The Wild Brunch #28

Arriva il freddo, ma il brunch selvaggio resta sulla cresta dell’onda, care anime dannate. Versatevi un bicchiere di rosso robusto (dai 13° in su, per la madonna) e leggiucchiate le poetiche segnalazioni di questa puntata. Che di autunnale ha ben poco, ma chi siamo noi per formalizzarci…

Come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

Deep ThroatHardcore Is Suffering (coproduzione, 2012)
Alessandrini, classe 2006, questi Deep Throat – giunti alla loro quinta prova, la prima su vinile (peraltro picture e limitatissimo) – fanno un hardcore in bilico tra l’old school più classico e i primi vagiti di hc melodico californiano. Quindi testosterone, canottiere e bandannas, ma anche un filone di melodia sempre chiaramente distinguibile (spesso e volentieri, ma non sempre, nelle linee vocali). Sinceri e un po’ demodé, si ascoltano più che volentieri, pur non sostituendo – almeno per i vecchi come me, che veleggiano verso il porto della mezza età – in alcun modo il piacere di sentire una vecchia band. Il disco è registrato in presa diretta senza magheggi di studio e mixato addirittura da Don Fury.
[Voto: 2 – Consigliato a: bandannomani di periferia, hardcore kids gentili, poeti del pogo]

Psychofagist.:unique.negligible.forms:. (autoprodotto, 2012)
Tornano i novaresi Psychofagist con la coraggiosa scelta del 7″ in edizione limitata a 300 copie. Rispetto al precedente lavoro (lo split con gli Antigama) si può notare un incremento di follia generalizzato – e già prima eravamo al cospetto di una banda di scappati dal manicomio. Il fatto è che qua al grind-noise si aggiunge una siringata da cavallo di free jazz schizoide e “metallatissimo”. Ascoltandoli mi son tornate in mente scene dei primi anni Novanta, quando c’era chi impazziva per le scalmane di John Zorn… ecco se amate questo tipo di mattane, accalappiate il disco subito. Vale la pena.
[Voto: 2,5 – Consigliato a: clienti fissi del reparto psichiatria]

Raggi UltraviolentiE’ tutto un fake! (autoprodotto, 2012)
Pancròc all’italiota che si rifà più o meno alla rinascita del genere degli anni Novanta (citerei Crummy Stuff, Pornoriviste, Derozer e Punkreas così tanto per buttare lì dei nomi del calderone). Suoni potenti, testi in italiano (ufffff), riff già sentiti ma mediamente ruffiani e riconoscibilissimi… quindi? Francamente posso dire che non si sentiva la mancanza di un disco del genere, forse perché troppi ne sono usciti e c’è ben poco da fare, se non mettere insieme i soliti ingredienti e sperare che chi ascolta non si ricordi di quello che han suonato altri 15 anni prima. Ben prodotto e fedele ad alcuni canoni del genere (i più deleteri, purtroppo, però)… se la memoria storica vi difetta (per motivi anagrafici o altro) o non avete un’idea di punk rock troppo radicata e pura, potreste anche apprezzarlo. Però con titoli come “Clitoride” e “La mia sbronza”, scoraggiarsi prima dell’ascolto è davvero un attimo.
[Voto: 1 – Consigliato a: punk rocker al pomodoro con memoria corta, italiofili catafratti, sedicenti sedicenni]

StartodayGood Luck (autoprodotto, 2012)
Tiratina d’orecchie per la bio in inglese un po’ acrobatico, ma soprattutto non aggiornata: ragazzi, non potete pretendere che un pirla qualsiasi che vive nelle campagne della Lombardia sappia chi siete e cosa è il disco che gli arriva se non aggiornate la vostra bio (anche online). Detto questo, deduco che questo Good Luck sia il nuovo ep della formazione abruzzese, che propone un hardcore/posi-core molto americano, con venature di HCNY e macho-core… insomma roba anni Novanta. Ben fatta anche, che ogni tanto ti fa alzare il ditino al cielo nel tipico gesto da moshpit. Niente di pazzesco, ma una buona rivisitazione del genere.
[Voto: 2 – Consigliato a: residui inossidabili dell’era straight edge, re del moshpit con iPhone]

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Bugiardi ma irresistibili

The Liars – The True Sound of the Liars – Anthology 1985/1990 (Area Pirata, 2012)

Una ristampa da teca nel British Museum, quella che area Pirata ha appena estratto dal marsupio di Doraemon. Questi, cari miei, sono i Liars, formazione dell’ondata garage revival, neo-Sixties e soprattutto neopsichedelica che scosse l’Italia negli anni Ottanta (quelli magistralmente raccontati da Roberto Calabrò in Eighties Colours)… gente che divideva palchi, ispirazione e aspirazioni con compari del calibro di Birdmen of Alkatraz e Steepeljack nella loro Toscana.

Ora, i dischi di tutte queste band non sono certo semplici da trovare, per quanto universalmente riconosciuti come seminali e fondamentali per la storia dell’italico underground… quindi un’operazione come questa è provvidenziale e andrebbe fatta anche per le altre band citate. In questo doppio cd antologico, infatti, c’è davvero tutto o quasi lo scibile sui mitici Liars (peraltro ancora in attività): il demo del 1986 86 Tears, il miniLp Optical del 1987, l’album Mindscrewer del 1988 (della mitica Tramite di Jean Luc Stote, un personaggio che meriterebbe un libro biografico!), il 7″ “Cold Girl” del 1989 e poi brani da tre compilation  e da un demo del 1989. C’è davvero da ubriacarsi e strafarsi (con gusto e piacere, peraltro) con questa vagonata di Liars anni Ottanta, nel loro periodo più psichedelico/garage rock, a cui seguì una virata lievemente più hard rock – ma questa è un’altra storia.

Ottimo lavoro: grazie Liars, grazie Area Pirata e grazie Calabrò (che ha curato le note del booklet, tra l’altro bello pieno di foto interessanti).

E cos’è una corda vuota?

Sparkplug, nell’ottobre 2010, ha pubblicato una lunghissima intervista agli Urinals, tra i pionieri del sound punk losangeleno, oltre che band atipica e bizzarra, divenuta leggendaria sulla scorta di tre singoli usciti tra il 1979 e il 1980.
La loro storia è peculiare come la loro musica, visto che a un certo punto cambiarono nome in 100 Flowers – perché sentivano che la loro musica era cambiata – per poi sciogliersi nel 1983 e riformarsi nel 1996.
L’intervista è stata condotta da Sylvia Juncosa, chitarrista e agitatrice della scena di L.A. da una trentina d’anni almeno (o qualcosa in più).

Alla chiacchierata erano presenti i membri degli Urinals John Talley-Jones (basso, voce), Kevin Barrett (batteria) e Rob Roberge (chitarra); con loro anche Kat Talley-Jones, moglie di John e collaboratrice del gruppo. Eccovi la traduzione… è molto lunga, quindi occhio allo sbadiglio!

John: Attenzione arriva! [Un pompelmo gigante cade da un albero vicino e per un pelo non centra Kat]
Kat: Forse non è il posto migliore per sederci…
Rob: E dai, aggiunge un elemento di…
John: …terrore!

SJ: Voi Urinals siete tutti persone molto intelligenti. Siete solo in tre, ma i vostri quozienti intellettivi messi assieme sono più alti della somma di quelli che trovi in qualsiasi tour bus. Di cosa parlate in viaggio? Mi sa che fate conversazioni piuttosto inusuali.
Rob : Teorie scientifiche bizzarre…
Kat: Posizioni sessuali diverse…
Kevin: Veramente di solito le prime ore del mattino le passiamo…
Kat: In coma.
Kevin: Parliamo di chi ci siamo portati a letto la notte prima… e ci lamentiamo di loro…

SJ: Vi lamentate?!
Rob: E poi prendiamo in giro John e tutti i suoi contenitori per il cibo.
Kat: E i suoi rituali.
Rob: Di solito dopo un’ora di viaggio si fa uno snack. E lo snack è contenuto in un sistema di contenitori che è come una Matrioska. Ha una di quelle gavette di metallo tipo Prima Guerra Mondiale, da razione K, che si apre e si divide in 37 scomparti. In uno ha l’uva passa, in un altro le noccioline e così via… e poi mischia tutto.

SJ: Ma se è come le bambole russe, e dentro a ogni contenitore ce n’è uno più piccolo, quanto ci impiega a mangiare?  Continui ad aprire scatoline e non finisci mai…
John: (serissimo) Se hai un sistema ben organizzato diventa molto facile trovare quello che cerchi.
Rob: Mescola i vari ingredienti, poi mangia – e Kevin ed io facciamo come gli scoiattoli sotto al tavolo, rubiamo quello che cade.  Dunque come vedi di solito nel giro di un’ora iniziamo a prendere in giro John per il suo sistema di contenitori.

Teorie bizzarre e digressioni eterne

Rob: Kevin ha una teoria sulla polvere. Ne abbiamo parlato continuamente in tour. Ha una base scientifica, abbiamo anche chiesto a un amico ingegnere, un tipo che costruisce prototipi di auto, uno scienziato…
Kevin: In sostanza, per la combustione servono tre elementi: carburante, ossigeno e calore. E c’è una proporzione, che deve essere rispettata. Se uno dei tre elementi è presente in quantità più significativa, gli altri due diventano praticamente neutri [segue una lunga spiegazione pseudo-fisica sulla combustione].
Rob: La teoria di Kev è che se sminuzzi qualsiasi cosa fino a ridurla in polvere sufficientemente fine, potrebbe andare in autocombustione a temperatura ambiente.

SJ: Quindi è successo questo in Spinal Tap?
Rob: Passiamo molte ore in viaggio a discutere della teoria di Kevin. E ci divertiamo sempre.

SJ: Già. Pensa alle cose che si potrebbero polverizzare…
Rob: E ogni cosa che vediamo qualcosa in polvere ci chiediamo se potrebbe prendere fuoco. Questo accadrebbe se la teoria di Kevin fosse giusta. Ma fa un po’ acqua.

Droga e rapine

John: Di solito scomponiamo e analizziamo le esperienze della sera precedente. Parliamo dei gruppi con cui abbiamo suonato, il club, e cose così. Tutti abbiamo sempre punti di vista diversi.
Rob: Parliamo delle droghe da cui mi sono tenuto lontano.

SJ: Davvero? Sei in uno stretto regime anti-droghe?
Kevin: A parte a Seattle, quando hai domandato se qualcuno aveva del Percodan.
Rob: Mi ero fatto male alla schiena! E così un po’ scherzosamente ho detto: “Qualcuno ha dei medicinali per il dolore o roba simile?” ed è arrivato questo tipo dicendomi “Avrei della morfina”…

SJ: Morfina!?
Kevin: Sì, e gliela stava per dare.

SJ: Morfina gratis?!
Kevin: Sì, ha detto “Di solito la vendo, ma tu sei negli Urinals”.
Rob: E io gli ho detto “Vattene! Dove cavolo eri 15 anni fa? Grrr! Morfina gratis!”

SJ: All’epoca per averne un po’ dovevi farti amputare una gamba o cose così.
Rob: L’avrei fatto!
John: Anche un attacco di cuore… a me l’hanno data [per l’infarto qualche anno fa]… non mi è piaciuto.
Rob: E’ orribile. Perverso. Davvero, mi rattrista sentirtelo dire.
John: Eppure mi è sembrato brutto. Non ero contento. Faticavo a dormire.

SJ: Io penso che le droghe dovrebbero essere tutte legali. Così credo che gli eroinomani scomparirebbero.
Rob: Sì. Penso che non ce ne sarebbero più. Concordo.

SJ: C’è molta gente che non la trova un’esperienza piacevole, persone normali che dicono “Perché dovrei pagare per addormentarmi o vomitare”…
Rob: E sarebbe anche più sicuro, sapresti cosa stai comprando.

SJ: E ci sarebbe il beneficio di una minore criminalità, magari anche più introiti in tasse.
Rob: Il proibizionismo non ha ridotto i tossici e ha di certo incoraggiato la criminalità.

SJ: E poi si spende tutto questo denaro per le prigioni. Siamo i peggiori in questo campo.
Rob: Stanno privatizzando le prigioni. E’ un’idea terribile e incentiva a incarcerare la gente. Faranno più soldi se mettono più gente in galera. Ma la società non dovrebbe avere un impulso a incentivare le incarcerazioni.
Kevin: Non dovrebbe essere una cosa che genera profitto. E’ folle.
Rob: E’ una faccenda che non ha nulla a che fare con la riabilitazione e c’entra molto con l’avidità e l’ingabbiamento dell’umanità. Sono pazzi.
Kat: I texani erano all’avanguardia in questa roba.

SJ: E così non c’è alcun incentivo a migliorare il trattamento dei detenuti.
Kat: O a scarcerarli.
Rob: Nel sistema pubblico, qui in California, la maggior parte delle prigioni non ha dei programmi di autoaiuto.

SJ: Che non costano nulla!
Rob: E più del 70% dei carcerati sono lì per reati legati all’alcool o alla droga. E non possono seguire questi percorsi – gratuiti – di riabilitazione. E’ una follia.
Kevin: Pensa, però, che c’era questo tizio a San Diego, che era stato in galera per la maggior parte della sua vita – aveva tra i 60 e i 70 anni; quando è uscito non gli volevano dare alcun tipo di assistenza pubblica, la pensione o altro. Così ha rapinato una banca per tornare in prigione. Ha pensato: “Almeno lì ho qualcosa. non sarà il massimo, ma fuori non ho nulla”.

SJ: Wow… ma quanto era stato dentro?
Kevin: Credo per la maggior parte della sua vita da adulto.
John: Era lo stesso rapinatore che hai fermato l’altro giorno?
Kevin: [ride] No…

SJ: Aspetta – hai bloccato un rapinatore?
Rob: No, pensa di avere assistito a una fuga.
Kevin: Sì. Ho visto qualcuno che guidava sul marciapiede… s’è buttato nell’incrocio, ha speronato un’altra auto e ha perso tutti i copricerchioni. Secondo me era un inseguimento.

SJ: Ma non c’era la polizia dietro?
Kevin: No! Era strano, perché ho pensato anche io che se era un inseguimento avrebbe dovuto esserci più di una macchina.

SJ: Del resto, però, perché non guidava normalmente?
Kevin: O poteva parcheggiare tranquillo.
Kat: John ed io siamo stati in una banca durante una rapina. John ha aperto la porta al ladro.
John: A Santa Monica, entravamo in una banca. Tenevo la porta aperta per Kathy, e l’ho tenuta anche per questo tipo, e mi sono incazzato perché non ha detto grazie.
Kevin: Un po’ di civiltà!
Kat: E poi ha superato tutti quelli in fila.
John: Sì! Lo tenevo d’occhio perché ero incazzato con lui e l’ho visto andare diretto allo sportello, con una borsa che ha messo sul ripiano; l’impiegato ci ha messo dei soldi dentro e il tipo è fuggito dalla porta. E non si è fermato a ringraziarmi!
Kat: E la cartuccia di inchiostro che c’era nel denaro è esplosa, è uscito del fumo rosa e il tipo ha mollato la borsa; era coperto di inchiostro rosa, poi ha ripreso la borsa ed  è corso via.

Storia

SJ: Andrei dritta, ora, alla storia degli Urinals e i cambi di formazione.
Kevin: Che spreco.
John: Ecco la storia: all’inizio c’era Kevin, il batterista, che lo è ancora. Io sono il bassista e cantante. Per quello che riguarda i chitarristi, il primissimo è stato Steve Willard.

SJ: Sì? C’è stato un chitarrista prima di Kjehl?
John: Kjehl suonava le tastiere. Ed eravamo in cinque, con un altro cantante.

SJ: Non l’ho mai saputo! Ero l’unica a ignorarlo?
John: Non saprei. Ma questa non è roba molto interessante.

SJ: Sarà interessante, per tutti i lettori, non appena arriverò alla parte sui costumi…
John: In effetti li indossavamo! Il cantante si vestiva con un sacco dell’immondizia, io mi disegnavo una X sul pacco, col nastro isolante…
Kevin: Ma è stato solo per un concerto… e abbiamo fatto delle foto promozionali.
John: E facemmo dei pezzi che poi diventarono degli Urinals. “She’s a Drone”, “In the City”…

SJ: Sapevate che voi, per primi e 20 anni prima che scoppiasse la moda, avevate una tribute band tutta femminile?
Rob: Cioè roba tipo AC/D-she? Ci sono anche i Kiss donna ora…

SJ: Erano le Urinettes.
John: Ne ho sentito parlare, ma non ero in giro.

SJ:  Io ci ho suonato. Facevamo tutti pezzi degli Urinals ma declinati al femminile.  “Male Masturbation” era “Female Masturbation” e così via. Eravamo io, la mia amica Sue e alla batteria c’era il vostro Kevin, travestito.
Rob: E sbagliava anche vestito da donna?
Kevin: Certo che sbagliavo! Suonavo coi tacchi!

Micro-scene

SJ: E per rimanere in tema di tributi agli Urinals… non so se vi piacerà, ma… i Mika Miko sembrano molto influenzati da voi.
Kat: Tanti gruppo lo sono.

SJ: E cosa ne pensate?
John: Abbiamo suonato spesso allo Smell con diversi di questi gruppi ed è grande perché tanti delle nuove generazioni conoscono la nostra musica e cantano le parole.

SJ: Pazzesco.
John: Vero. Ma è molto gratificante. Davvero fico. Loro sono entusiasti e pieni di energie, ma anche alla mano e divertenti… è davvero bello. I No Age hanno fatto una nostra cover, ad esempio.
Kevin: “Male Masturbation”.
Rob: Una bella versione davvero.

SJ: Ma come è iniziata questa cosa? Cioè, voi ve ne stavate lì a parlare di posizioni del Kamasutra e di teorie fuori di testa e tutta quella roba lì… e un bel giorno avete aperto il LA Weekly e ci avete trovato scritto che i No Age suonavano i vostri pezzi? O eravate stati avvisati?
John: E’ merito di internet. Le voci girano. E la gente è sempre in cerca di… “vere esperienze punk”.
Kevin: Ho parlato col batterista dei No Age e mi ha spiegato che loro sono appassionatissimi di musica, la analizzano, sono dei veri studiosi. Ha detto che erano a Chicago, negli uffici di qualche etichetta, e un tipo gli ha fatto sentire il nostro pezzo e loro se ne sono innamorati, così l’hanno cercato. E’ ancora un pezzo particolare dopo tanto tempo…
Rob: Non ho nessuna emozione in proposito, io non c’ero nelle registrazioni originali perché non ero un membro del gruppo; ma da fan, mi piace tantissimo questa roba, sono pezzi che sembrano fuori dal tempo, hanno un sound monolitico e garagioso, molto divertente. Quando abbiamo suonato al SXSW c’erano dei ventenni tutti esaltati; mi sono fatto due conti e ho capito che non erano nemmeno nati quando i dischi sono usciti. E’ fico che gente più giovane delle canzoni le ami.

SJ: Forse hai centrato il punto, John. La ricerca di “vere esperienze punk”. Questi ragazzi sono cresciuti al tempo dei Green Day, quando un gruppo punk rock suona tranquillamente negli stadi. Per noi era una cosa impensabile, una contraddizione, come minimo. E se a una punk band fosse stata chiesta una cosa simile, avrebbero dovuto rifiutare.
Kat: Non sarebbe stato punk.
John: Penso anche che ci sia stato un ritorno di interesse per il punk rock di Los Angeles punk rock di fine anni Settanta e inizio Ottanta. E noi eravamo lì.
Rob:  Ce ne siamo accorti dai libri. Fino a 10 anni fa non c’era quasi nulla sulla scena punk di L.A., solo roba su New York. Gli ultimi 10 anni invece sono stati molto più dedicati a L.A.

SJ: Probabilmente sono campanilista, ma penso che L.A. abbia avuto la miglior scena – ok, magari non in senso assoluto, ma almeno c’erano tantissimi gruppi e tante suggestioni diverse.
Rob: Da fine anni Settanta L.A. è stata molto più interessante di New York.
John: L.A. è così immensa, c’erano tante micro-scene, mentre New York è relativamente più compatta.
Rob: New York ha la Bowery.
John: Sì, e si finisce lì, almeno a quanto ne sappiamo. Probabilmente succedeva molto altro di cui siamo all’oscuro. Ma a L.A. c’erano tante scene diverse… nelle note di copertina di Keats Rides a Harley si spiega che c’erano delle scene a Westside, Pacific Palisades, UCLA, ma non erano molto note. I gruppi di Hollywood attiravano molta più attenzione, quando iniziammo a suonare noi. E poi i gruppi hardcore che venivano dalle zone delle spiagge…

SJ: La storia della OC.
John: Quello spazzò via tutto.
Rob: Chi c’era a Hollywood allora?
Kevin: Weirdos, the Screamers

SJ: X, Alleycats…
Rob: La scena di Huntington beach aveva i TSOL, i Social Distortion.

SJ: Poi c’erano quelli di South Bay e della SST.
Kat: Vero: The Church, Hermosa Beach, i The Last… in queste scene quando un gruppo raggiungeva un po’ di notorietà invitava tutti gli altri ad aprire i concerti e così si ingrossava il giro.

SJ: E ora cosa pensi della scena di L.A.?
John: Scene, al plurale. C’è roba in giro che mi pare positiva e buona. Tanti gruppi che iniziano suonano allo Smell, per esempio, poi crescono e diventano più conosciuti, come i No Age e i Mika Miko. E’ la scena che conosciamo di più perché abbiamo suonato in quel locale. Qualcuno ha scritto che lo Smell è una “incubatrice punk”. Mi è sembrato molto azzeccato.

SJ: Quindi non credi che lo Smell sia troppo conosciuto ora. Voglio dire, era bellissimo all’inizio, era tutto così naturale…
John: Penso che lo sia ancora.
Kevin: E’ ancora una piccola comunità. Abbiamo suonato a Olympia, in un posto simile, e la tizia che aveva organizzato il concerto non si era mai occupata di una cosa del genere, ma era in una band e avevano cercato di suonare allo Smell – senza successo. Però ci erano andati lo stesso a passarci una serata e anche se non suonavano erano entusiasti di essere lì. I ragazzi pensano sia una specie di Mecca dove andare in pellegrinaggio… non è come il Whisky o posti simili dove c’è gente che fa soldi. Lì c’è ancora chi vende biscotti a un dollaro. E’ rimasto molto vero.

SJ: Io frequento molto la scena del Redwood, è fico, come il Raji’s di una volta… ma ci sono tanti club di L.A. che mettono insieme tantissimi gruppi nella stessa sera, ma non riescono a portare gente…
John: Il posto è molto importante. Lo Smell ha creato una scena perché c’è una filosofia dietro. E tanti club non ne hanno una.

SJ: Esatto!
John: Oppure devi portare la tua visione cercando di mettere insieme la serata migliore, che è una cosa sensata.

SJ: Sì, è la cosa che dovrebbero imparare gli organizzatori. Il Redwood lo fa piuttosto bene… e poi c’è il La Cita, il 5 Star, e altri posti downtown…
John: Sì, a downtown c’è un bel giro adesso.

SJ: Hollywood, però, è un posto impossibile. Non riesco quasi più ad andarci.
Kat: E’ diventata trendy e glamour.
Kevin: Adesso devi pagare per suonare ovunque.

SJ: Sulla Strip devi pagare per suonare, sì.
Rob: Safari Sam era l’unico che tentava di riportare le cose come erano un tempo, ma è andato a bagno.

SJ: Io spero che nasca qualcosa qui, in quest’area. Al Silver Factory, proprio laggiù sulla Jefferson…
Kat: Una volta c’erano tanti concerti in posti sparsi sulla Crenshaw… il Polish Hall… il Blackie’s su La Brea…

E finimmo a parlare di un tale Vorhees…

Rob: Vorhees sa tutto di tutto. E’ una specie di anti-Kevin.

SJ: Cosa?! Hai detto “anti-Kevin”?
Rob: Sì.

SJ: Quindi stai dicendo che lui non sa niente?!
Kat: Sa molte cose, ma non è a posto.
John: Non chiedergli mai nulla di storia.
Kevin: Non mi tangono. Sono superiore a queste cose.
Rob: Però sa tante cose.

SJ: [a Kevin] Preferisci il presente o…?
Kat: Preferisce le storie.
Kevin: Vedi… seguo una regola per cui tutto quello che dico mi è accaduto, oppure qualcuno me l’ha raccontato o ancora l’ho sognato. Ma di solito non ho ben chiaro quale delle tre cose sia. questo è un dato di fatto. E quando dico qualcosa, non devo spiegare “Comunque, potrebbe essere roba che ho sognato”: chi mi conosce lo sa già.
John: E’ una specie di approssimazione della realtà.
Rob: Ha un approccio buddista alla conoscenza. Non è sistematico gli occidentali sono abituati e essere.
John: Non se ne fa un problema.
Rob: Nel gruppo ci divertiamo così… chiedo a Kevin: “Prima che io arrivassi avete mai suonato al tal club?”. Il Palladium, il Fillmore, o qualsiasi altro ti venga in mente. E lui mi dice sempre: “Sicuro. Ci siamo stati, è andata benissimo”. Come per il 12 Galaxies di San Francisco: mi aveva detto che ci avevano suonato.Così mando una mail a John e gli dico che sto trattando con l’organizzatore del 12 Galaxies, e chiedo se posso menzionare il concerto che avevano già fatto. E John mi dice: “Non ci abbiamo assolutamente mai suonato!”
Kevin: E’ uguale.

SJ: E a voi non dà fastidio? Credo sia un problema quando cercate di organizzare dei concerti.
Rob: No, ci divertiamo.
Kevin: E’ questo il motivo per cui non mi occupo di certe cose. Un’altra cosa di cui non posso occuparmi è il banchetto del merchandising.

SJ: Ha! Immagino. “Posso aver venduto qualcosa, ma anche no. Ci sono soldi in cassa, ma forse non ci sono”.
Rob:  Quando Kev vende tre magliette, in qualche modo inspiegabilmente ci troviamo sotto almeno di sette dollari.

SJ: Ho avuto un dipendente che faceva così.
Kevin: John ha inventato un sistema complicatissimo. se comprano un cd costa CD 12 dollari, ma un CD con una T-shirt fa 21 dollari, ma se invece vogliono un cd e una spilla…
Rob: Allora li dobbiamo pagare noi 30 dollari.
Kevin: Qualcosa del genere! E arrivano questi ragazzi che vogliono un cd…
Rob: E tu devi tirare fuori un pallottoliere.
Kevin: Poi ti dicono che vogliono un cd ma hanno solo 9 dollari… e io dico che va bene, ma devono prendere anche una T-shirt, mi sembra abbia senso. E ogni volta finisce che devo metterci dei soldi di tasca mia… ecco 20 dollari… non so, John ha un inventario e sa sempre cosa abbiamo venduto…
Kat: John conta tutto al centesimo.
Rob: Siamo abbastanza bravi a distribuire i compiti a chi li sa fare. John si occupa degli aspetti organizzativi. Kevin ed io ci presentiamo ai concerti.
Kat: E lo fate bene. Arrivate anche in tempo di solito.
John: Siamo noti come il gruppo più puntuale della storia del rock. Arriviamo sempre all’ora che ci dicono.

Bringing New Angles to an Angular Band

SJ: sono stata una vostra fan fin dall’inizio, come minimo dai primi Ottanta… e ho sempre pensato a Kjehl, il primo chitarrista, come a un elemento fondamentale; gli Urinals erano un’entità con un suono ben distinto e Kjehl era un tassello di questa cosa. Ora avete un suono molto diverso. Mi chiedevo cosa avevate in mente quando cercavate un sostituto per Kjehl: avevate intenzione di trovare qualcuno con un suono più distorto e rock? O avete trovato Rob e vi siete adattati al suo suono?
John:  Credo che la band non debba essere succube dell’imitazione del proprio passato. Deve evolversi e cambiare, e abbiamo bisogno di inglobare diverse suggestioni stilistiche.
Kevin: E l’unico modo perché accada è che qualcuno faccia cose diverse.
John: Sì perché Kevin ed io, per quello che facciamo, siamo una specie di elemento fisso del gruppo, la sezione ritmica suona come la sezione ritmica. Ma ogni chitarrista porta sfumature diverse ai pezzi. Kjehl il suo sound personale, Rod aveva il suo, e poi Rob aggiunge la sua interpretazione e i suoi interessi all’amalgama. Credo sia il modo per tenere vive le canzoni, fai in modo che siano reinterpretate.

SJ: Rob, come ti senti a dover vestire i panni di Kjehl? I suoi panni così ritmici, non distorti e pieni di staccato? Per i vecchi fan come me Kjehl era fondamentale per il sound del gruppo. E magari lo pensano anche alcuni dei fan più giovani che hanno ascoltato le vecchie cose. I fan possono essere piuttosto duri a volte…
Rob: Sì, a volte… in Wisconsin c’era una donna ubriachissima che ci ha chiesto di autografarle una copia di What is Real and What is Not, su cui c’è una foto di Rod… se non fosse stata così ubriaca mi sarei rifiutato. Ma era talmente distrutta che non valeva la pena tentare di spiegarle la faccenda, che quello non ero io… le ho fatto l’autografo, ho scritto Rod Barker, le ho anche disegnato uno smile e ho lasciato che andasse per la sua strada.

SJ: Quindi è falsificazione! Hai appena confessato un crimine.
Rob: Ma non c’erano soldi in ballo, non ho comprato una casa con quella firma…

SJ: Ma magari quell’autografo vale dei soldi.
Kevin: No. Non ne vale.
Rob: Io sento la responsabilità. Mi piace moltissimo la roba degli inizi e non suono come Kjehl o Rod. Ho anche una formazione diversa, gruppi con due chitarre, che suonavano blues punk e country punk. Sono stato in art band alla Television. E non sono stato in molte formazioni a tre, in cui ero l’unico chitarrista e dovevo riempire i vuoti. Mi piace molto il suono di chitarra dei primi dischi degli Urinals, un po’ surf e un po’ garage. Ma ho provato a suonare così dal vivo e rimangono troppi vuoti – e coi pezzi nuovi proprio non funziona. Bisogna trovare un compromesso tra la responsabilità di non stravolgere i pezzi vecchi, suonare bene ed essere all’altezza di Kevin, John e gli altri chitarristi. Certe vecchi canzoni per me non venivano abbastanza bene per farle dal vivo. John e Kev hanno insistito per farne alcune che io non mi sentivo a mio agio a suonare. Non è una cosa semplice. C’è sempre della pressione quando sei l’ultimo arrivato in un gruppo che esiste da tanto. Il prossimo disco sarà il primo in cui suono. Se la gente dirà che fa schifo potrò concludere che sono io la variabile, quello che ha portato il gruppo alla rovina.
Kat: Ma c’è anche l’elemento del tempo. E ci sono altre variabili.
Rob: Non nel mio modo di vedere le cose egocentrico e autocommiseratorio.
Kevin: C’è una sfilza di recensioni per What is Real che dicono “Oh erano grandi, ma adesso fanno pena”.
Rob: E’ l’altro lato della medaglia della nostalgia di cui John diceva prima, la nostalgia della primissima ondata punk. E’ quella roba… hai presente la definizione di hipster? Uno che dice sempre “Preferisco le loro prime cose” e se qualcuno ribatte “Questo è il loro primo singolo” risponde “No ho della roba più vecchia… li ho registrati su una cassetta alla loro prima prova ed è molto meglio”. E un altro dice “No! Io li ho registrati prima della loro prima prova, ed erano ancora meglio!”. La gente vuole sempre godersi il fatto di essere arrivata prima a conoscere le cose fiche, e tutto quello che arriva dopo non è mai all’altezza. Eppure la nostalgia è una bugia per definizione. E’ ricordare un passato che non è mai esistito.
John: E la nostra responsabilità, come musicisti, è continuare a evolverci e muoverci, e contemporaneamente onorare il passato. Non siamo un gruppo revival. Facciamo molti pezzi vecchi dal vivo, ma anche roba nuova che abbiamo scritto la settimana prima.
Kevin: Ma ci piacciono i pezzi vecchi. Ci starei male se non li facessimo solo perché sono vecchi.
John: Sono ancora divertenti da suonare.

SJ: E alla gente piacciono.

Il Problema

John: E questo è il problema. Quando vogliamo suonare un pezzo vecchio dobbiamo insegnarlo a Rob, e lui chiede in che tonalità è. Quale è l’accordo principale. E io non lo so.
Rob:  John risponde: “E’… uh… la corda più grossa, sul secondo pallino”. E io gli dico: “suoni da 32 cazzo di anni e non sai che nota stai facendo?! Una corda vuota?!”.
John: E cos’è una corda vuota?
Rob: Un Mi, per esempio!
John: Lo so quale è il Mi. La corda grossa, sopra.

SJ: Col basso sono tutte grosse.
Rob: Sì e poi tecnicamente non è quella sopra, ma quella più bassa.
John: Ecco, vedi il problema?
Rob: E così con i pezzi vecchi – ma anche alcuni nuovi – quando si portano nuove idee per lavorarci assieme, io arrivo e dico cose tipo “Ok, è un Re, Fa, Do, La e poi vai in minore nel ponte…”. E John risponde: “Quale pallino?”. Lo fa anche quando porta lui un’idea. Ma a dire il vero la cosa fica degli Urinals è che John è un bassista fuori dagli schemi  e Kevin un batterista non convenzionale. E’ stato bello imparare a suonare con loro. La parte difficile è quando facciamo i pezzi vecchi e John non sa che note fa – e poi molto spesso non suona la nota dominante come dovrebbe fare un bassista.
Kat: Non sa neppure cosa significa questa roba.
Rob: La maggior parte dei bassisti, se la chitarra fa un accordo in Sol, suonano un Sol. John invece potrebbe suonare qualcosa di totalmente diverso, una terza, una quinta o una settima, ed è una parte di basso fichissima, ma non mi dà nessun appiglio per capire cosa faceva la chitarra nel pezzo originale. così devo ascoltarmi le vecchie registrazioni e lui mi dà dei consigli. Siamo come due persone che parlano lingue diverse e quello che ne esce è un altro linguaggio ancora. Uno Spanglish della musica.

Musicalità orizzontale

SJ: Vi seguo da tantissimo. Uno dei miei pezzi preferiti era “Horizontal”.
Rob: Ha uno dei solo più belli di sempre… con cosa l’avevi suonato, John?
John: E’ un Muzon. Un sintetizzatore giocattolo della Mattel. Ce l’ho ancora. E’ fichissimo.

SJ: “Horizontal” è geniale. Una sola nota (veramente sono due, ma una è la fondamentale).
John: E’ tutto basato sul ritmo.
SJ: Sì ed è un brano orizzontale. E’ talmente buono che fatico a descriverla a chi non l’ha mai ascoltato e di solito poi quando ho finito dicono: “Wow. E’ davvero buono”. E’ geniale avere un pezzo che piace anche a chi non l’ha mai sentito.
Kat: E’ un meta-brano.

SJ: All’inizio eravate molto semplici. Perché… beh, non sapevate suonare.
Kevin: Sì.

SJ: E avevate una batteria giocattolo.
Kevin: Sì. I primi due anni.

SJ: Ora gli Urinals sono maturati. Hanno strumenti veri, amplificatori e sanno suonare. Quindi cosa volete fare?
John: All’inizio, abbiamo capito che non sapevamo suonare e l’idea era di trasformare questa cosa in un vantaggio. Ma come? Pensando a ciò che fai e senza provare a fare cose fuori dalla tua portata, usando il cervello e dosando le risorse limitate che hai. I pezzi li abbiamo scritti così. “Horizontal” è un esempio perfetto. Ma credo che tu possa ritrovare lo stesso schema nei pezzi degli ultimi tre anni. L’ultimo pezzo, quello che dà il titolo al disco, è tipo “Horizontal”, ma dopo 25 anni, ha un riff che abbraccia lo stesso concetto. Mi piace ritornaci. Ci tengo molto alla costruzione di un pezzo, è diverso dalla composizione. Per me è un puzzle geometrico che devo mettere insieme nella mia testa. Una cosa visiva. Io vedo come sono fatte le canzoni, come sono. E’ la geometria associata alle canzoni. Parto da una prospettiva differente. E forse è uno dei motivi per cui non riesco a imparare accordi, note e robe così.
Rob: Sai le note, le suoni. Non conosci i loro nomi.

SJ: Avete di sicuro un nonsoché, diverso dagli altri musicisti.
Rob: Spigolosità.

SJ:  E c’è in tutta la band. Anche nel batterista.
Rob: E’ stato difficile abituarmi.

SJ: Anche Kjehl ce l’aveva. Ma Rob, tu sei ancora diverso. E sto cercando di capire come funziona.
John: Hai avuto una risposta soddisfacente al tuo dilemma?

SJ: Non ho idea di come rendere tutto ciò sensato per i nostri lettori, ma credo che ci stiamo avvicinando alla soluzione del mistero degli Urinals.
John: Non è necessario risolvere tutti i misteri.
Rob: E’ stato divertente imparare a suonare con loro. Sono diversi da ogni sezione ritmica con cui ho suonato. Nel rock’n’roll degli Urinals c’è molto poco “roll”. E’ un gruppo molto spigoloso. A volte melodico, altre molto orecchiabile, ma non c’è lo “swing”.  Non ci sono accenti. E’ durissimo suonare così. Non sono un musicista punk, non vengo dalla scuola del “solo plettrate verso il basso, sedicesimi e trentaduesimi”, ma non sono neppure un menestrello folk. E’ stato interessante imparare a gestire gli spazi. Ho dovuto ripensare a come la chitarra si inserisce tra basso e batteria.
Kevin: E’ capitato che gente che voleva fare un nostro pezzo, anche bravi musicisti, dicessero che non capivano come fare e non sapevano come John ed io facciamo. Io però non so suonare in un altro modo, è il mio metodo, e non ho un concetto prestabilito di come le cose dovrebbero essere fatte. A John e a me piacciono le parti melodiche. Con Kjehl funzionava, perché era una vera macchina ritmica.
Rob: Kevin e John sono sempre stati molto creativi e hanno saputo lavorare utilizzando al meglio i loro limiti. Tanti impongono volutamente dei limiti ai propri lavori. Come quei cineasti di New York, Dogma. O quel tipo  di cui non ricordo il nome che ha scritto un romanzo senza usare la lettera e, che è la più comune. Pensaci: non puoi usare la e e all’improvviso non puoi fare tantissime cose. Niente pronomi, niente articolo “the”, niente verbi al passato. Quando inserisci un limite, sei obbligato a pensare diversamente. Io non avrei mai pensato ad “Ack Ack Ack Ack”; per me una canzone doveva avere almeno tre accordi! Ma amo quel pezzo. Due note. Brillante.
John: All’inizio volevo fare quel pezzo solo con una nota. Mat Kjehl ha insistito per mettercene due. E Kathy ha scritto il testo. Il pezzo è stato scritto a sei mani. Io ho scritto una nota, Kjehl l’altra e Kathy le parole.

The Biz

SJ: C’è ancora un aspetto di cui vorrei parlare. Lo stato del music business. E’ molto più diy ora. E voi lo siete da sempre, quindi magari è un vantaggio per voi.
John: Ci sono meno soldi di una volta. Noi siamo stati fedeli all’etica diy e siamo proprietari dei nostri master, dei nostri brani e dei diritti. Ma farsi dare i soldi che ti spettano è sempre difficile. Mentre aiuta molto avere qualcuno che riscuote per te, un’agenzia. Ma noi non abbiamo il peso per permettercelo. Comunque almeno è tutto nostro: siamo proprietari della nostra musica e possiamo farne ciò che vogliamo. Ma economicamente non c’è da stare allegri. specialmente con tutta la pirateria e i download pirata.
Kevin: C’è un’etichetta di Seattle… daranno il materiale in download gratuito e si butteranno sulla vendita di t-shirt.

SJ: Credeteci, io ho vissuto della mia musica per 10 anni. Tenevo al minimo le spese, ero sempre in tour, ero proprietaria dei miei pezzi e vendevo le magliette. Ma adesso…
John: E’ rimasto poco.

SJ: Già. Non vedo come ci si possa campare ora. E il brutto è che tutti la vedono così. Tutte le nostre menti più creative – musicisti, compositori, scrittori, giornalisti, attori, registi – hanno visto le loro carriere distrutte, e nessuno di noi riesce a trovare il modo per salvare la propria vita e quella dei propri cari. La domanda che faccio a tutti è: avete qualche idea?
Rob: La musica è quella messa peggio, rispetto a tutti i campi che hai menzionato. io lavoro nell’editoria ed è messa male. Ma è un’area che non ha mai avuto un momento d’oro come invece è successo alla musica. Nell’editoria è sempre stata dura, non è mai stato un business buono. Invece l’industria musicale è collassata. Ha preso il colpo peggiore.
John: Penso che uno debba ignorare quello che sta succedendo e decidere che se vuole essere un musicista non avrà mai successo a livello economico, ma lo deve fare perché è una necessità e gli piace.  Kevin ed io l’abbiamo scoperto coi Radwaste. Era un gruppo con possibilità di andare sotto major; abbiamo fatto riunioni alla Capitol, le cose si stavano muovendo, ma poi è tutto crollato. A quel punto ho capito che non faccio queste cose in un’ottica di successo economico. Le faccio perché mi piacciono e sento il bisogno di esprimermi così. Una volta capito questo, non mi sono mai più guardato indietro. Una volta che decidi che non lo fai per i soldi, sei libero.

Streetwalking Cheetah

Cheetah Chrome, il maestro della chitarra tossico, sconvolto, pelato, cafone e troglodita. Una personcina spigolosa, senza cui il sound di alcune delle formazioni più importanti del punk a stelle e strisce non sarebbe nemmeno nato. E allora è quasi un dovere di cronaca e un tributo ossequioso al rock, questa traduzione di un’intervista apparsa sul numero due della mitica Sonic Iguana (la fanzine di Jeff Dahl della seconda metà anni Novanta). All’epoca Cheetah era quasi una figura dimenticata, fuori dai riflettori e dalle rotte della scena punk peraltro fiorente. Sono state tagliate le ultime domande, troppo legate al momento contingente… quello che resta è il ritratto di un eroe che vive in una confortevole penombra e non sembra neppure scontento delle situazione.

Come è stato crescere a Cleveland?
Non c’è molto da dire, a parte che faceva schifo. Cleveland è molto piena di sé e arretrata.

Però è conosciuta come una città rock…
Non saprei dirti il motivo. Credo che chi viveva altrove potrebbe averla vista così. E tutti i gruppi che ci sono passati a suonare si devono essere divertiti. Ma se tu ci avessi vissuto ogni giorno della tua vita, non la penseresti in questo modo. Può anche essere che ci fosse un sacco di roba interessante in giro e io non me ne sia accorto…

Quando hai cominciato a suonare la chitarra?
Avevo otto anni. Non fu la sera che vidi i Beatles in tv per la prima volta, ma nel giro di sei mesi avevo iniziato. Me ne stavo in casa con i libri degli accordi e i dischi dei Rolling Stones.

Quale è stata la tua prima chitarra?
La prima era un giocattolo di plastica (ride). La prima vera elettrica fu una Sakova, credo fosse della stessa forma del basso di Paul McCartney. A violino, con un battipenna di madreperla. Hai presente? Credo di averla scambiata per della droga.

Ricordi il tuo primo incontro con Stiv (Bators)?
Peter Laughner mi parlava di lui continuamente. La prima volta che l’ho incontrato dal vivo è stata in un negozio di vestiti e lui indossava un paio di pantaloni argentati. Credo fosse il 1974. Non sapevo chi fosse, ma iniziammo a parlare, poi ci salutammo. Nel frattempo suonavo nei Rocket From The Tombs e Laughner continuava a parlarmi di questo tizio, Stiv Bators. Una volta poi lo invitò a un nostro concerto; lui si presentò insieme a Jimmy Zero e quei due ci provarono con le nostre ragazze. Ci incazzammo di brutto; proprio quando stavamo per farli a pezzi Peter intervenne dicendo: “Lui è quello Stiv di cui ti parlavo”. (Ride) Finimmo per scambiarci i numeri di telefono, lui la sera dopo mi chiamò e mi invitò a un concerto di un gruppo di amici suoi, i Blue Ash. Si portò dietro una custodia da chitarra e io gli domandai che chitarra avesse lì dentro; lui disse: “Ah questa ti farà impazzire”… lì dentro aveva un vero e proprio bar! Vodka, granatina, crema al whisky… e iniziò a fare dei cocktail. Questa è stata la prima volta che siamo usciti insieme.

I RFTT hanno registrato molta roba?
Solo due session. Una fu una lunghissima maratona, il giorno del mio compleanno nel 1974 o forse ’75. Ci prendemmo un bel po’ di speed e passammo la notte in piedi. Suonammo tutte le canzoni che conoscevamo. Credo fossimo in uno studio radio, dal vivo. E l’unica altra volta che registrammo fu per un altro show radiofonico, all’Agora. Furono le uniche due volte che ci trovammo davanti a un registratore a bobine.

Cosa pensi dei Rocket From The Crypt che hanno un nome simile al vostro?
Direi che mi devono dei soldi o qualcosa del genere! (Ride) non sono un gruppo rockabilly? Farebbero bene a bere un po’ di caffè o roba così, per stimolare la fantasia. Perché fregare il nome a un gruppo di Cleveland è davvero idiota.

E i Frankenstein?
Erano i Dead boys con un altro nome e un po’ di lustrini. La stessa identica band.

Ti ricordi la prima prova dei Dead Boys?
Beh… non so se c’è qualcuno che è in grado di ricordarla. Sono abbastanza certo che si sia trattato di una faccenda molto alcolica. Una prova con una bottiglia di Jack Daniels e una cassa di birra e qualsiasi altra cosa si trovasse a tiro. Ricordo che ero esaltato perché era la prima volta che suonavo con Jimmy Zero. Nei RFTT lavoravo con Laughner, che era un grande chitarrista, ma non era solido alla ritmica come invece lo era Jimmy. Laughner e io facevamo molti intrecci di suono, mentre con Jimmy era diverso… all’improvviso mi sono trovato ad avere terreno solido su cui muovermi. E’ stato come se prima camminassi sul compensato e finalmente avevo dei mattoni sotto ai piedi.

Avevate un bassista?
No, direi che Jeff Magnum è arrivato almeno due anni dopo. Non ci serviva un bassista. Suonavamo altissimi e mettevamo un casino di toni medi. Non se ne sentiva la mancanza.

Hai sentito quella versione di “Starway to Heaven” suonata dai Dead Boys che circola?
Sì. (Ride) Dovevamo essere davvero annoiati. Pensa che ho un nastro della mia nuova band e c’è la stessa roba dentro. (Ride) Era uno standard per Cleveland. Una volta ero famoso per la mia versione di “Stairway to Heaven”… la facevo subire a chiunque si sedesse con me per un po’.

La leggenda narra che incontraste i Ramones a Cleveland e Stiv li convinse a organizzarvi un concerto al CBGB’s a New York…
Sì, è tutta colpa di Joey Ramone. Joey e Dee Dee. non penso ci avessero mai sentito suonare, ma devono essere rimasti colpiti dalla nostra attitudine. Suonammo al CBGB’s per la prima volta un martedì, davanti a sei persone. Ma erano sei persone importanti. A Cleveland al massimo riuscivamo a farci arrestare, ma non c’era verso di procurarci un concerto. Era tutto in mano ai gruppi di cover. Che è oggettivamente una buona scena per i chitarristi, che possono fare molta esperienza.

E’ interessante, soprattutto se penso a quanti gruppi seminali sono usciti dall’Ohio.
Sì, succedeva perché dovevano combattere la frustrazione. Stiamo parlando di una scena dominata da gente che faceva cover dei Foreigner e “Smoke on the Water”. Ed erano anche pezzi brutti da suonare. Però capitava che ogni tanto ci fossero quelle che chiamavano “Extermination Nights”…

Grande nome…
E in queste serate i RFTT e gli Electric Eels riuscivano a esibirsi. Le organizzavamo anche ad Akron, coi Devo e i Rubber City Rebels in un posto che si chiamava Crypt e serviva solo Thunderbird al bancone. Era di fronte a una fabbrica di gomme, quindi alla fine del concerto uscivi e vedevi quelli del terzo turno che entravano a lavorare; puzzava tantissimo la gomma che veniva modellata per fare i pneumatici.

Come è stato registrare il primo disco dei Dead Boys?
Mi ricordo che in studio c’erano degli Hells Angels per tutto il tempo. E poi un sacco di Tuinal e altre pasticche.

Chi ha voluto Felix Pappalardi per produrre il secondo disco?
Era scoppiata una grana grossa, nel gruppo. Io e Stiv avevamo mantenuto questa specie di dittatura benevola finché Hilly non cominciò a farci da manager. Da quel momento diventammo tutti pari. Grosso errore. Johnny Blitz ad esempio non riusciva a gestire i propri soldi. Jimmy Zero aveva sempre un sacco di idee, ma era roba troppo grossa e irrealizzabile; era un sognatore e pensava sempre in grande, si credeva anche molto più fico di quanto non fosse. Quindi furono fatti un casino di errori e uno fu Felix. Anche la Sire lo voleva. Io avrei voluto ancora Genya Ravan anche per il secondo album.

Ho sentito che si era parlato anche di Lou Reed…
Sì lui era interessato. Voleva portarci in Germania a registrare, ma Jimmy Zero aveva paura di parlargli! Probabilmente sarebbe stato un buon disco, ma Lou ci avrebbe ammazzato, o si sarebbe ammazzato (ride). Felix comunque fece schifo, non posso dire niente di buono su di lui.

E’ vero che sparava con la pistola in studio?
E’ successo per “Son of Sam”; ci serviva il rumore di alcuni spari per l’intro. Usò una calibro 38 e alla fine mixò gli spari con il suono di una guida telefonica e delle bacchette da batteria che cadevano a terra. Perché gli spari non suonavano come dei veri spari. Ottimo: è il produttore dei Dead Boys e non è capace di far suonare uno sparo come uno sparo… è così che butti i tuoi soldi quando sei in studio con un produttore che si sniffa dio solo sa quanta cocaina.

E lo scioglimento dei Dead Boys?
Droga ed ego. Mi capisci? Solo droga ed ego… e immaturità.

Poi andasti a suonare con Sid Vicious…
Sì, ma è una cosa di cui tutti parlano gonfiandola esageratamente. Non abbiamo nemmeno mai fatto un concerto. Sid si addormentava con la faccia nel piatto, a cena, e finiva che saltavamo le prove.

La prima volta che ti ho visto a New York suonavi con Wayne kramer al Max’s.
Fu divertente. Wayne era un ottimo compagno di jam session. All’epoca ero davvero una puttana. Suonavo con chiunque. Con Sid accadde che avevo un concerto una sera e lui mi disse “Facciamolo insieme”. Però devo dire che suonare con Wayne e con Johnny Thunders era tutta un’altra faccenda. Comunque all’epoca tutti suonavano con chiunque. Credo che giri un nastro di me che suono “Chain of Fools” con Chris Spedding…

Puoi dirci i gruppi in cui sei stato dopo i Dead Boys?
The Skels, The Ghetto Dogs, The Casualties… per un po’ ho suonato con Nico. Che esperienza. E’ l’unica persona più tossica di me che io abbia mai incontrato. (Ride) Non mi ha mai pagato perché i soldi li ha usati tutti per farsi!

Dopo i Dead Boys non dovevi fare qualcosa con l’etichetta dei Rolling Stones?
Keith Richards voleva che facessi un singolo. Però in quel periodo stavo lavorando di nuovo con Genya, che aveva un’etichetta che si chiamava Polish. Ero già in studio e avevo già firmato con lei; sarei stato davvero un infame se le avessi voltato le spalle dicendo che Keith Richards mi aveva fatto un’offerta.

Questa è lealtà.
Sì, ma avrei dovuto prendere al volo l’occasione! (Ride) E’ finita che l’etichetta è fallita e il disco non è mai uscito. Non so nemmeno dove siano i nastri. Forse sono marciti. Ma alla fine erano solo un sacco di basso e batteria mal registrati, più sovraincisioni fatte sotto cocaina.

Tu eri amico di GG Allin…
Mi ricordo di lui quando sembrava un hippie e si vestiva solo di jeans. Era un bravo ragazzo. Non so cosa gli sia capitato. Può essere che abbia visto il film sbagliato o qualcosa del genere. Era un tizio molto normale. Uno che avrei potuto presentare a mia mamma.

Ha suonato la batteria con te dal vivo…
Sì! Il mio batterista se ne era tornato a New York e GG apriva per noi, così ha fatto il soundcheck con noi e gli abbiamo insegnato i pezzi.

Sei una leggenda vivente adesso. Tutti citano i Dead Boys come influenza…
E meno male! E’ l’unico motivo per cui ho fatto tutto quanto… (ride)

Per la gloria?
Sì e poi ho sentito che con questa roba ti danno la birra gratis. (Ride) E’ bello avere influenzato altre band ma… non ti aiuta a pagare le bollette. E non ti aiuta a uscire di galera. Come diceva un vecchio proverbio: “Con quella roba e un dollaro e sessanta puoi avere un biglietto per la metropolitana”.

Ti va di parlare della morte di Stiv?
E’ stato terribile. E da lì è iniziato uno dei peggiori periodi della mia vita. Nessuno si aspettava che lui morisse. Lo chiamavamo la donnola del Diavolo, perché era così furbo che si toglieva da ogni situazione senza sforzo. E’ ingiusto. Poi in quel momento le cose stavano girando bene per lui… anche se ho l’impressione che siano quelli i momenti in cui si muore. Avevamo parlato al telefono, volevamo fare un gruppo con Tony James dei Sigue Sigue Sputnik, uno dei Godfathers e un tizio dei Doctor & The Medics. Io ero anche pulito all’epoca…

Parigi può essere un posto pericoloso…
In realtà lui si annoiava. Come me a Nashville. Un posto noioso, ma tranquillo per viverci.

Ho sentito che ora sei pulito.
Molto. Il tempo passa, le cose cambiano. Ho provato un ciclo di disintossicazione. Però ho mollato e mi sono ripulito da solo. Pesavo meno di 50 chili!

School of rock journalism

[Da Creem, marzo 1976. Di Peter Laughner]

Lou Reed – Coney Island Baby (RCA, 1975)

La mia copia promozionale di questo disco mi ha fatto diventare talmente malinconico e depresso che mi sono ubriacato per tre giorni di fila. Non sono andato al lavoro. Ho avuto un litigio orribile e sono venuto alle mani con mia moglie, tutto per uno stupido flacone di Valium da 10 mg (mi ha lanciato addosso un posacenere, un mattone e un candelabro alto un metro, ma io sono riuscito a metterla a terra, mi sono seduto sul suo petto e le ho sbattuto la testa sul pavimento di legno). Ho chiamato il direttore di questa rivista – a mie spese – e non ho fatto altro che vomitare catarro in uno stato di stupore alcolico per tre ore, nutrendo segretamente la speranza che almeno lui potesse darmi un appiglio per capire perché mai questo disco avrebbe dovuto piacermi. Poi ho telefonato a mia cognata: “Dai vieni a trovarmi e fammi un pompino mentre sono svenuto”. Ho scroccato da bere a chiunque mi si avvicinasse o mi facesse entrare in casa propria. E ho finito in gloria svenendo, dopo aver vomitato ed essermi pisciato addosso, mentre provavo con la mia band. Il cantante mi ha risvegliato a calci. Poi mi ha riportato a casa il mio migliore amico, che mi sopporta da tanto tempo: la sua donna mi ha obbligato a mangiare qualcosa. Lei, in fondo al suo cuore, riusciva ancora a trovare la voglia di sorridere di fronte al mio incorreggibile comportamento… e le ho lasciato tutti i miei beni materiali, appena prima di infilarmi in bocca sei Valium (e tre pasticche di vitamina B: probabilmente ero certo che mi sarei risvegliato, oppure pensavo che così con l’autopsia avrebbero comunque dichiarato che il mio fegato era a posto). Beh, dopo aver dormito per 16 ore, mi sono svegliato e indovina cosa avevo in testa , insieme a immagini di metropoli in fiamme e onde oceaniche piene di schiuma, che esplodevano in vortici di acqua salata…

“Watch out for Charlie’s girl…
She’ll turn ya in…
doncha know…
Ya gotta watch out for Charlie’s girl…”

Che dovrebbe essere il singolo di Coney Island Baby e potrebbe diventare un grande hit se lo promuovono bene, visto che non è meno commerciale di “Saturday Night“… devono solo trovare quattro ragazzini carini da piazzare al posto di Lou Reed.

Quando ero più giovane i Velvet Underground per me erano ciò che gli Stones, Dylan, etc. erano per migliaia di altri teenager mutanti del Midwest. Sono stato esonerato dal corso di letteratura del liceo altoborghese dove andavo, semplicemente per aver mostrato una lista di titoli di libri che avevo sfogliato mentre mi sparavo ossessivamente White Light/White Heat nelle cuffie dello stereo che c’era nella stanza dei miei. Tutti i miei compiti in classe erano dei rigurgiti maniacali  sui parallelismi tra i testi di Lou Reed e qualsiasi argomento ci fosse chiesto di trattare. Ho comparato “Sweet Jane” ad Alexander Pope, “Some Kinda Love” per me era a livello di “Hollow Men” di T.S. Eliot… in più suonavo in una band e facevamo tutte queste canzoni, intossicati grazie al nostro bassista che faceva le consegne per una farmacia e si era fregato un’intera boccia da 5 litri piena di pasticche varie. In questa maniera ho intelligentemente evitato ogni tipo di responsabilità intellettuale o creativa a cavallo della fine del decennio (avevo letto tutto quello che ero riuscito a trovare nelle biblioteche locali di Delmore Schwartz, a causa di un riferimento implicito nel primo disco dei Velvet). Perché diciamolo: alla fine una persona che ha una chitarra elettrica e sa citare perle oscure tipo “Ho visto la mia testa che rideva e rotolava sul pavimento” non ha nessun bisogno di talento… c’era la direttrice del giornalino scolastico di poesia, una tizia magrissima e asmatica; e poi la professoressa d’inglese, che aveva un matrimonio infelice e mi scarrozzava a casa e dove volevo con la sua Corvette… e anche altre (c’era una ragazza che iniziò ad avere i crampi mestruali che andavano esattamente a tempo con la batteria di “Sister Ray”). A chi serviva il college e una carriera? Lou Reed era il mio Woody Guthrie, e con una quantità sufficiente di anfetamina io potevo essere il nuovo Lou Reed!

Me ne sono andato da casa. Ho vagato lungo la costa sbagliata (riuscite a immaginarvi come poteva essere tentare di convincere la gente di Berkeley, California, ad ascoltare Loaded nel 1971?). Quando è uscito il primo disco solista di Lou, ho guidato per centinaia di miglia per farlo ascoltare ai miei ex amici che erano reclusi in un piccolo ed esclusivissimo college del Midwest e sentivano solo i Dead e Miles Davis. Tutti i miei ex compagni di scuola delle superiori erano impegnati a costruirsi carriere brillanti, come psichiatri, botanici, avvocati; oppure facevano i commerciali per la IBM e si alcolizzavano (eccetto il nostro batterista  che era diventato un tossico, poi ha avuto un attacco di cuore e ora sente solo Santana). Tutte le ragazze che mi scopavo in cambio di droghe o di qualche canzone ormai avevano sposato dei tizi che erano esattamente come i loro fratelli e si erano trasferite in Florida o a Chicago, lasciando le loro copie di Blonde on Blonde e White Light in qualche armadio, insieme ai taccuini pieni di poesie scritte sotto anfetamina che io ho composto per loro. Quando Metal Machine Music era uscito, ormai avevo perso tutti i miei contatti. L’unica cosa che mi ha salvato, durante quell’estate del 1975, è stato vedere i Television per tre sere di fila e vedere Professione: reporter.

Quindi tutte quelle persone probabilmente non si accorgeranno mai di Coney Island Baby, e se mai lo faranno non cambierà nulla in ciò che è rimasto dei loro neuroni. Il maledetto disco inizia esattamente come uno degli Eagles! E a parte “Charlie’s Girl”, che ha pietà di noi ed è corta e concisa,  è tutta una lunga caduta. “My Best Friend” è una outtake dei Velvet di sei anni fa, che era divertente suonata veloce e con Doug Yule che cantava. Qui è lenta come “Lisa Says”, ma senza il suo quoziente di erotismo. Puoi metterti lì a romperti la testa per decifrare i suoni aggiunti in “Kicks”, ma non ci capirai molto (carino, c’è il suono di uno che sniffa coca e poi mi pare una fiala di popper che viene aperta, quella nella cassa di sinistra). Di sicuro puoi utilizzare meglio le tue cuffie per sperimentare le sovraincisioni fantasmagoriche di Patti Smith in Horses.

Il lato B inizia con la cosa PEGGIORE che Reed ha mai fatto, una scopiazzatura di se stesso zoppa e strascicata  in cui farnetica di essere “un dono per le donne di questo mondo” (e in effetti l’intero album mi ricorda l’immondizia che mettono nei jukebox di quei bar dove rimorchi le hostess, dove una birra costa due dollari, sulla 1st Avenue proprio sotto la Settantesima). In “Ooohhh Baby” c’è l’unico verso buono del disco: “tuo papà era il miglior scassinatore sulla piazza”, ma poi è una scopiazzatura inutile da Ric Von Schmidt.

E poi arriva “Coney Island Baby.” E’ semplice, patetica e stupida autocommiserazione: “Non ci crederesti, ma io volevo giocare a football per il coach”… certo, Lou, anche io lo volevo, quando pensavo fosse molto figo essere gay, alle superiori. Poi arriva un crescendo graduale, Danny Weiss butta lì un po’ di riff alla George Benson, per arrivare a una botta ANCORA PEGGIORE di autocommiserazione su quanto sia duro vivere in città e su come la gloria dell’amore ti illuminerà. Chissà. Va avanti per sei minuti.

Adesso me ne sto qui, sobrio e forse anche lucido, in uno di quei giorni d’inverno che ti fanno capire che Capodanno è lì dietro l’angolo e tu non hai fatto molta strada dall’ultimo, ma anche che se vuoi combinare qualcosa al mondo ti conviene rimboccarti le maniche e FARE DA TE. Eppure ho la sfrontatezza di dire al mio vecchio eroe, “Hey Lou, se davvero credi in quello che hai scritto nell’ultimo verso di ‘Coney Island Baby’ – ‘Sai, mollerei tutto per te’ – allora potrebbe essere il momento di farlo”.

Stiv says…

Il 2 giugno 1990 Stiv Bators (all’anagrafe Steven John Bator), moriva nel sonno per i traumi causati da un taxi che l’aveva investito alcune ore prima, a Parigi. Per ricordare più o meno degnamente il leggendario cantante di Frankenstein, Dead Boys, Wanderers e Lords of the New Church, questa intervista del 24 settembre 1977 al The Demi Monde Show, su WTBS Radio, sembra cascare a fagiolo.
Stiv è young, loud & snotty, il primo album dei Dead Boys è appena uscito e il mondo potrebbe cascare ai loro piedi. Insieme a lui, a fare da spalla con tendenze diplomatiche, Jimmy Zero. Godetevi questa traduzione riesumata dalle catacombe.

Oedi: Questa era “All This And More” dei Dead Boys. Stiv, è il tuo inno?
SB: No.

Oedi: Chi l’ha scritta?
SB: Jimmy ha scritto la musica, il testo e gli arrangiamenti.

Oedi: Jimmy è il compositore principale?
JZ: No. Siamo molto democratici. Cheetah ed io scriviamo la musica, per conto nostro… e Stiv in pratica è diventato il paroliere del gruppo. Si occupa, almeno in questo momento, di quasi tutti i testi.
SB: Sì, perché mi servono i soldi.
JZ: Lui punta alle royalties.

Oedi: Adesso il disco è uscito per Warner, Stiv, e mi dicevi che è stato modificato secondo le vostre richieste perché l’ultima volta che l’avevate ascoltato non vi piaceva il mixaggio.
SB: Sì, come ti dicevo, era troppo pulito, troppo prodotto. Così non sembravamo noi. Lo volevamo più simile a come siamo live.
JZ: E non era abbastanza alto di volume.
SB: Non somigliava a come siamo dal vivo e noi invece volevamo questo.
JZ: Era una registrazione truffaldina.
SB: Non solo hanno alzato il volume di diverse cose, ma ne hanno eliminate anche tante che avrebbero dovuto esserci. Era la nostra prima incisione, quindi non sapevamo esattamente cosa facevamo, così abbiamo sperimentato sul campo cosa significa fare un disco. Dopo avere lavorato sui nastri per sei mesi ho capito cosa non andava e cosa invece funzionava. Adesso penso che sia un disco onesto… e sono felice di come è venuto. A un certo punto ci eravamo messi in testa che Genya ci stesse facendo un cattivo servizio, che fosse tutta colpa sua. Ma la responsabilità era di altri. E alla fine siamo riusciti a modificare il tutto… abbiamo ottenuto quasi tutto ciò che volevamo, ma non l’abbiamo lasciata fare il mixaggio.

Oedi: Adesso che il disco è uscito per Warner partirete per un tour?
SB: Sì, da qui andremo ancora al CBGB’s e poi in Delaware, a Toronto e a Nord: Chicago, Detroit…
JZ: E poi nella costa Ovest.
SB: Seattle e poi giù sulla costa e da San Francisco voleremo a Londra.

Oedi: Davvero? Quando sarete là?
SB: Partiamo il 9 novembre. Saremo in tour coi Damned.
JZ: Abbiamo 20 date con loro.

Oedi: Grande! Ma dove sono Jimmy e Cheetah?
SB: Jimmy è qui vicino a te.

Oedi: Volevo dire Johnny!!! Li avete lasciati al New England Music City a firmare autografi?
SB: No, sono andati in albergo.
JZ: Cheetah si sta facendo la punta alle scarpe e Johnny si sta facendo i canini a punta.

Oedi: Jimmy, un vostro collega su Warner è Richard Hell. Non sappiamo molto di lui, tranne che è lì e una volta suonava con Heartbreakers.
JZ: Richard, lo dovresti sapere, ha un grande seguito a New York. Se lo vedi suonare capisci che è dovuto al fatto che ha un sound molto nuovo e originale. Non so come la gente reagirà, ma a me piace e lo trovo interessante. Diverso, speciale, del tutto personale. Non somiglia a nessuno che io abbia mai sentito.

Oedi: E allora sentiamolo.

[Richard Hell and The Voidoids – “Down at The Rock’Roll Club”]

SB: Sì, andiamo tutti al rock and roll club, al Rat. E’ dove vi vogliamo tutti stasera, perché da quando siamo qui non abbiamo ancora scopato! Ci serve qualcuno per farlo. Ah, la prossima canzone che sentiamo è stata un grande successo a Cleveland. Quante volte è stata al numero uno in un anno?
JZ: Non lo so, avevo tipo tre anni all’epoca, non era nel ’66, più o meno?
SB: Sì, ma è stata al top per tre volte o giù di lì in un solo anno. E’ un vecchio singolo garage punk. Questa è roba che ha influenzato i Dead Boys. E poi a New York nessuno ha mai sentito questo pezzo che si chiama “Little Black Egg” dei The Nightcrawlers. E’ dedicata alla mamma di Bobby dei Thundertrain, lei ora è morta.

[The Nightcrawlers – “Little Black Egg”, Dead Boys – “Hey Little Girl”]

Oedi: Eccoci su WTBS, di Cambridge, all’Oedipus Demi Monde Show oggi ci sono i Dead Boys.
SB: Facciamo un concorso.
JZ: Grande!!! [sarcastico]
SB: In palio ci sono cinque copie di “Young Loud and Snotty”. Dovete solo chiamare e ansimare nella maniera più erotica che potete nel telefono. Chi l ofa meglio, si becca un disco.

[The Cortinas – “Fascist Dictator”, The Boize – “So Depressing”, The Buzzcocks – “Boredom”]

Oedi: Ok, ecco un concorrente…
SB: O, allora forza con l’ansimare…
Concorrente – [ansima]
SB: Ma per piacere, non ci viene neppure duro!
Concorrente: Cosa ne dici se vengo lì e vi faccio un pompino?
SB: Ok, potrebbe andare.

[La conversazione è tagliata e parte Dead Boys – “Ain’t Nothin’ To Do”]

Oedi: Credo che ci sia un altro concorrente in linea…
SB: Pronto?
Concorrente: Ciao…
SB: Vuoi ansimare? Sei in onda.
Concorrente – Devi ispirarmi.
SB: Magari se tu fossi qui…
Concorrente – Devi darmi un po’ d’ispirazione…
SB: Su dai, ansima, non ti servono i preliminari…

[Talking Heads – “Burning Down The House”, Nervous Eaters – “Loretta”, Dead Boys – “I Need Lunch”]

Oedi: Allora abbiamo i vincitori. C’è un sacco di gente che ansima là fuori. Hanno vinto un disco Trisha Brown, Dave Brown, Rita Daniels Alias Moose Cholah, Joanne Green e Nadine San Antonio. Loro sono i cinque vincitori. Adesso, Jimmy, cosa mi dici della Sire che è diventata della Warner?
JZ- Credo sia una buona cosa; per cominciare mi ridà fiducia nel record business, che stava evaporando. Quando abbiamo firmato per Sire ero felicissimo che un’etichetta credesse in una band come noi; poi quando Warner ha acquisito Sire, investendo su gente come Richard Hell, Ramones, noi, Talking Heads, ero contento di vedere che la New Wave poteva diventare una realtà e non restare qualcosa che restava confinata in un bar o un club, coi gruppi che suonano per 15, 20 persone. Warner sta facendo le cose per bene. Siamo stati trattati davvero bene. Non c’è nessun trip da rockstar di mezzo o quelle robe che non ci piacciono. E tutto è andato proprio bene.

Oedi: Però voi suonate ancora nei bar.
JZ: E spero che continueremo a farlo! Anche se non pagano molto, è il posto dove vieni a contatto con le persone. Noi preferiamo avere un rapporto stretto con il pubblico, piuttosto che quella roba alla Peter Frampton, che hai 20.000 persone davanti a te in uno stadio e il più vicino a te è a 50 metri. Non ci piacciono queste cose.

Oedi: Quindi sia Sire che Warner vi hanno opzionato per più di un album e vi supporteranno economicamente?
JZ: Oh sì! Si sono impegnate totalmente. Credono in noi e io ho imparato a credere in loro. Penso che abbiano fatto davvero un gesto coraggioso pubblicando un album come il nostro, perché va contro quella che immagino sia l’onda commerciale. Come ho già detto, questo ha ristabilito la mia fiducia nell’industria musicale; c’è un’etichetta che farà uscire quello che considero una vera novità, piuttosto differente dall’immondizia prevedibile e precotta che gli americani – e la gente in tutto il mondo – deve subire. Così nuovi gruppi con nuovi atteggiamenti e idee, che fanno musica onesta, potranno emergere e fare qualcosa. Per me è grandioso!

Oedi: La penso come te. Passando ad altro, sul piatto abbiamo in attesa “Thirty Seconds Over Tokyo”. Vediamo… Peter Laughner, un membro dei Pere Ubu, è morto recentemente. voi lo conoscevate. Stiv?
SB: Sì, grazie a lui ho incontrato Cheetah. Cheetah suonava con lui in una band, i Rocket from The Tomb. Jimmy ed io suonavamo assieme e avevamo iniziato a frequentare Laughner. Laughner voleva che io cantassi, così mi unii al gruppo perché Jimmy ed io volevamo fare una band insieme a Cheetah. Così sono entrato nel gruppo e ho rubato Cheetah.

Oedi: Ma Cheetah c’entra qualcosa con questa canzone?
SB: “30 Seconds”? Sì, ha scritto la musica.
JZ: Magari sul disco non c’è scritto, non ho visto. Comunque quando Cheetah l’ha scritta e il gruppo l’ha suonata le prime volte, era molto diversa dalla versione che state per ascoltare. Non voglio parlare male di questa, ma era una canzone molto più potente, più vicina al sound dei Dead Boys di quanto non sia ora. E di Peter, cosa posso dire… è morto. Non gli dispiacerebbe se ci scherzassi su, e comunque si sarebbe ammazzato, era la situazione perfetta.
SB: Su Punk magazine hanno fatto un concorso tipo “Chi è il più punk?” e lui ha vinto il secondo posto. Ha scritto: “Punk è sapere che morirai ma non te ne importa”. E questa roba è stata pubblicata, direi, un anno fa.
JZ: E’ stato piuttosto attivo in una scena che probabilmente chi vive a Boston non conosce e magari nemmeno è interessato a farlo, ma comunque era la scena del Midwest. scriveva per Cream e direi che è stato uno dei pionieri della  new wave nel Midwest, come chitarrista e compositore. Ha fatto anche diverse cose con Lester Bangs.

Oedi: Purtroppo i Pere Ubu non sono mai venuti a Boston. Dovevano farlo, ma è saltato tutto.
SB: Probabile che non siano riusciti a trovare un modo per portare qui Crocus.

Oedi: Mi sembra di capire che è un tizio molto grosso.
SB: Oh sì, tanto.

Oedi: Dedichiamo questa al Dead Boy originale…
JZ: Alla balena spiaggiata originale!

[Pere Ubu – “Thirty Seconds Over Tokyo”]

SB: Erano i Pere Ubu. Di Cleveland. Sono noiosi.

Oedi: Veramente è una canzone piuttosto profonda.
SB: (sarcastico) Molto concettuale!
JZ: Sì, molto… artistica… artistoide scorreggiona.
SB- Sì, è roba su cui Kid Leo farebbe gorgheggi… no a parte gli scherzi…

Oedi: Sarete al Rat stasera?
SB: Lo spero… e anche domani. Venite tutti, ma solo se ne avete voglia: nessuno vi obbliga. E sarebbe bello che compraste un po’ di t-shirt mentre siete lì, perché dobbiamo mangiare… comunque saremo lì e saremo giovani, casinisti e maleducati per voi di Boston, stasera. E bevete di brutto, così potremo comprarci i biglietti per tornare a casa. E la prossima è per Cheetah che si sta scopando Geeta proprio ora. E per Jeff e Johnny che si stanno masturbando.

[Dead Boys – “What Love Is”]

Cheetah talks Laughner

Nel sito – purtroppo un po’ trascurato, ma sempre interessante – Clepunk, alla voce dedicata ai Rocket From The Tombs un tale Cheese Borger riporta un’intervista (o uno spezzone, non è dato saperlo) a Cheetah Chrome, che parla specificamente solo di Peter Laughner. Eccovela, tradotta al volo in 10 minuti di lucidità.

Come vi siete incontrati voi due?
Ho conosciuto Peter grazie a un annuncio nel Plain Dealer di qualcuno che cercava, mi pare, un chitarrista e un batterista. Mi ricordo che il testo citava specificamente gli Stooges, così chiamai il numero e ci mettemmo d’accordo per vederci in un baretto sulla West 6th Street, che era vicino al mio “famoso” loft (e faceva un chili eccellente). Comunque tutti i nastri dei Rocket From The Tombs e quell’ep dei Frankenstein, Eve of the Dead Boys, sono stati tutti registrati nella stessa stanza di quel loft. Ad ogni modo, ci piacemmo così decidemmo di suonare assieme.

Ricordi la prima volta che avete suonato?
Mi pare che io, Johnny Blitz, suo cugino e una cassa di Rolling Rock ci siamo presentati per una prova una sera. Probabilmente c’erano anche Tony Maimone e Tim Wright, e magari anche la moglie di Peter, Charlotte.

Avete scritto voi due assieme “Aint It Fun”, giusto?
Sì, certo.

Chi ha scritto le parole e chi il riff?
Avevo già scritto la musica prima che ci incontrassimo ed è uno dei pezzi che ho portato la sera che ci siamo visti per suonare (avevo anche “What Love Is”, “Transfusion”, “Never Gonna Kill Myself Again”, “Down in Flames”, lo scheletro di “Amphetamine” e senza dubbio “Sonic Reducer”). Peter se ne uscì con quel testo fantastico, ma non saprei se ce l’aveva già pronot o meno.

Cosa pensi della versione dei Guns n’ Roses?
E’ un po’ troppo patinata per i miei gusti, ma loro possono fare cover dei miei brani quando lo desiderano. Slash e Duff sono dei veri gentlemen.

Qual è il tuo ricordo più bello di Peter?
Era un bel po’ che non ci vedevamo; appena dopo quel famoso incidente in cui Patti Smith lo cacciò dal palco, ero al CBGB’s ed era tardissimo. Mi stavo facendo una canna con Cosmo e Charlie, il tecnico delle luci e il fonico del locale. A un certo punto sentiamo bussare fortissimo alla porta, apriamo ed era Pete. Siamo finiti a casa mia a bere, sentire dischi, farci pere e tutte quelle altre cose divertenti e incasinate, proprio come ai vecchi tempi dei Rockets. Il giorno dopo è tornato a Cleveland. L’ho rivisto poco più di un mese dopo, alla sua veglia funebre. Prima di andarmene mi sono tolto un orecchino a forma di chitarra e gliel’ho messo in mano. Spero sia ancora lì.

La storia più divertente che ti ricordi su Peter?
Quella volta che Charlotte si levò una zeppa e gliela tirò in faccia, perché aveva leccato della birra dalle tette di una groupie, e gli ruppe il naso. Per tutto il giorno seguente vomitò sangue.

Un bluesman mannaro americano a Londra

Jeffrey Lee Pierce – Hardtimes Killin’ Floor Blues (Choses Vue, 2007, di Henri Jean Debon)

La semplicità di una certa conoscenza, di alcuni concetti dati per scontati, troppo spesso viene scambiata per banalità. Sembrano sciocchezze ai limiti della superstizione, stupidaggini di poco conto, pure cazzate da TG4 – periodo ferragostano, magari. E invece in alcuni casi è tutto vero. Troppo. Ad esempio quando ti dicono che vedere da vicino i tuoi idoli non è quasi mai – o mai – un’esperienza edificante; anzi è meglio evitare.
Ecco, avrete già capito l’antifona. Il sottoscritto è stato letteralmente ossessionato da Jeffrey Lee Pierce e dalla sua musica per circa 20 anni – e lo è ancora. Ma visionare questo documentario uscito nel 2007 è stato un duro colpo. Durissimo. E’ per questo che mi risolvo a parlarne solo dopo qualche anno, dopo avere razionalizzato, metabolizzato e – paradossalmente – imparato ad accettare anche il lato più oscuro ed esecrabile del personaggio.

Ebbene, Hardtimes Killin’ Floor Blues (del francese Henri-Jean Debon, già autore di diversi cortometraggi e videoclip) nasce da una dinamica molto simile a quella descritta in apertura. E’ il 1992** e Debon ha il culto di Pierce; coglie l’occasione, visto che abita a Londra non lontano da Jeffrey, per filmarlo. Vuole raccogliere materiale per un documentario che renda giustizia al suo eroe. Così per qualche tempo – con il consenso di Pierce – lo segue al pub, lo intervista a casa e gira qualche ora di materiale. Peccato che non ha fatto i conti con un dettaglio non da poco… ovvero che Jeffrey è veramente arrivato a toccare il fondo.
E’ un musicista senza un’etichetta discografica e senza un soldo; ha perso la sua compagna (nonché bassista dei Gun Club) che si è messa con il batterista; per diretta conseguenza la band è evaporata e lui si è reinventato solista. Ma non basta. Jeffrey è solo, spaesato, imbolsito, alcolizzato, intriso di dolore e di un’evidente incapacità di affrontarlo. O, forse, di affrontare la vita. Nick Cave in persona, che arriva in visita all’appartamento in 34 Elsham Road, si lascia sfuggire una frase emblematica: “Jeffrey, devi riprendere in mano la tua vita e sistemare le cose. Qui è un cazzo di porcile”.

Il Pierce che la macchina da presa di Debon cattura è, insomma, ben lontano dall’icona del bluesman punk, figlio della Los Angeles in fermento degli anni Settanta e sempre alla ricerca di un crocevia per incontrare il diavolo – o un suo convincente surrogato. Fa quasi tenerezza, a tratti, mostrando quel lato infantile che chi lo conosceva bene spesso ha descritto, ma che dalla sua musica non traspirava neanche in maniera casuale; ha l’aria – col senno di poi – di una persona che è arrivata. E non all’apice della propria carriera, ma – al contrario – al capolinea. Tutto è stato detto, tutto è stato fatto, restano solo i cocci. Come scrive il mio amico Gianni, “ognuno deve fare i conti con cosa rimane di sé”: già. Jeffrey, probabilmente, li stava iniziando a fare e non penso gli stesse piacendo troppo quello che vedeva. Una caricatura del bluesman che da sempre ha cercato, con tutte le sue forze, di diventare.

E’ tutto distillato in 60 minuti netti (più una manciata di bonus), che si srotolano in due location principali: l’appartamento incasinato in cui Jeffrey suona (peraltro è diventato un ottimo chitarrista blues) e tiene banco; e il pub  The Kensington (all’11 B di Russel Gardens) dove passa lunghe ore in compagnia di personaggi improbabili e improponibili, nati da una copula ubriaca tra Dickens e Mr Bean.

Alla fine della visione – fidatevi – proverete una mortifera sensazione di gelo. Per qualche giorno avrete il sospetto di aver sbagliato a venerare Jeffrey così come avete fatto, perché l’icona, in questa oretta di dvd, diviene più umana e ordinaria del vostro ex vicino di casa che si è giocato l’appartamento al videopoker (ed è la stessa sensazione che ha frenato Debon, per quasi 15 anni, impedendogli di pubblicare questo materiale).
Poi passa, ve lo garantisco. Perché dopo la botta si riesce a mettere in prospettiva, fare un bilancio: e qui pesa la grande musica che Jeffrey ci ha lasciato. Alla fine si chiude in positivo; un positivo leggermente più risicato rispetto a prima, ma anche più vero e pulsante. Pierce non era un santo, non era un dio, non era infallibile. Era un ragazzo con un casino di problemi e uno schizzo di genio blues a tenerlo insieme.

(**): Non è chiaro il periodo in cui le riprese sono state fatte. Il regista stesso fa una gran confusione, visto che in occasioni diverse cita anni diversi. Per cui la copertina del dvd parla di 1992, Debon a volte cita il 1992 e altre il 1994. Verosimilmente collocherei il tutto più verso il 1994, visto che Romi Mori ha già abbandonato Jeffrey – evento che si è verificato tra il 1993 e il 1994.

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