Dog eats dog

The Dogs – Hypersensitive (Detroit Music, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Negli anni ‘60/’70 aprirono per tutti. Ma proprio tutti.
Dagli MC5 ai Ramones, passando per Amboy Dukes, Stooges, Television, AC/DC, Kiss, Dictators e Alice Cooper. Ogni rock show che contava si portava dietro la gabbia coi suoi mastini. E dentro c’ erano sempre loro: i Dogs. Nonostante ciò, al rientro dal loro tour inglese del ’79, i Dogs non riescono a ottenere neppure una data nella loro Los Angeles. A Loren Mulinare andrà molto meglio quando, in piena febbre sleaze, metterà su i supertatuati Little Caesar mascherando in parte il suo amore per il Motor-City sound e il punk che torna oggi ad alzare la testa col nuovo disco inciso col vecchio branco. Un signor disco che maschera abilmente le rughe con 12 brani di rock ‘n roll old-style.

Tra i fantasmi stoogesiani (“In on The Out”), gli omaggi alla storia di Detroit (“Motor City Fever”) e le sagome Ramones (“Punk Rock Holiday”) emergono alcune delle più belle punk song ascoltate quest’ anno: “Good Time Girls”, “What goes in quiet comes out loud”, “Nothing lasts 4 ever”, “You can’ t catch me” e la sempre immortale “Slash your face”.
Mettetevela voi la museruola, va.

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Scimmie, meteo e Brit-pop

Monkey Weather – Apple Meaning (Ammonia/Area Pirata, 2012)

Domodossola e il Brit-pop… no, non è il titolo di uno sketch di Mr Bean, ma la semplice composizione di questo cd dei Monkey Weather. E per Brit-pop intendo quella “cosa” che prima di diventare mainstream e omogeneizzata come un Plasmon al pollo, era un movimento fresco, frizzante, divertente e radicato nella tradizione legata ai migliori Sixties.

Questi ragazzi la lezione l’hanno imparata bene, non c’è che dire. E, per quanto un po’ troppo pop e puliti per i miei gusti, hanno ottimi momenti di ispirazione, con pezzi che fanno battere il piedino e qualche ritornello che, nelle mani del gruppo British di turno, potrebbe diventare un tormentone (magari una meteora di tormentone, ma in fondo il famoso quarto d’ora di notorietà si è accorciato a un paio di minuti massimo, quindi ok).
Del Brit-pop i Monkey Weather hanno assimilato anche la lezione a base di arroganza e spavalderia, due virtù a doppio taglio che possono dare anche un po’ fastidio – vedi, ad esempio, la lezione su cosa sia l’indipendenza contenuta nel libretto del promo kit; però a una band che sul banco di prova dimostra un buon talento, queste cose si possono anche perdonare. Almeno in nome dell’esuberanza della gioventù.

Date loro una chance o due o tre o quattro, se siete anglofili hardcore del pop fasciato nello Union Jack: ne sarete felici.

Importante: cambio indirizzo per invio materiale

Dopo un’estate travagliata e un trasloco da neuro, si ricomincia.

Attenzione però, questo comunicato è importante ed è rivolto soprattutto a chi abitualmente spedisce-spediva materiale da recensire: Black Milk ha cambiato casa e l’indirizzo postale per l’invio è cambiato.
**** Vi invito a scrivermi al più presto a blackmilkmag@gmail.com per avere il nuovo indirizzo per le spedizioni***

Se avete mandato qualcosa da fine luglio in poi, non preoccupatevi: tutto viene tenuto da parte dal portinaio della vecchia casa – e infatti ieri ho recuperato alcuni pacchetti.

Rock on

GPL a garganella

GPL – Phoenix (autoprodotto, 2012)

Una recensione travagliatissima questa, con il cd che mi è arrivato sotto trasloco, è  finito negli scatoloni e ne è uscito dopo un mese in pratica, ancora sigillato. Ma ce  l’abbiamo fatta. Certo, dopo tutta questa fatica, in un mondo di favole avrei trovato un doppio cd di outtake inedite degli Stooges periodo 1970-71, ma vabbè… non è che si può essere troppo esosi. Anzi chiedo venia.
Quello che invece c’è in questo dischetto degli italiani GPL è una manciata (cinque) di brani di buon hardcore melodico di stampo statunitense, completo di stacchi, stop & go,  chitarroni grattugiati, voce melodica ma non mielosa, accenni di twin guitar, tempi galoppanti, cori, armonie vocali, qualche scheggia di metal vagante e un sapore di California da fiction Mediaset, che nella sua italianità rende comunque l’idea.
I ragazzi ci sanno fare, e nonostante il genere sia ormai cristallizzato da anni si ascoltano più che volentieri; certo, se andate a spulciare i dischi del vostro fratello maggiore che nei primi Novanta aveva vent’anni o poco più troverete decine di album similari, tanto che andrete in confusione e non capirete più chi suona cosa… ma fa parte del gioco. Bravi; magari col tempo matureranno più personalità e qualche salutare aggiustamento di genere… chissà…

Il giorno del sole era vicino…

Negazione – Il giorno del sole (Shake, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Raccontare i Negazione alle nuove generazioni, idealmente rappresentate da Elia, il tredicenne figlio di Fabrizio Fiegl, IL batterista della formazione torinese morto il 17 Luglio del 2011 all’età di 46 anni.
Agnelli esportava le sue vetture costruite sull’ asse Mirafiori-Lingotto. Ai Negazione restava il compito di esportare i rottami di quella realtà industriale e di quell’ enorme periferia costruita attorno ai capannoni FIAT.
La catena di montaggio della rabbia metropolitana costruita intorno a quello che restava del punk: disillusione, collera, anarchismo, velocità, rumore, antagonismo, occupazioni, centri sociali, scontro politico, lo spettro dell’eroina e il feroce assalto hardcore.
I Negazione e il loro Volkswagen bianco pieno di stampe e di adesivi, in giro per l’Italia prima, per l’Europa dopo.
Pronti a partire per un tour in Giappone, America ed Australia che invece non inizierà mai.

Il giorno del sole racconta tutto questo attraverso i ricordi di Tax, Zazzo e Marco e un cd che raccoglie per intero Lo spirito continua e Condannati a morte nel vostro quieto vivere (oltre al brano che dà il titolo a tutto il lavoro, pensato per il primo album ma poi “slittato” su Little Dreamer) e causando il magone a noi quarantenni di oggi che quei giorni di rabbia li abbiamo vissuti, ognuno con la propria dose di coinvolgimento, anche a duemila miglia di distanza da dove le cose accadevano per davvero, dai posti dove le manganellate non erano solo un bel poster da esporre in camera e l’odore della benzina ti accompagnava ovunque, come la puzza di piscio.

Oggi, a quasi trent’anni dal lancio della molotov Negazione, queste musiche urlate con la ferocia che le avevano generate, fanno ancora male.
Salve nello spirito, intatte nella forma.
Il martello di Michelangelo sollevato sul blocco di marmo del punk, fino a scolpire la più bella opera d’ arte dell’ hardcore italiano.
Granitica, incrollabile, tenace, imperitura, perenne, definitiva.

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