The Wild Brunch #28

Arriva il freddo, ma il brunch selvaggio resta sulla cresta dell’onda, care anime dannate. Versatevi un bicchiere di rosso robusto (dai 13° in su, per la madonna) e leggiucchiate le poetiche segnalazioni di questa puntata. Che di autunnale ha ben poco, ma chi siamo noi per formalizzarci…

Come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

Deep ThroatHardcore Is Suffering (coproduzione, 2012)
Alessandrini, classe 2006, questi Deep Throat – giunti alla loro quinta prova, la prima su vinile (peraltro picture e limitatissimo) – fanno un hardcore in bilico tra l’old school più classico e i primi vagiti di hc melodico californiano. Quindi testosterone, canottiere e bandannas, ma anche un filone di melodia sempre chiaramente distinguibile (spesso e volentieri, ma non sempre, nelle linee vocali). Sinceri e un po’ demodé, si ascoltano più che volentieri, pur non sostituendo – almeno per i vecchi come me, che veleggiano verso il porto della mezza età – in alcun modo il piacere di sentire una vecchia band. Il disco è registrato in presa diretta senza magheggi di studio e mixato addirittura da Don Fury.
[Voto: 2 – Consigliato a: bandannomani di periferia, hardcore kids gentili, poeti del pogo]

Psychofagist.:unique.negligible.forms:. (autoprodotto, 2012)
Tornano i novaresi Psychofagist con la coraggiosa scelta del 7″ in edizione limitata a 300 copie. Rispetto al precedente lavoro (lo split con gli Antigama) si può notare un incremento di follia generalizzato – e già prima eravamo al cospetto di una banda di scappati dal manicomio. Il fatto è che qua al grind-noise si aggiunge una siringata da cavallo di free jazz schizoide e “metallatissimo”. Ascoltandoli mi son tornate in mente scene dei primi anni Novanta, quando c’era chi impazziva per le scalmane di John Zorn… ecco se amate questo tipo di mattane, accalappiate il disco subito. Vale la pena.
[Voto: 2,5 – Consigliato a: clienti fissi del reparto psichiatria]

Raggi UltraviolentiE’ tutto un fake! (autoprodotto, 2012)
Pancròc all’italiota che si rifà più o meno alla rinascita del genere degli anni Novanta (citerei Crummy Stuff, Pornoriviste, Derozer e Punkreas così tanto per buttare lì dei nomi del calderone). Suoni potenti, testi in italiano (ufffff), riff già sentiti ma mediamente ruffiani e riconoscibilissimi… quindi? Francamente posso dire che non si sentiva la mancanza di un disco del genere, forse perché troppi ne sono usciti e c’è ben poco da fare, se non mettere insieme i soliti ingredienti e sperare che chi ascolta non si ricordi di quello che han suonato altri 15 anni prima. Ben prodotto e fedele ad alcuni canoni del genere (i più deleteri, purtroppo, però)… se la memoria storica vi difetta (per motivi anagrafici o altro) o non avete un’idea di punk rock troppo radicata e pura, potreste anche apprezzarlo. Però con titoli come “Clitoride” e “La mia sbronza”, scoraggiarsi prima dell’ascolto è davvero un attimo.
[Voto: 1 – Consigliato a: punk rocker al pomodoro con memoria corta, italiofili catafratti, sedicenti sedicenni]

StartodayGood Luck (autoprodotto, 2012)
Tiratina d’orecchie per la bio in inglese un po’ acrobatico, ma soprattutto non aggiornata: ragazzi, non potete pretendere che un pirla qualsiasi che vive nelle campagne della Lombardia sappia chi siete e cosa è il disco che gli arriva se non aggiornate la vostra bio (anche online). Detto questo, deduco che questo Good Luck sia il nuovo ep della formazione abruzzese, che propone un hardcore/posi-core molto americano, con venature di HCNY e macho-core… insomma roba anni Novanta. Ben fatta anche, che ogni tanto ti fa alzare il ditino al cielo nel tipico gesto da moshpit. Niente di pazzesco, ma una buona rivisitazione del genere.
[Voto: 2 – Consigliato a: residui inossidabili dell’era straight edge, re del moshpit con iPhone]

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The Wild Brunch #27

Pensavate che fosse scomparso, come quei negozietti che aprono e poi chiudono in meno di due mesi, così manco riuscite a entrarci una volta e vedere che cazzo vendono. E invece no. Wild Brunch numero 27, per dio, pronto e servito!

Come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

NekrosunThe Grace Of Oxymoron (Crash and Burn, 2012)
Uhm… aspetta che respiro. Ok, meglio. Allora: italiani, metallari più di un operaio delle acciaierie di Termoli, oscuri e un po’ romantici, cattivi ma melodici, martellanti ma sinfonici… insomma questi ragazzi sono tutto e il contrario di tutto. Non è facile gestire simili cangianti aspirazioni e il risultato, per quanto non disprezzabile, è un po’ un pasticciaccio brutto di gaddiana memoria; tastiere, chitarre techno-thrash, voce operistica, melodie pompose, arrangiamenti orchestrali, iniezioni di thrash, sgroppate classic metal e frazioni più d’atmosfera messe tutte assieme sono quantomeno stranianti. Difficili da seguire, i Nekrosun danno l’impressione di avere mirato troppo in alto, perdendosi poi lungo il cammino. Ovviamente la tecnica è inappuntabile (e ci mancherebbe… in questo genere è d’obbligo), ma il feeling è finito dimenticato in qualche autogrill.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: metallari con la testa che gira, cavalieri oscuri del sabato pomeriggio]

The Pineapple ThiefAll The Wars (Kscope, 2012)
Ma quanto è di moda in neoprogressive? Molto. E fortunatamente, almeno alle mie orecchie, è un po’ meno foriero di orchite rispetto al suo omologo e originatore; certo, è sempre impegnativo, lungo e intricato, ma i barocchismi sono mitigati da un più sentito desiderio di concisione e coesione. E’ il caso di questi Pineapple Thief, già sulla piazza da un po’, che con questo nuovo album riconfermano il marchio prog che si portavano dietro, venando il tutto di alt rock alla Muse (cosa non necessariamente positiva: anzi). Brani articolati, lunghi, sfaccettati… peccato che la chitarra resti un po’ nelle retrovie e che la produzione sia un florilegio di strati, con effetto Cappella Sistina. Intriganti, a modo loro, ma ad alto rischio di noia.
[Voto: 2 – Consigliato a: progressisti retrofili, indie rocker con stimoli intellettualoidi]

The SickleGet Bigger Last Longer (autoproduzione, 2012)
Padovani, giungono al traguardo del secondo album e tra le loro influenze citano Jimmy Eat World, No Use For A Name, Blink 182, Sum 41 e Goo Goo Dolls… nomi che aiutano non poco a inquadrare – già a scatola chiusa – i territori in cui ci si muove. Già, i Sickle fanno un punk rock molto legato al concetto di melodia, con piccole spruzzate di emo alla californiana.
Sound accattivante, dunque, ruffiano e ben digeribile… ma patinato, molto patinato. Pure troppo, maledizione, con una produzione leccatissima, dinamiche stile pianta di ficus e una personalità degna di un programma di MTV fine anni Novanta. Bravi nel loro genere, ma uguali a tanti altri del medesimo calderone. Tu vuò fà l’americano… ma sì nato in italì.
[Voto: 1 – Consigliato a: melomani con cresta adesiva, smemorati di Collegno, amici e parenti]

The Wild Brunch #26

26, sarà un numero magico? No è un numero del cazzo come gli altri. Per di più in un periodo del cazzo. E magari vi siete anche accorti che fa caldo, vero?

Come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

In questo numero ci arrivano dritti sul muso Le Tazze (psichiatria deviata), un cd scentrato dei Thin Wire Unlaced e, per finire, la raffinatezza palladiana degli Una Fi*a Blu.

Le tazze – Dentro noi stessi (Destroyo, 2012)
Ancora Bubca/Destroyo, ma questa volta le infermiere hanno fatto gravemente casino col dosaggio dei farmaci, perché il buon tab_ularasa in preda agli impulsi più nascosti del suo io ha sfornato un nuovo progetto (con immediata pubblicazione di cd-r) che va a scavare nei meandri della protoelettronica sperimentale, il rumorismo autistico, la weirdness senza freni. Lo Gnomo Rosso e lo Gnomo Verde (giuro, sono i componenti della band) su un tappeto di rumorismo a base di random tone generator, theremin e cazzilli analogici stendono un layer di voci, parlati, cantilene e improvvisazioni per flauto. Il risultato è vagamente simile a quella che immagino una settimana in isolamento nella cella imbottita di un manicomio, con svariati milligrammi di sedativi in circolo. Metal Machine Music tribute made in Cottolengo. Decidete voi se è genio o se è il caso di chiamare il 118!
[Voto: free pcp – Consigliato a: dammi la droga e te lo dico]

Thin Wire UnlacedGet Out Of My Head (autoproduzione, 2012)
Alt metal, nu metal, generico come il gelato finto di Mc Donald’s. Per favore non metteteci mai più in difficoltà con questa roba. Black Milk si occupa di altro e non sa cosa dirne. E si scoccia anche un po’.
[Voto: astensionismo d’obbligo – Consigliato a: bella domanda… no grazie]

Una fi*a bluVinnie’s Hardware ep (autoproduzione, 2012)
Confesso che non ero in grado, con le mie limitate conoscenze, di riconoscere la citazione dei Marlene Kuntz che nasconde il nome della band (i bene informati scrivono che è tratta dal brano “Overflash” da Il vile). Detto questo per onestà intellettuale, l’ep è brevissimo ma godibile – forse anche proprio per la sua estrema concisione, che ti lascia lì a pensare “ma è già finito?”. La band propone un rock rumoroso anni Novanta con palesi inflessioni hardcore – azzarderei di scuola vagamente Ebullition, ma è mattina presto e potrei essere ancora un po’ confuso. Interessanti davvero, sanguigni e convincenti. Ascoltate su Soundcloud tutto l’ep
[Voto: 2 – Consigliato a: erotomani del palco, hardcorer con devianze noise]

The Wild Brunch #25

Number 25, here we come. E abbiamo roba davvero mica male, da leccarsi i baffetti: non c’è da dire molto altro.

Come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

In questo numero ci pappiamo i Foxhound (fighetti ma notevoli), i crociati dello stoner/desert Ivy Garden Of The Desert e, per finire, la violenza cieca dei Nido di Vespe.

FoxhoundConcordia (INRI, 2012)
La presentazione che pubblicano i Foxhound nel loro sito mi pare calzante (a parte il fatto che la parola “perché” si scrive con la é e non la è): “Concordia non è un disco rock’n’roll perchè i musicisti sono nati nel 1992. Concordia non è un disco dub nè reggae: nei testi non si legge mai ‘marijuana’ o ‘babylon’. Concordia non è un disco blues: nessun accordo di settima è stato suonato. Concordia non è un disco inglese perchè il titolo è in italiano. Concordia non è un disco metal perchè i musicisti non hanno abbastanza peli”. E’ tutto vero. E vi dico che Concordia è davvero un buon disco di indie rock-post punk melodico e anche ruffiano quanto basta. C’è puzza di great sensation a uso e consumo della stampa di settore; e c’è anche un po’ di fighetteria che in certi ambienti non guasta proprio. Insomma, bravi davvero (e sono dei diciannovenni… con i coglioni evidentemente esagonali), anche se non è il mio genere.
[Voto: 2 – Consigliato a: hipster illuminati, post punker da Apple Store, indie rocker under 25]

Ivy Garden Of The DesertBlood Is Love (Nasoni, 2012)
Mentre ascoltavo questo disco c’era il terremoto dell’Emilia. L’ho messo su e poi levato almeno tre volte perché quando arrivavano le scosse mi cagavo addosso e a un certo punto non ero sicuro se fosse suggestione per il disco nel lettore oppure se si ballava davvero… per cui questo dischetto, per me, sarà sempre associato al terremoto. Rispetto a dove li avevamo lasciati qualche tempo fa, gli IGOTD non hanno fatto molta strada, nel senso che la loro ispirazione e personalità restano invariate: stoner, desert, hard Seventies torrido e soffocante, con bei riff e suoni “giusti”. Roba che ti fa venire voglia di attaccare il Big Muff con tutti i controlli al massimo e sbattere la testa su mid tempo lavici. Terremoto e deserto quindi… sì sono due elementi che possono aiutare a descriverli. Bravi: se amate il genere non fateveli scappare.
[Voto: 2,5 – Consigliato a: anime dei Settanta, aspiranti roadie dei Kyuss, erotomani del fuzz]

Nido Di VespeIl giorno che siamo tutti morti (Swamp/Slaughterhouse, 2012)
Che cazzo di legnata… un vinile 12″ one sided (significa che il lato B non suona, per intenderci) di hardcore, thrash, grind, metalcore, hatecore che ti prende a calci nei coglioni – o surrogato del caso – e poi, quando ha finito, ti piscia anche in testa per sfregio. Ridendo. Un mio amico descrivendo il lavoro precedente dei Nido Di Vespe ha usato la locuzione “fuga dalla scuola media”… io quel disco non l’ho sentito, ma quello che so è che io mio figlio alle medie con gente così non ce lo manderei. O forse sì, ma solo se gli lasciassero suonare la chitarra o il basso con loro. Bel disco, unica pecca gli inserti presi da vari film tra un pezzo e l’altro, che spezzano un po’ troppo la sarabanda indemoniata… e se non si è cinefili conoscitori di zozzerie lasciano indifferenti.
[Voto: 3 – Consigliato a: serial killer di quartiere, psicolabili senza insegnante di sostegno, gioventù bruciata ma educata]

The Wild Brunch #24

24&24 is… rieccoci. Nonostante l’orrore, i casini e il periodo infame. Troppi disastri, come diceva qualcuno; ma finché regge la pompa, si continua.
Come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.
In questo numero partiamo con la nuova uscita targata Bubca/DestroYo, ossia la fanzine Abracadabra numero 3 più cd allegato di RTG; ci spostiamo sui belgi Homer, per finire con gli italianissimi Nice.

Abracadabra ‘zine n.3 / RTG – Lemb (DestroYo, 2012)
Nuova uscita (in 30 copie) per la fanzine/photozine Abracadabra – che come ben sapete è legata al marchio Bubca e ora anche DestroYo – etichetta parallela, a quanto ho capito, ma potrei sbagliarmi. Abracadabra è lo-fi al 200%, senza testo e solo fatta di fotografie fotocopiate che ritraggono principalmente soggetti a tema homeless/senzatetto/disperazione di strada; peraltro gli scatti sono quasi tutti (o forse tutti, la memoria mi tradisce) visibili online nel blog abracadabrabracadabra.blogspot.it. In allegato alla fanza, però, troviamo il nuovo cd del terrorista sonico RTG, intitolato EMB. Cinque brani (se così si possono definire) deliranti di rumorismo a base di strumenti protoelettronici e diavolerie vintage: non canzoni, ma praticamente esperienze uditive al confine tra umano e umanoide. La follia vi gusta? Siete nel posto giusto, per la madonna…
[Voto: 2 – Consigliato a: pazienti soggetti a TSO, naufraghi psichici, aspiranti cavie umane]

HomerThe Politics Of Make Believe (Funtime/Bad Mood/Indiebox, 2012)
Sono belgi e menano parecchio, con un hardcore metallizzato tirato, lucido e violento. Roba un po’ anni Novanta, che prende il meglio della velocità hc e lo incolla alla pesantezza del thrash/speed più spaccaossa. Il tutto in salsa lodevolmente impegnata, con testi che parlano di antipolitica, antisistema e ispirati al movimento di protesta globale. Sound statunitense, rabbia tutta europea… i ragazzi ci sanno fare, anche se l’originalità non è esattamente di casa. Ad ogni modo è bello che escano ancora dischetti così: non ti cambiano certo la vita, ma tengono alto lo spirito.
[Voto: 2 – Consigliato a: sparvieri del moshpit, simpatizzanti del movimento occupy cameretta, hardcorer metallosi]

NiceNuova Babele (autoprodotto, 2012)
Trio di giovanissimi lombardi che fa sul serio, o almeno regala quest’impressione. Musicalmente competenti – fin troppo – i Nice (che si legge come è scritto e quindi suona un po’ come Nietszche) propongono un rock alternativo moderno e complesso, con continue incursioni nel math e nel nu metal, ma solidamente fondato sull’ondata anni Novanta del nuovo rock italiano di Afterhours, Marlene Kuntz e Ritmo Tribale, per arrivare ai Verdena. Senza dimenticare un po’ di CCCP, soprattutto in alcune scelte di arrangiamento vocale. Fanno egregiamente il loro lavoro, per quanto viaggino su binari un po’ troppo fighetti per i miei gusti; peccato per loro che i tempi siano cambiati.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: ggggiovani alternati(vi), italorocker con un piede nei Novanta, nostalgici troppo giovani anche per la nostalgia dell’altroieri]

The Wild Brunch #23

Vi è mancato il brunch selvaggio? Eh immagino… ma in fondo è un piccolo male necessario, come i compiti a scuola, come la coda alle Poste. E poi finisce che magari vi fate anche una ghignata leggendolo.
Come dovreste ormai sapere dopo 23 puntate, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

A Crime CalledBeyond These Days (Dysfunction, 2012)
Grunge, rock alternativo, nu metal, alt metal, indie rock… loro non vogliono definirsi e scrivono che “il sound che ne esce è dirompente, magnetico, tagliente. E’ qualcosa di speciale”. Uh… ok… come dire: sono bravi, hanno fatto un buon lavoro in studio e in fase di produzione, però da qui all’aver fatto un disco speciale, mi si perdoni la franchezza, c’è una certa differenza. Un filo di umiltà e realismo in più non guasterebbero. Poi *probabilmente* potrebbero anche diventare una della nuove band protagoniste della scena del rock moderno e metal alternativo italico, ma al momento li si rimanda – proprio come si faceva tempo fa, alle superiori.
[Voto: 1 – Consigliato a: indie rockettari di quartiere, amici e parenti, MTV-stars wannabe]

The BidonsGranma Killer (autoproduzione, 2012)
Distribuiti da Area Pirata, i campani The Bidons purtroppo si presentano con un nome piuttosto loffio, da gruppo di rock demenziale delle superiori. Ed è un peccato perché la band è valida, pur restando entro confini netti, ferrei e invalicabili: quelli del garage rock’n’roll punkizzato, che mescola con graziosa sfacciataggine il Sixties (non a caso inseriscono due cover di Avengers e Strangeloves, entrambe di metà anni Sessanta), il rockabilly e il punk delle origini. Niente di nuovo sotto al sole, ma va bene così: i The Bidons sono ottimi alfieri del genere, con palle quadrate e tutto quanto. Solo, se trovassero una chiave leggermente meno scolastica, sarebbero veramente grandi. Così rischiano di essere uno dei molti buoni gruppi del calderone garage italico… e sarebbe un peccato, oggettivamente.
[Voto: 2,5 – Consigliato a: garagisti con animo punk’n’roll, completisti dell’eterno revival]

Paolo TosoBallate per inguaribili ottimisti (Neogrigio, 2012)
Torna il menestrello piemontese Paolo Toso, con il seguito del debutto Poche parole di conforto; se nel 2010 la chiave di lettura della dimensione tosiana era la locuzione (solo apparentemente scontata) “punk folk”, in questi nuovi 12 brani emerge un gusto più american roots, vagamente springsteeniano (in declinazione acustica, mica le tamarrate da stadio alla “Born in the USA”); tutto questo comunque sempre ben tallonato dalla tipica sensibilità folk da entroterra ligure/piemontese a cui Paolo ci ha ormai abituato. Se avete presente l’allegra malinconia che si raggiunge con una bottiglia di rosso veramente buono, in una serata fredda davanti a un camino e con la nebbia che avvolge tutto di fuori, beh allora capirete questo disco.
[Voto: 3 – Consigliato a: partigiani della Barbera, americani piemontesi, folk rocker e orsi appenninici]

The Wild Brunch #22

Portata numero 22 dell’ormai tradizionale (più del panettone) Wild Brunch. Arriva la primavera che sembra inverno e – come di consueto – porta solo grane e paranoie. Nevvero? Eh già. Per cui forza e coraggio, che la vita è un passaggio – come dicono dalle mie parti, con una devastante rassegnazione/imposizione.

Come sapete (forse) questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

Questa volta ci occupiamo di quattro band italiane che spaziano dall’hardcore al punk rock patinato all’alt rock. Enjoy…

LinternoLay Down For Comfort (Chorus of One, 2012)
Hardcore melodico con derive punk rock ed emo-core, per questi ragazzi bolognesi che fanno il loro mestiere in maniera onesta e convincente. Il tiro c’è, i riff che restano in testa pure… un cd divertente se avete amato o amate gente com Pennywise, Bad Religion, NoFx, Rise Against. Un genere che ha detto tutto da molto tempo, ma è piacevole da ascoltare, se fatto così.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: seguaci del verbo di Fat Mike, Epitaph-dipendenti italioti]

NeurodeliriQuello che resta (Autoprodotto, 2012)
Punk rock/emo-rock lucidato, ricco di stacchi, articolato e melodicissimo – pure un po’ alt rock – è quello che propongono i fiorentini Neurodeliri, all’esordio su cd dopo un demo. Il sound è molto statunitense, laccato, prodottissimo e su tutto svetta un cantato in italiano – solo due pezzi sono in inglese – che per quanto mi concerne è un pugno in un occhio (la querelle continua da secoli: per me l’italiano su brani così ha l’effetto degli Heroes del Silencio che facevano hard rock in spagnolo). Non sono malaccio, ma finiscono nel calderone della moltitudine del punk rock italiano contemporaneo e un po’ mainstream.
[Voto: 1 – Consigliato a: punk rocker da FNAC, under 18 in libera uscita, amanti del patinato un po’ ribelle]

Peggio EmiliaAnticittadino (Autoprodotto, 2012)
Un bell’hardcore-punk tirato, con diversi richiami al sound italiano anni Ottanta (un po’ Peggio Punx e un po’ Raw Power) e arrangiamenti più vicini alla scena Epitaph/Fat Wreck. Si ascolta d’un fiato e diverte, oltre a titillare, almeno a tratti per un anziano come me, la ghiandola della nostalgia; non so se sia un complimento, ma il pargolo di 11 mesi ha ballato i primi 4-5 pezzi facendo headbanging sul passeggino. Belli anche i testi, all’insegna della critica sociale e politica. E non posso non menzionare il booklet sopraffino, con una serie di illustrazioni del Gotha delle matite italiche: Akab, Officina Infernale, Simone Lucciola, Rocco Lombardi e Ciro Fanelli. Bravi.
[Voto: 3 – Consigliato a: menti hardcore in corpi non pervenuti, nostalgici degli Ottanta, bandanna boyz]

Revolution Is MeNo Way, Mate! (Autoprodotto, 2012)
Quartetto capitolino dedito a un alt rock energico e patinatissimo, melodico e di facile digestione; in poche parole molto mainstream e addomesticato. Non mi si fraintenda, sono bravi davvero, ma semplicemente manca la dimensione del pericolo, della minaccia e della zozzura (del resto dichiarano apertamente di ispirarsi a Biffy Clyro, Paramore e Foo Fighters). Sarebbero pronti per MTV, tanto sono rifiniti e curati. Ma come dire… qui pratichiamo altri tipi di perversione.
[Voto: 1 – Consigliato a: ribelli del sabato pomeriggio, rocker con contratto a termine in studio legale, amanti dei sapori decisi ma omogeneizzati]

The Wild Brunch #21

Il brunch selvaggio numero 21 è servito. Anzi no. E’ a buffet, prendete quel che volete – è meglio poter scegliere, no?

In questo nuovo capitolo troviamo di tutto un po’: dall’hc punk italiano al cantautorato, allo stoner, all’indie. A voi l’onere e l’onore di assaggiare ciò che vi stuzzica le papille, magari partendo dal presupposto che ciò che piace a noi non piace a voi. E viceversa.

Come sapete (forse) questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

FiorinoL’esca per le acciughe (autoprodotto, 2012)
Cantautorato non banale, orecchiabile, con un tocco bacciniano (ehm, momento di sconforto) – ma per fortuna con testi (grazie a Pazuzu e a tutte le divinità pagane) degni di una forma di vita pensante e ragionante. Chitarra e voce, melodie a volte bizzarre, storie… probabilmente Fiorino è un talento, ma trascende le mie capacità mentali e i miei gusti. Se praticate queste cose, dategli una chance.
[Voto: 0,5 – Consigliato a: adoratori di cantautori, italiofili ortodossi, allergici all’elettricità]

Kakkole Esilaranti – s/t (Paul Pastrelli Records, 2012)
Robusto hardcore punk di matrice USA, con le inevitabili e sacrosante deviazioni italiche per i lombardi Kakkole Esilaranti, attivi dal 1996 con varie traversie, pause e reunion; una band che, come dice la bio, è sempre andata “avanti per gioco, per divertimento, per sfogo e nulla più”. Questo cd (inciso nel 2011 in occasione dei 15 anni di vita del gruppo) celebra proprio questa attitudine: zero menate, tanta voglia di suonare senza implicazioni di alcun tipo e nessuna paura di mostrare le proprie influenze. E’ un disco che non ti cambia certo la vita, ma anche un bell’ascolto, per ricordarci tutti da dove veniamo, almeno a livello attitudinale… e ogni tanto fa bene al cuore, all’anima e a tutto il resto. Medicine così sono da assumere almeno una volta al mese, con regolarità.
[Voto: 2 – Consigliato a: guerrieri hardcore con dubbi nella fede, musicisti da pub in crisi di motivazione]

OryzonTaste The Flavour ep (autoproduzione, 2012)
Indie rock un po’ lamentoso e un po’ epico, con qualche citazione metallara a corredo. Muse, Metallica e Radiohead messi assieme vi intrigano? A me no, purtroppo, e trovo questo album molto costruito, ruffiano, patinato oltre il livello di guardia… simile, in maniera allarmante, a ciò che potrebbe passare nell’impianto di un outlet invaso da acquirenti affamati di offerte e promozioni. Bel packaging e ammirevole politica dei prezzi, ma l’indie rock, da queste parti, proprio non lo riusciamo a reggere.
[Voto: 0,5 – Consigliato a: indie rocker da shopping all’outlet, hipster di quartiere senza adsl]

Sick Monkey – s/t (autoproduzione, 2012)
Cinque anni di prove e concerti per i Sick Monkey (originari della costa Est del lago di Garda) e poi il debutto con questo cd/ep contenente quattro brani di sano e scolastico stoner rock di quello con i riffoni potenti, il wah-wah straripante, i fuzz cremosi e i mid tempo strascicati. La personalità non è esattamente il loro forte, ma sono onesti predicatori del sound degli anni Settanta rivisitato alla maniera di Kyuss e discepoli vari. Un buon ascolto davvero, peccato solo per il cantato in italiano – poco credibile in questo contesto e convincente solo nei frammenti in cui non si capisce e si trasforma in fonetica – che a dispetto degli amanti dell’italianità, per certi generi è semplicemente orrendo. Come in questo caso. Ragazzi, rispolverate l’inglese imparato a scuola e andrà tutto benissimo. O quasi.
[Voto: 2 – Consigliato a: gladiatori del chiloom, nostalgici dei Settanta, capelluti con pantaloni a zampa]

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