Veterani del Vietnam veneto

Anadarko – Vivivenetovietnam ep (Thingstoburn, 2012)

Gli Anadarko, veneti dal nome bizzarro e suggestivo, si presentano alla cassetta delle lettere di Black Milk con il loro secondo ep, Vivivenetovietnam (titolo eccezionale).

Suonano da cinque anni e si sente: compatti, convinti, se la comandano nei territori che hanno scelto di esplorare. Che rispondono alle coordinate geografiche del noise rock, free jazz deragliato, post rock, post punk… insomma, “robba strana” e non immediata.

Che dire? Di sicuro gli Anadarko non sono nelle mie personalissime corde e si cimentano in un genere che in media mi regala solo un po’ di fastidio e di noia, ma devo riconoscere che hanno i loro momenti di grande impatto, sfiorando l’ispirazione free degli Stooges di Fun House (quando i fiati esplodono nei loro solo lancinanti, allora sì: il fantasma di questo album si palesa); per il resto ciò che rimane è un buon disco di rock intellettuale e sperimentale, ma inadatto alla mia cafoneria (e a quella della gente come me).

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Get in trouble with Antares

Antares – Big Trouble In Appletown (Sonatine Produzioni, Rancore Records, Tornado Ride Records,  2012)

[di Denis Prinzio]

Torna il power trio degli Antares, con la solita benemerita cordata di etichette indipendenti a produrlo e distribuirlo, e con i ragazzi della band che se lo registrano.

Big Trouble In Appletown è una scarica di energia r’n’r che mischia in modo indisciplinato una variegata serie di influenze. Prima di andare maggiormente nel dettaglio, è bene ribadire che in Italia una cosa del genere non la fa nessuno (in qualche maniera solo gli STP ci si possono avvicinare). Dicevamo delle influenze: la musica prodotta dagli Antares è un frullato impazzito di AC/DC con troppo pepe al culo, un pizzico di sana cafonaggine Motorhead, velocità d’esecuzione – lo chiamano speed rock’n’roll –  che sta a metà tra quella degli Zeke e un qualsiasi gruppo di prime mover del thrash Metal anni Ottanta, il tutto arricchito da un’attitudine stradaiola – la si avverte in molte melodie e negli assoli di chitarra – che li fa sembrare una versione “raw” a 45 giri dei Motley Crue. Insomma, una cosa assolutamente eccitante e fuori controllo, che nei momenti più ispirati (la doppietta iniziale “Bad Shot” e “Addicted To Rock”, le conclusive “Clockwar” e “Somebody Shoots Me”) sa regalare anthem dinamitardi da cantare a squarciagola.

Cosa volete di più dal r’n’r?

Ramones e radici

VV.AA. – The Ramones Heard Them Here First (Ace, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Il corpo non c’ è. E del resto, come potrebbe? Ma tutto lo spirito dei Ramones si agita qui dentro. Sono gli originali delle tante (non tutte, per i soliti motivi di copyright che riguardano i nomi “grossi” come Rolling Stones, Who, Doors, ecc.) cover che hanno accompagnato la storia della più importante punk-band americana, con appendice al disco solista di Joey Ramone (“1969” degli Stooges e “What A Wonderful World” vengono proprio da lì), inciso mentre il cancro cominciava a rodere la mantide punk dal suo interno, spegnendo per sempre l’ energia che lì dentro covava.

Tutta la scaletta, soprattutto la prima metà occupata da Beach Boys, Jan & Dean, Trashmen, Searchers, Ronettes, Ritchie Valens, Chambers Brothers, Chris Montez, Rivieras e Troggs cattura l’ essenza più schietta della band, votata al fun-fun-fun più troglodita e idiota, nell’assoluta e indomita certezza che il punk era arrivato innanzitutto per preservare lo spirito del rock ‘n roll.

Il pogo, le spille, il cuoio, le borchie, le creste e l’eroina non erano indispensabili.
I Ramones, signori.
Ventidue anni nel ’76. Ventidue anni nel ’96. Ventidue oggi.
Presero il rock ‘n roll e lo obbligarono a non invecchiare. Nessuno saprà più farlo, dopo di loro. Non così bene. Non così forte.

Il mondo ci regalerà soltanto tristi cover band dei Ramones. La nostra gioventù invece è stata seppellita con loro.

Balla con me balla balla, che tutta la notte sei bella

The Dancers – 7″ (VID, 2012)

Prima di tutto le scuse: ho questo 7″ da fine luglio, ma complice un trasloco assassino riesco a sentirne i brani solo adesso. Mi pento e mi dolgo, ma è andata così.

Detto questo, è un piacere risentire questi paladini dell’analogico e del garage lo-fi veneto, che non fanno altro che riconfermare quanto di buono già si pensava di loro… in questo singoletto per la neonata VID (Venice Is Dead) sfornano quattro brani di garage gracchiante, tra il sound detroitiano, il punk ramonesiano e pesanti suggestioni Sixties. Non si sono inventati un cazzo, che sia chiaro, ma menano con convinzione e sfido chiunque a non muovere culo e tutto il resto con i loro brani.

Forse sono una delle migliori band di garage revival in circolazione, anche se – loro malgrado – non sono sotto ai riflettori giusti e nel giro giusto… almeno per ora. Anche perché se il giro giusto se li lascia sfuggire è un giro del cazzo che merita solo pernacchie e sputazzi.

The Dancers rockeggiano come demoniacci sbronzi di spritz. E voi ?

PS: Il dischetto è in vinile bianco in 300 copie, ma esiste anche in edizione cd e digitale su iTunes… di scuse ne avete pochissime, se non lo avete…

Savana, surf e Trinacria

Jaguar & The Savanas – Wet Side Stories (El Toro, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Da Catania, Jaguar & The Savanas vengono a riempire un buco.
Continuate pure a leggere con le mani sulla tastiera del pc perché non è al buco che pensate voi che mi riferisco. Penso piuttosto alla inspiegabile assenza di surf band in un’ isola odorante di mare come la Sicilia. Vero è che qui le onde più alte permettono a malapena di ribaltarsi con il salvagente di Winnie The Pooh ma è pure vero che non siamo neppure in Giamaica. Eppure, tutta questa isola triangolare è invasa di band che skankano e reggaeno come se ci si trovasse alla periferia di Kingston. Di surf-band però neppure l’ ombra.

Ecco, tirate un sospiro di sollievo, quello era il buco. Jaguar & The Savanas ora ci permettono di poter reggere il confronto con i cugini sardi. A testa alta e viso coperto, come quello di Mr. Massimo “Jaguar” Pafumi.
Uno che l’ amore per la musica 50’ s e 60’ s non se l’è inventato ieri, garantisco di persona. E che per il suono giusto è andato a cercarsi una strumentazione per nulla improvvisata, fino a far uscire dalle casse un suono senza tempo.
Wet Side Stories è un disco PERFETTO. Calibrato in ogni suono senza per questo  risultare freddo, impassibile quando c’ è da affrontare l’ assolo giusto o la giusta sequenza di accordi, spumeggiante quando la marea lo richiede e le onde si alzano fino a mangiarsi la linea dell’orizzonte, implacabile quando c’ è da marciare come legionari tra le dune del deserto, spavaldo quando c’ è da scendere nell’ arena come dei matadores.
Otto pezzi che rivelano l’ altissima competenza raggiunta dal quartetto siciliano nel maneggiare (che non basta riempirsi la casa di roba di terza mano per certificarsi musicisti di gusto) strumenti ed effettistica d’epoca e la dote indispensabile per un gruppo strumentale di saper coniugare un gusto teatrale, filmico e scenografico con la perizia occorrente per rendere vive e vibranti le immagini che ingombrano la mente.

“The ride of May Gray”, “After the Bay Storm”, “High Tide Catastrophe”, “Legend of the Bull Rodeo” riescono dove altri hanno fallito. Domani verrete a farvi strappare le spine di fico d’India dal sedere, ma oggi oggi cercate di immaginarvi in bermuda sotto una palma e mandate a fare in culo tutto il resto.
I Savanas vi offrono l’ opportunità per scappare dalla realtà, attraverso i riverberi azzurri di una chitarra Fender Jaguar.
Non siate così sciocchi di ascoltarli mentre sfogliate le notizie del giorno.
Oggi è un giorno senza calendario.
Oggi è il giorno di Jaguar & The Savanas.

Geese raped Bee Gees

Geese – s/t (Bubca, 2012)

La modernità ha travolto il quartier generale della Bubca, che ha ceduto alla seduzione e alle lusinghe del marketing concedendosi uno sgarro epocale alla propria regola: per la prima volta pubblica un cd con copertina cartonata!

Niente paura, però, perché il dischetto è un cd-r come quelli che solo loro sanno fare, tutto decorato a mano col pennarello… ma soprattutto contiene otto brani degli australiani Geese, una band della madonna – e ormai defunta, pare.

L’anima psichedelica dei Geese è sempre forte, ma in questo frangente toccano in più occasioni lidi quasi crampsiani, facendoci godere come milf alla loro prima esperienza in un club di scambisti… immaginate un misto letale tra la band di Lux Interior e Poison Ivy e roba tipo Jesus & Mary Chain oppure Spacemen 3: non avete già le antenne dritte? E fate bene.

Da avere. Subito.

Il vangelo secondo Tony La Muerte

Tony La Muerte One Man Band – DimonioColombo (autoprodotto, 2012)

Questo pazzoide con dobro, cassa (o comunque percussione a pedale) e ugola vociante è un mito a modo suo. Davvero… se penso alle one man band da sballo, penso a gente come lui: folli insensati che suonano un pastone fetido e indispensabile fatto di rockabilly, blues, rock’n’roll e punk; il tutto con piglio da zappatore a cottimo dopo il secondo bottiglione di rosso, la finezza di un mercenario serbo e il background di un reietto dell’Alabama.

Ovviamente il signor La Muerte non è nulla di tutto ciò – almeno che io sappia – ma risulta credibilissimo, coinvolgente e con vincente nella sua proposta. Niente di nuovo, sia chiaro, ma questa è una di quelle musiche che reiterando stilemi sempre identici è in grado di farti venire la pelle d’oca se fatta con trasporto, indipendentemente da quante centinaia di dischi simili tu abbia sentito.

Tony spacca, ha il blues e il punk. solo una cosa… il cantato in italiano non lo reggo. E’ ridicolo, quando sento dire “Diavolo” mi cadono i coglioni. Problema mio, come al solito – e ben noto. Però tu, Tony, facci un pensierino sull’inglese…

The Wild Brunch #27

Pensavate che fosse scomparso, come quei negozietti che aprono e poi chiudono in meno di due mesi, così manco riuscite a entrarci una volta e vedere che cazzo vendono. E invece no. Wild Brunch numero 27, per dio, pronto e servito!

Come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

NekrosunThe Grace Of Oxymoron (Crash and Burn, 2012)
Uhm… aspetta che respiro. Ok, meglio. Allora: italiani, metallari più di un operaio delle acciaierie di Termoli, oscuri e un po’ romantici, cattivi ma melodici, martellanti ma sinfonici… insomma questi ragazzi sono tutto e il contrario di tutto. Non è facile gestire simili cangianti aspirazioni e il risultato, per quanto non disprezzabile, è un po’ un pasticciaccio brutto di gaddiana memoria; tastiere, chitarre techno-thrash, voce operistica, melodie pompose, arrangiamenti orchestrali, iniezioni di thrash, sgroppate classic metal e frazioni più d’atmosfera messe tutte assieme sono quantomeno stranianti. Difficili da seguire, i Nekrosun danno l’impressione di avere mirato troppo in alto, perdendosi poi lungo il cammino. Ovviamente la tecnica è inappuntabile (e ci mancherebbe… in questo genere è d’obbligo), ma il feeling è finito dimenticato in qualche autogrill.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: metallari con la testa che gira, cavalieri oscuri del sabato pomeriggio]

The Pineapple ThiefAll The Wars (Kscope, 2012)
Ma quanto è di moda in neoprogressive? Molto. E fortunatamente, almeno alle mie orecchie, è un po’ meno foriero di orchite rispetto al suo omologo e originatore; certo, è sempre impegnativo, lungo e intricato, ma i barocchismi sono mitigati da un più sentito desiderio di concisione e coesione. E’ il caso di questi Pineapple Thief, già sulla piazza da un po’, che con questo nuovo album riconfermano il marchio prog che si portavano dietro, venando il tutto di alt rock alla Muse (cosa non necessariamente positiva: anzi). Brani articolati, lunghi, sfaccettati… peccato che la chitarra resti un po’ nelle retrovie e che la produzione sia un florilegio di strati, con effetto Cappella Sistina. Intriganti, a modo loro, ma ad alto rischio di noia.
[Voto: 2 – Consigliato a: progressisti retrofili, indie rocker con stimoli intellettualoidi]

The SickleGet Bigger Last Longer (autoproduzione, 2012)
Padovani, giungono al traguardo del secondo album e tra le loro influenze citano Jimmy Eat World, No Use For A Name, Blink 182, Sum 41 e Goo Goo Dolls… nomi che aiutano non poco a inquadrare – già a scatola chiusa – i territori in cui ci si muove. Già, i Sickle fanno un punk rock molto legato al concetto di melodia, con piccole spruzzate di emo alla californiana.
Sound accattivante, dunque, ruffiano e ben digeribile… ma patinato, molto patinato. Pure troppo, maledizione, con una produzione leccatissima, dinamiche stile pianta di ficus e una personalità degna di un programma di MTV fine anni Novanta. Bravi nel loro genere, ma uguali a tanti altri del medesimo calderone. Tu vuò fà l’americano… ma sì nato in italì.
[Voto: 1 – Consigliato a: melomani con cresta adesiva, smemorati di Collegno, amici e parenti]

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