The Wild Brunch #28

Arriva il freddo, ma il brunch selvaggio resta sulla cresta dell’onda, care anime dannate. Versatevi un bicchiere di rosso robusto (dai 13° in su, per la madonna) e leggiucchiate le poetiche segnalazioni di questa puntata. Che di autunnale ha ben poco, ma chi siamo noi per formalizzarci…

Come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

Deep ThroatHardcore Is Suffering (coproduzione, 2012)
Alessandrini, classe 2006, questi Deep Throat – giunti alla loro quinta prova, la prima su vinile (peraltro picture e limitatissimo) – fanno un hardcore in bilico tra l’old school più classico e i primi vagiti di hc melodico californiano. Quindi testosterone, canottiere e bandannas, ma anche un filone di melodia sempre chiaramente distinguibile (spesso e volentieri, ma non sempre, nelle linee vocali). Sinceri e un po’ demodé, si ascoltano più che volentieri, pur non sostituendo – almeno per i vecchi come me, che veleggiano verso il porto della mezza età – in alcun modo il piacere di sentire una vecchia band. Il disco è registrato in presa diretta senza magheggi di studio e mixato addirittura da Don Fury.
[Voto: 2 – Consigliato a: bandannomani di periferia, hardcore kids gentili, poeti del pogo]

Psychofagist.:unique.negligible.forms:. (autoprodotto, 2012)
Tornano i novaresi Psychofagist con la coraggiosa scelta del 7″ in edizione limitata a 300 copie. Rispetto al precedente lavoro (lo split con gli Antigama) si può notare un incremento di follia generalizzato – e già prima eravamo al cospetto di una banda di scappati dal manicomio. Il fatto è che qua al grind-noise si aggiunge una siringata da cavallo di free jazz schizoide e “metallatissimo”. Ascoltandoli mi son tornate in mente scene dei primi anni Novanta, quando c’era chi impazziva per le scalmane di John Zorn… ecco se amate questo tipo di mattane, accalappiate il disco subito. Vale la pena.
[Voto: 2,5 – Consigliato a: clienti fissi del reparto psichiatria]

Raggi UltraviolentiE’ tutto un fake! (autoprodotto, 2012)
Pancròc all’italiota che si rifà più o meno alla rinascita del genere degli anni Novanta (citerei Crummy Stuff, Pornoriviste, Derozer e Punkreas così tanto per buttare lì dei nomi del calderone). Suoni potenti, testi in italiano (ufffff), riff già sentiti ma mediamente ruffiani e riconoscibilissimi… quindi? Francamente posso dire che non si sentiva la mancanza di un disco del genere, forse perché troppi ne sono usciti e c’è ben poco da fare, se non mettere insieme i soliti ingredienti e sperare che chi ascolta non si ricordi di quello che han suonato altri 15 anni prima. Ben prodotto e fedele ad alcuni canoni del genere (i più deleteri, purtroppo, però)… se la memoria storica vi difetta (per motivi anagrafici o altro) o non avete un’idea di punk rock troppo radicata e pura, potreste anche apprezzarlo. Però con titoli come “Clitoride” e “La mia sbronza”, scoraggiarsi prima dell’ascolto è davvero un attimo.
[Voto: 1 – Consigliato a: punk rocker al pomodoro con memoria corta, italiofili catafratti, sedicenti sedicenni]

StartodayGood Luck (autoprodotto, 2012)
Tiratina d’orecchie per la bio in inglese un po’ acrobatico, ma soprattutto non aggiornata: ragazzi, non potete pretendere che un pirla qualsiasi che vive nelle campagne della Lombardia sappia chi siete e cosa è il disco che gli arriva se non aggiornate la vostra bio (anche online). Detto questo, deduco che questo Good Luck sia il nuovo ep della formazione abruzzese, che propone un hardcore/posi-core molto americano, con venature di HCNY e macho-core… insomma roba anni Novanta. Ben fatta anche, che ogni tanto ti fa alzare il ditino al cielo nel tipico gesto da moshpit. Niente di pazzesco, ma una buona rivisitazione del genere.
[Voto: 2 – Consigliato a: residui inossidabili dell’era straight edge, re del moshpit con iPhone]

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