Mucho Mojo(matics)

The Mojomatics – You Are The Reason For My Troubles (Outside Inside / Wild Honey, 2012)

[di Denis Prinzio]

Considerati da certa parte del pubblico – a naso quella più indie fighetta e snob – come un gruppo che suona musica tremendamente “retrò”, senza alcuna spinta e tendenza all’innovazione, i Mojomatics proseguono imperterriti nel loro approccio filologico alla materia rock’n’roll di matrice americana. Il duo veneto licenzia questo  You Are The Reason For My Troubles – la causa dei loro guai dovrebbe essere il gentil sesso – sotto l’egida della loro etichetta (già studio di registrazione), la neonata  Outside Inside Records, in collaborazione con la Wild Honey.

I Mojos non nascondono le loro influenze – e perché mai dovrebbero farlo? Quando suoni garage rock dai forti accenti folk e blues, con più di una incursione nei territori country, è normale che i tuoi numi tutelari sia gente del calibro di Rolling Stones, Byrds, Neil Young e persino Bob Dylan.
In questa nuova fatica si avverte anche una marcata influenza powerpop, sin dall’opener – e apice del disco – “Behind The Trees”, numero zuccherosamente irresistibile che sta a metà del guado tra Kinks e Big Star. I nostri sparano le migliori cartucce tutte all’inizio: la title track è una country song vitale e saltellante che ricorda vagamente l’approccio country garage degli Indian Wars; la successiva “In The Meanwhile” è ancora efficacemente pop nell’animo, sfoderando un refrain vincente che ha il merito di piantarsi piacevolmente in testa.
Il resto del lavoro si mantiene su buoni livelli, anche se l’eccellenza dei primi tre brani non viene più ripetuta; e comunque tutto un florilegio di slide, harmonica, batteria saltellante, rock’n’roll, bluegrass, stomp blues, chitarre folksy, fumo e whiskey. Insomma, tutta roba che ci piace: anche se ci piacerebbe un pochino di piacioneria in meno e un po’ di lordura in più. Magari la prossima volta.

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Kick out the gianduia, motherfuckers

Titor – Rock Is Back (INRI, 2012)

Torino e  suoi fantasmi, da quelli paranormali-esoterici a quelli del capitalismo postindustriale più orrorifico. La Motor City con i maghi e i medium. Da un posto del genere non poteva non scaturire un sound unico anche in ambito di musica underground; un suono che, nonostante il rotolare dei decenni, si perpetua mutando nella forma esterna, ma mantenendo una coerenza interiore e un filo rosso che permette di tracciare discendenze e parentele in maniera piuttosto inequivocabile. E da questa Detroit a dimensione di Gustavo Rol arrivano i Titor, usciti freschi freschi con un cd (dopo un ep)… e indovinate un po’? Esatto: sono intrisi di Torino sound, come piace a noi. Beccatevi questa recensione double, con cui diamo anche il benvenuto al nuovo pregiatissimo collaboratore Brundo.

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E’ un altro giorno por*o dio

[di mr Black Milk]

Il progetto Titor è imbevuto di torinesità, quella che ha reso peculiare la scena cittadina fin dagli anni Ottanta, pur essendo mille anni lontano – a livello di sound – dai fasti dell’hardcore sabaudo.
Nei Titor c’è il concept dei crononauti (la storia di John Titor è nota ormai da un decennio abbondante), c’è il post hardcore, c’è il rock anni Novanta, c’è la cupezza disperata e lucida delle band torinesi: diciamo che sono nipoti dei Nerorgasmo e dei primi Negazione come percezione del mondo, ma figli del rock moderno/alternativo/post grunge come personalità sonica.

Descriverli musicalmente non è semplicissimo, ma direi che una frullata violenta e sgraziata di Fugazi, Refused, At The Drive-In, Husker Du, AC/DC, Black Sabbath, Rage Against The Machine, Nerorgasmo, Black Flag, Soundgarden e Therapy? potrebbe portare un risultato del genere. Questa è roba che ti chiude la bocca dello stomaco con l’impatto e che – finalmente – utilizza l’italiano in un modo che mi ha colpito: per raccontare una storia intrigante, ma anche per sputare/sputarsi in faccia (in puro stile Luca Abort, io aggiungerei) frustrazione, rabbia e violenza; del resto alla voce troviamo un elemento  mica da poco, ossia Sabino Pace, ex Belli-Cosi, attualmente tastierista de I treni all’alba e agitatore musicale della Torino della fine dello scorso millennio.

Una bella uscita davvero, forse un po’ troppo compressa nella produzione – più zozzura rules! – ma tra gli album da sentire di sicuro in questo 2012. Altro che Padania

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L’inesorabile “MA”

[di Brundo]

Apro la mia collaborazione con Black Milk con una recensione non facile.
I Titor  vengono da Torino, città che negli ultimi 30 e passa anni ci ha regalato alcuni dei capitoli più belli del punk/hc, nell’accezione più ampia del termine, della storia musicale della nostra sfortunata Penisola.
I Titor non sono gli ultimi arrivati, si tratta di gente che suona dagli anni Novanta e ha militato in formazioni  significative. I Titor sono gente che possiede una certa maturità anagrafica e artistica, ascolti di qualità e la consapevolezza che ne deriva.
Tutto ciò si intuisce dai solchi (ahimè virtualmente immaginati dal mio povero cervelletto nostalgico) di questo lavoro che porta un titolo coraggioso, che suona come un manifesto programmatico in questa desolata attualità dominata da algidi disk jockey senza cuore e senza cervello: Rock Is Back.

Devo dire i quattro piemontesi la sventolano alta e fiera la bandiera del rock’n’roll. Sin dalle prime note i riferimenti sono chiari, chiudo gli occhi e riff di Greg-Ginniana memoria si fanno prepotentemente strada nelle mie orecchie, l’impatto è quello, l’ispirazione pure.
Proseguo con l’ascolto e mi trovo a fare inevitabilmente i conti con la provenienza regionale della band, mi sento prevedibile e scontato, quasi in colpa per questo mio macchiarmi del peccato di Facile accostamento, ma non posso fare a meno di pensare ai Kina e agli ultimi Negazione .
Mano a mano che mi immergo nella musica prendo coraggio e mi sento tentato di avventurarmi in terreni impervi e, camminando su di una sottilissima lastra di ghiaccio, scomodo nomi pericolosissimi. Lo sto per fare…  Nerorgasmo! Sì, con un pezzo come calvario non mi sento poi così sconveniente a fare certi paragoni, l’aria di disperazione, o meglio di non-speranza, che pervade tutto il pezzo, la voce, il testo, l’enfasi con cui è pronunciata la parola “Cristo!” nel ritornello “d’angoscia mi stringo / raccolgo dal basso le lacrime Cristo”.  Ecco leggete qui. Ho ragione io. I Neororgasmo ci sono! E anche gli Husker Du, tié.

Con tali premesse questo potrebbe essere il disco preferito di Brundo del 2012. MA…
Purtroppo c’è l’inesorabile “ma” che distrugge i miei sogni di bimbo che negli anni Ottanta c’è nato e che avrebbe tanto desiderato viverli con il chiodo e i jeans strappati, invece che da poppante in fasce.
Questo disco è stato suonato e soprattutto registrato in maniera impeccabile: i suoni sono potenti, limpidi, incisivi, ciccioni e qui sta il problema. La perfezione sonora del prodotto finale, l’eccessivo dilungarsi, talvolta, di certi pezzi e la minuziosa perizia tecnica portano le nove tracce verso lidi leggermente sbagliati, svuotandone un po’ la magia e l’energia che innegabilmente racchiudono. Tutto questo si unisce al fatto che, purtroppo, il mio orecchio è stato abituato a cose non piacevolissime quando associa certi suoni al cantato in italiano e rischia di portarmi alla mente nomi che è meglio non fare in questa sede. Ora, i Titor non c’entrano nulla con certe parolacce del rock italiano, ma, a causa della produzione massiccia di questo Rock Is Back, mi ci sono voluti un paio di ascolti prima di liberarmi di quella patina di diffidenza che si era venuta a creare.
Se questo disco fosse stato registrato un po’ più al cesso, un po’ più in fretta e forse arrangiato un po’ meno, sarebbe stato perfetto.
Ciò non toglie che nella frase “non ho trent’anni ancora / si fotte la mia vita a 500 all’ora” credo troverò conforto per molto tempo, proprio come la prima strofa di “Giorno” dei, guarda un po’, Nerorgasmo mi ha fatto da sveglia per numerosi anni.

Nebbia in Val Padana

Afterhours – Padania (Germi, 2012)

Il nuovo Afterhours su Black Milk? Già, è una bizzarria su cui ho riflettuto molto. Sono stato tentatissimo di evitare e cassare la faccenda, visto che proprio – diciamolo apertamente – non ci attaccano nulla con quello che si pratica da queste parti. Per dire, ristampassero la primissima produzione in inglese, allora mi ci butterei a pesce: quella era roba veramente notevole. Ma le smanie da artista in decomposizione di Agnelli ormai da anni mi lasciano indifferente (per non dire lievemente infastidito).
Poi ci ho ripensato e mi sono detto: perché no… può essere l’ennesima occasione per puntualizzare, ma anche per provare ad avere un divertente contraddittorio accademico sull’argomento. Perché come vedrete la recensione del nostro impavido Hugo Bandannas sostanzialmente premia la compagine del signor Agnelli (anche se nel finale fa un passo indietro), io invece l’unico premio che conferirei agli Afterhours attuali è la coppa del nonno con tanti saluti.
Che inizi il duello…

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Sweet home Padania

[di Hugo Bandannas]

Non è vero che la Padania non esiste. Sicuramente non c’è nelle carte geopolitiche come luogo fisico reale e non è neanche mai esistito per la Storia. Ma chiunque è immerso nella sconfinata Pianura Padana e abita la città Viscontea sa che esiste una Padania interiore. Un sentimento impalpabile sconosciuto ai forestieri che indissolubilmente salda insieme metallo, nebbia, concime, solitudine, frenesia, intimismo, silenzio, grigio antracite, ambizione mittleuropea, provincia e solipsismo. E gli  Afterhours hanno deciso che era il momento di tradurre  questo misterioso sentire con le note e le parole.

Se New York ha avuto, negli ultimi decenni, i Sonic Youth come “cantori lirici del rumore” per esaltare la decadenza della Big Rotten Apple, e Berlino ha avuto gli Einsturzende Neubaten, Milano ha ancora gli Afterhours. La band di Agnelli, con il tempo e con le innumerevoli collaborazioni artistiche, ha acquistato una padronanza dei mezzi che sfiora, almeno da qualche disco a questa parte, il lezioso manierismo o una certa mania di onnipotenza che in Italia – ahimè – è assai in auge in ogni ambito sotto qualsiasi forma e sostanza. E che di solito finisce, nella migliore delle ipotesi, al festival di Sanremo.

Ma veniamo alla musica. Il ballatone nebbioso, title track di Padania, fa pensare a cosa potrebbero essere certi brani di Ligabue se avesse una voce un po’ meno monocorde e piatta, la canzone posizionata strategicamente quasi a metà album fende sonorità di matrice tipicamente Afterhours sempre in bilico tra dissonanza e melodia, in cui non c’è dubbio che se la comandano.
Soprattutto in “Metamorfosi” fa capolino quella vena di sperimentazione con cui la combriccola meneghina si distrae flirtando con un anarchismo estetico in cui sono imbottigliati il virtuosismo di Demetrio Stratos con divagazioni progressive.

Con una produzione abbondantemente sopra la media dei dischi che escono in Italia, Padania consacra gli Afterhours come unica realtà nazionale a saper fare una musica potenzialmente competitiva con altri prodotti di rock  estero, senza farci vergognare della nostra provenienza.
Un  lavoro sicuramente coraggioso per chi ha ormai raggiunto il grande pubblico e che potrebbe rischiare di far perdere qualche fan ortodosso per strada proprio per quella vena sperimentale descritta, che finora era sempre rimasta inespressa.
Il lato debole degli Afterhours resta, a mio avviso, quello di essere una band troppo concentrata a volersi distinguere e a non omologarsi, piuttosto che a sapere bene quello che sta facendo; se il termine “indecifrabile” ha spesso una valenza positiva in quanto rivoluzionaria ante litteram, in questo caso specifico è più affine a un espressione calcistica  n.c. (non classificato). Chi mette troppa carne al fuoco si brucia…

Petania

[di mr Black Milk]

Cominciamo dal titolo, che è quello che mi fa diventare idrofobo da subito. Sarà anche un tentativo di “dare risalto anche ad una questione regionale come hanno fatto altri artisti come Fabrizio De André con Rimini, Bruce Springsteen con Nebraska“, come dice Agnelli… ma cristo, non facciamo finta di niente: ora – e chissà per quanti anni ancora – a dispetto di tutta la poesia e l’arte che ci vuoi inoculare, se dici Padania (e non sei Borghezio o uno che lo vota), quello che ti viene in mente è un esercito di personaggi con l’elmo di plastica da vichingo, camicie verdi da supereroe da osteria, aliti di Bonarda rancida, grugniti gutturali tipo “roma ladrooonaaa, terùn, néghér, ooooeeeoooeee, muuuuuuu”, l’ampolla di acqua del Po, il Trota, un tipo col sigaro sbavato che non si capisce bene quando parla… insomma, ci siamo capiti. Padania uguale morte della civiltà – punto. E’ un’equazione che durerà per molti decenni ancora, grazie al partito che sappiamo. Intitolare un disco Padania ora sembrerà anche sublime e poetica provocazione, ma per me è come se qualche genio avesse intitolato un album Fascio littorio nel 1949; non è vietato, ci saranno anche belle motivazioni dietro, ma fa un po’ brutto. Di sicuro sono io che non sono abbastanza artistico, per carità, oltre che un po’ prevenuto e pieno di pregiudizi.

E ora, fatta la tirata politico-biliosa, veniamo alla musica. Vi dico solo che a metà o poco più del primo pezzo volevo solo mettere i GBH nello stereo per una sana iniezione di realtà. Troppe pretese, in questi brani; troppo “io sò io e voi nun valete un cazzo”. Loro sperimentano, ma non è detto che noi si abbia voglia di ascoltare i loro giochini da menti annoiate. Certo, ci vuole coraggio a fare una roba del genere… ma da qui al fatto che quello che ne esce sia davvero godibile e non un distillato di arroganza un po’ troppo snob la differenza è tanta.
Ma soprattutto la domanda che mi pongo è questa: Manuel, se sei – giustamente – stufo del rock e della musica, non è che puoi fare come tutti i cristiani e dedicarti ad altro? Mica è obbligatorio continuare e incaponirsi a fare le cose “diverse”, soprattutto se l’aggettivo diverso diviene sinonimo di esasperazione un po’ masturbatoria. So comunque che non te ne fregherà nulla, anche perché là fuori si sentono i cori di adorazione per il tuo nuovo disco… e questo ti basterà sicuramente. Oltretutto ti confesso che se gli avessi dato un altro nome – che so, bastava un semplice Lombardia (per rippare quei marpioni dei Mercanti di liquore che già ci fecero un brano) – e io manco mi sarei accorto che usciva il disco, con grande giovamento per entrambi. Soprattutto per me, egoisticamente.

PS: dei testi non ci ho capito nulla…

Fuga dal convento del massimo volume

Monaci del surf – s/t (INRI, 2012)

E’ una banalità detta e ridetta, ma la liaison dell’Italia con la surf music, per quanto improbabile sulla carta, funziona alla stragrande. E a ribadirlo ci sono questi torinesi che suonano con maschere da wrestler messicani e si fanno chiamare Monaci del surf (pare siano fuggiti dal convento del massimo volume, stando alla bio…).

I misteriosi surfer sabaudi giocano la carta dell’identità segreta, uno dei più classici gimmick del rock’n’roll, e la abbinano a un torrido surf’n’roll strumentale (al 90% almeno) fatto di cover ultranote, ma non necessariamente appartenenti al genere in origine… si va dal tema de La famiglia Addams a The Entertainer, passando per I Want You di Lennon/McCartney e Get The Party Started (la hit di Pink, scritta da Linda Perry dei Four Non Blondes).

L’unica pecca – a voler essere pedanti all’inverosimile – è un suono che mi pare un filo troppo moderno; per il resto un bel dischetto divertente, intrigante, ben suonato e filologico senza essere ossessivo: probabilmente diverrà uno dei classici da viaggio, almeno nella mia auto.

Pregate per noi, monaci del surf.

Dancing record store day

The Dancers – On The Road (autoprodotto, 2012)

Il Record Store Day è forse l’unica festività che dobbiamo ricordarci di celebrare e, per invogliarci a entrare nello spirito, abbiamo i The Dancers (di cui abbiamo già detto molto bene in occasione del loro ottimo 7″ su Green Records); il trio veneto ora ci sorprende con un cd-ep con due tracce, inciso appositamente per il Record Store Day e stampato in edizione limitata… una bella iniziativa davvero (in Italia non sono molte le band ad averlo fatto, tra l’altro).

Nella vostra borsa di dischi di domani, dunque, cercate di infilare anche una copia di On The Road – se lo trovate. Sarà la ciliegina sulla torta, con un bell’originale di garage-punk’n’roll e una cover di “Biff Bang Pow” dei leggendari Creation, velocizzata e anfetaminica (oltre che ribattezzata “Big Bang Pow”).

Bravi per l’idea e per i due brani. A voi non resta che santificare come si deve.

Figgiu du diau

Diego Curcio & Johnny Grieco – Figli del demonio (Libero di scrivere, 2012, 218 pag.)

Alla fine – con buona pace di corvacci, scettici professionisti, editori pavidi, cazzari assortiti e ignavi patentati – questo libro è uscito. Certo, per un editore piccolo (forse troppo per garantire la capacità di fuoco minima sindacale per promuovere un titolo del genere), ma almeno la missione è stata compiuta e la vicenda dei Dirty Actions di Genova è stata consegnata alla storia in modo indelebile.

In 218 pagine il giovane giornalista e punk rocker Diego Curcio, con la collaborazione del frontman della band Johnny Grieco (nonché disegnatore e agitatore culturale dell’Itaggglia degli ultimi 30 e passa anni), traccia una storia dettagliata senza ossessionare più del dovuto con date, dati e minuzie. Insomma questo è un libro che parla di vite pulsanti e non di particolarità dei vinili, di strumentazione e di numero di take per ogni brano in studio… ed è l’approccio più corretto, in omaggio alla punkitudine dei Dirty Actions, nonché al fatto che la loro storia è talmente poco nota che sarebbe stato un peccato soffocarla nelle spire della pignoleria.

Se siete di Genova o avete frequentato la città, vi perderete a fantasticare anche solo per i riferimenti a luoghi e posti di cui Figli del demonio è infarcito; e poi i personaggi, i locali, i nomi di band… è un’esperienza proustiana. Per tutti gli altri c’è un ottimo libro che racconta una scena punk piuttosto misconosciuta (per non dire negletta), che si è sviluppata secondo regole proprie… e soprattutto per ricordare che il punk rock italiano non è stato solo Great Complotto o scena milanese, ma c’erano altri che si muovevano in contesti meno visibili.

Una lettura veloce e a frammentazione come una granata, ricca di contributi di chi c’era e viveva la Genova dei Dirty Actions. Indispensabile per studiosi e amanti del punk rock italiano della prima ondata.

The Wild Brunch #22

Portata numero 22 dell’ormai tradizionale (più del panettone) Wild Brunch. Arriva la primavera che sembra inverno e – come di consueto – porta solo grane e paranoie. Nevvero? Eh già. Per cui forza e coraggio, che la vita è un passaggio – come dicono dalle mie parti, con una devastante rassegnazione/imposizione.

Come sapete (forse) questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

Questa volta ci occupiamo di quattro band italiane che spaziano dall’hardcore al punk rock patinato all’alt rock. Enjoy…

LinternoLay Down For Comfort (Chorus of One, 2012)
Hardcore melodico con derive punk rock ed emo-core, per questi ragazzi bolognesi che fanno il loro mestiere in maniera onesta e convincente. Il tiro c’è, i riff che restano in testa pure… un cd divertente se avete amato o amate gente com Pennywise, Bad Religion, NoFx, Rise Against. Un genere che ha detto tutto da molto tempo, ma è piacevole da ascoltare, se fatto così.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: seguaci del verbo di Fat Mike, Epitaph-dipendenti italioti]

NeurodeliriQuello che resta (Autoprodotto, 2012)
Punk rock/emo-rock lucidato, ricco di stacchi, articolato e melodicissimo – pure un po’ alt rock – è quello che propongono i fiorentini Neurodeliri, all’esordio su cd dopo un demo. Il sound è molto statunitense, laccato, prodottissimo e su tutto svetta un cantato in italiano – solo due pezzi sono in inglese – che per quanto mi concerne è un pugno in un occhio (la querelle continua da secoli: per me l’italiano su brani così ha l’effetto degli Heroes del Silencio che facevano hard rock in spagnolo). Non sono malaccio, ma finiscono nel calderone della moltitudine del punk rock italiano contemporaneo e un po’ mainstream.
[Voto: 1 – Consigliato a: punk rocker da FNAC, under 18 in libera uscita, amanti del patinato un po’ ribelle]

Peggio EmiliaAnticittadino (Autoprodotto, 2012)
Un bell’hardcore-punk tirato, con diversi richiami al sound italiano anni Ottanta (un po’ Peggio Punx e un po’ Raw Power) e arrangiamenti più vicini alla scena Epitaph/Fat Wreck. Si ascolta d’un fiato e diverte, oltre a titillare, almeno a tratti per un anziano come me, la ghiandola della nostalgia; non so se sia un complimento, ma il pargolo di 11 mesi ha ballato i primi 4-5 pezzi facendo headbanging sul passeggino. Belli anche i testi, all’insegna della critica sociale e politica. E non posso non menzionare il booklet sopraffino, con una serie di illustrazioni del Gotha delle matite italiche: Akab, Officina Infernale, Simone Lucciola, Rocco Lombardi e Ciro Fanelli. Bravi.
[Voto: 3 – Consigliato a: menti hardcore in corpi non pervenuti, nostalgici degli Ottanta, bandanna boyz]

Revolution Is MeNo Way, Mate! (Autoprodotto, 2012)
Quartetto capitolino dedito a un alt rock energico e patinatissimo, melodico e di facile digestione; in poche parole molto mainstream e addomesticato. Non mi si fraintenda, sono bravi davvero, ma semplicemente manca la dimensione del pericolo, della minaccia e della zozzura (del resto dichiarano apertamente di ispirarsi a Biffy Clyro, Paramore e Foo Fighters). Sarebbero pronti per MTV, tanto sono rifiniti e curati. Ma come dire… qui pratichiamo altri tipi di perversione.
[Voto: 1 – Consigliato a: ribelli del sabato pomeriggio, rocker con contratto a termine in studio legale, amanti dei sapori decisi ma omogeneizzati]

He’s got the bluez

One Man 100% Bluez – s/t (Dead Music, 2011)

Le one man band sono un fenomeno che mi affascina e intriga. Tantissimo. Avevo persino provato a farne una io, ma come dire… ci vuole stoffa, talento e faccia tosta in dosi non comuni per continuare e perseverare in questo sporco business. Tutte doti che non mancano al romano One Man 100% Bluez (alias Davide Lipari).

Questo singoletto vinilico (limitato a 299 copie) contiene quattro brani di blues-rock’n’roll grezzo nell’approccio, ma suonato coi coglioni fumanti. Attitudine sporca, animo lo-fi, spirito punk… ma anche il blues più tradizionale nell’animo. Dai primi Led Zeppelin agli Oblivians, passando per Blind Lemon Jefferson e Jeffrey Evans, qui più o meno ci trovate tutto (persino un pezzo in versione garage dub mix, forse quello che meno mi ha convinto dell’intero lotto, ma è un problema mio)

Un disco che non vi cambierà la vita, probabilmente, ma che vi farà ritrovare un grammo di fiducia nel rock’n’roll. E coi tempi che corrono non è poco. Per un cazzo.

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