27 settembre 2014: Cassette Store Day a Teramo

csdIl Record Store Day inizia ad andarvi stretto? Vi capisco. E’ successo anche a me, che fino a qualche anno fa ero entusiasta. Bene, allora perché non date una chance al Cassette Store Day? Sì, è una giornata mondiale dedicata alle vecchie cassette e quest’anno giunge alla sua seconda edizione.

Il 27 settembre 2014, dunque, chi ne ha possibilità, potrebbe andare a Teramo, presso l’Officina, a dare una bella occhiata. E a comprare un po’ di cosette in uscita esclusiva per il Cassette Store Day (ovviamente su nastro) (altro…)

Annunci

C’è figa a Nashville?

nashville p roma 2Nashville Pussy – live @ Traffic, Roma, 24/02/2014

[di Narconimpho Cat – foto di Andrea Curzi]

Faccio il mio debutto su Black Milk in grande stile, ovvero con il live report del concerto dei Nashville Pussy al Traffic di Roma.
L’ingresso della band sul palco avviene sulle epiche note del tema di Space Odissey in chiave funk a opera della Doctor Exx Band: le due MILF, la fulva chitarrista Ruyter con la bassista bruna, precedono di pochissimo mr Blaine, bello e gonfio come un figurante di Hazard cacciato dal set per ubriachezza molesta, e senza convenevoli attaccano subito con “Keep on Fucking” (altro…)

Adam Green live @ Carroponte

adam greenAdam Green + Hot Gossip, 30 maggio 2013 @ Carroponte (Sesto S. Giovanni, Milano)

[di Antonia Lanari]

Succede raramente a Milano (mica siamo a Londra), ma succede: stessa sera live mainstream contro indie (old style), centro contro periferia spinta, gratis contro a pagamento. Le domande non mi si pongono nemmeno per un nanosecondo, da quando, tempo fa, lessi del concerto di Adam Green a Carroponte. E non mi sono nemmeno posta il dubbio se nella stessa sera ci fosse qualcosa di diverso. Per forza, il giovedì sera c’è Grey’s Anatomy… poi, diciamocelo, in quarant’anni di concerti (sì, embé?) non mi era mai capitato di uscire di casa e di andare al concerto a piedi in dieci minuti (altro…)

Horrors e tarocchi

The Horrors, 22/11/2011 @ Magazzini Generali, Milano

Volevo levarmi lo sfizio di spararmi una band di super-pischelli prodigio, visto che vengo spesso accusato di gerontorockfilia (ovvero passione sfrenata per rocker feticcio over 50, spesso arrancanti sul palco in stato confusionale o affetti da demenza conclamata), se non di necrorockfilia… il club 27 docet.
Per trasgredire a questa malsana regola, il rendez vous è la data meneghina degli Horrors in un gelido martedì novembrino, ai Magazzini Generali.

Dopo aver rifilato un euro all’est-erofilo e abusivo parcheggiatore di turno, al fine di non ritrovarmi la macchina con il parabrezza sfondato o le gomme a terra, salto a piè pari le bancarelle di magliette con l’effige taroccata dei cinque bardi di Southend on Sea e mi infilo dentro il locale.
Essendo davvero a secco di concerti di questo “genere–non–genere”, in effetti anche la stampa specializzata ha problemi di marchio con i The Horrors, non avevo la più pallida idea di cosa aspettarmi. Prima sorpresa, il pubblico: ero quasi certo di assistere a una passerella di emo-dark-proto-garagisti-neo-shoegazer… e invece niente di tutto questo. Probabilmente con la virata new wave oriented dell’ultimo album, la band made in UK attrae la crema della manovalanza dell’alta moda milanese: volti da copertina, ma look in bolletta, che inscenano  pogo farlocchi tanto per scaldare un’atmosfera siderale che verrà esasperata dai suoni algidi, dalle luci fredde e dalle pose statuarie del quintetto della perfida Albione.

Chi era lì, come il sottoscritto, per annusare quel sound un po’ furbetto ma decisamente garage di Strange House, il loro disco di debutto, è rimasto a bocca asciutta.
Gli Horrors hanno privilegiato i brani della scaletta tratti of course dall’ultimo lavoro e ripescando qualche pezzo in sintonia con Skying da Primary Colours.
Con il susseguirsi delle tracce (sottolineo tracce perché l’impressione era di ascoltare l’album nel proprio salotto, acustica senza sbavature e  impeccabilità del sound), all’amarezza iniziale fa posto una benevola sensazione a forma di nebulosa fluttuante, in cui si miscelano richiami dello shoegaze primordiale – Happy Mondays e Primal Scream – ma anche derive verso la nuova ondata brit pop meno ortodossa – Suede, Kula Shaker e Verve.

Quasi due ore di show godibile, in cui gli Horrors hanno dimostrato di conoscere a memoria la lezione, così tanto, però da atteggiarsi a secchioni. La patina di artefatto fa spesso capolino e, uscendo, scopro che questa sensazione plastificata è in sintonia con le bancarelle di t-shirt tarocche della band che mi attendono immancabili, di nuovo all’uscita.
Con questo karma made in Mergellina incrocio i discorsi del pubblico che sfolla, ognuno sembra convergere sull’interrogativo: “quale sarà il prossimo passo degli Horrors?”.
Personalmente ritengo che sono in grado di creare un Bignami di qualsiasi genere; azzardo un disco di kraut rock, ma auspico loro di trovare un genere che sia proprio, come quell’auto con il parabrezza ancora intatto dovrebbe essere la mia.

Salutami Eddie

Eddie & The Hot Rods + The Crooks, live @ Lo-Fi, Milano 30/09/2011

“E’ lui Eddie…” mi dice un conoscente agghindato in puro stile oi, vedendo arrivare Barrie Masters – che tra l’altro ha un braccio ingessato. Ok, iniziamo bene (e chi non capisce perché, non si preoccupi: è tutto bellissimo, oggi c’è il sole ed è sabato).

La faccenda diviene più easy e piacevole quando vengo invitato a cena con la band; mi intrattengo per un’oretta scarsa nella trattoria Il Buongustaio insieme ai sei inglesi e al road manager per una notte Basetta. Si chiacchiera, si beve vinaccio e si assiste ai siparietti delle signore della cucina, che parlano disinvoltamente in italiano con gli inglesi – che non capiscono un cazzo, ma stanno al gioco – ma si lanciano anche in canti e balletti (le signore, sempre). Su tutto spicca una rendition di “O sole mio” cantata da una delle tipe, con Barrie a farle da controcanto – ma con la versione della canzone utilizzata in UK come pubblicità del Cornetto Algida. Pura poesia pub rock.

Al rientro il Lo-Fi è abbastanza affollato ed è quasi subito il turno degli italiani Crooks, che calcano i palchi da diversi anni e hanno indubbiamente un buon mestiere. Il loro è un punk rock tirato e duro, non personalissimo né particolarmente geniale, ma – ripeto – ci sanno fare, tengono la scena con una certa autorevolezza e scivolano via lisci, senza esaltare né stancare.

Verso mezzanotte e mezza Eddie & The Hot Rods imbracciano gli strumenti e danno inizio alle danze. Nonostante l’età (Masters sembra la versione mummificata di sé 35 anni orsono) hanno ancora tiro e soprattutto voglia di suonare e divertirsi. I membri originali sono solo due, ma le movenze sono da rockstar consunte, abituate ai palchi più prestigiosi e a quelli più infami… loro ne hanno viste tante e non hanno problemi: vanno per la loro strada, hanno uno show da portare avanti. La musica è sempre quella, pub rock-rock’n’roll d’essai, anche se leggermente virato in salsa hard rock rispetto alla versione della band di 30-35 anni fa. Niente di grave, né snaturante, ma si percepisce piuttosto chiaramente.

Le ragazze nelle prime file ballano, parte qualche coro singalong, le facce sono sorridenti e in un batter d’occhio la scaletta è andata. La band abbandona il palco dopo una “Gloria” versione quasi speed metal, ma torna immediatamente, chiamata a gran voce. Il tempo di un rapido bis con “Born To Be Wild” (che fa scatenare l’unico pogo della serata… sic) e “la musica è finita, gli amici se ne vanno”, come diceva la Vanoni.

Non sarà stato il concerto della vita, ma è stato un buon concerto: Eddie & The Hot Rods hanno ancora dignità e questa è una constatazione piacevole. E poi vuoi mettere – se mai arriverà il momento – poter dire a mio figlio “Sì questi li ho visti dal vivo”, allungandogli la mia copia frusta e distrutta di Teenage Depression?

[Tutte le foto © Fabrizia Perin]


M’odia, non m’odia

E’ ufficiale: “Mi odi?” è la domanda che le truppe di agguerritissime e accuminatissime zanzare che popolano l’East discomfort dell’Idroscalo rivolgevano al fangoso popolo del male. L’occasione è stata la terza edizione del MiOdi, il festival che mette in scena la miglior kermesse dell’ area metal, hardcore, post-hardcore, noise, psichedelica e sperimentale da tutto il mondo. E’ il rovescio della medaglia del mellifluo MiAmi, con location al Circolo Magnolia, Idroscalo, Milano.

Tre palchi: il Main Stage, il Rock Hard Into The Void stage e il Messicano con aggiunta di stand di genere metal/noise/esoteric. Il cartellone era succulento e prevedeva ben 15 gruppi in una manciata di ore, così  dopo il solito slalom nel traffico meneghino sguscio come una biscia in zona evitando il furto dei parcheggi abusivi da 5 euro e piazzandomi in zona rimozione; L’Occhio che odia dio mi ha protetto in questo caso, giusto in tempo per i jappi Church of Misery, band supporto per il tour nichilista europeo degli EyeHateGod.
Potenti, epici, samurai del doom ripercorrono gli intrecci sabbathiani e hard Seventies, coverizzando anche “City on  Flame” dei Blue Oyster Cult, una prova live di rara intensità che infiamma il pubblico in perenne slamdance – e soprattutto esaspera i raid delle zanze, che sembrano apprezzare questo nippo sludge.

Rapido cambio di palco, sbircio i The Secret silenziosamente; fa troppo caldo per rintanarsi all’interno del locale. Mentre mi apposto oltre il border del pogo per gli immensi EyeHateGod sento un po’ di voci scorate sulla breve esibizione dei Midryasi e i pessimi suoni per i Boris.

Mike Williams si aggrappa al microfono un po’ stonato sfoggiando una detroitiana t-shirt degli MC 5 farfuglia qualcosa di incomprensibile mentre catacombale emerge l’armata delle tenebre sonora capitanata dai riffoni di Jimmy Bower e dai ritmi macilenti e paludosi  di Joey LaCaze. Si pesca a piene mani da In the Name of Suffering fulminante esordio al sordido stoner sludge, con il siparietto dei colleghi amici Church of Misery sul palco con loro e un inaspettato bis a scardinare la deadline di chiusura.
E’ apparsa chiara da subito una censura ai decibel paurosa, il popolo rumoreggiava infastidito inveendo contro il service con cori che all’unanimità inneggiavano  “volume-volume”. Ma il politically decibel correct è rimasto inalterato fino a fine esibizione.

Mentre mi avvio verso l’uscita con la benefica sorpresa di ritrovare l’auto con tutti gli accessori al proprio posto, una zanzara rimasta infilzata nella mia testa mi suggerisce la considerazione che in effetti lo sludge sembra la deriva più credibile del genere metal stoner ora in circolazione – crocicchio tra l’escatologia doom, la virulenza disperata del gospel zydeco blues e la brutalità marcia e post atomica dell’hardcore sotto l’inestinguibile fiamma sabbatthiana a sigillare  l’immondo incesto.

They call me Jello mellow

Jello Biafra and The Guantanamo School of Medicine live @ Leonkavallo 21/06/2011

Ormai si va ai concerti punk rock come si va al museo; a parte le incognite solitamente negative della mala organizzazione nostrana – difficoltà di parcheggio, chiusura anticipata metro, costi esorbitanti libagioni all’interno delle aree interessate – solitamente mi capita di assistere a esibizioni fotocopie di altre esibizioni viste il giorno prima su YouTube.

Si chiacchierava di questo, anche se i csoa rappresentano una piacevole eccezione agli aguzzini del marketing, e del fatto che la r-esistenza di certi luoghi rappresenti un calcio nelle ovaie della non rieletta Moratti.
Il sistema linfatico metropolitano spesso così prosciugato non può che rinvigorirsi con i simboli culto della controcultura: i picareschi sotterranei del csoa Leonkavallo ospitano il redivivo performer, ex leader dei Dead Kennedys, ex candidato sindaco per San Francisco, traffichino con D.O.A e Melvins e deus ex machina dell’etichetta Alternative Tentacles: Jello Biafra.

La molotov è quasi innescata per esser lanciata così che, mentre mi spazzolo via un cous cous delizioso very low cost e mi guardo un po’ di fauna locale variopinta (con t-shirt da nostalgia canaglia raffiguranti Germs, Doa, gli immancabili Ramones fino agli stessi Kennedys), intanto rombano all’interno del centro sociale i power chords dei Grizzly Motor Oil – che mi fanno salire la carogna.

Un migliaio di aficionados accolgono con un boato un freak, ibrido dottor Jello macellaio Biafra insanguinato con maschera raffigurante un Berluska sdentato, colpito dall’anticapitalismo (di Tartaglia e la sua statuetta del Duomo).
Il tiro è molesto al punto giusto i Guantanamo dimostrano d’essere tutt’altro che comprimari; Jello – seppur appesantito – scalcia e starnazza nelle sue celebri pose spastiche, inanellando apprezzabilissimi brani freschi e nuovi, mschiati ad anthem di seminale hardcore come “California Uber Alles”, “Holidays in Cambodia”, “Too Drunk to Fuck” che scatenano uno stage diving scomposto, ma mai oltre la soglia del puro svago.

Jello inframmezza i brani con proclami e dissertazioni sull’alienazione da vita lavorativa/sociale da topo urbano d’ufficio e su altre problematiche attuali come il razzismo, l’immigrazione, la disoccupazione con cui combatte da un trentennio ormai.
Il predicatore della California con una tonalità vocale da gospel negroide si ritira vittorioso come un Cesare romano in qualche scantinato del Leonkavallo, dopo quasi due ore di sudatissimo concerto. E siamo certi che con quel suo forsennato divincolarsi – oltre ad aver buttato giù quei 5-6 kg – di troppo avrà saziato i cervelli dei presenti, a dieta da troppo tempo di un tale furore hardcore.

Introducing LoFi: il 18 dicembre si parte

Solitamente, come avrete ben capito, su Black Milk non si dà spazio alle news e alle comunicazioni di servizio, ma in questo caso l’eccezione è d’obbligo (altro…)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: