Screaming Trees: the independent years

stC’erano una volta gli Screaming Trees, il grunge e Seattle… tre ingredienti che mediamente sono uniti in maniera automatica nei pensieri dell’ascoltatore tipo, ma che snocciolati così, senza un’analisi e una contestualizzazione più puntuale, portano a un unico risultato: un bel minestrone incasinato, in cui non si distinguono i sapori e si lanciano tutti gli avanzi del frigo per non buttarli. E invece, cari lettori, qui siamo di fronte a un vero piatto da gourmet, perché questi quattro giovanotti dello stato di Washington, proprio mentre molti dei loro coetanei che infestano le cantine e i garage dell’area di Seattle riscoprono gli Stooges, i Black Sabbath e gli Zeppelin, si rifanno a modo loro alla psichedelia e al garage rock californiano anni Sessanta. Una buona definizione dell’essenza del loro sound viene data da Sounds nel 1989, che li descrive portatori di un “eclettismo nato dal matrimonio tra la prima generazione della psichedelia di Syd Barrett e dei 13th Floor Elevators, l’hard rock primordiale di Jimi Hendrix e il verbo del rock americano anni Ottanta di Black Flag e Husker Du.

La storia degli Screaming Trees comincia a quasi 200 chilometri da Seattle, più precisamente nella cittadina di Ellensburg (popolazione stimata nel 2011: 18.250 abitanti). Qui, complice la più stereotipata e catafratta noia provinciale, quattro ragazzi ventenni o giù di lì decidono di far qualcosa per passare il loro tempo in maniera un po’ più divertente, magari assecondando la comune passione per la musica. Gary Lee Conner (chitarrista solista) ricorda: “Era il 1985, io avevo 22 anni: mio fratello minore Van aveva 18 anni e insieme al suo migliore amico Mark Pickerel (che ne aveva 17) decise di mettere su una band con un conoscente che frequentava la stessa scuola, Mark Lanegan (20 anni). Van, Pickerel ed io avevamo già suonato assieme in qualche gruppo di cover. Lanegan invece era un batterista, ma aveva cantato una volta in un gruppo, a una festa, e così decise che sarebbe stato il cantante della band“. Nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo, la risposta è sì: stiamo parlando di quel Mark Lanegan che pensate.

Inizialmente Gary Lee viene estromesso dal fratello, che non lo vuole nel gruppo per qualche litigio non ben definito di quelli che accadono nelle migliori famiglie, ma il provvidenziale intervento della madre mette a posto le cose. La leggenda narra che la signora Conner abbia minacciato il giovane Van di non farlo più uscire nei finesettimana se non avesse accolto il fratello nel gruppo… e la cosa funziona alla grande. Gary Lee attacca il jack all’amplificatore e non lo staccherà per i successivi 15 anni.

Benedetta noia e – paradossalmente – benedetto quel piccolo inferno che doveva essere Ellensburg a metà anni Ottanta… un posto in cui c’è un solo negozio che vende qualche disco decente (Ace Records), nessun club in cui si suona musica accettabile, un paio di cinema e un po’ di studenti del college locale. Van Conner descrive così la sua cittadina nel volume Grunge, di Claudio Todesco, edito da Tsunami: “Era una città totalmente, dannatamente redneck“.

Crema, bandiera nera e quattro piste

Gli inizi sono quasi tragicomici, come il siparietto della mamma citato poco sopra insegna, con tanto di prove nella cameretta di Gary Lee (poi spostate nel retro del videonoleggio gestito dalla famiglia Conner), che spiega: “Non avevamo idea di cosa suonare tutti assieme e alla fine ci trovammo a fare ‘Sunshine Of Your Love’ dei Cream e un po’ di pezzi dei Black Flag“. Si tratta di cover, quindi, ma è chiaro che l’indirizzo (per quanto bizzarro) è in qualche modo definito: un lubrico accoppiamento di acid rock degli anni Sessanta con un atteggiamento punk contemporaneo, figlio della scena floridissima che gravita intorno a etichette come la SST e la New Alliance. Del resto Gary Lee e Lanegan sono cresciuti musicalmente cibandosi di album di seconda mano comprati a pochi centesimi nelle garage sale dei concittadini bisognosi di quattrini. Gary Lee Conner: “Sono nato nel 1962 e quando avevo 12 o 13 anni ho iniziato ad andare ai mercatini delle pulci con mia madre ogni fine settimana. Era la metà degli anni Settanta e sembrava proprio che tutti volessero sbarazzarsi delle loro vecchie collezioni di vinili. Poi Ace Records era un buon negozio: aveva tanta roba anni Sessanta e primi Settanta che era rimasta invenduta, quindi ho iniziato a prenderne un bel po’ quando mi trovavo qualche soldo in tasca, alle superiori. Da Ace c’erano sempre un paio di copie dei dischi che a me sembravano fighi e dopo qualche tempo ho scoperto che Mark Lanegan si era comprato molte delle seconde copie degli stessi album che mi ero preso io“.

Gary Lee da tempo, nella solitudine della sua stanza, pasticcia con un vecchio registratore a quattro piste, un Fostex X-15, e quando fa ascoltare a Lanegan gli embrioni di brani che ha registrato scocca la scintilla: basta cover, bisogna lavorare su materiale originale. Gary Lee: “Nel 1985, a Ellensburg, l’idea di un gruppo locale che facesse musica propria era davvero estrema. Gli unici posti per suonare in città erano il Ranch Tavern, l’Holiday Inn o i balli scolastici: e accettavano tassativamente solo i gruppi di cover… eravamo davvero fuori di testa! Imparammo un po’ dei pezzi che avevo scritto, ne componemmo qualcun altro insieme. […] Poi un giorno io e Mark trovammo un articolo su Spin firmato da Geza X che aveva un titolo tipo ‘Come pubblicare un disco’. Leggendolo decidemmo di farne uno nostro“. Sull’onda dell’entusiasmo viene prenotato un weekend al Velvetone Studio in cui lavora Steve Fisk (che all’epoca ha già un discreto curriculum da musicista e produttore) e dalle session scaturiscono un pugno di brani, in pratica un demo tape. “Non sapevamo cosa cavolo stessimo facendo“, ricorda Gary Lee, “comunque non andò male. Incidemmo sette o otto pezzi in tre giorni“… ma c’è un dettaglio non trascurabile da sistemare al più presto: il gruppo non ha un nome. La leggenda, peraltro per anni alimentata dal gruppo stesso, narra che la denominazione sia stata scelta per via di un effetto per chitarra prodotto dalla mitica Electro-Harmonix, lo Screaming Tree: si tratta di un pedalino treble booster usato per pompare le frequenze medie e alte. In realtà le cose non vanno esattamente così e il nome nasce da una chiacchierata scherzosa per decidere come chiamare la band; qualcuno suggerisce Screaming Freaks, da cui subito arriva Screaming Trees, senza che nessuno dei musicisti conosca l’esistenza del pedale della Electro-Harmonix.

Verso altri mondi

I brani incisi al Velvetone ben presto vengono confezionati in formato cassetta: seguendo i dettami di Geza X, gli Screaming Trees riescono a pubblicare il loro “disco”, o qualcosa che può somigliargli. Ne vengono stampati solo 1.000 esemplari che portano il logo della neonata Velvetone Records (l’etichetta legata allo studio omonimo), distribuiti dalla K Records di Calvin Johnson; si tratta di sei brani (poi ristampati dalla SST nel 1988, tre anni dopo) radunati intorno al titolo Other Worlds, che aprono la strada verso il primo pseudo-contratto discografico per la band. Fisk e il suo socio, infatti, propongono agli Screaming Trees di pubblicare un album vero e proprio, l’agognato 33 giri, ma a condizione che il gruppo si paghi tutte le spese… alla faccia del rischio imprenditoriale. Eppure la voglia di fare musica e l’entusiasmo hanno la meglio: racimolati i soldi da parenti e genitori, i due Conner, Lanegan e Pickerel si gettano a capofitto nell’impresa da cui nasce il primo lp, ossia Clairvoyance (1986). Gary Lee solitamente scrive tonnellate di riff e brani, li fa ascoltare a Lanegan che li sceglie, li seleziona e aggiunge il suo tocco artistico. È un metodo di scrittura che si consolida da subito, per restare invariato praticamente durante tutto l’arco della carriera del gruppo.

Gary Lee Conner: “Come al solito ero sfasato rispetto alla realtà. E infatti appena ci trovammo col nostro album di debutto finito, mi accorsi che non avevamo mai suonato dal vivo. In effetti c’era qualche problema in questo campo: dove diavolo poteva suonare, a Ellensburg, un gruppo come noi?“. Così, seguendo la lezione degli immensi Cramps, che nel 1978 avevano suonato una data del loro tour di fronte ai pazienti del Napa State Mental Hospital (in pratica l’ospedale psichiatrico di Napa, California), gli Screaming Trees organizzano il loro primo show in assoluto in un istituto per persone con ritardi nello sviluppo, l’Elmview Group Home di Helena Street a Ellensburg; pare esista anche un video della performance (che farebbe una fantastica coppia con quello dei Cramps, ampiamente reperibile), ma è scomparso nelle nebbie del tempo. In effetti la band è decisamente bizzarra, sia nel modo di operare che nelle sonorità proposte… per non parlare del look. Il batterista Mark Pickerel descrive così la band all’epoca di Clairvoyance: “Eravamo una banda di reietti e sembrava che tentassimo di contraddirci continuamente a livello di look. Se Gary Lee si vestiva con qualcosa di totalmente psichedelico, io allora mi impuntavo a bardarmi da punk duro e puro. Lanegan aveva ancora l’aspetto di un contadino zoticone e Van si metteva impermeabile e mocassini. Proprio non riuscivamo a concordare un aspetto simile per tutti“.

Nel frattempo, però, Steve Fisk della Velvetone coi suoi contatti si dà da fare per ampliare il giro. È grazie a lui che gli Screaming Trees entrano nei radar di quella che è, in quegli anni, una vera icona delle etichette indipendenti: la SST di Greg Ginn (chitarrista dei Black Flag, tra le varie cose). Certo gli approcci iniziali non sono semplici, come ricorda Mark Lanegan: “La prima volta che abbiamo parlato coi tizi della SST, dopo l’uscita di Clairvoyance, l’unica cosa che ci dissero fu: ‘Bella prova, ragazzi; è una gran cosa che abbiate pubblicato un disco’. Non gli piaceva l’album, direi. Poi però ci videro dal vivo e si esaltarono, ci chiesero di fargli avere un nastro live. Gliene demmo uno e nel giro di tre giorni ci stavano già telefonando. […] Ed è stata una bella coincidenza, perché eravamo sul punto di firmare con la Pink Dust, che poi è fallita“.

Il legame con la SST inizia nel più classico dei modi, ossia con l’accordo standard che Ginn propone a tutte le band di cui si occupa: pubblicare un disco e poi vedere come si mettono le cose.  Nella realtà dei fatti, tra album, antologie ed ep gli Screaming Trees finiranno per far uscire cinque dischi con l’etichetta californiana. Il primo è Even If And Especially When (del 1987, sempre con Fisk dietro al bancone mixer) e appena esce il gruppo inizia a suonare con più regolarità dal vivo. Del resto questa è una caratteristica della SST: far girare le band il più possibile, a ogni costo e in condizioni che rasentano l’impossibile. I concerti sono vari ed eventuali: si passa dal locale per camionisti al club più tradizionale, fino al bar del profondo sud in cui la musica infastidisce gli avventori. Mark Pickerel: “Avevamo a disposizione cinque dollari al giorno per mangiare. Questo era tutto… poi le cose hanno iniziato a migliorare lievemente dopo i primi due tour. Ci siamo divertiti come pazzi in giro; i momenti migliori sono stati il tour coi fireHOSE e poi i concerti coi Dinosaur Jr, i Sonic Youth, i Meat Puppets, i Nirvana… una volta suonammo anche con Alice Cooper“.

La SST crede molto nel gruppo ed è in uno dei momenti di suo massimo splendore (pubblica dischi veramente a raffica). È così che dopo una ristampa in formato cd/lp della cassetta d’esordio, si impegna a far uscire un terzo album della band (Invisible Lantern, che vede la luce nel 1988, sempre prodotto dall’ormai fedelissimo Fisk, nel suo Velvetone studio) e infine il quarto disco, Buzz Factory, che per diversi motivi costituisce un punto di svolta per la band.

Intanto il gruppo sta mutando sia a livello di sonorità che di equilibri interni. Il sound si fa più cristallino e pulito, mentre la voce di Lanegan diviene più bassa e roca, intrisa di pathos interpretativo. L’atmosfera nella band invece non è esattamente idilliaca, con i membri che conducono vite piuttosto separate e si vedono giusto per suonare. Addirittura nel 1988 Van Conner abbandona il gruppo per qualche mese e viene sostituito da Donna Dresch (poi nelle Team Dresch e personaggio chiave della scena queer-core). Gary Lee: “Donna è stata con noi per tre o quattro mesi nel 1988. Van se n’era andato perché doveva fare tre lavori contemporaneamente per guadagnare abbastanza soldi per mantenere il figlio che gli era appena nato“.

Alla corte di Jack Endino

Per Buzz Factory, che è l’ultimo album con la SST, tutti sono intenzionati a fare le cose più in grande. Ormai la band ha un certo nome ed è il caso di tentare uno scarto in avanti. L’idea del gruppo è di quelle pazze, sulla linea di ciò che fecero gli Husker Du con Zen Arcade, come racconta Gary Lee: “Volevamo fare un doppio album e andammo a Los Angeles a incidere con Donna al basso. In due settimane registrammo in un posto che si chiamava Spinhead, che poi ha chiuso. Ma dopo aver sentito e risentito i nastri decidemmo di chiedere alla SST di mandarci a riregistrare tutto in un altro posto… una faccenda che avrebbe fatto crescere il budget per l’album fino a 4.000 dollari, che era una somma bella grossa per gli standard della SST. In qualche modo Mark li convinse. […] Quello che abbiamo fatto allo Spinhead è andato perduto, anche se potrebbe esserci qualche nastro ancora in circolazione… quanto ne vorrei avere uno!“.

È così che gli Screaming Trees, nel mese di dicembre del 1988, vengono mandati a incidere al Reciprocal Recording di Seattle, lo studio a 16 piste di un vero e proprio guru della produzione underground: Jack Endino. Il suo curriculum, in quel momento, comprende la crema della scena grunge e alternative rock a stelle e strisce, avendo messo lo zampino in dischi di Skin Yard, Soundgarden, Green River, Mudhoney, TAD e Fluid. E scusate se è poco (in effetti è quasi poco, visto quello che negli anni a venire farà! Ma questa è ovviamente un’altra storia).

Per la band è un momento speciale, dicevamo… e, nonostante il rientro di Van nei ranghi, la tensione si fa sentire. Ecco come Endino ricorda quelle session: “Non avevo particolare familiarità col gruppo, non li avevo nemmeno mai incontrati prima che facessimo insieme Buzz Factory. Però mi ricordo molto bene quelle session. I due fratelli [Conner] continuavano a litigare e se le davano di santa ragione, rotolandosi sul pavimento dello studio. Ogni volta mi toccava correre a spostare i microfoni perché non li travolgessero, danneggiandoli. Però, a parte questo, le cose andarono lisce. Riuscimmo a finire in cinque o sei giorni, credo. […] Sono ancora convinto che Buzz Factory sia un grande disco; ‘ Subtle Poison’ è il mio brano preferito“.

Buzz Factory esce nel 1989 ed è un disco molto atteso da fan e critica. Certo gli Screaming Trees sono ancora una band di reietti che venerano i Gun Club, i Wipers, Ron Asheton, i Black Flag e gli eroi più sfasati del rock acido, ma iniziano ad avere una certa reputazione, tanto che partono per un tour europeo. Eppure, a livello economico, le cose non funzionano granché. Del resto è cosa universalmente nota che la SST non fosse esattamente limpida e cristallina nelle pratiche amministrative: pagamenti, royalty sulle vendite e dettagli simili non sono molto curati. Van Conner: “Credevamo che la SST fosse fedele all’etica punk rock, non pensavamo che potesse fregarci. Invece lo fece e fu una delusione. E questi dovevano essere i discografici onesti? Ma vaffanculo. Grazie a Susan Silver firmammo con la Epic, ma non fu un contratto ricco. All’inizio la nostra vita rimase la stessa: giravamo il Paese a bordo di un furgone di merda“. E così, con la parentesi di un ep per la blasonatissima (ma ancora indie) Sub Pop, inizia il viaggio degli Screaming Trees nel fantastico mondo della major e dell’esplosione del grunge che travolge il panorama musicale dei primi anni Novanta.

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3 commenti

  1. Molto bello il pezzo, Andrea… immagino che il figlio di Van Conner, di cui si parla nell’articolo (non sapevo che nell’88 lasciò per un po’ la band), sia Patrick Conner che suona con lui nei VALIS…

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  2. vinylhunter

     /  agosto 5, 2013

    Confesso: non lo so con certezza matematica, ma immagino di sì 😉
    Peraltro il pezzo l’ho scritto troppo tempo fa e i ricordi si sono annebbiati… doveva uscire su una “nota rivista” (mah) italiana, ma se lo sono tenuti nel cassetto per due anni e adesso lo pubblico io. Stica.
    E se mi dicono qualcosa, visto che non mi hanno mai pagato né c’era un contratto o qualcosa di scritto, si prendono anche qualche salmo in sanscrito di quelli coloriti

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  3. yuri

     /  gennaio 19, 2014

    bel pezzo!

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