The Wild Brunch #35

boschWild Brunch numero 35, già. Non c’è molto da dire. L’estate è andata, il resto arriva. E chissà. Qui siamo sempre in bilico tra vita, non vita e cazzi assassini. E voi? Idem, immagino.

Detto ciò, il consueto pateracchio: come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.

C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco, bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

In questa puntatona: Australia, Odatto, Stoner Kebab, Unwise.

AustraliaRobot (autoproduzione, 2013)
Questi Australia sono un duo e si dicono “fermamente determinati nel mantenere un approccio androide al loro punkrock ultra ortodosso”. Uhm. Non è che siano proprio punkrock ultraortodosso… diciamo che sono più vicini a un synth-punk fortemente pop, ma registrato più o meno deliberatamente in cessofonia, fatto che regala una certa patina punkettosa superficiale. Ciò non toglie che la loro anima è fortemente pop e melodica. Non che sia un male, anzi… i pezzi sono piuttosto godibili, pur non essendo una rivoluzione o schegge memorabili che ti cambiano la vita. Forse occorre una scelta di campo più decisa… e magari uno studio diverso sui suoni: il lo-fi non funziona per forza con tutto, per quanto io lo ami visceralmente.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: synth punker da MTV Italia, poppettari in vena di sporcizia disinfettata, maniaci del duo musicale uomo/donna]

Odatto – s/t (autoproduzione, 2013)
Secondo album, in quasi 10 anni, per questi ragazzi di Parma che mescolano punk, rock, emo e metal, ottenendo un sound compatto e massiccio, ma molto radiofonico – pulito e prodotto, oggettivamente, che rivela intenzioni/ambizioni/aspirazioni ad aperture verso un pubblico sempre più ampio. Se poi ci riescano è un altro discorso. L’impressione è che, a fronte di una indubbia onestà e passione, il risultato sia semplicemente nella media italiana… nulla per cui urlare al miracolo, nulla per cui raddrizzare le antenne e – soprattutto – nulla che possa facilmente convincere chi ascolta punk o rock indipendente più mainstream a virare dalla rotta dei grandi gruppi stranieri. Divertenti e piacevoli, ma troppo ordinari nel maneggiare le loro influenze e riproporle.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: rocker alternativi minorenni del finesettimana, punk precisi, metal rocker nazionalpopolari]

Stoner KebabSimon (Santa Valvola, 2012)
Doom, metallo, stoner, psichedelia e ancora metallo e doom e stoner… la band, che ce la mette tutta e convince nella sua idea di rock oscuro, esoterico e pesante come una mattonata sulla nuca a sorpresa. Sono molto Seventies e metallari, gli Stoner Kebab; i brani sono appena sei, ma durano quella che pare un’eternità, nello spirito del decennio di cui sopra… che dire… sono piacevoli e filologici, anche se francamente non li ho trovati superiori ai tanti ottimi colleghi in circolazione. Per cui: bravi, ma manca il tocco minimo di personalità…
C’è anche la hidden track, un bel tot di minuti dopo che è finito l’ultimo brano… l’ho scoperto per caso lasciando il cd nel lettore perché stavo lavorando. Forse nel 2013 non è proprio un’ideona originale, anzi un po’ rompe le palle. Se volete che si ascolti la vostra musica, fate in modo che lo si possa fare facilmente, insomma. Ormai siamo tutti isterici, nella merda perennemente e non abbiamo testa per i giochini. Sorry.
[Voto: 2 – Consigliato a: rimastini dei Settanta under 25, guerrieri stoner senza macchia, metallari modermi]

UnwiseOne (autoproduzione, 2013)
Metal progressivo, nello stile di Queensryche e Fates Warning. La band si descrive così e non è possibile dar torto agli Unwise… sanno quello che vogliono fare e lo fanno bene. Ovviamente dovete essere fan del genere, pena orchite letale e sintomi di misantropia feroce: non è roba che si può affrontare a cuor leggero. Nemmeno se siete ex thrasher come il sottoscritto… perché il tutto è tecnicissimo, studiatissimo, melodico e metallicamente orchestrato. Atmosfere dense, spesse come nebbia padana, per composizioni decisamente notevoli, oggettivamente – ma il punto purtroppo rimane sempre e solo quello: siamo sicuri che questo genere non abbia già dato tutto tempo fa?
[Voto: 2 – Consigliato a: prog-metaller dall’orecchio fino, guerrieri borchiati con diploma di conservatorio]

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