Sul ponte sventola bandiera nera: intervista a Keith Morris

[di Angelo Mora]

Per Keith Morris il punk rock è il presente, prima ancora che il passato. Sarebbe facile vivere di rendita sulle gesta di Black Flag e Circle Jerks, ma il rastaman californiano ha preferito rimettersi in discussione con gli Off!: il risultato finale è semplicemente incendiario.

La paternità del punk rock viene attribuita a diversi genitori, da una parte e dall’altra dell’Oceano Atlantico: dai The Kingsmen ai The Who, dai The Kinks agli MC5, dai The Sonics agli Small Faces fino ad arrivare ai New York Dolls e ai Ramones. In Italia se la attribuisce da solo Enrico Ruggeri, bontà sua.

Keith Morris – nonostante abbia fatto la storia del movimento punk/hardcore americano prima con i Black Flag e poi con i Circle Jerks – non ha alcuna ambizione di recitare la parte del padrino: “Qualcuno mi chiama ‘icona’ o ‘leggenda’, altri ritengono che sia una rockstar, un tipo difficile, un coglione o uno stronzo; niente di tutto ciò è vero, a parte il coglione e lo stronzo. A volte ho dei problemi con la comunità hardcore che pensa che il tuo percorso, la tua musica e la tua immagine appartengano solo ad una cerchia ristretta. Dove in teoria ti aspetteresti libertà e apertura mentale, in pratica spesso t’imbatti in questi elitarismi”, racconta sarcastico il 56enne musicista di Los Angeles.

Dreadlocks in via d’estinzione, maglietta dei Ramones stinta, jeans logori, scarpe da skate: non è una divisa da manuale per compiacere i fans degli Off!, il gruppo col quale dal 2010 Morris insegna una magnifica lezione di urgenza espressiva (grazie anche alle illustrazioni di Raymond Pettibon, ieri grafico degli stessi Black Flag e oggi artista di fama internazionale). È che lui, il punk, lo vive tuttora sulla sua pelle: “Stavamo registrando il nuovo disco dei Circle Jerks quando il produttore Dimitri Coats [leader, cantante e chitarrista dei Burning Brides – nda] mi ha fatto notare che mancavano direzione ed energia. Continuava a dirci la stessa cosa che Rick Rubin ha detto ai Metallica per Death Magnetic e sta dicendo ai Black Sabbath per il loro prossimo lavoro in studio: ‘Riscoprite le vostre radici’. Aveva ragione, mentre gli altri membri credevano che, per il semplice fatto di chiamarsi Circle Jerks, la gente avrebbe accettato tutto; a me però non interessa passare in radio dopo i Linkin Park e prima dei Korn. Allora io e Dimitri ci siamo trovati nel mio appartamento ad ascoltare qualsiasi tipo di musica che c’ispirasse – da Beethoven ai Blue Öyster Cult – e abbiamo buttato giù al volo riff, melodie e testi. Risultato, una manciata di canzoni che avevano lo stesso spirito del 1977-78. Dopo è successo che i ragazzi della band hanno licenziato Dimitri e io non volevo trovarmi nella posizione di fregare qualcuno. Un giorno, davanti ad un burrito e a qualche caffè ghiacciato, gli ho detto: ‘Questa è la strada da seguire: nessuna regola, nessuna limitazione!’”.

Il paradosso degli Off! è che una band così ‘vecchia scuola’ è stata promossa con una strategia molto moderna. Nel 2011 sono usciti 4 EP poi raccolti nell’album First Four EPs,citando sempre i Black Flag di The First Four Years. Il quartetto – Morris, Coats, il bassista Steve Shane McDonald dei Red Kross e il batterista Mario Rubalcaba, ex Rocket From The Crypt e Hot Snakes fra gli altri – si è quindi messo in mostra dal vivo in America e in Europa, compresi il South By Southwest Music Festival di Austin e il Rebellion Festival di Blackpool. Quest’anno è toccato al debutto sulla, ehm, lunga distanza: Off!, 16 minuti al vetriolo per celebrare il declino della civiltà occidentale. Il tutto patrocinato dalla Vice Records – emanazione discografica della rivista canadese/newyorkese Vice – e supportato da un’efficace campagna online (vedi una serie di videoclip da urlo: in quello più recente, “Wrong”, compare persino l’amico Jack Black, quasi a rinnovare il vecchio legame hollywoodiano fra i Black Flag e John Belushi).

Dalla scorsa estate, inoltre, un certo Anthony Kiedis non si è più tolto dalla testa il cappellino marchiato ‘Off!’: “Anthony è il cantante dei Red Hot Chili Peppers, ma soprattutto un caro amico e un membro della nostra scena fin dai primi anni ‘80: cosa dovremmo fare, impedirgli di indossare il nostro cappello?”, osserva Morris. “Tanti ragazzini lo avranno comprato senza manco sapere chi fossimo, ma non me ne frega niente. Così come non abbiamo avuto esitazioni nello sfruttare Facebook per farci conoscere. Secondo alcuni puristi avremmo dovuto stampare volantini e appiccicarli in giro per le città o attaccarci al telefono e invitare gli amici ai nostri concerti, puntando sul passaparola. La verità è che, se non avessimo usufruito della Rete, saremmo stati dei fottuti idioti!”.

Le vicende punk rock di L.A. e dintorni sono ricche di band formidabili (X, The Germs, Social Distortion, The Adolescents, The Gun Club ecc., oltre appunto a Black Flag e Circle Jerks) e personaggi memorabili (per esempio Exene Cervenka, Darby Crash e Jeffrey Lee Pierce, quest’ultimo omaggiato dagli stessi Off! col brano omonimo pubblicato sul secondo EP). Oggi sono numerosi i libri, i film e i documentari che le narrano, eppure per tanto tempo il valore musicale e culturale di questa scena è stato schiacciato dall’ombra della New York dei vari Television, Talking Heads, Blondie e Patti Smith: “Per i gruppi newyorkesi era più facile sbarcare a Londra, finire sulla copertina di NME e farsi largo anche in Europa: bastavano poche ore di volo e il supporto delle major in termini economici e promozionali”, sottolinea Morris. “Noi della California e della West Coast stavamo dall’altra parte degli USA e incidevamo per piccole etichette indipendenti; l’unico modo per farci pubblicità era quello di salire sul furgone, andare ad esibirci davanti a 20 paganti in Oklahoma e in qualsiasi altro stato del paese e stare via di casa per 3 o 4 mesi di fila. Stessa cosa per le band di Washington, D.C. Il libro migliore per conoscere la nostra avventura è We Got The Neutron Bomb: The Untold Story Of L.A. Punk di Marc Spitz e Brendan Mullen [Mullen, scomparso nel 2009, era il giornalista musicale scozzese trapiantato in USA che ha fondato il The Masque, storico locale punk hollywoodiano; è diventato poi amico personale dei Red Hot Chili Peppers che, su I’m With You del 2011, gli hanno dedicato la canzone “Brendan’s Death Song” – nda]”.

C’era davvero qualcosa di speciale nell’aria della Città degli Angeli, all’epoca? La risposta del frontman degli Off! è, come al solito, intrisa di lucida ironia: “Da una parte c’erano lo smog, i repubblicani, il glamour di Beverly Hills, la chirurgia plastica, la liposuzione, il vino rosso, la cocaina e il jet-set: in pratica la metropoli di Less Than Zero [romanzo d’esordio dello scrittore Bret Easton Ellis del 1985 – nda]. Dall’altra c’erano le persone ordinarie che conducevano un’esistenza ordinaria. Noi non volevamo far parte né di una squadra, né dell’altra e il punk era innanzitutto una forma di ribellione contro le figure autoritarie. Skate, surf, macchine veloci, erba e rock: siamo cresciuti in quell’ambiente e, quando è arrivata l’ora di suonare, non potevamo che farlo con la massima intensità possibile e i ragazzi non potevano che reagire praticando lo skunk, la slam dance e lo stage diving”.

Il volto per antonomasia dei Black Flag era, è e sempre sarà Henry Rollins: Spray Paint The Walls – The Story Of Black Flag, la biografia della band scritta da Stevie Chick e pubblicata nel 2009 [presto anche in italiano col titolo di Black Flag. I Pionieri Dell’Hardcore Punk e per conto dei tipi di Odoya/Rizzoli – nda], reca in copertina una foto del cantante di Washington, D.C. senza nemmeno che all’interno ci sia un suo contributo originario!

Quella di Keith Morris rimane comunque una figura carismatica e indimenticabile per molti fans. Nel 1977 è stato lui il primo frontman della band fondata dal chitarrista Greg Ginn; è stato lui a cantare per primo la canzone-simbolo “Nervous Breakdown” con voce nasale e strafottente alla Johnny Rotten dei Sex Pistols, nell’omonimo EP del 1978; è stato lui infine ad andarsene sbattendo la porta nel 1979. E analogamente a Rollins, nel corso degli anni il suo rapporto personale con Ginn non si è mai più ricucito (nonostante un tentativo di estemporanea reunion nel 2003, presto abortito).

“Ho mollato i Black Flag perché ero un idiota”, ha dichiarato Morris lo scorso maggio a The Blairing Out, il Web TV show del giornalista Eric Blair. “Rappresentavo l’alibi perfetto per il mancato progresso della band. A un certo punto loro sono diventati dei maniaci del lavoro. Provavamo almeno 3 ore ogni notte, dal lunedì alla domenica; per me c’erano altre cose da fare oltre al gruppo. Essendo colui che tutti biasimavano perché si faceva troppa coca, perché beveva troppo e perché era un idiota, ad un certo punto abbiamo iniziato a discutere, a confrontarci e ad insultarci. Mi sono stancato di quella situazione, non era divertente. E se fai parte di una band senza divertirti, è meglio che tu stia guadagnando un sacco di soldi altrimenti non ne vale la pena”.



Keith Morris è sopravvissuto al Black Flag, ai Circle Jerks (il cui futuro al momento è quantomeno incerto, anche se lo scioglimento non è stato ufficialmente annunciato), ad usi e abusi di sostanze varie e pure al diabete diagnosticatogli nel 1999. Chiedetegli qual è stato l’apice della sua carriera e ricorderà quella volta che, al telefono, ha dissuaso un ammiratore e aspirante suicida dal compiere il gesto estremo. E quella volta che i Circle Jerks hanno improvvisato una jam-session con un certo Chuck Berry.

“Eravamo in tour per promuovere il nostro ultimo disco [Oddities, Abnormalities And Curiosities del 1995 – nda] e ci stavamo esibendo in un bel club chiamato Mississippi Nights a St. Louis, sulla riva del Mississippi; tutti i punkettoni pogavano e si divertivano”, ha raccontato Morris a Blair. “In una pausa tra un pezzo e l’altro un tipo di colore si è fatto strada fino alle prime file e uno del pubblico si è rivolto ad un nostro roadie, dicendo: ‘Dovete parlare con quello lì, qui sta per succedere qualcosa’. Il roadie è venuto da noi e ha detto: ‘Quel tipo laggiù è Chuck Berry e vuole salire sul palco per suonare con voi!’. Naturalmente, in una situazione del genere, come si faceva a dire di no? Il chitarrista Greg Hetson [anche membro dei Bad Religion, nda] venera l’altare di Angus Young e degli AC/DC e Angus venera l’altare di Chuck Berry. Senza di lui non avremmo Keith Richards, Johnny Thunders e Joe Perry; persino un sacco di riff dei Beatles si basano su Chuck Berry, persino i Beach Boys suonavano alcune sue cover, sì, e i Germs hanno fatto la cover di ‘Around And Around’. È venuto fuori che Chuck Berry era un socio di quel locale, possedeva un ristorante lì vicino e, insomma, bazzicava spesso quei dintorni; e così eccolo pronto a jammare con noi da lì a 5 minuti. I ragazzi hanno attaccato a suonare, lui li ha raggiunti sul palco, il pubblico è andato fuori di testa e io guardavo la scena inebetito. Voglio dire, parliamo di uno dei miei eroi musicali in assoluto, uno dei primi dischi che ho comprato è stato Chuck Berry’s Golden Decade e quel vinile non si è mosso dal mio piatto per 2 mesi… Più tardi, finito il concerto, il proprietario del club è venuto da me e ha detto: ‘Prima di andarsene, Chuck Berry ha dichiarato che siete uno dei più grandi gruppi rock che abbia mai visto’. Ricevere un complimento così da un personaggio della sua levatura è stato addirittura più emozionante di quando Joe Strummer mi ha detto: ‘Ammiro davvero la tua intera carriera’. Per quanto ami Joe e i Clash, mi è venuta la pelle d’oca sapendo che Chuck Berry avesse fatto quel commento nei nostri confronti”.

L’intervista volge al termine, nostro malgrado: gli Off! devono cenare e prepararsi per il concerto che seguirà da lì a qualche ora. Scambiamo le ultime battute con Morris accompagnandolo direttamente al catering; il suo congedo è fulmineo: “Ricordi all’inizio, quando parlavo delle persone che pretendono che tu in qualche modo appartenga a loro e sia sempre a loro disposizione, a dispetto della privacy? Adesso ti saluto perché devo andare a mangiare…”.

 

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