To Be(at) or not to Be(at)

Mitomani BeatI Mitomani Beat – Fuori dal tempo (Area Pirata/Green Cookie, 2014)

[di Manuel Graziani]

Non mi sono mai piaciute le uniformi. Preferisco il cut-up sottoculturale del primo, ingenuo punk. Sui suoni, poi, non ne parliamo. Sono nato con fIREHOSE, Dinosaur Jr e quella roba lì, che uno non sapeva bene che musica fosse perché trattavasi di mischione bastardo (ed estremamente originale) di più generi per così dire “afferenti al rock alternativo”, e pure guardandoli in foto non capivi un emerito cazzo. Ti spiazzavano su tutta la linea, insomma.

Per quanto appena detto non dovrei apprezzare un gruppo didascalico come questo. E invece alla fine dico To Be(at) con tutta la voce che ho, non per niente al mio matrimonio ho chiamato a suonare Tony Borlotti e i suoi Flauers.
De I Mitomani Beat, complesso romano all’esordio lungo ma non di primo pelo, apprezzo intanto la sincerità. La ragione sociale e il titolo dell’album suonano come un atto di fede, una dichiarazione di imperituro amore, quasi un’ammissione di colpa che commuove. E poi sono indubbiamente divertenti: una perfetta party band da gustarsi dal vivo ingurgitando alcolici senza soluzione di continuità come alpini in licenza premio.

Il disco parte a razzo con “Suono Beat” che termina con la presentazione degli strumenti della frontwoman Eve LaBlonde, una perfetta ragazza yéyé, il giusto “Capricciosa” come l’omonimo pezzo che viene subito dopo. Non male “Shake” che puoi quasi sentire l’odore di borotalco da passare sotto le suole dei mocassini per scivolare in pista come un drago. Altri pezzi interessanti sono “Baciami Stupido”, che nel ritornello mi ricorda le atmosfere degli Statuto, il garage-beat leggero “Bacio solo te” degno de Gli Avvoltoi e la vianelliana, estivissima “Baciami stupido”.
Sinceramente potevano evitare le cover super abusate di “Arriva la bomba” e “Batman/Beatman” che dal vivo ci stanno tutte ma su disco puzzano di riempitivi.

Dell’album in questione ho letto le recensioni di due giornalisti che stimo. Luca Frazzi su Rumore gli ha appioppato un 6, Fabio Polvani su Blow Up addirittura un 8. Sono più dalla parte di Frazzi, tuttavia faccio una bella media democristiana e mi attesto sul 7. Un disco leggero e piacevole della serie “come (ri)suona il beat ai tempi della crisi”. Non a caso l’album è frutto di una co-produzione Italia-Grecia.

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