The Romilar diaries

Lester_Bangs01Un altro pezzo riciclato dalla mia carriera – abortitissima – da giornalista musicale per una rivista cartacea. Per una serie di motivi non dipendenti dalla mia volontà le cose non sono mai andate nel migliore dei modi e alla fine ho scelto di mollare.
Questa volta si parla di Lester Bangs. Classico, forse banale. Ma intramontabile.

The Romilar diaries

C’è chi lo adora alla follia, Lester Bangs, tanto da bersi d’un fiato anche i suoi scarti più immondi. C’è chi lo considera poco più di un giullare alcolizzato. Ma quasi tutti lo maledicono. Perché vorrebbero scrivere come lui, oppure perché il lesterbangsismo è diventato un genere di critica rock praticato da troppi aspiranti con più attitudine per l’agricoltura, che non per la scrittura. Il risultato, in entrambi i casi, è impietoso: scritti autoreferenziali, vuoti e noiosi, di imitatori maldestri. Non che il buon Lester sia riuscito a essere sempre e solo brillante: tutt’altro… solo che, al netto delle cadute di stile e dei pezzi non azzeccati, ciò che resta è pura prosa poetica rock.

Per i non iniziati, Leslie Conway Bangs, detto Lester (nato in California, a Escondido, il 13 dicembre 1948) è probabilmente il nome più emblematico degli ultimi 40 anni, in fatto di critica rock. I suoi articoli fiume, le sue recensioni deraglianti, le sue interviste/rissa – come quelle con l’amato e odiato Lou Reed – hanno segnato indelebilmente la storia della stampa musicale contemporanea.

Poche settimane prima di morire, in un’intervista dell’aprile 1982, Bangs stesso elenca – dimenticando anche più di nome minore – a un giovanissimo Jim Derogatis i magazine per cui ha scritto: Rolling Stone, Creem, Punk, Who Put The Bomp, Penthouse, Playboy, NME, New York Rocker, Circus, Los Angeles Times, Los Angeles Herald-Examiner, The Village Voice, Teenage Wasteland Gazette, Fusion, Phonograph Record Magazine, Music and Sound Output, Musician, Stereo Review, Gallery, Player and Listener, International Musician and Recording World, The Soho Weekly News, Chicago Tribune, Chicago Sun-Times, San Diego Door. È una produzione, quella di Bangs, incessante, ma soprattutto ossessiva e incurante delle più tradizionali dinamiche giornalistiche. Una scrittura psicotica, alterata, genialoide, contorta e ammaliante come una battaglia tra astronavi aliene nel bel mezzo di una finale di Miss Mondo: non riesci a staccare gli occhi anche se non capisci cosa sta succedendo.

Il terreno fertile per tutto questo è fornito da un’infanzia problematica. Lester, infatti, è figlio di madre testimone di Geova osservante (dura, attaccata a una ferrea disciplina e ossessionata dal dover provvedere da sola al sostentamento della famiglia) e di padre alcolista che abbandona il tetto coniugale per morire tragicamente in un incendio. Decisamente la vita non è clemente con lui, e Lester si trova a essere disperatamente affamato di evasione, che trova nei fumetti, nei libri della beat generation e poi nel jazz.

Il jazz, in effetti, è il suo primissimo amore: fino a sedici anni circa odia letteralmente il rock’n’roll e disprezza il pop, da buon purista. Il suo mondo ruota intorno a Mingus – una divinità, per lui, insieme a Jack Kerouac – fino al fatidico gennaio 1964, quando esce “I Want To Hold Your Hand” dei Beatles. Da questo momento inizia a interessarsi ad altre sonorità e quando i Rolling Stones si affacciano prepotentemente sulle scene internazionali, lui ne diventa un fan implacabile. Gli Stones, dirà, sono “un evento sovrannaturale, un’esperienza cataclismica con una forza di portata wagneriana, che trascende la musica“.

È proprio in questi anni che ha inizio anche l’amicizia pericolosa che Lester si trascinerà dietro per tutta la vita: quella con il Romilar, ossia lo sciroppo per la tosse che – assunto in dosi elevate – porta un notevole sballo allucinogeno dissociativo per via del destrometorfano.

Dai Rolling Stones a Rolling Stone

Quando nell’ottobre del 1967 esce il primo numero del tabloid quindicinale Rolling Stone, fondato dal giovanissimo Jann Wenner, Lester ne diviene subito un accanito lettore (“Vivevo per quella roba, la mia vita si basava sul fatto che ogni due venerdì potevo correre all’edicola e ci avrei trovato il nuovo numero, da divorare… era la mia Bibbia“). La sua occasione, dopo aver scritto alcuni articoli nel giornale scolastico del suo liceo, arriva proprio da questa rivista, come racconta lui stesso: “Pubblicavano un annuncio in un box, più o meno nel 1968, che grossomodo diceva: ‘Scrivi, disegni, fai fotografie? Mandaci il tuo materiale’. Così ho iniziato a spedire le mie recensioni. Le prime quattro credo fossero ‘Anthem of the Sun’ dei Grateful Dead e ‘Sailor’ di Steve Miller, che erano delle merdate, e poi ‘White Light/White Heat’ dei the Velvet Underground e ‘The Marble Index’ di Nico, che invece erano capolavori. Non me le pubblicarono e io non riuscivo a capire il perché“.

Il grande momento giunge in maniera quasi fortuita, frutto di uno dei tipici colpi di testa alla Lester Bangs: dopo avere letto un articolo osannante sugli MC5, compra “Kick Out The Jams” e ne resta delusissimo. “Sai, come capita a tutti, se compri una cosa che poi non ti piace la prima cosa che pensi è di essere stato fregato, di avere preso qualcosa di gonfiato dalla pubblicità. Così scrissi questo pezzo davvero stile ‘Bleaaahhh!’, una recensione sprezzante, e la inviai a Rolling Stone con una lettera che diceva: ‘Ecco, cazzoni, sono all’altezza di qualunque dei vostri autori. Adesso pubblicate questa cosa, oppure mi spiegate il perché non lo fate’. E la pubblicarono, così iniziò tutto“. Il pezzo esce il 5 aprile del 1969 e sancisce l’inizio di una collaborazione.

Come penna  free-lance di RS Lester si occupa principalmente di recensioni, col suo stile irriverente, intriso di emotività e istinto. È chiaro che lui è alla ricerca di suoni che lo facciano sobbalzare sulla sedia, novità, energia, personalità e – perché no – follia. E, soprattutto, non è incline a compiacere nessuno, in primis gli artisti di cui si occupa.

Il suo universo musicale ruota intorno a un sistema fideistico per cui i Velvet Underground, i Count Five e i Troggs sono esseri sovrannaturali capaci di sprigionare energie primordiali con pochi accordi suonati in un garage scalcagnato. E infatti, per anni, uno dei criteri che Lester adotta per capire chi frequentare è la “prova di Sister Ray”: quando entra a casa di qualcuno tira fuori “White Light/White Heat” dei Velvet e controlla il vinile per vedere quanto è consumato all’altezza di “Sister Ray”. Sostiene che tutti ne hanno una copia perché fa figo, ma molto pochi lo ascoltano davvero. Dal grado di usura di quella porzione di microsolco dipende il suo giudizio sulle persone.

La rivista di Wenner inizialmente sembra un paradiso, ma verso l’estate del 1970 iniziano i primi guai: “Hanno cominciato a rifiutarmi dei pezzi e Wenner era in uno dei suoi famosi momenti di sclero. […] Prima di allora ero così ingenuo che pensavo di dover essere leale a Rolling Stone e scrivere solo per loro. […] Poi hanno preso a rimandarmi indietro i pezzi e allora ho cominciato a mandarli in giro anche ad altri. A Fusion, a Creem, a chiunque“. Wenner, infatti, si è reso conto che l’atteggiamento troppo duro di alcuni suoi collaboratori nei confronti degli artisti è deleterio per la rivista, soprattutto per via dei mancati investimenti pubblicitari da parte delle grandi etichette (che – ovviamente – non spendono soldi per un magazine che insulta i loro protetti). E così mette un veto per cui le maglie della “censura” redazionale si fanno più strette e diventano ben accetti solo gli articoli che parlano di musica, senza divagare troppo e senza esprimere giudizi soggettivi troppo spigolosi.

Creem not Cream

Bangs, finito l’idillio e la “monogamia” inizialmente riservata a Rolling Stone, allarga il proprio giro. In particolare la pubblicazione più ricettiva alla sua prosa è Creem, che ha iniziato a uscire nel 1969 nella forma di foglio a cadenza irregolare, per divenire gradualmente un vero e proprio competitor di Rolling Stone. La rivista fondata da Barry Kramer con un capitale di soli 1200 dollari nasce nel medesimo sottobosco detroitiano che aveva dato alla luce gli MC5, gli Stooges e la dottrina rivoluzionaria delle White Panthers – e ne è diretta emanazione. Nell’agosto del 1970 compaiono nelle sue pagine le prime due recensioni di Bangs (una sui Fugs e una sugli Who) e il vero punto di svolta giunge quando, nel numero di novembre del 1970, Creem pubblica la prima parte della sua epocale recensione fiume di “Fun House” degli Stooges; il pezzo è un vero mastodonte, lunghissimo, in pratica un saggio. “Me l’hanno messo nel giornale. E io pensavo tra me e me: ‘Ok, ho finalmente trovato il posto dove starò bene’“.

Se fossimo in un romanzo Harmony potremmo tranquillamente scrivere che un amore è sbocciato. E, infatti, da lì a pochi mesi Dave Marsh (l’iperattivo caporedattore di Creem) sfodera la classica offerta che non si può rifiutare: invita Bangs a stare nella casa di Detroit (che dopo poco viene abbandonata per trasferire il tutto a una settantina di chilometri di distanza) dove i redattori lavorano, dormono e vivono. In questa atmosfera da comune, in cui i valori e l’estetica dominanti sono sex, drugs & rock’n’roll (oltre a un approccio maniacale e passionale alla musica), Lester è perfettamente a suo agio. Contemporaneamente al suo lavoro come redattore di Creem scrive da free-lance per decine di altre testate (Rolling Stone compreso), instancabile e onnipresente: “Ho più collaborazioni esterne di chiunque altro qui a Creem. E la cosa fa sempre incazzare Kramer [l’editore], che pensa che io mi stia arricchendo scrivendo per altri, durante le ore in cui dovrei lavorare per lui. Non credo proprio. E poi la maggior parte di quella roba la scrivo fatto di anfetamina, in orari in cui – diversamente – sprecherei solo tempo dormendo“.

L’idillio con Kramer e Creem dura – tra alti, bassi, fiumi di alcool, pezzi magistrali e leggendarie litigate – fino al 1976, quando si consuma la rottura per i cari, vecchi e banalissimi motivi economici. Nel 1982 Lester fotografa così la lunga esperienza al soldo di Kramer: “Creem era una specie di feudo. Era  un gruppo di giovani idealisti formati al tramonto dell’era hippie, con un tizio che aveva capito che poteva alzare un sacco di soldi usando il loro idealismo. All’inizio ti diceva cose come: ‘In un anno vivremo tutti in una villa gigante. Saremo ricchi’. Stronzate del genere. Invece lui è diventato ricco, s’è fatto la villa e la casa in campagna, beveva Courvoisier V.S.O.P., guidava una Lincoln Continental – e quando me ne sono andato dopo cinque anni, ed ero caporedattore, io prendevo ancora 175 dollari a settimana“.

New York, New York

La rottura con Kramer porta la decisione di trasferirsi a New York; l’idea è di continuare a scrivere come free-lance per chiunque sia disposto a pagare (Creem compreso), ma anche concentrarsi su un eventuale romanzo. In realtà Lester si perde in un vero e proprio turbine di collaborazioni (a parte quella solida con il Village Voce), di instant book, di pezzi sporadici scritti (spesso anche gratis) per fanzine punk misconosciute o riviste che spariscono in breve tempo. E nessun romanzo si concretizza, nonostante molte idee per titoli e alcuni capitoli buttati giù senza mai essere conclusi. Bangs a New York si getta a capofitto nella nascente scena del CBGB’s, della Bowery, del punk e della new wave primordiali di gruppi come Television, Dictators, Talking Heads, Ramones, Dead Boys… musica nuova, ma che gli fa rivivere l’ebbrezza rock’n’roll dei Velvet Undergound, producendo un sound di bellezza non convenzionale, dall’estetica inedita.
La Big Apple, però, per Bangs è un vero shock. Ne è intimidito fin dal primo istante e trova sempre più rifugio nelle sue passioni più azzardate: l’alcool, l’anfetamina, i sonniferi, l’amato Romilar. E le brevi storie d’amore (o giù di lì) che invariabilmente finiscono malissimo. Presto diventa noto come un ubriacone quasi sempre a pezzi, capace di scatenare violentissime discussioni per banali pretesti; ma per molti è anche un buffo omone in cerca di costante approvazione, tenero e dolce seppur immerso in uno stupore alcolico quasi perenne. Insomma, il “personaggio”, il critico rock dall’atteggiamento beatnik, l’amante dell’autodistruzione come gesto estetizzante, prende il sopravvento – visto che sembra essere l’unico a piacere alle cerchie di conoscenti di Lester.

Di pari passo, nonostante la grande prolificità, la sua carriera stenta a decollare e – anzi – vista l’ondata di nuovi critici più giovani e agguerriti sul mercato, Bangs si trova spesso a fare i conti con la difficoltà di pagare le bollette e di sopravvivere. Tanto che nel 1982, quando muore per sospetta overdose di Darvon e Valium nel suo incasinatissimo appartamento al 542 sulla Sixth Avenue, le sue quotazioni sono decisamente cadute in basso: da redattore star degli anni di Creem, è divenuto un nome venerato da pochi intimi. Solo il lavoro di una ristretta cerchia di amici e fan ha contribuito a riportarlo in auge – soprattutto negli ultimi 10 anni – con un’opera certosina di rivalutazione e ripubblicazione dei suoi lavori migliori, raccolti in due volumi epocali: “Psychotic Reactions And Carburetor Dung” (uscito in sordina nel 1987, poi riesumato con molto più successo) e “Main Lines, Blood Feasts, and Bad Taste: A Lester Bangs Reader” (del 2003) – entrambi tradotti in Italia da Minimum Fax.

Tutto il resto

Ripercorrere la biografia di Lester Bangs è forse l’unica strada per organizzare un discorso minimamente organico sul personaggio, ma come approccio ha un grave difetto: tende a emarginare la dimensione entropica, caotica, caleidoscopica e radicalmente emotiva in cui Bangs lavora e – prima di tutto – vive per tutto l’arco della sua esistenza. La sua quotidianità è un gigantesco buco nero senza orari, un flusso di piccoli avvenimenti disordinati e deliranti; così come la sua scrittura è uno stream of consciousness in cui la musica è sicuramente passione viscerale e bruciante, ma anche pretesto per far colare i suoi pensieri contorti direttamente su un foglio bianco, senza filtri o censure.

Lester è un ascoltatore e uno scrittore “di pancia”, sempre guidato dall’irrazionalità dell’istinto e da una psicologia borderline. È così che l’amato Lou Reed  è al contempo anche il suo più grande incubo e nemico (memorabile la serie di faccia a faccia tra i due, in bilico tra l’adorazione, il disprezzo, l’attrazione quasi omoerotica e il piacere di stuzzicarsi tra menti in qualche maniera “superiori”); ed è così che l’opinione di Lester su un album può variare, fino a ribaltarsi totalmente, nel giro di poche settimane. Un esempio principe? Gli MC5, distrutti nella recensione d’esordio su Rolling Stone e poi rivalutati come una delle più grandi espressioni della musica rock al mondo.

La scrittura di Bangs è – per usare una metafora radicata nel jazz che lui tanto amò – il corrispettivo letterario dell’improvvisazione musicale: un flusso che non implica una creazione ragionata, ma il farsi mezzo per dare corpo a frasi, concetti e idee che vengono immortalate su carta. Come spiega il suo ex collega John Mortland (nonché curatore di “Main Lines, Blood Feasts, and Bad Taste: A Lester Bangs Reader”): “Dividevo l’ufficio con lui e mi ricordo che mi mettevo lì, seduto, completamente ipnotizzato dallo spettacolo di lui che scriveva più velocemente che poteva. Ovviamente a volte quello che ne usciva era robaccia, ma anche capolavori. […] Questa abilità di sicuro dava al suo lavoro quell’energia incontenibile ed esuberante“. E poi l’ingrediente fondamentale è una buona porzione di gonzo journalism, nella sua accezione più casinara e cara a Hunter S. Thompson.

Lester, in un’intervista con Metal Mike Saunders del 1974, descrive così il proprio stile: “Inversioni e mutazioni linguistiche tagliate vicino all’osso, stampa aliena. […] Le mie radici affondano nel periodo vagabondo di Kerouac, roba visionaria da randagi. In parte c’è un po’ di cara e vecchia lingua velenosa, in parte dello sconvolgimento da Belladonna. Il Romilar è il mio vizio. Sono un Maynard G. Krebs che gira coi rollerblade ai piedi“. In realtà c’è una dose imprescindibile di passione/ossessione per la cultura rock, un sacro fuoco inestinguibile, nonché un rapporto estremamente conflittuale con la scrittura. Come ha detto il collega Richard Meltzer, parlando di Lester: “Scrivere può arrivare ad ammazzarti, quando lo fai bene. Quando consuma il tuo sangue, il tuo cuore, i tuoi nervi, le tue ghiandole, i fluidi, le vertebre e quant’altro, compresi i tuoi odori – il tuo corpo intero. In pratica la tua vita“. E questo, per certi versi, è quanto è accaduto a Leslie Conway Bangs.

******Bonus Tracks*****

 

Chi ha inventato l’heavy metal?

L’uso della locuzione “heavy metal” per identificare il genere di musica che ben conosciamo è divenuto molto comune a partire dagli anni Settanta, ma circolano versioni discordanti sulla sua origine. Una, in particolare, attribuisce a Lester Bangs il primato di avere per primo utilizzato queste due parole in un articolo. Eppure non è esattamente così.

Di sicuro Bangs è stato uno dei primi ad abbracciare questo termine (che deriva direttamente dall’immaginario di William Burroughs, passando per gli Steppenwolf di “Born To Be Wild”) e a usarlo, ma di sicuro non il primo.

Il posto d’onore sul podio, infatti, spetta al collega Metal Mike Saunders (tra l’altro in seguito membro dei seminali Angry Samoans), che nel novembre del 1970 recensisce su Rolling Stone “As Safe As Yesterday Is” degli Humble Pie scrivendo: “Qui gli Humble Pie erano una band di heavy metal rumoroso, amelodico e schifoso“. È ancora Saunders, nel maggio 1971 e sulle pagine di Creem a usare quella definizione in una recensione di “Kingdom Come” dei Sir lord Baltimore, raccomandandolo come un disco di una band che “sembra maneggiare disinvoltamente tutti i migliori trucchi dell’heavy metal“. Infine un articolo di Lenny Kaye apparso su Rolling Stone dell’11 novembre 1971 utilizza la locuzione “heavy metal kids” per indicare le nuove band rock più dure.

Che Bangs abbia – soprattutto dal 1972 – fatto suo il termine è innegabile, ma con molta probabilità non ne è stato l’inventore. Di sicuro gli è piaciuto e ha contribuito a divulgarlo, prima come redattore che correggeva i pezzi di Saunders e poi come autore.

La musica di Lester

Lester Bangs, oltre a prestare la sua penna a innumerevoli magazine e pubblicazioni, ha avuto una carriera musicale, nell’aspirazione di travalicare la dimensione della parola scritta per entrare a far parte del gotha degli artisti che vivevano e predicavano il rock nella sua forma più primigenia. A onor del vero “carriera” è forse un termine esagerato (la produzione ammonta in totale a due album e un singolo, tutti misconosciuti), ma in quanto a genuinità e attitudine rock’n’roll, non c’è da lamentarsi.

Il primo lavoro targato Bangs è un 7″ pubblicato nel 1979 accreditato semplicemente a Lester Bangs, con due brani incisi insieme a fior di musicisti della Big Apple tra cui Robert Quine (Lou Reed, Voidoids), Jay Dee Daugherty (Patti Smith) e Jody Harris (Contortions). Sempre nel ’79 Lester entra in studio coi Birdland, una band newyorkese capitanata da Mickey Leigh, cha altri non è che il fratello di Joey Ramone; quello che ne scaturisce è un buon album di rock con lievi influssi post punk intitolato Birdland With Lester Bangs. Il disco viene pubblicato postumo nel 1986 e ristampato su cd alla fine degli anni Novanta. Infine c’è Jook Savages On The Brazos, uscito nel 1980 e frutto di un soggiorno prolungato (e a scrocco) di Lester ad Austin, Texas; qui coinvolge la band locale dei Delinquents, con cui compone una decina di brani dal sapore più roots che vengono immortalati in una sola giornata in studio. Esiste poi un’incisione mai pubblicata ufficialmente, ma di facile reperibilità, conosciuta come The Famous Lester Bangs Sessions: si tratta di una jam chitarra e voce di Bangs con il leggendario Peter Laughner, il deus ex machina di Cleveland che prima di morire nemmeno venticinquenne nel 1977 militò in Rocket From The Tombs e Pere Ubu. Questo nastro, sguaiato e pieno di cover suonate nella redazione di Creem da due individui palesemente intossicati, è al contempo esilarante e raggelante.

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