C’è puzza di Soho

Secret Affair – Soho Dreams (Area Pirata, 2012)

Trent’anni sono passati dall’ultimo album dei Secret Affair, signori del mod revival; una band che tra il 1978 e il 1982 ha calcato palchi e classifiche britanniche, sfornando più di un gioiellino. E trent’anni, non neghiamolo, sono un sacco di tempo per non approcciarsi a un nuovo disco con qualche timore (altro…)

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Oro pesante

Ufomammut – Oro: Opus Alter (Neurot Recordings, 2012)

[di Denis Prinzio]

Tornano col secondo capitolo della saga Oro i piemontesi Ufomammut, a pochi mesi di distanza dal precedente Oro: Opus Primum. Due dischi pensati come una sola entità, prova tangibile ne è l’artwork; difficile distinguere le due copertine (altro…)

Metz rock

Metz – s/t (Sub Pop, 2012)

[di Mario Selaschetti]

Mi son preso proprio un bel calcio nel culo quando ho sentito attaccare  “Headache”, il brano di apertura, dell’album di esordio dei Metz dal titolo omonimo – un gruppo canadese sotto contratto con la Sub Pop (ma questo non è significativo e ne parlo dopo) (altro…)

Rippers reprise

The Rippers – Better The Devil You Know (Slovenly, 2012)

Il buon Franco “Lys” Di Mauro ha già recensito il cd in questione qui su Black Milk, ma essendomene arrivata una copia a casa, dopo un ascolto fulmineo non posso esimermi dal dire due parole anche io. Perché questo è un  grande album di garage sbavante, rabbioso come un lupo mannaro e soprattutto competitivo (altro…)

Weekend con il bigfoot

T.H.U.M.B. – Primordial Echoes For Modern Bigfoots (Go Down Records, 2012)

[di Denis Prinzio]

Credevamo di esserceli persi per strada i T.H.U.M.B., e invece eccoli di nuovo in sella al loro bigfoot, pronti a scaricarci addosso tonnellate e tonnellate di pesantissimi riff (altro…)

The Wild Brunch #28

Arriva il freddo, ma il brunch selvaggio resta sulla cresta dell’onda, care anime dannate. Versatevi un bicchiere di rosso robusto (dai 13° in su, per la madonna) e leggiucchiate le poetiche segnalazioni di questa puntata. Che di autunnale ha ben poco, ma chi siamo noi per formalizzarci…

Come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

Deep ThroatHardcore Is Suffering (coproduzione, 2012)
Alessandrini, classe 2006, questi Deep Throat – giunti alla loro quinta prova, la prima su vinile (peraltro picture e limitatissimo) – fanno un hardcore in bilico tra l’old school più classico e i primi vagiti di hc melodico californiano. Quindi testosterone, canottiere e bandannas, ma anche un filone di melodia sempre chiaramente distinguibile (spesso e volentieri, ma non sempre, nelle linee vocali). Sinceri e un po’ demodé, si ascoltano più che volentieri, pur non sostituendo – almeno per i vecchi come me, che veleggiano verso il porto della mezza età – in alcun modo il piacere di sentire una vecchia band. Il disco è registrato in presa diretta senza magheggi di studio e mixato addirittura da Don Fury.
[Voto: 2 – Consigliato a: bandannomani di periferia, hardcore kids gentili, poeti del pogo]

Psychofagist.:unique.negligible.forms:. (autoprodotto, 2012)
Tornano i novaresi Psychofagist con la coraggiosa scelta del 7″ in edizione limitata a 300 copie. Rispetto al precedente lavoro (lo split con gli Antigama) si può notare un incremento di follia generalizzato – e già prima eravamo al cospetto di una banda di scappati dal manicomio. Il fatto è che qua al grind-noise si aggiunge una siringata da cavallo di free jazz schizoide e “metallatissimo”. Ascoltandoli mi son tornate in mente scene dei primi anni Novanta, quando c’era chi impazziva per le scalmane di John Zorn… ecco se amate questo tipo di mattane, accalappiate il disco subito. Vale la pena.
[Voto: 2,5 – Consigliato a: clienti fissi del reparto psichiatria]

Raggi UltraviolentiE’ tutto un fake! (autoprodotto, 2012)
Pancròc all’italiota che si rifà più o meno alla rinascita del genere degli anni Novanta (citerei Crummy Stuff, Pornoriviste, Derozer e Punkreas così tanto per buttare lì dei nomi del calderone). Suoni potenti, testi in italiano (ufffff), riff già sentiti ma mediamente ruffiani e riconoscibilissimi… quindi? Francamente posso dire che non si sentiva la mancanza di un disco del genere, forse perché troppi ne sono usciti e c’è ben poco da fare, se non mettere insieme i soliti ingredienti e sperare che chi ascolta non si ricordi di quello che han suonato altri 15 anni prima. Ben prodotto e fedele ad alcuni canoni del genere (i più deleteri, purtroppo, però)… se la memoria storica vi difetta (per motivi anagrafici o altro) o non avete un’idea di punk rock troppo radicata e pura, potreste anche apprezzarlo. Però con titoli come “Clitoride” e “La mia sbronza”, scoraggiarsi prima dell’ascolto è davvero un attimo.
[Voto: 1 – Consigliato a: punk rocker al pomodoro con memoria corta, italiofili catafratti, sedicenti sedicenni]

StartodayGood Luck (autoprodotto, 2012)
Tiratina d’orecchie per la bio in inglese un po’ acrobatico, ma soprattutto non aggiornata: ragazzi, non potete pretendere che un pirla qualsiasi che vive nelle campagne della Lombardia sappia chi siete e cosa è il disco che gli arriva se non aggiornate la vostra bio (anche online). Detto questo, deduco che questo Good Luck sia il nuovo ep della formazione abruzzese, che propone un hardcore/posi-core molto americano, con venature di HCNY e macho-core… insomma roba anni Novanta. Ben fatta anche, che ogni tanto ti fa alzare il ditino al cielo nel tipico gesto da moshpit. Niente di pazzesco, ma una buona rivisitazione del genere.
[Voto: 2 – Consigliato a: residui inossidabili dell’era straight edge, re del moshpit con iPhone]

Ultraviolenza per tutti

Ape Unit – Unforgivable Holidays (Grind Promotion/Tanto Di Cappello Records, 2012)

[di Denis Prinzio]

Il disco si apre con una vocina di bimba, in sottofondo le tenui note di un carillon: niente di più lontano – ovviamente –  da quello che segue, ovvero una manciata di minuti di furibondo assalto grindcore. Band di Cuneo formata da membri di Septycal Gorge e The Glad Husbands, gli Ape Unit esordiscono con questo Unforgivable Holidays (co-prodotto da Grind Promotion e Tanto Di Cappello Records) confermando la felice tradizione di terroristi sonici di cui gode la loro regione. Ma non tutto è grind ciò che luccica: pur restando fedeli ai canoni del genere (tempi velocissimi, voce che alterna scream e growl, stop & go così repentini che nemmeno un giro sulle montagne russe manovrate da Lapo in pieno trip da coca) nei 16 pezzi dell’album sono disseminati numerosi cambi di registro (seppur spesso di ridotta durata, ma in generale raramente si supera il minuto e mezzo a canzone) che differenziano il sound del gruppo da buona parte delle band dedite agli estremismi del grind.
Mid tempo, frammenti del buon vecchio mosh anthraxiano, chitarre noise che poco hanno a che fare col metal: gli Ape Unit dimostrano di aver recepito la lezione dei Brutal Thruth, distanti dai triti e ritriti clichè dell’extreme metal e più vicini, per filosofia ed attitudine, alla violenza dell’hardcore più brutale e del crust. I ragazzi dimostrano di possedere anche un discreto senso dell’ironia, evidente da alcuni titoli dei brani (“The Difference Between You And Bahamas”, “Motochrist Supercrust”, “The End Is Near Tijuana Is Nearer”) che permettono di stemperare un pochino l’iperviolenza sbattuta in faccia per tutta la durata del disco.

Un bel dischetto, ovviamente per orecchie avvezze ed allenate.

Grigliata di blues punk

The Jon Spencer Blues Explosion – Meat + Bone (Bronzerat, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

La copertina macellaia promette carne e sangue.
E, diciamolo francamente, malgrado il banco frigo del blues-punk sia ormai pieno di ogni ben di Dio, al taglio di Mr. Spencer non rinunciamo mai. Uno che sa dove infilare il coltello, senza dubbio. E quindi eccoci qui, alla riapertura del supermercato, a fare la fila davanti ai tre macellai del blues.

Finite da tempo le scorte di manzo fresco, la Blues Explosion tira fuori un po’ di surgelati. Non merce rafferma, sia chiaro. Ma un po’ stopposa purtroppo sì. E che cosa vi aspettavate? Il vitellino da latte con contorno di erbette da pascolo? Meat + Bone suona come un disco della Jon Spencer Blues Explosion, anno 2012. Fermatevi su questa frase e traetene le conclusioni che volete, ognuno per conto proprio.

Le sorprese stanno a zero. La grinta c’ è ancora. Le canzoni un po’ meno. Tutto quello che ascolterete qui dentro, se c’ eravate quando la JSBX pubblicava Extra Width, Orange, Acme o Now I Got Worry, lo avete già sentito tutto. I ritmi spezzati, le sincopi funky, il blues sporcato di punk, gli Stones con su la saliva di Iggy, James Brown con l’ uccello ancora sporco di umori soul, l’invito a tirar giù le mutande, tutto già fatto. E più di una volta. E allora? E allora l’uno-due iniziale “Black Mold”/”Bag of Bones” spacca comunque il culo. Poi con “Boot Cut” si piomba nella normalità del Blues Explosion-pensiero, fino a che le ossa del titolo non vengono fuori completamente da quella massa di carne che schiuma sangue dalla copertina.

La rivoluzione non sarà trasmessa in televisione. E non passerà neppure per i dischi di Jon Spencer. Non più. Lui la sua rivoluzione l’ ha già fatta con i Pussy Galore, quando molti di voi ascoltavano i Tears for Fears e i Toto e pensavano di stare sulla faccia luminosa della luna. Ora, se vi serve la novità ad ogni costo, affidatevi a qualche altro macellaio. Oppure diventate vegetariani così vivrete più a lungo di me.

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