Nebbia in Val Padana

Afterhours – Padania (Germi, 2012)

Il nuovo Afterhours su Black Milk? Già, è una bizzarria su cui ho riflettuto molto. Sono stato tentatissimo di evitare e cassare la faccenda, visto che proprio – diciamolo apertamente – non ci attaccano nulla con quello che si pratica da queste parti. Per dire, ristampassero la primissima produzione in inglese, allora mi ci butterei a pesce: quella era roba veramente notevole. Ma le smanie da artista in decomposizione di Agnelli ormai da anni mi lasciano indifferente (per non dire lievemente infastidito).
Poi ci ho ripensato e mi sono detto: perché no… può essere l’ennesima occasione per puntualizzare, ma anche per provare ad avere un divertente contraddittorio accademico sull’argomento. Perché come vedrete la recensione del nostro impavido Hugo Bandannas sostanzialmente premia la compagine del signor Agnelli (anche se nel finale fa un passo indietro), io invece l’unico premio che conferirei agli Afterhours attuali è la coppa del nonno con tanti saluti.
Che inizi il duello…

***

Sweet home Padania

[di Hugo Bandannas]

Non è vero che la Padania non esiste. Sicuramente non c’è nelle carte geopolitiche come luogo fisico reale e non è neanche mai esistito per la Storia. Ma chiunque è immerso nella sconfinata Pianura Padana e abita la città Viscontea sa che esiste una Padania interiore. Un sentimento impalpabile sconosciuto ai forestieri che indissolubilmente salda insieme metallo, nebbia, concime, solitudine, frenesia, intimismo, silenzio, grigio antracite, ambizione mittleuropea, provincia e solipsismo. E gli  Afterhours hanno deciso che era il momento di tradurre  questo misterioso sentire con le note e le parole.

Se New York ha avuto, negli ultimi decenni, i Sonic Youth come “cantori lirici del rumore” per esaltare la decadenza della Big Rotten Apple, e Berlino ha avuto gli Einsturzende Neubaten, Milano ha ancora gli Afterhours. La band di Agnelli, con il tempo e con le innumerevoli collaborazioni artistiche, ha acquistato una padronanza dei mezzi che sfiora, almeno da qualche disco a questa parte, il lezioso manierismo o una certa mania di onnipotenza che in Italia – ahimè – è assai in auge in ogni ambito sotto qualsiasi forma e sostanza. E che di solito finisce, nella migliore delle ipotesi, al festival di Sanremo.

Ma veniamo alla musica. Il ballatone nebbioso, title track di Padania, fa pensare a cosa potrebbero essere certi brani di Ligabue se avesse una voce un po’ meno monocorde e piatta, la canzone posizionata strategicamente quasi a metà album fende sonorità di matrice tipicamente Afterhours sempre in bilico tra dissonanza e melodia, in cui non c’è dubbio che se la comandano.
Soprattutto in “Metamorfosi” fa capolino quella vena di sperimentazione con cui la combriccola meneghina si distrae flirtando con un anarchismo estetico in cui sono imbottigliati il virtuosismo di Demetrio Stratos con divagazioni progressive.

Con una produzione abbondantemente sopra la media dei dischi che escono in Italia, Padania consacra gli Afterhours come unica realtà nazionale a saper fare una musica potenzialmente competitiva con altri prodotti di rock  estero, senza farci vergognare della nostra provenienza.
Un  lavoro sicuramente coraggioso per chi ha ormai raggiunto il grande pubblico e che potrebbe rischiare di far perdere qualche fan ortodosso per strada proprio per quella vena sperimentale descritta, che finora era sempre rimasta inespressa.
Il lato debole degli Afterhours resta, a mio avviso, quello di essere una band troppo concentrata a volersi distinguere e a non omologarsi, piuttosto che a sapere bene quello che sta facendo; se il termine “indecifrabile” ha spesso una valenza positiva in quanto rivoluzionaria ante litteram, in questo caso specifico è più affine a un espressione calcistica  n.c. (non classificato). Chi mette troppa carne al fuoco si brucia…

Petania

[di mr Black Milk]

Cominciamo dal titolo, che è quello che mi fa diventare idrofobo da subito. Sarà anche un tentativo di “dare risalto anche ad una questione regionale come hanno fatto altri artisti come Fabrizio De André con Rimini, Bruce Springsteen con Nebraska“, come dice Agnelli… ma cristo, non facciamo finta di niente: ora – e chissà per quanti anni ancora – a dispetto di tutta la poesia e l’arte che ci vuoi inoculare, se dici Padania (e non sei Borghezio o uno che lo vota), quello che ti viene in mente è un esercito di personaggi con l’elmo di plastica da vichingo, camicie verdi da supereroe da osteria, aliti di Bonarda rancida, grugniti gutturali tipo “roma ladrooonaaa, terùn, néghér, ooooeeeoooeee, muuuuuuu”, l’ampolla di acqua del Po, il Trota, un tipo col sigaro sbavato che non si capisce bene quando parla… insomma, ci siamo capiti. Padania uguale morte della civiltà – punto. E’ un’equazione che durerà per molti decenni ancora, grazie al partito che sappiamo. Intitolare un disco Padania ora sembrerà anche sublime e poetica provocazione, ma per me è come se qualche genio avesse intitolato un album Fascio littorio nel 1949; non è vietato, ci saranno anche belle motivazioni dietro, ma fa un po’ brutto. Di sicuro sono io che non sono abbastanza artistico, per carità, oltre che un po’ prevenuto e pieno di pregiudizi.

E ora, fatta la tirata politico-biliosa, veniamo alla musica. Vi dico solo che a metà o poco più del primo pezzo volevo solo mettere i GBH nello stereo per una sana iniezione di realtà. Troppe pretese, in questi brani; troppo “io sò io e voi nun valete un cazzo”. Loro sperimentano, ma non è detto che noi si abbia voglia di ascoltare i loro giochini da menti annoiate. Certo, ci vuole coraggio a fare una roba del genere… ma da qui al fatto che quello che ne esce sia davvero godibile e non un distillato di arroganza un po’ troppo snob la differenza è tanta.
Ma soprattutto la domanda che mi pongo è questa: Manuel, se sei – giustamente – stufo del rock e della musica, non è che puoi fare come tutti i cristiani e dedicarti ad altro? Mica è obbligatorio continuare e incaponirsi a fare le cose “diverse”, soprattutto se l’aggettivo diverso diviene sinonimo di esasperazione un po’ masturbatoria. So comunque che non te ne fregherà nulla, anche perché là fuori si sentono i cori di adorazione per il tuo nuovo disco… e questo ti basterà sicuramente. Oltretutto ti confesso che se gli avessi dato un altro nome – che so, bastava un semplice Lombardia (per rippare quei marpioni dei Mercanti di liquore che già ci fecero un brano) – e io manco mi sarei accorto che usciva il disco, con grande giovamento per entrambi. Soprattutto per me, egoisticamente.

PS: dei testi non ci ho capito nulla…

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