Motor City is burning

mc5picAltro riciclaggio di articolone che scrissi per un nota o quasi testata italica, che non è mai stato pubblicato, né pagato ovviamente. Dopo un paio d’anni mi sento di poterne fare uso a discrezione, non esistendo vincoli di sorta.

Questa è l’ennesima vicenda di perdenti del rock. Gente che ha influenzato generazioni a venire, ha segnato l’immaginario popolare e il corso della storia, ma in pratica non ne ha tratto alcun beneficio, a parte un tardivo riconoscimento. Stiamo parlando dei Motor City 5, alias MC5, forse la più devastante formazione di rock’n’roll, hard rock, proto-metal e proto-punk mai partorita dalle viscere metalliche del Michigan. Tre dischi epocali tra il 1969 e il 1971, poi un vortice di droga, arresti, progetti che naufragano e decessi, fino a scomparire in una coltre d’anonimato, diradatasi solo con la tardiva reunion del 2004… signori e signore, ecco la storia di Wayne Kramer, Dennis Thompson, Fred “Sonic” Smith, Rob Tyner e Michael Davis.

Tutto ha inizio a Lincoln Park, una cittadina poco più a sud di Detroit nella Wayne County. Conta tra i 30 e i 40.000 abitanti ed è vicinissima agli impianti di produzione più grandi della Ford. Qui, nel 1962, tre studenti della Lincoln Park High School si conoscono e iniziano a frequentarsi per via della passione comune per le macchine, le ragazze e la musica: Wayne Kambes (poi Kramer, chitarrista), Dennis A. Tomich (in seguito Thompson, batterista) e Frederick Dewey Smith (alias Fred “Sonic” Smith, chitarrista). Inizialmente suonano in gruppetti rivali, ma nel giro di un paio d’anni si trovano tutti assieme nei Bounty Hunters, il cui nome è preso dal dragster su cui corre un pilota della zona, divenuto piuttosto famoso nel circuito e poi diventato milionario: Connie Kalitta. Dopo alcuni rivolgimenti di formazione, con la band ben inserita nel circuito locale di bar e feste, l’organico si stabilizza con l’ingresso di Robert Derminer (poi Rob Tyner) alla voce e Michael Davis al basso.

Ben presto i cinque cambiano denominazione: “Il nome MC5 lo trovò Rob Tyner“, ricorda Wayne Kramer. “Diceva che suonava come il numero di serie di una componente meccanica. […] Poi dopo, ovviamente, ci accorgemmo che MC poteva anche essere Motor City abbreviato. Ci piaceva anche inventarci sul momento significati nuovi per MC, tipo ‘morally corrupt’, ‘marijuana cigarette’, ‘much cock’…“.

Nel 1965 gli MC5, dopo un paio d’anni di gavetta, sono un gruppo ben noto e rispettato nella scena delle cover band; suonano vecchi blues, le prime cose degli Stones, pezzi rock’n’roll da classifica, Motown, Chuck Berry, i primi Who, gli Yardbirds… gran parte del repertorio è costituita da canzoni di band inglesi. Ma, in questo catalogo da juke box svetta un pezzo originale, ossia la violentissima “Black To Comm”, il primo passo verso la consapevolezza e la confidenza nello scrivere materiale proprio. “‘Black To Comm’ è nata suonando dal vivo“, racconta Dennis Thompson. “Prestavamo la nostra attrezzatura agli altri gruppi – a un sacco di altri gruppi – e dicevamo a tutti: ‘Fanculo, vedi di non rompere niente e metti il nero in comm’. La spiegazione è facile: negli amplificatori ‘comm’ era il nome comune per l’attacco del polo negativo dell’alimentazione e ‘black’ era il cavo nero. Quindi semplicemente significava di attaccare il cavo all’entrata corretta“. “Era un pezzo perfetto per chiudere i concerti” ricorda Wayne Kramer, “faceva svuotare i locali. Dopo 30 secondi che lo suonavamo tutti erano scappati fuori. E così abbiamo capito che avevamo in mano qualcosa di forte“. È così che gli MC5 si lanciano senza più remore nella scrittura di canzoni proprie che loro stessi iniziano a definire “avant rock” per il loro potere deflagrante e l’ispirazione (almeno a livello di feeling) al jazz più sperimentale; in realtà i cinque ragazzi amano alzare il volume senza pietà e lanciarsi in jam a base di feedback e freakout selvaggi.

Scream for me Grande Ballroom

Il mese di agosto del 1966 è fondamentale per gli eventi che da lì a poco avrebbero modificato il corso della storia degli MC5. Il 7, infatti, il gruppo viene chiamato a suonare a un evento intitolato “A Festival Of People”. Si tratta di una grande festa organizzata dal collettivo di artisti legati al campus universitario che vogliono celebrare la scarcerazione di John Sinclair, il guru della controcultura che era finito dietro le sbarre per possesso di marijuana. La festa, organizzata con l’aiuto di Leni, moglie di Sinclair, non va benissimo per la band, come spiega Wayne Kramer: “Avevamo aspettato tutto il giorno di suonare e quando, fino alle due del mattino, quando quei tizi hanno finito di recitare poesie. Avevamo degli amplificatori giganteschi, dei Vox Super Beatle valvolari da 100 watt e li abbiamo alzati a chiodo. […] Eravamo a metà del terzo pezzo e Leni è scesa e ci ha staccato la corrente“. Rob Tyner rimarca: “Non ci era mai accaduto. Nessuno ci aveva mai censurati in questa maniera; ed eccoci lì, castrati da un gruppetto di beatnik. Fu strano, soprattutto per noi che ci sbattevamo per piacere alla gente“.

Questa è la prima volta che gli MC5 entrano nell’orbita di Sinclair e della sua corte: un impatto non felice che presto si tramuta in un’amicizia, grazie a Rob Tyner, che si fa notare da John per le sue poesie e i suoi scritti. “Rob era uno della mia stessa pasta“, spiega Sinclair, “per molti versi. Siamo stati davvero amicissimi per tutto l’anno precedente al mio ingresso come manager e mentore della band“. Inoltre Wayne Kramer si prende la briga di rispondere per le rime a un articolo di Sinclair, pubblicato sulla rivista Fifth Estate, aprendo un dibattito sull’importanza del jazz e sul fatto che il rock non è una forma minore di musica; Sinclair apprezza molto e, nemmeno cinque settimane dopo il concerto organizzato dalla moglie, accoglie il gruppo nella sede del suo collettivo artistico, cedendo agli MC5 uno spazio per provare regolarmente. Presto inizia anche a scrivere del gruppo nei suoi articoli, parlandone in termini lusinghieri: evidentemente il comune amore per i grandi del jazz come Coltrane ha fatto scattare una scintilla.

A questo punto gli eventi si rincorrono a valanga ed entra in scena un personaggio bizzarro di nome Russ Gibb. “Zio Russ, come gli piaceva farsi chiamare“, racconta Michael Davis, “mi pareva uno che voleva fare l’hipster senza riuscirci. Era un insegnante e un imprenditore alle prime armi. Usava il linguaggio dei giovani, ma lo faceva a sproposito, usando le frasi sbagliate“. Per quanto naif, quest’uomo ha però un progetto fenomenale: creare a Detroit un luogo sulla falsariga del Fillmore di San Francisco. Continua Davis. “L’ondata psichedelica era di sicuro destinata a esplodere a breve e Gibb era determinato a farci un bel po’ di soldi. All’inizio credevo fosse un pervertito, non capivo perché uno così volesse immischiarsi in questa roba: non era un tipo cool, né sapeva qualcosa di musica. Non capivo se gli interessavano le ragazzine o i giovanotti, in poche parole. Alla fine mi sbagliavo: era solo un imprenditore che voleva fare del grano“.

Gibb è alla ricerca di una band da scritturare come gruppo resident per la sua nuova creatura; va ad ascoltare gli MC5 e l’accordo è presto siglato. “Ci disse: ‘Ragazzi, vi andrebbe di diventare il gruppo del locale? Non posso pagarvi niente, però’. A noi serviva un posto grande per suonare e in cui potessimo anche fare le prove, così gli dicemmo ‘Ok, sembra una buona idea’“, ricorda Michael Thompson, che però aggiunge: “Russ è stato uno dei migliori amici e fan degli MC5. È stato al nostro fianco nei momenti buoni e in quelli difficili. La Grande Ballroom era come il nostro salotto gigante, o meglio, il nostro garage. Eravamo a casa, là“.

L’idea di Gibb prende rapidamente piede e il locale funziona, divenendo un punto di aggregazione per i giovani, gli artisti, i musicisti e i fan. Ma soprattutto per la comunità di persone che orbitano intorno a John Sinclair, con cui l’imprenditore stringe un accordo per svolgere assieme una serie di attività di promozione e organizzazione di eventi. Intanto gli MC5 guadagnano sempre più notorietà, grazie all’instancabile attività live.

Sex & drugs & politics

Nel mese di febbraio del 1967 Sinclair, sua moglie Leni e il disegnatore (nonché attivista delle White Panthers) Gary Grimshaw fondano la Trans-Love Energies Unlimited; in pratica un collettivo di attivisti politici e artisti specializzati in varie discipline, che organizzano concerti e installazioni, pubblicano libri, serigrafano poster, stampano un giornale e fanno booking per gli MC5, gli Psychedelic Stooges (ossia gli Stooges agli esordi) e Billy C & the Sunshine. È un nuovo punto di svolta per la band, che viene subito invitata a incidere un singolo: si tratta di “I Can Only Give You Everything” con “One Of The Guys” come b-side, pubblicato a marzo del 1967 in 500 copie (ovviamente oggi è un oggetto di culto per collezionisti e fan).

Ora la band ha sviluppato anche una propria sorta di ideologia, che è in qualche modo parallela a quella del movimento della controcultura e delle White Panthers: il rock’n’roll per gli MC5 è ribellione. “Noi non eravamo come gli altri“, ricorda Tyner. “Suonare roba da classifica nei club non faceva per noi, quindi iniziammo a muoverci verso un ambito più legato alla controcultura. […] Non c’era altro sfogo per noi, anche perché facevamo un genere che avevamo battezzato ‘avant rock’, molto casinista, aggressivo, ribelle… roba che amavi oppure odiavi. […] In un certo senso era quasi come l’hardcore punk“.

Questo non sfugge a Sinclair che nell’agosto dello stesso anno si offre di diventare il manager della band. Sembra veramente una situazione ottimale: due entità che paiono fatte l’una per l’altra si incontrano e si completano a vicenda, portando avanti un discorso libertario, ma con strumenti diversi.

In realtà la comunanza di intenti è un po’ meno tangibile di quanto possa sembrare e, anni dopo, Wayne Kramer arriva a dire, senza peli sulla lingua: “Ci facemmo bene i nostri conti, un po’ da bastardi. Ci consideravamo dei giovani criminali, artisti della truffa. E il nostro pensiero era: ‘Ok, questa faccenda degli hippy di sicuro diventerà una gran moda. Roba grossa. Se riusciamo a piacere agli hippy, ce l’avremo fatta’. E quale era il modo per ingraziarci gli hippy? Prendere il re degli hippy come manager: John. È davvero una cosa rozza, meschina e manipolatoria, ma è proprio il modo in cui la vedevamo“. C’è da dire che gli MC5, anche se non politicamente motivati come Sinclair e le White Panthers, hanno un obiettivo a loro modo rivoluzionario: predicano la libertà dalle catene di un governo oppressivo, la libertà di scelta, la fine della guerra in Vietnam e della leva obbligatoria, l’abolizione delle leggi restrittive sulla droga… come spiega Rob Tyner: “Le finalità ultime coincidevano per molti versi. […] Ma gli MC5 agivano in base a schemi istintivi, se non irrazionali. Non ci prendevamo nemmeno un istante per pensare, agivamo e basta. Dovevamo attaccare per primi, perché comunque non vedevamo nessun modo per difenderci. Le strutture di potere dello Stato erano così rigide che non c’era davvero altra via“.

Inoltre, per sciogliere definitivamente il nodo della politicizzazione della band, è fondamentale assimilare quanto spiega ancora Tyner in un’intervista del 1988, che mette in luce la situazione creatasi, fin dagli albori, tra gli MC5 e Sinclair: “Il rock’n’roll può essere politicizzato, nella sua natura, ma è meglio se affonda le sue radici nella cultura. […] Quando hai una forte motivazione politica, un messaggio, la tua musica non è più arte, diventa propaganda. […] Smette di essere arte e diviene slogan, spot, pubblicità. E a noi una cosa simile non andava bene“.

La stretta collusione con Sinclair comporta la quasi immediata schedatura degli MC5 come gruppo di comunisti, provocatori hippy e l’FBI apre addirittura un fascicolo su di loro. Il neomanager, dal canto suo, ne scrive continuamente nei suoi articoli in vari magazine, giornali e riviste di movimento, alimentando la mitologia di una band in guerra contro l’establishment. Lui li coinvolge in prima linea facendoli suonare a tutti gli Eventi, le convention e i raduni di estrema sinistra che organizza con il suo movimento; più di una volta gli MC5 si trovano a esibirsi mentre sotto al palco avvengono duri scontri con la polizia, quando non sono addirittura costretti a fuggire per salvare il cranio dai manganelli delle forze speciali, che intervengono senza pietà per disperdere le manifestazioni. Questi episodi vengono gonfiati e mitizzati da Sinclair, come scrive il critico musicale Fred Goodman, nel suo libro The Mansion On The Hill: “Il successo della Grande Ballroom fu certamente d’aiuto a consolidare gli MC5, ma Sinclair faceva un gran lavoro per costruire loro la reputazione di gruppo rivoluzionario e di rock band fuorilegge. Era molto facile. Sinclair scriveva sul giornale di movimento controculturale locale ed era anche un bersaglio della polizia, per via dei suoi proclami sulla droga libera. I casini non mancavano, di certo, e lui iniziò a usare i suoi articoli per raccontare la ‘tattica di guerriglia rivoluzionaria’ degli MC5. Nel giro di poco tempo trasformò anche gli episodi più insignificanti di attrito con le autorità in una vera e propria guerra contro i poliziotti“.

The great Elektra swindle

Il 1968 si apre con l’incisione del secondo singolo degli MC5: “Looking At You”, con “Borderline” sul retro. Il dischetto, stampato in 500 copie per un costo totale di 500 dollari, viene registrato in quattro ore ed è interamente finanziato da Russ Gibb. Il gruppo ora ha una buona base locale di fan e anche un contingente che lo segue ovunque: The Stompers. Ne fanno parte un gruppo ben nutrito di ragazze, che stravedono per i cinque musicisti. Leni Sinclair: “Queste ragazze erano come una specie di esercito fedelissimo agli MC5. Facevano autostop nel cuore dell’inverno per arrivare dove loro suonavano; sotto al palco rompevano il ghiaccio, iniziavano a ballare e trascinavano il resto del pubblico. E poi nutrivano i ragazzi del gruppo, procuravano la droga e si occupavano di tutte le loro necessità… erano fantastiche e hanno avuto un grosso ruolo nel successo della band“.

A rovinare la festa, però, interviene un evento che cambia il corso della storia dell’umanità: il 4 aprile Martin Luther King viene assassinato a Detroit. Immediatamente la polizia, temendo nuovi disordini razziali come quelli avvenuti l’anno precedente, istituisce un coprifuoco. Nel giro di 15 giorni gli MC5 e la Trans-Love Energies Unlimited si trovano al verde: i concerti e gli eventi infatti sono tutti sospesi e non entra più un dollaro nelle casse. Urgono provvedimenti drastici e infatti all’inizio di maggio la band e l’intera corte di Sinclair si trasferiscono nella vicina Ann Arbor (la città dove hanno il loro quartier generale gli Stooges); gli MC5 si trasferiscono al 1510 Hill Street, mentre il resto dell’organizzazione si insedia al 1520 della medesima strada. La casa è in pratica una comune, dove le ragazze che gravitano intorno alla band lavorano e svolgono tutte le incombenze quotidiane, mentre i musicisti si dilettano suonando, componendo, fumando e sparando nel retro con le armi ammassate “in caso di rivoluzione”. Qui il legame del gruppo con gli Stooges si fa più profondo, tanto che la band di Iggy e dei fratelli Asheton viene presa sotto l’ala protettrice di Tyner e compagni, che fanno da fratelli maggiori.

È in questo scenario che avviene l’incontro fatidico con Danny Fields. della Elektra Records. Sinclair, tempestandolo di telefonate, lo persuade a presenziare al concerto che gli MC5 tengono il 21 settembre alla Grande Ballroom con gli Amboy Dukes. Ciò che vede lo soddisfa, ma Wayne Kramer lo avvicina e gli dice: “Se ti siamo piaciuti, andrai pazzo per la band dei nostri fratellini minori, Iggy e gli Stooges”. Ed è così. Il lunedì seguente Fields si trova nella cucina della casa al 1510 di Hill Street con John Sinclair e Jimmy Silver (il manager degli Stooges): mette sotto contratto entrambi i gruppi con una spesa complessiva di 25.000 dollari.

Nonostante l’accordo con la Elektra i rapporti tra gli MC5 e Sinclair sono tesi. Il gruppo si sta rendendo conto di essere il bancomat che finanzia le attività politiche e artistiche del collettivo. E la cosa non rende felici i ragazzi. Ad ogni modo, ora c’è un disco da fare e l’idea della Elektra è immortalare un concerto, con tutta l’energia e la forza vitale che si sprigiona. Alla band non dispiace affatto e così nasce la pietra miliare intitolata Kick Out The Jams. Il disco raccoglie otto brani (e altrettanti vengono esclusi) incisi tra il 30 e il 31 ottobre 1968 alla Grande Ballroom. Il rumore del pubblico è, come consuetudine, aggiunto in postproduzione e Wayne Kramer ricorda: “Alcuni pezzi sono stati registrati al pomeriggio, senza pubblico in sala, con la Grande Ballroom vuota“.

Nonostante questo l’impatto è fulminante, anche grazie all’incipit sfrontato, la presentazione di J.C. Crawford che introduce il gruppo. E poi c’è la fatidica frase di Tyner, l’epocale slogan: “Spaccate tutto, figli di puttana” (“Kick out the jams, motherfuckers!”). L’album esce a febbraio del 1969 e attira immediatamente un ciclone di polemiche: in particolare quel “motherfuckers” è foriero di problemi gravi a livello di distribuzione e passaggi radiofonici. Rob Tyner: “I magazzini Hudson’s, che erano uno dei punti vendita privilegiati per la Elektra, si rifiutarono di commercializzare il disco per via di quel ‘motherfuckers’“. In tutta risposta la band acquista uno spazio su un giornale per pubblicizzare l’album con lo slogan “Comprate il disco. Si fotta Hudson’s”, corredato dal logo della Elektra. L’etichetta la prende malissimo, licenzia la band e mette in commercio una versione edulcorata dell’album. Tyner: “Ci diedero un calcio nel culo e nel frattempo avevano già eliminato dalla copertina del disco gli scritti politici. E dopo levarono la parola ‘motherfuckers’ dall’audio“.

Back In The USA

Kick Out The Jams non è un campione di vendite, ma viene accolto piuttosto bene. Intanto il rapporto tra gli MC5 e John Sinclair è giunto al punto di non ritorno e la band inizia a lavorare con Jon Landau, un critico musicale molto vicino ai vertici della Atlantic (ora è, da molti anni, il manager di Springsteen), che procura in poco tempo un nuovo contratto al gruppo.

Entro luglio tra gli MC5 e il loro ex manager (che nel frattempo è stato arrestato nuovamente per possesso di marijuana) è calato un gelo mortale, che culmina nella fine del loro rapporto di collaborazione. Rob Tyner: “C’era un’incredibile quantità di denaro che veniva generata da noi e finiva nelle tasche di Sinclair, del movimento e delle White Panthers. Noi eravamo il sostegno di tutta la baracca, coi soldi dei concerti e dei dischi venduti. […] John nel suo libro Guitar Army dice che l’abbiamo mollato, che l’abbiamo lasciato in prigione. Ma non è così, perché lui ci aveva lasciato già da tempo e si concentrava solo sulla politica. […] Ci sentivamo usati e sfruttati“. Sinclair dal canto, durante la reclusione scrive una lettera infuocata alla band, il cui passaggio saliente è: “Voi volevate essere più popolari dei Beatles. Io vi volevo rendere più famosi del presidente Mao“. E forse è la miglior chiave di lettura di tutta la situazione.

Accompagnati da Landau gli MC5 entrano in studio per incidere Back In The USA; vorrebbero rifare alcuni brani già apparsi su Kick Out The Jams, ma i diritti sono saldamente in mano alla Elektra, che non li molla. Le session terminano all’inizio di ottobre e il disco, che contiene 11 pezzi, esce il 15 gennaio 1970 (preceduto dal singolo “Tonight”/”Looking At You”). Back In The USA è il primo vero lavoro di Landau come produttore, che sceglie di castrare ogni afflato free degli MC5, per costruire brani squadrati, con una struttura semplice e fissa. Per lui la strada è quella di ridurre tutto all’osso e incidere 11 brani (tra cui due cover di rock’n’roll anni Cinquanta) rapidi, ficcanti e scarni; sfortunatamente, così facendo, cancella lo spirito guascone e legato all’improvvisazione selvaggia della band. Dennis Thompson: “Facemmo innumerevoli ore di prove, con un’attenzione ai dettagli impietosa e una disciplina militare. Quello che guadagnammo in precisione lo perdemmo in immediatezza e urgenza. […] Facemmo tantissime take per ogni pezzo. Quando qualcuno sbagliava ci fermavamo e ricominciavamo. Incidemmo le basi tutte insieme: chitarre, basso, batteria. Poi il resto delle parti, i solo, le voci, le mettemmo in un secondo momento“.

Non è affatto un cattivo album, anche se è lontano dall’approccio incendiario dell’esordio. Michael Davis in proposito sottolinea: “So come suonavano quei pezzi quando li provavamo e a mio avviso abbiamo fallito nel catturarli in tutta la loro potenza, su nastro“. Ed è proprio così: i brani del disco sono ottimi, ma suonano addomesticati.

High Time

Back In The USA in termini di vendite ottiene meno riscontro dell’esordio; per ironia della sorte, comunque, gli MC5 vengono radiati dalle White Panther (che, peraltro, sarebbero state sciolte l’anno seguente) con la motivazione di essersi venduti al sistema e di essere rockstar.

A nemmeno sei mesi dall’uscita del disco, i ragazzi comunque hanno già molto materiale nuovo da incidere, nonché una certa voglia di riscatto. Landau, il produttore del secondo album, fotografa nitidamente la situazione di quei giorni, durante un’intervista del 1970: “Sinclair è stato molto presente e ha avuto un forte ruolo nella realizzazione e nel messaggio del primo disco. La mia influenza è chiarissima, invece, nel secondo e credo che questo li abbia trattenuti dal fare molte cose che avevano in mente. Quindi nel terzo album faranno da soli. Sarà davvero una cosa loro e non ci sarà nessuna influenza esterna. Sarà una sfida: o spaccano o taceranno per sempre“. E, decisamente, gli MC5 con High Time spaccano.

Le session iniziano a Londra a luglio del 1970, durante un raid in terra d’Albione per suonare in un disastroso free festival: qui la band in poche ore incide il primo brano del nuovo album, la devastante “Sister Anne”, per poi proseguire i lavori a Detroit. È quella che potremmo chiamare l’estate indiana del gruppo, l’ultimo colpo di coda prima dell’inverno mortifero – una metafora per indicare la fine di tutto. Durante le session i rapporti tra i musicisti stanno mutando e Michael Davis dipinge così quei giorni: “Eravamo più organizzati e sicuri di noi stessi, ma le nostre personalità iniziavano a… hai presente il Big Bang? L’universo si stava espandendo e noi ci allontanavamo l’uno dagli altri; in alcuni casi era un bene, perché individualmente potevamo lavorare a un’idea e svilupparla, invece di dipendere dagli input di tutto il gruppo. […] D’altro canto ci era rimasto molto dello spirito degli MC5 degli esordi. […] Quando iniziammo a incidere i pezzi sentivo che erano più diretti. Erano costruiti con gusto e buoni arrangiamenti, i riff erano più raffinati “.

Come spiega molto acutamente Brett Callwood nel suo volume sugli MC5: “Con High Time gli MC5 finalmente fanno centro pieno, ma non c’era nessuno disposto ad ascoltarli. E infatti è stato apprezzato appieno solo a posteriori“. Persino il loro ex manager Sinclair ha parole lusinghiere per questo lavoro: “Il terzo disco suona come gli MC5. Musicalmente dimostra quanto erano bravi e quanto le loro canzoni fossero grandi“.

Quando l’album viene pubblicato, il 6 luglio del 1971, il gruppo teoricamente dovrebbe essere pronto a promuovere il nuovo lavoro. In realtà l’ironia della sorte vuole che gli MC5 si stiano irrimediabilmente sgretolando. Michael Davis ricorda: “A nessuno fregava più niente. La Atlantic aveva perso interesse nel gruppo e ci concedeva solo un supporto minimo in promozione. La cosa peggiore è che molti della band avevano problemi di tossicodipendenza“. Tutti eccetto Rob Tyner sono, a vari livelli, preda dell’eroina e Wayne Kramer ha anche problemi gravi di alcolismo.

Il canto del cigno

A febbraio del 1972 gli MC5 partono per un tour europeo piuttosto lungo che tocca Francia, Inghilterra e Germania; Michael Davis perde il primo concerto alla London School of Economics perché trattenuto dalla security dell’aeroporto per faccende di droga. Raggiunge i suoi compari con un giorno di ritardo e dopo tre sole date viene licenziato. “Mi chiamarono per una riunione di gruppo in camera di Wayne o di Rob. Mi dissero: ‘Ne abbiamo discusso e abbiamo deciso che non ti vogliamo più’. Credo di avere reagito con un ‘Ok, va bene. Faccio i concerti in Francia e me ne vado a casa’. Volevo onorare gli impegni presi, ma loro mi dissero che avevano già provveduto a una sostituzione. […] Dovetti lottare per farmi pagare il volo di rientro. […] Quando fu tutto finito, mi sentii finalmente libero“.

Questo è il punto di non ritorno: gli MC5 restano in Europa fino al 19 marzo, per poi tornaci per diverse date durante tutta l’estate e parte dell’autunno, cambiando tre bassisti in corsa. A novembre, alla vigilia di un nuovo raid nel Vecchio Mondo, una riunione tumultuosa decreta la fine del gruppo con l’uscita simultanea di Rob Tyner e Dennis Thompson. Quest’ultimo spiega: “La verità è che io avevo semplicemente chiesto di rimandare il tour per ripulirmi dall’eroina che mi stava uccidendo e stava rovinando la mia famiglia. […] Rob disse che se non c’era Dennis in tour, non c’era nemmeno lui“. E così Wayne Kramer e Fred Smith divengono gli MC2: partono per l’Europa con due turnisti assoldati per l’occasione. Sono previste anche due settimane di show in Italia, ma gli organizzatori cancellano tutti i concerti quando vengono a sapere che si tratta di una versione raccogliticcia del gruppo.

L’epilogo di tutta la storia avviene il 31 dicembre 1972: la Grande Ballroom, che nel frattempo era stata chiusa, riapre per un concerto di fine anno con gli MC5 riuniti nella formazione originale. Kramer racconta così quella serata: “Ci riunimmo solo perché ci offrirono 500 dollari per suonare. Certo, al nostro top prendevamo 3.000 o 4.000 dollari per suonare lì. E adesso 500. Ci pagarono prima di salire sul palco, così io avevo un bel centone nella tasca dei pantaloni. Non finii nemmeno il concerto. Di solito suonavamo 12 pezzi, ma non credo di averne fatta nemmeno metà. Era una brutta situazione… mi ricordo che a un certo punto sono andato da Fred e gli ho detto: ‘Scusami. Devo andarmene ora’. E andai dritto a comprarmi la roba. Sapevo che era l’ultimo atto“.

Tempi supplementari

Gli anni bui e la reunion

Dopo lo scioglimento degli MC5 nel 1972, le storie personali dei vari membri sono all’insegna delle tribolazioni e di un doloroso anonimato, nonostante i tentativi di non allontanarsi del tutto dal mondo della musica. Un paio di loro finiscono anche in carcere per storie di droga, per dare la misura del livello di decadenza raggiunto.

A livello musicale non c’è molto da registrare. Per Fred Smith un paio di progetti che non vanno da nessuna parte, pur restando nella leggenda, ossia gli Ascension (con Michael Davis e Dennis Thompson) e la Sonic’s Rendezvous Band (con Scott Morgan ex Rationals), Gary Rasmussen (ex The Up) e Scott Asheton (ex Stooges); e poi la famiglia costruita con Patti Smith (sì, quella Patti Smith), con cui conduce una vita quieta e lontano dai riflettori fino alla morte, nel 1994.

Rob Tyner si dedica da subito alla sua famiglia e ai suoi bambini; diventa giornalista musicale (scrive anche per Creem) e mette insieme la Rob Tyner Band. Negli  anni Ottanta diviene produttore e segue diversi gruppi di Detroit, ma pubblica anche un buon disco solista (Blood Brothers, del 1990). Muore per un improvviso attacco di cuore nel 1991.

Michael Davis, dopo qualche anno di tossicodipendenza e spaccio, viene arrestato nel 1975 e sconta più di due anni. Nel 1978, appena scarcerato, si unisce ai Destroy All Monsters, un altro supergruppo di culto con Ron Asheton e la cantante e artista Niagara. Ci resta per sette anni e poi, al loro scioglimento, suona coi Blood Orange, con Rich Hopkins e i Luminarios. Muore all’improvviso, il 17 febbraio 2012, per insufficienza epatica.

Dennis Thompson si arrabatta in vari gruppi: prima gli Ascension di cui sopra, poi i New Order (1975-76) di Ron Asheton, tanto spettacolari quanto sfortunati e dimenticati. Nel 1981 viene chiamato nel supergruppo New Race, una meteora che dura lo spazio di pochi concerti e che oltre a lui vanta membri come Deniz Tek, Rob Younger e Warwick Gilbert dei Radio Birdman, più Ron Asheton. Infine ha suonato, in tempi più recenti, in due progetti quasi invisibili: The Motor City Bad Boys e i The Secrets.

Fino al 1975 Wayne Kramer si dedica alla droga e allo spaccio, poi viene arrestato e resta in carcere un paio d’anni (ritrovando l’amico Davis dietro le sbarre). Quando esce si trasferisce a New York, dove forma i Gang War con Johnny Tunders, gruppo sulla carta eccezionale, ma senza futuro. Durante tutti gli anni Ottanta lavora come falegname, con qualche sporadica apparizione musicale, per poi riemergere con una carriera solista piuttosto solida a inizio anni Novanta (11 album pubblicati, l’ultimo è del 2004).

Tra il 2003 e il 2004 i tre MC5 superstiti sono protagonisti di una reunion che inizia come evento sporadico (ogni concerto vedeva una ridda di ospiti che si esibivano in vari brani), ma lentamente si consolida in un progetto stabile. La band, nota anche come DKT/MC5 (dove DTK sta per Davies, Kramer e Thompson) consolida la formazione con Handsome Dick Manitoba dei mitici Dictators alla voce; la recentissima [all’epoca dellla stesura dell’articolo – nda] morte di Davis, però, potrebbe rimettere in discussione tutto.

A True Testimonial, il film perduto

La storia degli MC5 è finita decisamente male, roba da loser patentati. Tenendo fede a questa tradizione, anche il tentativo di pubblicare un film-documentario ufficiale sulla band è, per ora, naufragato miseramente. Il problema è che questo film, intitolato A True Testimonial (di David C. Thomas), è stato girato, completato nel 2002 e proiettato nell’ambito di numerosi festival e iniziative, ricevendo peraltro recensioni e commenti lusinghieri. Eppure, a oggi, il film non è disponibile in alcun formato e, anzi, è praticamente scomparso. Il motivo è che Wayne Kramer, che alla pellicola ha collaborato attivamente come tutti i suoi ex colleghi, ha querelato regista e produttore per avere usato la musica degli MC5 senza permesso. All’origine di tutto ci sarebbe un accordo preliminare secondo cui Kramer avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di “produttore musicale” del film, cosa che non è mai avvenuta. Thomas e il produttore negano che ci sia mai stato un simile patto, ma comunque l’azione di Kramer ha di fatto bloccato la distribuzione di A True Testimonial, che non è uscito nemmeno in dvd.

Si tratta di un lavoro veramente eccezionale, che meriterebbe ampia diffusione. Le malelingue obiettano che i tre MC5 superstiti non escono troppo bene dal documentario e quindi hanno tutto l’interesse nel farlo sparire. In realtà è un resoconto onesto, appassionato e umano (con tutti i picchi di ispirazione e di miseria di cui la saga degli MC5 è fatta).

Buona fortuna, se vi metterete alla sua ricerca: ovviamente le copie bootleg, come per ogni oggetto di culto che si rispetti, sono in circolazione, anche se resta la speranza che a breve esca almeno un’edizione dvd. Altrimenti è possibile consolarsi, almeno un pochino, con il film documentario di Leni Sinclair MC5 – Kick Out The Jams (2005): una breve collezione (35 minuti appena) di vecchi filmati in super 8 della band, sonorizzati con brani presi da bootleg vari… una visione evocativa, che dà l’idea di come fosse gravitare intorno agli MC5, ma adatta ai fan più addentro alla storia del gruppo.

[PS: al momento della stesura dell’articolo – nel 2011 – il film era irreperibile, se non nel circuito peer to peer. Ora è su YouTube: http://youtu.be/1UrP9jxKzOU]

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