, ma in questo caso mi è sembrato funzionale per descrivere un lavoro che ha una sua pretesa – perfettamente logica – di viaggio nei meandri della musica heavy psych.
Si lodano molte realtà internazionali, ma la verità è che gli assi ce li abbiamo pure noi, basterebbero un po’ di volontà e curiosità in più per scoprirli. In questo caso vi consiglio caldamente di farlo, e vi troverete nelle mani un gioellino.

Frammenti mortali

Cripple Bastards – Frammenti di vita (FOAD, 2010)

Questo cd dei Cripple Bastards è uscito a novembre 2010 e parlarne ora è quasi imbarazzante a livello editoriale – non crediate che non me ne renda conto. Complice, però, il fatto che qui sopra – essendo a casa mia – sono piuttosto libero di contravvenire a qualche regola d’oro, ma anche l’idea che sia importante riconoscere a questa band il giusto merito, me ne fotterò… ed eccoci qui.

La band di Giulio The Bastard e i suoi malefici soci non ha certo bisogno di essere presentata, né raccontata. Anzi, se non sapete chi sono, neppure per sentito dire, avete probabilmente qualche grosso problema – oppure siete appena scesi dal seggiolone e avete digitato “hardcore punk” su Google dopo avere letto le due parole, per caso, su qualche giornale da grandi che non vi è permesso sfogliare normalmente.

Questo cd porta il titolo di un omonimo 7″ uscito nella prima metà dei Novanta, che conteneva sette cover di brani di band italiane del periodo d’oro dell’hardcore (e del punk) anni Ottanta: Wretched, Negazione, Nabat, Underage, Indigesti, Blue Vomit e Impact. A 16 anni di distanza il progetto si ripete, sulla lunga distanza, con i Cripple impegnati a rileggere e reinterpretare 14 brani altrui; la gran parte proviene dalla scena italiana storica, ma stavolta si pesca anche nel florido bacino del thrash e thrashcore tricolore del tempo che fu, riesumando vecchie bombe di Schizo, Bulldozer e Necrodeath). Un indizio più che tangibile dell’ispirazione dei CB, che da sempre non è esclusivamente hardcore, ma deriva anche dal metal più estremo

In coda al cd, due classici originali dei CB, in pratica due inni: “Polizia una razza da estinguere” e “Italia di merda”.

Che piacciano o meno, i Cripple Bastards hanno conquistato sul campo credibilità, nemici, onore e integrità. E nel frattempo si sono anche tolti lo sfizio di contribuire con un tassello non secondario alla storia della musica estrema. Grande traguardo già in sé, ancor più per una band italiana.

Ovviamente se l’hardcore/grind/ultracore vi provoca shock anafilattico, state lontani da questo cd e da tutta la produzione della band. Altrimenti non esitate a procurarvi questo manufatto.

C’era una volta Ozzy (ancora…)

Ozzy Osbourne, Chris Ayres – Io sono Ozzy (Arcana, 2010, 450 pag.)

Questa è l’autobiografia spassosa, grottesca, eccessiva scritta a quattro mani dal Madman in persona insieme al  tutorwriter Chris Ayres. Senza di lui e un equipe di editor di prima scelta, questo libro non sarebbe stato possibile, o meglio ne sarebbe stato possibile un altro: Le memorie smemorate di Ozzy: un alcolista confuso e dislessico – praticamente un disastro editoriale, pensierini da quinta elementare scritti alla rinfusa dal Re delle Tenebre.
Ma il volume edito da Arcana si rivela un onesto libro verità, una confessione laica di un peccatore ravvedutosi con la demenza senile.  Se chiodo scaccia chiodo, demenza scaccia demenza.

Il padrino dell’heavy metal dunque fa un mea culpa generale, in queste pagine, e non si compiace della cronaca nera che permea il suo passato da rockstar. Alcune delle cose che non rifarebbe:
– sparare alle galline nel pollaio del suo cottage con il fucile automatico
– staccare la testa con un morso ad una colomba durante una conferenza stampa
– azzannare un pipistrello durante un concerto credendolo finto
– bere così tanto da pisciarsi e cagarsi nel pannolone, drogarsi a tal punto da sbagliare hotel durante un tour
– sniffarsi un’ intera fila di formiche rosse
– bere il suo piscio durante una data coi Motley Crue

Anche se poi viene inevitabilmente da domandarsi sia cosa sarebbe Ozzy senza questi eccessi, sia quanto c’è di strategicamente ordito dalla sua manager/moglie Sharon dietro queste peripezie freak e circensi. Sta di fatto che da queste pagine Ozzy esce vincitore – o meglio, la sua proverbiale, bislacca autoironia e capacità di farsi beffa di tutto, in primis di se stesso, prevalgono sulle vicende lisergiche della sua esistenza.

Larga parte del libro è dedicata alla  turbolenta infanzia, ai confini con la miseria, del piccolo John Osbourne nella plumbea Birmingham; esilaranti sono episodi alla catena di montaggio per accordature di clacson e gli scherzi di pessimo  gusto patiti all’interno del mattatoio. Si scende in dettagliato anche nel capitolo che riguarda la nascita e l’ascesa dei Black Sabbath soprattutto i vari rapporti e scazzi con Tony Iommi, vero fulcro carismatico del Sabba Nero musicalmente e caratterialmente.

I capitoli sulla carriera solista mettono un po’ da parte il discorso prettamente musicale, soffermandosi su toccanti vicende personali: una su tutte la morte per incidente aereo del giovane e virtuosissimo chitarrista Randy Rhoads, amico fraterno di Ozzy.

Non sarà di sicuro la biografia definitiva scritta su e da Ozzy Osbourne, ma se per sbaglio dovesse esserlo, pochi farisei potrebbero disapprovarla.

Stessa spiaggia (arancione), stesso mare

The Orange Beach – Fuzz You! (Second-Shimmy, 2010)

Power trio quasi esclusivamente dedito a un robustissimo e asciutto crocevia di stili, gli Orange Beach non le mandano sicuramente a dire: hanno un tiro spaventoso e sanno suonare parecchio bene. Ecco, è proprio questo il punto: la differenza sostanziale tra “saper suonare” ed “essere dei virtuosi”. Ho sempre cordialmente odiato i “virtuosi”, qualsiasi strumento essi suonassero: la mia idea di musica (in questo sarò sempre grato al mio retaggio punk) non coincide proprio coi pipparoli, con quelli che hanno in mente solo la tecnica, l’esecuzione e lo sfoggio di virtuosismi onanisti inutilmente dannosi. Per questo aborro generi come la fusion, il prog e compagnia bella. Sempre per questo ammiro molto la musica di Robert Fripp e dei suoi King Crimson (ingiustamente definiti prog), uno che di tecnica ne ha da vendere ma non la esibisce, mettendola al servizio della sua musica.
Quindi, perché tutto questo pippotto? Perché, fatti i debiti paragoni e le relative proporzioni, gli Orange Beach ricordano l’idea che sta dietro ad un gruppo come i KC; la tecnica, la matematica, l’intreccio strumentale complesso che rende i giusti servigi alla melodia ed all’emozione. E nel caso dei tre casertani, ulteriore pregio è il dono della sintesi: Fuzz You! raccoglie ben quattordici episodi (solo tre sono cantati dal bassista Agostino Pagliaro) in poco più di 37 minuti.

Cosa c’è dentro sto disco? Come detto in apertura, una bella dose di jazz rock e funk sapientemente miscelata a suoni e umori tipicamente post rock, quello di gruppi come June Of 44, ovvero di gente che aveva le mani ancora in pasta con il ruvido post HC di scuola Washington DC (Fugazi, soprattutto gli ultimi, quelli più raffinati di dischi come End Hits e Argument). È indubbio che tale aria americana sia dovuta, in sede di regia, anche dalla presenza di Kramer, già produttore di gruppi come Butthole Surfers e Half Japanese, che dona alla musica concettualmente abbastanza gaia degli Orange Beach quel tocco di rigore e austerità che ci sta come il cacio sui maccheroni.

Bravi e promossi.

Tutto Lemmy minuto per minuto

Lemmy: The Movie (2010, di Greg Olliver, Wes Orshoski)

Quell’attacco sbrindellato di basso in “Ace Of Spades” è uno degli assiomi del rock and roll. Un altro assioma è l’autore di quel riff.

E da qui partiamo per parlare di Lemmy: The Movie, un documentario che per la monotematicità e l’incenso profuso se la gioca con Padre Pio da Pietralcina Santo Subito.
“Lemmy è Dio”, esclama in visibilio un fan delle Testeaspinterogeno (Motorhead è un brano che risale al periodo in cui  Lemmy militava negli Hawkwind ed è una termine che indica i consumatori di speed); gli fanno eco uno stuolo di  viziosi colleghi rockstar Alice Cooper, Ozzy Osbourne, Dave Grohl, i Metallica, Joan Jett, Dee Snider, Slash che tessono così tante lodi in pompa magna da rendere questo rockumentary una specie di coccodrillo visivo ante-mortem del più filo esteta nazista della storia del rock: Mr. Lemmy Kilmister.

In effetti il rantolo asmatico di Lemmy, unito a un colorito ceruleo e soprattutto i 63 anni suonati sul groppone (molti dei quali trascorsi con una bottiglia di Jck Daniel’s in mano, per annaffiare lo speed troppo amaro da mandare giù) non fanno ben presagire. Lui stesso, durante un programma radiofonico, a un fan canadese che gli domanda  come abbia fatto a sopravvivere a tanto risponde semplicemente: “Non morendo”.

Per chi è più o meno della mia generazione non sarà difficile accostare il bulboso ufficiale Kilmister a Big Jim 004, quello con la valigetta multifaccia, dopo aver visto questo bio-film definitivo.
C’è un Lemmy Facciadibronzo che – come da cliché – va al Rainbow a bere whiskey e toccare i culi delle escort di turno, vabbè questo lo fa anche il Berluska. C’è il Lemmy Facciadaelmetto che scorrazza su un carro armato preso a nolo da due nostalgici del baffetto con la svastica. C’è il Lemmy Facciadapredica che consiglia al figlio di farsi di speed, invece che di coca. C’è il Lemmy Facciadapadrinodelmetal che gigioneggia con i suoi figliocci Metallica. Infine c’è il Lemmy Facciadamicrofonosopralatesta, planetariamente noto, che con le corde vocali infiammate dall’alcool e gli stivalazzi customizzati ci annichilisce: “Se vuoi scommettere, sono l’uomo che fa per te, che tu vinca o perda, per me non c’è differenza”.

Me lo immagino sornione che se la ride, essendo sopravvissuto anche alla sua santificazione su celluloide.

Di dischi, mohicani e manie

Maurizio Blatto – L’ultimo disco dei Mohicani (Castelvecchi, 2010, 232 pag.)

Ok, era un po’ che si doveva affrontare l’argomento Blatto, ma per una serie di motivi il sottoscritto Andrea Valentini aveva sempre eluso la faccenda.
Un po’ perché il libro è così bello che parlarne è quasi svilirlo; un po’ perché racconta – trasversalmente – anche un po’ di me; un po’ perché avendo vissuto a Torino per qualche tempo nella seconda metà dei Novanta, il negozio in cui Blatto lavora lo conoscevo di prima mano. Eppure a quel periodo sono legati ricordi poco piacevoli, quindi l’inconscio ha steso una cortina.
Ora, però, il valoroso Bandannas ha scritto una recensione e non potevo per nulla al mondo restare indietro. Quindi beccatevi una double, ovvero una recensione doppia, una per testa.
(Testa di cosa lo deciderete voi).

Also sprach Bandannas [di Hugo Bandannas]

Film come School of Rock e libri come Alta Fedeltà di Nick Horby hanno definitivamente sdoganato l’immaginario rock and roll rendendo possibile quell’ibrido sociale che si pone tra evento da incubo e fatto miracoloso: il pullulare urbano di casalinghe con la t-shirt dei Ramones o dei Motorhead anche se la loro passione in fondo restano gli 883
L’ultimo disco dei Mohicani di  Maurizio Blatto  rientra, per il tema e per la poeticità,  in questo filone di “sdoganamento del rock and roll”.
Il libro sembra in realtà  una sceneggiatura, in cui il cult-negozio di dischi Backdoor diventa location di un duello all’O.K Corral in low profile, all’ombra della Mole (anzi, in un’angusta piazza dove la vita del popolino scorre). Ma i due antagonisti che si sfidano sono il venditore di dischi e l’eccentrico acquirente-fanatico.
Ogni paragrafo racconta il personaggio stonato di turno, in comune c’è la musicofilia o musicopatia a seconda dei casi, e Maurizio indossa i panni del Guru Musicopata cercando, spesso invano, una ricetta per ogni avventore.
Stralci di vita dai contorni grotteschi, surreali e a tratti iper-realistici, in cui coesistono due mondi paralleli: uno, al riparo, ovvero all’interno di Backdoor (mai nome fu appropriato), l’altro en plein air, outdoor. Mondi paralleli, popolati da umanoidi autistici che si passano sopra alla ricerca del disco definitivo, della cura drastica a esistenze spesso nascoste dal feedback di chitarre distorte.
Ma l’autore non si eleva a supervisore di uno zoo di malati di mente, dalla sua postazione di comando dietro al bancone – insieme al burbero socio Signor Franco, suo alter ego dai modi più sbrigativi e terapeutici; non gioca a manovrare le leve di marionette senza fili, facendo annusare questo o quel vinile per sedare i loro furiosi attacchi di astinenza vinilica o mal-sopportando gli sproloqui e i soliloqui dei suoi potenziali acquirenti. Niente di tutto questo: Blatto si commuove con queste storie borderline, perché in fondo sa che ogni cultore e fanatico di rock sarebbe un potenziale serial killer o deviato sociale estremamente pericoloso senza quella merce in pvc (clorulo di polivinile) a tappargli le sinapsi mancanti.
E questa insanabile malattia, che lo ha contagiato una volta che ha messo la puntina sul 33 giri imprescindibile per Lester Bangs, ovvero White Light, White Heat dei Velvet Underground, gli invade e gli corrompe i sogni anche una volta abbassata la claire del negozio.

Sapessi che casino, trovarsi in esilio a Torino [di Andrea Valentini]

Sarà stato il 1998; non è mille anni fa, ma in 13 anni di cose ne sono successe. Molte, purtroppo, non belle: quindi perdonate le zone fumose e i buchi fattuali; il cervello è selettivo e tende a brasare i ricordi più merdosi. Dicevo: sarà stato il 1998, io vivevo-studiavo-lavoravo (?) a Torino, in una casetta affittata da due fricchettoni che erano andati in India per una anno. Avevo una coinquilina svizzera, pazza e rompiballe con la faccia da bulldog ossigenato, e un’altra coinquilina che con me non divideva solo la cucina, il bagno e il divano, ma anche fluidi, scazzi, qualche sogno e altre cose del genere. Non giurerei che le mie condizioni psicologiche fossero dignitose – anzi, mi sa che ero messo malissimo – ma almeno non mi drogavo e bevevo solo qualche birra da discount al dì, a causa di un budget tirato come un lifting di Alba Parietti. Capitava, ogni tanto, che trovassi una frattaglia di tempo libero per fiondarmi nei tre poli vinilici della città – Verovinile, Rock&Folk e Backdoor – quando scappavo perché sentivo che mi stava per esplodere ciò che restava del cervello. Compravo poco o nulla, ma almeno toccavo dei dischi.
Una volta ricordo distintamente di essere andato da Backdoor, chiedendo con occhio spiritato la stampa italiana su Expanded di Fire Of Love dei Gun Club, ma quella col centrino azzurro, non quella regolare. Un signore – che solo anni dopo ho identificato nel signor Franco – mi mugugnò svogliato che quello che c’era in negozio era lì, di guardare senza chiedere robe strane. Un siparietto che mi mise di cattivo umore: nella mia ingenuità mi pareva normalissimo fare una domanda da malato di mente come quella – e mi trattenne dal tornare da Backdoor per diversi anni.
Leggendo il libro di Maurizio Blatto tutto questo è tornato alla mente, ma lo devo ringraziare perché mi ha regalato una prospettiva ironica, mi ha consentito di ridere sia di quell’episodio minimo, sia di quel periodo torinese che fu di merda. E vi garantisco che non è poco.
L’ultimo disco dei Mohicani andrebbe fatto obbligatoriamente leggere a tutti gli appassionati di vinile (per dar loro un’idea di come sono agli occhi di chi li circonda), alle famiglie degli appassionati di vinile (per far loro capire che insistere e spaccare i maroni non serve: anzi, è peggio), ai negozianti che vendono dischi (così si renderanno conto della loro utilità sociale); e poi a chiunque abbia voglia di un po’ di buon umore e di uno sguardo divertente e divertito su una categoria misconosciuta dell’umanità.
I quadretti dipinti da Blatto sono lucidi, buffi, vivi e – soprattutto – talmente reali da rischiare di identificarsi. Chi non ha mai fatto “il castoro” in un negozio di dischi? (No, non vi spiegherò cosa è il castoro: compratevi il fottuto libro); e ancora, chi non ha mai finto di avere in mano dei dischi prestati per non ammettere con la moglie di avere speso l’ennesima cappellata di soldi a sua insaputa? E questi sono semplicemente i sommi capi… nel libro troverete ogni forma di follia-malattia-passione discografica, anche quelle inimmaginabili.
Non fate i pirla, dunque, e procuratevi il volume. Costa poco, vi farà scompisciare (mia moglie, che se potesse i vinili me li darebbe sul cranio, rideva come una pazza leggendolo) ed è scritto anche bene. Che cazzo volete di più? Se poi volete una preview, perché non vi fidate nemmeno di vostro padre, andate QUI.

Senta, ma Che Guevara ha fatto più niente di nuovo?”. Panico. Ancora panico. Panico ovunque. “Mah, a dirla tutta è un po’ che non fa più uscire niente” “Vabbè. Non importa” Interviene l’altra amica “Ma chi è ’sto Che Guevara. L’ho già sentito” “Boh, è uno che ci piace a mio marito. Sai lui si ascolta le canzoni dei partigiani” “Partigiani! Io e mio marito ci ascoltiamo Renato Zero, Baglioni, quelli lì.!”. “Allora niente. Arrivederci” “Arrivederci a voi e grazie”

Il cappotto di legno è il migliore per l’inverno

Capputtini ‘i Lignu – s/t (Jeetkune, 2010)

E’ stagionatello l’omonimo cd dei Capputtini ‘i Lignu (credo abbia compiuto un anno ormai), quindi i fan del real time e delle ultime novità – se mai ce ne fosse qualcuno tra questi pochi lettori – storceranno il naso, con tutte le ragioni del mondo. Però è doveroso colmare una lacuna, sia nei confronti di una label che si sbatte e fa uscire ottime cose, sia per il gusto di ascoltare un bel disco, che alla fine potrà anche invecchiare, ma di sicuro non peggiorare.

Il disegno della copertina, che pare scarabocchiato da una mente con evidenti e conclamati problemi (a grandi linee: tre mostri sghignazzanti hanno appena decapitato una pulzella con una motosega), non racconta molto della band e può essere fuorviante – no, non fanno scum!
Quindi l’ascoltatore deve evitare di trarre conclusioni affrettate e fare ciò che la natura vuole: infilare il cd (che è di un bel nero riflettente) nel lettore e aspettare che inizino le danze.

Sono in due i Capputtini – Kristina (chitarra e voce), Cheb (chitarra, voce, cassa, charleston) – e scatenano una sarabanda a base di blues, punk, rock’n’roll, folk, spiritual, traditional che ti vien da pensare che siano nati da qualche parte tra Memphis e Austin. E invece, come spesso accade, la risposta è un secco “col cazzo!”, perché sono tutto tranne che americani – se non ho capito male Cheb è di origini francesi e Kristina è figlia del Belpaese.
Ad ogni modo, pensate alla scuola Goner, col suo ripescaggio della tradizione americana rurale, punkizzata e triturata: dalla torch song alla ballad, passando per il boogie indemoniato e il blues al vetriolo, i Capputtini piazzano la loro bandierina in tutti questi territori, per un risultato finale da menzione d’onore.

Da ascoltare e riascoltare, magari in più tornate – visto che in blocco il cd si apprezza sicuramente meno rispetto a un approccio più segmentato, sentendo magari due o tre pezzi a volta; colpa o merito, forse, del piglio lo-fi estremo.

Promossi a pieni voti.

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