Tutankhamon on acid

Trans Upper Egypt – Videos by tab-ularasa (dvd, Destroyo, 2012)

“E basta che due coglioni ci hai fatto coi Trans Upper Egypt!”; lo so che lo pensate. E avete ragione. Però il dato oggettivo è indiscutibile per cui di fronte alla realtà bisogna tacere e mettere in tasca le lamentele infantili, perché: 1) i TUE sono una delle band più interessanti del momento 2) se sfornano materiale con ritmo serrato è solo un bene.

Detto questo, parliamo del dvd. Che è una classica operazione stile Bubca (nell’incarnazione Destroyo, la label parallela dedicata ai suoni weird), ossia dvd-r con scritte a pennarello sopra e copertina diy.
Cosa c’è dentro? Molto semplice… in pratica monsieur tab-ularasa (che è anche membro della band, oltre che della Bubca) propone i brani del 7″ e del 12″ dei TUE abbinandoli a videoclip ultraminimali che ha prodotto lui. La formula è semplicissima: sulla musica scorrono immagini prese da pellicole ultravintage anni Trenta, frame di vecchi filmacci erotici o semplicemente forme caleidoscopiche/psichedeliche. Nella sua bassissima fedeltà totale l’effetto è spettacolare. Come di consueto il dottore consiglia l’assunzione in concomitanza con alcool, sostanze o entrambi per accentuare l’esperienza.

E chi l’ha detto che in Egitto ci sono solo le mummie?

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Gente sportiva…

Gli Sportivi – Gimme Gimme Your Hands/Go Back (Flue Records, 2012)

[di Denis Prinzio]

Riecco Gli Sportivi, duo di scapestrati figli del rock’n’roll che tornano a farsi sentire con questo singoletto in vinile rosso fiammante dopo l’ep d’esordio di due anni fa (recensito da queste parti). Parlando di quel lavoro (tra l’altro una delle mie prime recensioni per Black Milk… nostalgia canaglia, come passa il tempo e via dicendo) ci si era soffermati sulla destrezza dei ragazzi nel ripresentare un veloce garage’n’ roll figlio del ventennio ’50-’60, reinterpretato e ri-attualizzato con la sensibilità delle band odierne. Non cambia la sostanza in questi due nuovi brani, anche se l’accento si sposta un pochino verso sonorità blues amfetaminiche vicine a certe cose degli ultimi Black Keys.

C’è sempre un sanissimo approccio “raw” e scassone (ad esempio nell’esplosione del refrain in “Go Back”, realmente esaltante) che fa da contraltare alle melodie catchy architettate dalla band, la quale da l’impressione di sapersi e volersi divertire, e c’è da credere che nei live ciò succeda eccome. Per concludere, sempre di Black si tratta, ma a sto giro un po’ meno “Lips” e un po’ più “Keys”, se mi perdonate lo stupidissimo gioco di parole. Comunque sempre un bel sentire, confermando Gli Sportivi come una delle nostre più promettenti realtà in ambito garage blues/punk.

Ora però è venuto il momento di giocarsela con un disco vero e proprio, eh ragazzi?

Manta Rays’ nuggets

Manta Rays -s/t (Garage Records/Go Down, 2012)

Un trio con un gran tiro, ecco come si presentano i veneti Manta Rays fin dai primissimi brani di questo album – omonimo – uscito in aprile.
In questo bel cd digipack sparano 12 tracce di garage rock di ispirazione puramente Sixties che spazia dal rock’n’roll al garage punk più esuberante, passando per il surf, il soul, il sound californiano alla Beach Boys, i Kinks e gli Who. Insomma, numi tutelari mica da poco, ma è giusto tirarli in ballo visto anche come i Manta Rays riescono a rendere giustizia alle loro fonti di ispirazione, con un songwriting filologico e curato, raffinato senza essere prolisso o troppo autoindulgente.

L’unica pecca, forse, è la produzione molto patinata e pulita, che rende il tutto un filo troppo commestibile e pastorizzato. Invece un pizzico di sporcizia in più non avrebbe certo guastato, per accentuare l’esperienza d’ascolto di questi brani.

Se amate il sound del rock’n’roll anni Sessanta (che spazia in tutte le sue declinazioni fondamentali e in maniera disinvolta) i Manta Rays saranno una bella scoperta: tre accordi, convinzione, sudore e immediatezza. Con un (bel po’) di classe, aggiungerei.

The Wild Brunch #24

24&24 is… rieccoci. Nonostante l’orrore, i casini e il periodo infame. Troppi disastri, come diceva qualcuno; ma finché regge la pompa, si continua.
Come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.
In questo numero partiamo con la nuova uscita targata Bubca/DestroYo, ossia la fanzine Abracadabra numero 3 più cd allegato di RTG; ci spostiamo sui belgi Homer, per finire con gli italianissimi Nice.

Abracadabra ‘zine n.3 / RTG – Lemb (DestroYo, 2012)
Nuova uscita (in 30 copie) per la fanzine/photozine Abracadabra – che come ben sapete è legata al marchio Bubca e ora anche DestroYo – etichetta parallela, a quanto ho capito, ma potrei sbagliarmi. Abracadabra è lo-fi al 200%, senza testo e solo fatta di fotografie fotocopiate che ritraggono principalmente soggetti a tema homeless/senzatetto/disperazione di strada; peraltro gli scatti sono quasi tutti (o forse tutti, la memoria mi tradisce) visibili online nel blog abracadabrabracadabra.blogspot.it. In allegato alla fanza, però, troviamo il nuovo cd del terrorista sonico RTG, intitolato EMB. Cinque brani (se così si possono definire) deliranti di rumorismo a base di strumenti protoelettronici e diavolerie vintage: non canzoni, ma praticamente esperienze uditive al confine tra umano e umanoide. La follia vi gusta? Siete nel posto giusto, per la madonna…
[Voto: 2 – Consigliato a: pazienti soggetti a TSO, naufraghi psichici, aspiranti cavie umane]

HomerThe Politics Of Make Believe (Funtime/Bad Mood/Indiebox, 2012)
Sono belgi e menano parecchio, con un hardcore metallizzato tirato, lucido e violento. Roba un po’ anni Novanta, che prende il meglio della velocità hc e lo incolla alla pesantezza del thrash/speed più spaccaossa. Il tutto in salsa lodevolmente impegnata, con testi che parlano di antipolitica, antisistema e ispirati al movimento di protesta globale. Sound statunitense, rabbia tutta europea… i ragazzi ci sanno fare, anche se l’originalità non è esattamente di casa. Ad ogni modo è bello che escano ancora dischetti così: non ti cambiano certo la vita, ma tengono alto lo spirito.
[Voto: 2 – Consigliato a: sparvieri del moshpit, simpatizzanti del movimento occupy cameretta, hardcorer metallosi]

NiceNuova Babele (autoprodotto, 2012)
Trio di giovanissimi lombardi che fa sul serio, o almeno regala quest’impressione. Musicalmente competenti – fin troppo – i Nice (che si legge come è scritto e quindi suona un po’ come Nietszche) propongono un rock alternativo moderno e complesso, con continue incursioni nel math e nel nu metal, ma solidamente fondato sull’ondata anni Novanta del nuovo rock italiano di Afterhours, Marlene Kuntz e Ritmo Tribale, per arrivare ai Verdena. Senza dimenticare un po’ di CCCP, soprattutto in alcune scelte di arrangiamento vocale. Fanno egregiamente il loro lavoro, per quanto viaggino su binari un po’ troppo fighetti per i miei gusti; peccato per loro che i tempi siano cambiati.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: ggggiovani alternati(vi), italorocker con un piede nei Novanta, nostalgici troppo giovani anche per la nostalgia dell’altroieri]

Balordi con forbici e fotocopie

Mimetics & Abracadabra fanzine

[di Manuel Graziani]

Sfoglio il Devoto-Oli tutto rattoppato che sta sopra la scrivania e mi fermo alla voce “balordo”. Tra le varie definizioni mi colpiscono: “Che dà poco o nessuno affidamento, spec. sul piano morale” e ancora “Strampalato”, per finire in bellezza con “Malvivente, malavitoso”.

Perché questa premessa? Semplice. Tali definizioni vanno proprio a pennello alle due (irreali) realtà italiane di cui sto per cianciare. Per puro orgoglio campanilistico parto dalla congrega ribattezzatasi Wild Weekend Teramo che, oltre ad organizzare concerti bellissimi e, appunto, “balordi” (cito solo Demon’s Claws, The Feeling of Love, The Tunas, Shiva & The Dead Man, Plutonium Baby, Hell Shovell, Trio Banana) ha avuto la brillante idea di tirar fuori una fanzinetta di quelle di una volta. Ovvero 4 fogli A4 fotocopiati in b/n, stampati fronte/retro, ripiegati e pinzati al centro. La fanzine si chiama Mimetics, scritto con un pennarello mezzo finito, come sottotitolo riporta il bukowskiano “Musica delinquentistica per organi caldi”. Dietro non c’è gente di primissimo pelo, neanche di secondo per la verità. Antonio degli Zitoxil, Alessio dei Singing Dogs e della Primitive Records e Gabriele della Goodbye Boozy Records sono amici a cui voglio bene, ma pure se non fossero amici vorrei bene loro lo stesso per quello che fanno. La fanzine mi piace, e lo dico sinceramente, perché è bella grezza (dalla grafica ai contenuti passando, ça va sans dire, per la grammatica), fuori di testa e, soprattutto, perché non ha alcuna pretesa o strane puzze sotto il naso. Sul numero 3 si (s)parla di Dan Sartain, del detroitiano Timmy Vulgar (Clone Defect, Human Eye, Timmy’s Organism, ecc.), c’è un bel bezzo/racconto su J Mascis e una storia tra il demente e il demenziale sulla Bubca Records. Non ho idea di quanto costi e vi avviso subito che sul web non trovate un beneamato cazzo. Per saperne di più vi tocca scrivere a antoniomasci@live.it o a acdog@hotmail.it.

Dalla mente creativa, e alquanto deviata, di colui che sta dietro alla Bubca Records di cui sopra, è uscita un’altra bella fanzine cartacea chiamata Abracadabra. Anche in questo caso si tratta di quattro fogli A4 fotocopiati in b/n, stampati fronte/retro, ripiegati e pinzati al centro, ma il tema non è la musica bensì la fotografia. Quella fotografia dura che racconta la realtà senza filtri e bisogno di aggiungere inutili parole. Se non fossi allergico all’uso della parola “arte” (“prendi l’arte e mettila da parte”, sempre!) direi che proprio di questo si tratta. Arte nella sua accezione più pura, alta, etica, che non dà risposte ma stimola domande. Il resto ce lo dice tab_ularasa, al secolo Luca Tanzini: “Da quando mi sono trasferito a Roma mi è ritornata la voglia di fare foto che si era spenta negli anni. Ho deciso di fare questa fanzine che fotografava la vita pulsante di Roma, adesso una città cosmopolita a tutti gli effetti. Qui la vita la si tasta con mano, soprattutto se si vive al di fuori del centro verso le ex borgate che adesso sono città a tutti gli effetti. La vera Roma di ora sono gli extracomunitari, gli indiani, la gente dell’est, i cinesi, gli africani, ed io ho vissuto nei loro quartieri, ho frequentato i loro mercati e mi sono sentito parte integrante di questa Roma. Poi c’è una realtà sotterranea enorme di poveri e barboni con dignità assoluta che popola Roma, un’altra città nella città: le foto che ho fatto la ritraggono così com’è senza voler dare giudizi sulla povertà e sul loro malessere”.

In allegato al numero 3 di Abracadabra c’è un assurdo cd-r a nome RTG (qui si può scaricare un po’ di roba: e-x-p.it/rtg), che definirei “rumore esoterico urbano”, dietro cui si cela sempre il nostro Luca: “RTG è il mio progetto di sperimentazione di elettronica primitiva. Il cd risale al 2008, è stato registrato in una giornata usando un vecchio eco a nastro LEM (da qui il nome LEMBA) e facendo in seguito sovraincisioni di theremin, RTG, organo vecchio e moog. Io sono quasi fissato con la musica primitiva elettronica e sperimentale, partendo dagli anni ‘20 fino agli anni ’80. Tutta la musica elettronica dei pionieri per me è come il punk, come attitudine e sostanza. Diciamo che quello che facevo negli Ultra Twist e adesso nei Trans Upper Egypt viene da lì e dalle mie cose sperimentali di RTG. Anche per questo da poco ho deciso di mettere su destroYO Records, l’altra faccia sperimentale e più strana della Bubca Records. Per questa nuova etichetta usciranno fuori tutti i miei deliri e anche deliri altrui che mi piacciono ovviamente, ma non vanno presi sul serio e ascoltati come musica. Sono un po’ come le mie fotografie: fotografie sonore di giochi di scoperta con nuovi e vecchi strumenti verso la creazione di paesaggi sonori dove si sta bene o male“.

Anguane tales

Slumberwood – Anguane (Tannen Records, 2012)

[di Denis Prinzio]

Ci abbiamo messo un po’ a scrivere di questo Anguane, secondo album per i padovani Slumberwwod dopo l’esordio di un paio di anni fa; il motivo di questa attesa è da ricondurre principalmente alla non immediatezza del disco in questione, che è malato, psichedelico, dal mood oscuro e malignetto, quindi necessita di un po’ di pazienza per entrare in circolo. Ma quando lo fa, il botto è assicurato.

Quasi tutti li accostano ai Jennifer Gentle (vuoi anche per la presenza dietro al banco del mixer di Marco Fasolo) e quindi ce li accostiamo anche noi. Psichedelia dunque: declinata col gusto del folk stralunato, della murder ballad, ma anche di un certo gusto rock’n’roll da sabba ubriaco nei boschi appenninici, in linea con alcune cose degli ultimi Movie Star Junkies (ascoltare ad esempio “Emerson Laura Palmer” o “Everything Is Smiling”, entrambe caracollanti e che sprigionano un fascino stranito e diabolico).
È un disco che piace assai poiché suonato con gusto e competenza, prodotto bene e che sa miscelare sapientemente le due anime della band, quella devota alla sperimentazione e quella invece più viscerale, diretta e senza fronzoli. Quest’ultima è ben presente nella prima parte del disco e trova il suo acme nella reiterazione ai confini col country pop della suggestiva “Help Me Grampa”; più in là le spinte avant si fanno sempre più propulsive, a cominciare dall’intreccio strumentale dell’acustica “La corsa del lupo” sino all’organo e alle atmosfere alla Ulver di “Harmonium”, allo space drone psych dell’allucinata “Mr Sandman” e al piano della title track che chiude il lavoro. Prima di ciò vi era stata una parentesi a navigar nel mar dei Sargassi: “Sargasso Sea appunto”, tra post punk marziale ed invettive alla Black Heart Procession.

Disco variegato ma che possiede uno stile ben definito, Anguane non annoia anche dopo ripetuti ascolti, si lascia scoprire – e apprezzare – lentamente. Bel colpo.

Biglietto per l’Egitto interiore

Trans Upper Egypt – North African Berserk (Monofonus, 2012)

Psichedelia gravemente stuprata a colpi di punk, dub, protoelettronica, noise, acid rock, impro rock, feedback pop e follie jazzoidi. Dai Suicide a Sun Ra, passando per i 13th Floor Elevators, i Jesus & Mary Chain, i Grateful Dead e i P.I.L., i Trans Upper Egypt metabolizzano e filtrano tutto, per poi restituirlo masticato, digerito e intaccato dai loro acidi gastrici.
Non è roba semplice questa, ma al contempo non è neppure inaccessibile. Anzi è piacevole perdercisi e ascoltarla, tentando di coglierne la chiave di lettura che – almeno per quanto mi concerne – difficilmente può prescindere da una minima alterazione mentale; foss’anche una Ceres a stomaco vuoto, trovo che dia il necessario viatico per entrare nel mondo dei TUE con totale convinzione. Che se avete la giusta inclinazione, potrebbe anche diventare devozione.

Cinque brani (in un 12″ pubblicato dalla Monofonus di Austin) da ascoltare in loop, come si faceva negli anni Ottanta, quando il disco restava sul piatto tutto il pomeriggio e lo si girava ogni volta che finiva il lato. E la goduria è garantita anche da un bel vinile pesante (gira a 45) e con artwork retro.

Ah, una nota di colore: una mattina per errore ho ascoltato tutto un lato a 33 giri anziché 45; aveva un suo bel fascino, tipo My Bloody Valentine + Suicide con Danzig in overdose di Xanax alla voce. Per cui, una volta che l’avrete imparato a memoria a 45 giri, c’è l’opzione velocità rallentata…

The Wild Brunch #23

Vi è mancato il brunch selvaggio? Eh immagino… ma in fondo è un piccolo male necessario, come i compiti a scuola, come la coda alle Poste. E poi finisce che magari vi fate anche una ghignata leggendolo.
Come dovreste ormai sapere dopo 23 puntate, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

A Crime CalledBeyond These Days (Dysfunction, 2012)
Grunge, rock alternativo, nu metal, alt metal, indie rock… loro non vogliono definirsi e scrivono che “il sound che ne esce è dirompente, magnetico, tagliente. E’ qualcosa di speciale”. Uh… ok… come dire: sono bravi, hanno fatto un buon lavoro in studio e in fase di produzione, però da qui all’aver fatto un disco speciale, mi si perdoni la franchezza, c’è una certa differenza. Un filo di umiltà e realismo in più non guasterebbero. Poi *probabilmente* potrebbero anche diventare una della nuove band protagoniste della scena del rock moderno e metal alternativo italico, ma al momento li si rimanda – proprio come si faceva tempo fa, alle superiori.
[Voto: 1 – Consigliato a: indie rockettari di quartiere, amici e parenti, MTV-stars wannabe]

The BidonsGranma Killer (autoproduzione, 2012)
Distribuiti da Area Pirata, i campani The Bidons purtroppo si presentano con un nome piuttosto loffio, da gruppo di rock demenziale delle superiori. Ed è un peccato perché la band è valida, pur restando entro confini netti, ferrei e invalicabili: quelli del garage rock’n’roll punkizzato, che mescola con graziosa sfacciataggine il Sixties (non a caso inseriscono due cover di Avengers e Strangeloves, entrambe di metà anni Sessanta), il rockabilly e il punk delle origini. Niente di nuovo sotto al sole, ma va bene così: i The Bidons sono ottimi alfieri del genere, con palle quadrate e tutto quanto. Solo, se trovassero una chiave leggermente meno scolastica, sarebbero veramente grandi. Così rischiano di essere uno dei molti buoni gruppi del calderone garage italico… e sarebbe un peccato, oggettivamente.
[Voto: 2,5 – Consigliato a: garagisti con animo punk’n’roll, completisti dell’eterno revival]

Paolo TosoBallate per inguaribili ottimisti (Neogrigio, 2012)
Torna il menestrello piemontese Paolo Toso, con il seguito del debutto Poche parole di conforto; se nel 2010 la chiave di lettura della dimensione tosiana era la locuzione (solo apparentemente scontata) “punk folk”, in questi nuovi 12 brani emerge un gusto più american roots, vagamente springsteeniano (in declinazione acustica, mica le tamarrate da stadio alla “Born in the USA”); tutto questo comunque sempre ben tallonato dalla tipica sensibilità folk da entroterra ligure/piemontese a cui Paolo ci ha ormai abituato. Se avete presente l’allegra malinconia che si raggiunge con una bottiglia di rosso veramente buono, in una serata fredda davanti a un camino e con la nebbia che avvolge tutto di fuori, beh allora capirete questo disco.
[Voto: 3 – Consigliato a: partigiani della Barbera, americani piemontesi, folk rocker e orsi appenninici]

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