Benvenuti nel 1985…

Ebbene come qualcuno avrà letto su Facebook, la vecchia versione di Black Milk è morta. Sepolta. Sparita in un pomeriggio del cazzo e senza preavviso, grazie a un virus che ha scatenato la mannaia censoria del servizio di hosting che ha semplicemente brasato tutto.

Questo significa che ho recuperato un back up che risale ai primi di marzo e mancano diversi articoli pubblicati lungo tutto il mese (UPDATE: grazie alla cache di Google credo di aver recuperato tutti i testi; se qualcuno di voi nota mancanze e si fosse salvato la roba sparita, mandi tutto e io provvederò a ri-postare).
Al momento quello che c’è online è quanto ho potuto recuperare… e sì, le foto sono tutte andate perdute. Per cui ora la scelta è quasi obbligata: siccome non mi è materialmente possibile inserirle tutte manualmente, una a una (ci sono anni di articoli in archivio), i pezzi rimarranno senza illustrazioni. E’ una merda, lo so, ma del resto non mi è possibile fare diversamente per cui… marciare, una scrollata di spalle e via andare.
Il loo0k ora è – diciamo così – spartano, in pratica come un bullettin board del 1985 di quelli che si consultavano con il Commodore 64 e il modem a carbone. Lo so perfettamente e se non avrete più voglia di leggere Black Milk anche per questo, posso anche capire le vostre motivazioni. Certo c’è da dire che non sono tre foto in croce a dare la sostanza alla musica e al rock’n’roll… ma tant’è.

Da domani si ricomincia. I gatti rognosi fanno schifo a tutti, ma a noi piacciono. E siamo gatti rognosi anche noi.

Se vi va, diffondete il nuovo indirizzo della webzine ai vostri contatti e aggiornate i vostri bookmark.

a.

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Seth Putnam r.i.p.

Sabato 11 giugno è morto, improvvisamente, Seth Putnam – deus ex machina dei temibilissimi Anal Cunt, gruppo di culto della scena crust/grind/ultracore (altro…)

Portraits of Johnny

Il 23 aprile 1991 Johnny Thunders (all’anagrafe John Anthony Genzale) moriva in circostanze non del tutto chiare in una stanza dell’hotel St. Peter House a New Orleans.  La causa ufficiale del decesso è overdose, ma esistono molti sospetti – più o meno fondati – che le cose siano andate diversamente e potrebbe essersi trattato di omicidio a scopo di rapina.

Quest’anno, dunque, è il ventennale della morte di Thunders. Vent’anni sono un’eternità, soprattutto se si hanno ricordi vividi e ancora caldi di quei momenti – del resto è in occasione di questo tipo di ricorrenze che con più facilità ci si rende conto di quanto il tempo galoppa e di come si invecchia… alla faccia del rock’n’roll.
Nel 1991 non c’era internet e le notizie sui nostri idoli musicali, per chi viveva ai confini dell’impero, viaggiavano su pagine di riviste d’importazione – preferibilmente Flipside e Maximum Rock’n’Roll – e giungevano spesso con settimane o mesi di ritardo. Io ricordo chiaramente il giorno in cui ho saputo della morte di Johnny: era maggio di sicuro, pioveva ma c’era quella classica cappa umida da provincia piemontese. Ero uno studentello universitario con aspirazioni musicali del tutto irrealistiche e mi cibavo di vinili comprati coi soldi raccattati da genitori e nonne (un’immagine piuttosto ributtante, lo so… ma ci siamo passati un po’ tutti, credo); quella mattina, però, presi un numero di Flipside croccante, appena arrivato con un corriere espresso nel negozio che si chiamava Blue Box. In una delle prime pagine, in un trafiletto a destra, trovai un articolo-coccodrillo sulla morte di Thunders. All’epoca non ero decisamente un fan, ma il fattore necrofilia mi spinse a procurarmi, il giorno dopo, una copia su cd in offerta specialissima di Live At The Lyceum degli Heartbreakers. E fu amore a prima vista.

Detto questo – non poteva mancare il pippotto autoreferenziale – per ricordare Johnny useremo le parole di un altro eroe caduto sul campo, il leggendario Nikki Sudden (morto il 26 marzo 2006). Nikki scrisse un lungo articolo su Sonic Iguana n.1 (la fanzine che Jeff Dahl pubblicava a metà anni Novanta), per ricordare l’amico scomparso.

La prima volta

La prima volta che ho incontrato Johnny fu in un club di Birmingham che si chiamava Rebecca’s. Era all’inizio del 1977. Mi ero presentato al soundcheck coi miei due LP dei New York Dolls in mano. Chiesi timidamente a uno dei roadie se poteva mettermi nella lista degli ospiti e lui mi rispose che non c’era problema, ma era meglio se non mi portavo dietro i dischi dei NY Dolls per farli autografare da Johnny o da Jerry Nolan, perché tutti e due non amavano che gli si ricordasse quel periodo. Tornai a casa, lasciai giù i dischi e più tardi andai al concerto. Alla fine mi trovai nel camerino. Johnny passò tutta la notte a provarci con Miss Patti Bell (la moglie del pub rocker di Birmingham Steve Gibbons), che era ancora una bellissima donna. Comunque trovò un istante per rivolgermi la parola per commentare la spilla di Marc Bolan che avevo: “Hey, mi piace questo tizio”. Scambiammo qualche battuta, poi me ne andai lasciando Johnny ai suoi tentativi di conoscere più approfonditamente Miss Patti.

Living Dead & Cheapo Cheapo

[…] Johnny aveva appena registrato So Alone ed era tornato a Londra per un concerto al Lyceum. Io ero in prima fila – come ogni volta che lo vedevo suonare. Qualche giorno dopo mi ricordo che mi trovavo al mercatino di Soho, al banchetto di Rock On Stall; il proprietario mi disse che Johhny il giorno dopo quel concerto era arrivato barcollando, con una scatola di copie di So Alone da vendere. Ma il tizio, avendo capito che i soldi gli sarebbero serviti per farsi, aveva rifiutato di acquistare i vinili. Così a Johnny non era rimasto che trascinarsi più avanti fino a Cheapo Cheapo, in Rupert Street, per vendere i suoi dischi. Più tardi me ne andai proprio da Cheapo Cheapo e mi comprai un po’ di copie di So Alone a prezzo stracciato, per fare dei regali agli amici e a mio fratello. Deve essere stato il Natale del 1978.

Intervista con scambio di vestiti

[…] Credo che fosse la prima volta che intervistavo qualcuno. E a me non vengono mai in mente domande, quando faccio queste cose, così le interviste diventano più delle chiacchierate. Johnny era molto colpito dai miei stivaletti. Erano un paio di Johnson’s Chelsea di cuoio bianco e lui li puntava di continuo. Finimmo per fare quello che poi divenne quasi un rito tra me e Johnny, negli anni a venire: lo scambio di vestiti. Io gli diedi gli stivaletti e una casacca da pigiama nera a strisce rosse; lui in cambio mi lasciò un paio di scarpe di pelle di pony, un paio di scarpe Fiorucci, una camicia bianca completa di macchie di sangue sugli avambracci e una giacca nera di Irving Berlin.

Drug fiend

Il 22 aprile del 1982 suonai per la prima volta con Johnny dal vivo, al The Venue di London Victoria. Peccato che sui poster del concerto mi segnalarono come Nikki McFadden. Johnny arrivò al locale conciato malissimo: lo portarono fuori dal taxi letteralmente a braccia e lo trascinarono sul palco per il soundcheck. Tentò di suonare “Pipeline” e “Subway Train”, ma erano le versioni più sbiellate e insensate che avevo mai sentito: era totalmente fuori rispetto al resto del gruppo. Dopo qualche minuto smisero. Poco dopo, andando verso i camerini, incontrai Johnny che cercava di entrare in un armadio pensando che fosse il cesso. Lo fermai dicendogli che quello non era un posto molto consueto per pisciare, e lo portai verso la porta dei gabinetti. “Grazie Nikki, mi farfugliò”. […] Poco prima che Johnny salisse sul palco, eravamo tutti nei camerini. Mi domandò se avevo della droga e io gli risposi che avevo un po’ di speed. Mi chiese se gliene offrivo un po’: io gli passai il grammo che avevo in tasca e lui se lo sniffò tutto in un colpo solo. Grazie Johnny! Certo, bisogna dire che era davvero incontenibile con le droghe. Però poi, quella sera, fece un grande concerto. Magari il mio speed è stato d’aiuto.

Los Angeles, gennaio 1990

[…] Johnny insisteva per farmi ascoltare un nastro con alcuni pezzi nuovi. Canzoni come “Help The homeless”, “Disappointed In You”, “Children Are People too”, “Critic’s Choice”, “Some Hearts” e “Society Makes Me Sad”. Me le ricordo ancora chiaramente, anche perché Johnny mi fece sentire quella cassetta tantissime volte. Mi spiegò che era a Los Angeles per chiudere un accordo con la Geffen con l’aiuto di alcuni suoi amici che erano nei Guns n’ Roses. Pensai che erano le sue canzoni più belle, così cristalline, perfette.

The end (New York, estate 1990)

[…] L’ultima volta che ho parlato con Johnny gli ho chiesto dove viveva quando era a New York. “Con mia mamma”, mi ha risposto. Abbiamo riso. Dopo qualche minuto se ne stava andando, allontanandosi lungo la strada con la sua borsa di pelle a tracolla. Laurel, la nostra spacciatrice, si è voltata verso di me e ha commentato: “E’ proprio come come un bambino, vero?”. E sapevo esattamente quello che voleva dire.
E’ stata l’ultima volta che ho visto Johnny vivo.

[Per scaricare in pdf l’intero numero uno di Sonic Iguana, clicca QUI]

Goodbye Jeffrey Lee… sono già 15 anni

Eh già: 15 anni fa se ne andava, stroncato da una simpatica emorragia cerebrale, sua maestà Jeffrey Lee Pierce.

Lui e i suoi Gun Club sono stati per anni una mia ossessione totalizzante; fatta di decine di dischi collezionati, comprati, cercati disperatamente, scambiati. E poi il suo libro letto, riletto, straletto, quasi memorizzato. E gli articoli fotocopiati, le cassette bootleg, i cd-r di contrabbando, le cover, i tentativi di immedesimazione senza troppo successo…
Poi il fuoco è diventato leggermente meno virulento, ma è sempre lì che arde; magari non ascolto-penso-colleziono solo a loro, ma la faccenda non si è mai chiusa.

In questa giornata un po’ così, complice una mezza bottiglia di Ripasso, mi permetto un omaggio veloce e narcisista, riesumando una vecchio pezzo di Black Milk (anzi, risalente alla sua incarnazione precedente e defunta che si chiamava This Heart Doesn’t Run On Blood).

Ciao Jeffrey.

La tua musica è sempre qui e non ha smesso di farci venire una cazzo di pelle d’oca che nemmeno puoi immaginare.

E vai col revival…

(da This Heart, recensione della ristampa di Miami, 2004)

Il giorno che riuscii a procurarmi la mia prima copia vinilica di Miami, dopo anni di ricerche, non fu esattamente uno dei più felici della mia vita. Era il 1997: il materiale dei Gun Club si trovava piuttosto facilmente… diciamo con la stessa facilità con cui ognuno di voi uscendo di casa poteva trovare 500.000 Lire infilate sotto allo zerbino.
Avevo cacciato questo fottutissimo pezzetto di vinile per anni e – senza, peraltro, neppure l’aiuto di Internet – non ero mai riuscito a metterci le zampe sopra. Dicevo, comunque… quel giorno d’estate ero appena stato licenziato da una cooperativa di loschi tangentisti. Faceva caldo. E me l’ero appena preso dolorosamente in quel posto; certo, andandomene avevo riempito di cemento in polvere le vaschette delle lavatrici e avevo svaligiato l’armadietto dei medicinali della comunità, ma… erano magre soddisfazioni. La dura verità era che avevo perso una fonte di reddito e guadagnato una fonte di rompimento di coglioni senza precedenti, in casa.
Non ce la facevo a tornare dai miei a sorbirmi l’ennesima menata tipo: “Tagliati i capelli, coi tatuaggi non troverai mai lavoro, fai il concorso, vestiti bene, piantala con ‘sta musica, è ora di mettere la testa a posto, sembri un drogato, guarda il figlio di XXX…”. Proprio non ce la facevo. Così me ne andai a fare un giro in un negozio di dischi. Ero appena entrato quando il proprietario mi allungò una borsa bianca dicendomi: “Toh, questo è per te; un regalo”. Dentro a quella borsetta c’era una copia di Miami.
Me ne andai a casa in trance, mi sorbii una quindicina di minuti di menate senza fare attenzione, poi ascoltai “Watermelon man” e me ne uscii di casa sbattendo la porta, mentre mio padre bestemmiava con mia madre dicendo che ero un fallito testa di cazzo. Quella sera mi ubriacai da solo al chiosco dei camionisti, bevendo Campari e gin. Poi andai al Guercio, ma non scesi neppure dalla macchina: un paio di auto degli sbirri stavano fermando tutti quelli che si dirigevano verso il centro sociale e un paio di miei amici, già fermati e in attesa di controllo, provvidenzialmente mi fecero segno di andarmene.Vagai da solo per un po’ e finii al Bar Nizza per un paio di Borghetti della staffa. Tentai di chiamare C per farmi fare un qualche lavorino, ma era in vena di preziosità. Certo, proprio lei che qualche sera prima mi implorava di infilarle una bottiglia mezza piena di Beck’s nel culo. E finii a casa distrutto dall’alcool.
Ecco, forse a voi sembrerà tutta un’accozzaglia di stupidaggini. Ma Miami è proprio questo. E’ il dramma della provincia, il dolore del sentirsi come la merda infilata nel battistrada di uno scarpone, la consapevolezza lancinante di sapere trovare conforto solo in cose che sono considerate disprezzabili e dannose.

Miami è il diavolo che si traveste da cocktail per infettarti da dentro.
Miami
è la donna che ami e che, appena finito di scopare, ti dice: “Devo fare in fretta perchè se no il mio fidanzato si arrabbia”
Miami
è la donna che scopi così per semplice necessità, per ammazzare il dolore… e che non hai il coraggio di guardare in faccia se non di sera e al buio.
Miami
è essere licenziati per avere detto quello che era giusto alle persone sbagliate. E andarsene con le tasche piene di psicofarmaci rubati.
Miami
è guidare da soli, con la fronte sudata e il cervello spappolato dal gin, sapendo che ovunque andrai sarà una merda. Ma da qualche parte devi pur andare.
Miami
è il blues, il punk, il rock. E’ l’inferno reso capolavoro.

Addio Captain Beefheart

Il 2010 non si smentisce e nelle sue pendici decide di assestare un altro brutto colpo al rock’n’roll e alla sua mitologia.

Don Van Vliet alias Captain Beefheart (69 anni) è morto il 17 dicembre in California, a causa di complicazioni legate alla sclerosi multipla di cui soffriva.

A darne notizia è stato un portavoce della galleria d’arte Michael Werner di New York City, dove molti dei suoi dipinti sono esposti: Van Vliet, infatti, si era ritirato dalla musica nel 1982, per dedicarsi alla pittura. Lascia la moglie Jen, con cui era sposato da 40 anni e che si è occupata di lui durante la malattia.

Captain Beefheart tra il1967 e il 1982 ha inciso tre dischi live, un ep e ben 14 album in studio:

* Safe as Milk (1967)
* Strictly Personal (1968)
* Trout Mask Replica (1969)
* Hot Rats (con Frank Zappa, 1969)
* Lick My Decals Off, Baby (1970)
* Mirror Man (1971)
* The Spotlight Kid (1972)
* Clear Spot (1972)
* Unconditionally Guaranteed (1974)
* Bluejeans & Moonbeams (1974)
* Bongo Fury (con Frank Zappa, 1975)
* Shiny Beast (Bat Chain Puller) (1978)
* Doc at the Radar Station (1980)
* Ice Cream for Crow (1982)

R.I.P. Jay Reatard… [UPDATED]

jayIl 2009 è stato una merda, bastardo e terribile. Il 2010 evidentemente non vuole sentirsi da meno e il 13 gennaio si è portato via – a soli 29 anni! – Jay Reatard (all’anagrafe Jay Lee Lindsay Jr). (altro…)

Addio Rowland S. Howard…

rolandhoward_narrowweb__300x390,0E il 2009 non rinuncia a essere infame e bastardo fino all’ultimo. La lunga sequenza di rocker che si è portato via aumenta – anche in zona Cesarini. Infatti oggi è morto, a 50 anni di età, Rowland S. Howard (altro…)

L’ultima partita di Jim Carroll: r.i.p.

Jim_Carroll_by_David_ShankboneL’11 settembre è una data piuttosto infame, o fa di tutto per sembrarlo.
E da questo ottuso 2009 (che ci sta prendendo gusto a portarsi via i migliori) lo sarà anche per la morte di uno dei veri fari ispiratori di una certa letteratura e attitudine punk, che dagli anni Settanta del secolo scorso ci accompagna con gusto. (altro…)

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