Street walking cheetahs under the Duomo

nerodoggsNero And The Doggs – Death Blues (White Zoo/VoloLibero/Rocket Man, 2013)

Da qualche anno a questa parte l’appuntamento con un nuovo album dei Doggs è immancabile e preciso. Ne sfornano regolarmente, costanti, testardi, bastardi e imperterriti – nonostante le classiche difficoltà che tutti conosciamo.

Questo nuovo Death Blues segna anche un cambiamento della ragione sociale della premiata ditta Doggs, che diventano Nero And The Doggs – impossibile non cogliere il parallelismo con la metamorfosi Stooges/Iggy And The Stooges avvenuta tra Fun House e Raw Power.
E anche a livello sonoro questo album riflette la metamorfosi di cui sopra… brani sempre impregnati di tragedia e rock’n’roll stoogesiano, ma più ispirati all’ultimo periodo della band, con Williamson in formazione. Tutto ciò diventa chiarissimo giungendo alla terza traccia (la quarta se contiamo l’intro), una ballad elettrica e straziante la cui caratura sfiora quella di “Johanna”, per intenderci.

Il sound dell’album è mediamente molto più hard rock, con chitarre sfrontatamente williamsoniane che danno al tutto un’impronta meno protopunk e più protometal (nell’accezione più positiva possibile del termine, per il sottoscritto); diciamo che Death Blues non è il Raw Power dei Doggs, ma è senza dubbio l’equivalente di ciò che per gli Stooges possiamo ascoltare in bootleg come You Don’t want My Name, You Want My Action… oppure nei rehearsal tape di Detroit.

Lo definirei quindi un album di transizione, con grandissimi spunti, ma alcuni ingranaggi ancora da tarare e rodare al meglio (esempio: una traccia come “Insanity”, un po’ troppo monocorde e banale rispetto a quello a cui Nero e i suoi ci hanno abituato). Paradossalmente funzionano a meraviglia i pezzi più quieti e velenosi, come dimostra anche l’oscura “Have You Found Yourself”, un incubo che sembra uscito da una outtake di Kill City… roba che ti rimane in testa e difficilmente si scolla.

Un’ottima band, come sempre, che questa volta non ha avuto paura di mostrare la propria ricerca di nuove sfaccettature, tra momenti esaltanti e frazioni più “di passaggio”. E a raccontarci tutto questo c’è anche la scelta di una produzione differente, molto più pulita e lavorata, che funziona meglio in certi brani piuttosto che in altri (i pezzi più volenti suonano, alle mie orecchie, leggermente troppo metal anni Ottanta con questa produzione).

Detto questo, scusate, ma vado a sentirmi in loop “Damaged Love ” e “Have You Found Yourself” per un paio d’ore. Open up and bleed, motherfuckers…

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