Merenda punk

Frutta fresca per verdure marce, by Paolo MerendaPaolo Merenda – Frutta fresca per verdure marce (Il Foglio, 137 pagine, 2014)

Paolo Merenda, alessandrino, ha nel suo carnet già diverse pubblicazioni indipendenti a livello letterario – per non parlare della musica. Questo libretto, che è una ristampa, inizia in modo intrigante, presentandoci in maniera molto fumettistica il protagonista: il commissario Masciopiscio, sbirro di provincia, metallaro, single, puzzone, eticamente reprensibilissimo e anche un po’ fetente. Lui lavora in una cittadina del cazzo (che occhio e croce direi che è la mia – e di Merenda – Alessandria) e sostanzialmente è sempre in guerra con spacciatori, trafficanti di droga e tutto il mercato connesso. E non disdegna, però, essere fruitore di ciò che sequestra e combatte.

Tutto, a partire dal personaggio, per finire con l’ambientazione, è esagerato, irreale, sbruffone e assolutamente inconcepibile – come una specie di graphic novel fra Andrea Pazienza, i Fumetti della gleba, il tenente Colombo, La signora in giallo, Bastogne. Con in aggiunta un martellante, indefesso (e nella maggior parte dei casi gratuito, purtroppo) citazionismo musicale.

Masciopiscio funziona, soprattutto nelle sue microavventure iniziali. Schegge narrative dal plot labile ma rapido, in cui sai che comunque – anche se non si capisce mai bene come e perché – lui la farà franca o vincerà. Quasi come storie di Nick Carter da due tavole.
Il merito va al personaggio, che è sufficientemente squinternato da attirare l’attenzione e le simpatia, distogliendo l’attenzione dalla trama vera e propria. Ma questo schema – ripeto: molto fumettistico ed efficace – sulla lunga distanza diventa ripetitivo. E quando, verso la fine, Masciopiscio si innamora e… ok non vi dico altro!… non gira più. Il meccanismo si inceppa, si contorce, non porta più in nessun luogo.

E il motivo è chiaro, tecnicamente parlando: Mascipiscio è nato in un modo tale da non reggere, sopportare e/o desiderare un arco narrativo classico, di sviluppo del personaggio.
Insomma, lui deve restare macchietta e ogni storia deve essere sempre più esagerata, perché possa continuare a vivere. E invece io, dopo aver letto le ultime pagine, ormai me lo immagino con la panza, pelato, la divisa da guardia giurata, che fa il piantone fuori da una sede della CaRiPlo ingozzandosi di brioche al cioccolato della Bindi; con tanto di moglie disoccupata e imbolsita a casa, tre marmocchi e tutti i suoi dischi venduti a tre soldi per pagarsi l’affitto. Non doveva finire così.

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