The Wild Brunch #27

Pensavate che fosse scomparso, come quei negozietti che aprono e poi chiudono in meno di due mesi, così manco riuscite a entrarci una volta e vedere che cazzo vendono. E invece no. Wild Brunch numero 27, per dio, pronto e servito!

Come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

NekrosunThe Grace Of Oxymoron (Crash and Burn, 2012)
Uhm… aspetta che respiro. Ok, meglio. Allora: italiani, metallari più di un operaio delle acciaierie di Termoli, oscuri e un po’ romantici, cattivi ma melodici, martellanti ma sinfonici… insomma questi ragazzi sono tutto e il contrario di tutto. Non è facile gestire simili cangianti aspirazioni e il risultato, per quanto non disprezzabile, è un po’ un pasticciaccio brutto di gaddiana memoria; tastiere, chitarre techno-thrash, voce operistica, melodie pompose, arrangiamenti orchestrali, iniezioni di thrash, sgroppate classic metal e frazioni più d’atmosfera messe tutte assieme sono quantomeno stranianti. Difficili da seguire, i Nekrosun danno l’impressione di avere mirato troppo in alto, perdendosi poi lungo il cammino. Ovviamente la tecnica è inappuntabile (e ci mancherebbe… in questo genere è d’obbligo), ma il feeling è finito dimenticato in qualche autogrill.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: metallari con la testa che gira, cavalieri oscuri del sabato pomeriggio]

The Pineapple ThiefAll The Wars (Kscope, 2012)
Ma quanto è di moda in neoprogressive? Molto. E fortunatamente, almeno alle mie orecchie, è un po’ meno foriero di orchite rispetto al suo omologo e originatore; certo, è sempre impegnativo, lungo e intricato, ma i barocchismi sono mitigati da un più sentito desiderio di concisione e coesione. E’ il caso di questi Pineapple Thief, già sulla piazza da un po’, che con questo nuovo album riconfermano il marchio prog che si portavano dietro, venando il tutto di alt rock alla Muse (cosa non necessariamente positiva: anzi). Brani articolati, lunghi, sfaccettati… peccato che la chitarra resti un po’ nelle retrovie e che la produzione sia un florilegio di strati, con effetto Cappella Sistina. Intriganti, a modo loro, ma ad alto rischio di noia.
[Voto: 2 – Consigliato a: progressisti retrofili, indie rocker con stimoli intellettualoidi]

The SickleGet Bigger Last Longer (autoproduzione, 2012)
Padovani, giungono al traguardo del secondo album e tra le loro influenze citano Jimmy Eat World, No Use For A Name, Blink 182, Sum 41 e Goo Goo Dolls… nomi che aiutano non poco a inquadrare – già a scatola chiusa – i territori in cui ci si muove. Già, i Sickle fanno un punk rock molto legato al concetto di melodia, con piccole spruzzate di emo alla californiana.
Sound accattivante, dunque, ruffiano e ben digeribile… ma patinato, molto patinato. Pure troppo, maledizione, con una produzione leccatissima, dinamiche stile pianta di ficus e una personalità degna di un programma di MTV fine anni Novanta. Bravi nel loro genere, ma uguali a tanti altri del medesimo calderone. Tu vuò fà l’americano… ma sì nato in italì.
[Voto: 1 – Consigliato a: melomani con cresta adesiva, smemorati di Collegno, amici e parenti]

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