No bullshit

Beatbreakers – Don’t Listen To Their Bullshit (Vololibero, 2012)

Dei milanesi Beatbreakers ci siamo già occupati con gusto in occasione della recensione del loro demo cd e in sede di intervista. Ora, a sorpresa, esce questo 12″ ep (old school 100%: avete presente i cari vecchi extended play, grossi come gli lp, ma che girano a 45 rpm? Ecco, così), con cui la band si presenta al mondo con tutti i crismi dell’uscita ufficiale.

I Beatbreakers hanno scelto di riproporre, ri-registrando tutto ex novo, i quattro brani del cd promo più una quinta composizione – l’opener intitolata “Evil Everywhere”.
Che dire quindi… l’impressione più che buona viene confermata e anche la traccia inedita è in puro spirito Beatbreakers, ossia garage punk/garage revival selvaggio ma mai sguaiato o scassone, con molte influenze e tocchi variegati (dallo psychobilly al rock’n’roll, passando per la wave e il surf).

Interessante anche la copertina, che si distacca dai cliché del genere andando a scomodare e rivisitare il costruttivismo russo dei fratelli Stenberg.

In sostanza, un bel vinilone – peccato solo che se già avete il promo, ci troverete ben poco di nuovo. E la mia preferita resta “Alien”, seguita dalla nuova.

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Surf Bradipos, surf!

Bradipos IV – Live At KFJC Radio (Freak House, 2011)

Suonano dal 1994 i casertani Bradipos IV e infatti è praticamente impossibile non conoscerli o non averne mai letto/sentito parlare. Probabilmente hanno avuto molto meno di ciò che meritavano, vista la maestria del loro surf strumentale, eppure in casi come questo la miglior vendetta è essere ancora in giro a suonare e a spaccare il culo nelle occasioni in cui viene concesso un palco su cui esibirsi.

Questo nuovo capitolo della – non nutritissima, mi pare – discografia dei Bradipi è addirittura un lavoro dal vivo, inciso negli studi della stazione radio KFJC, che ha ospitato la band per un set trasmesso in occasione tour negli USA dello scorso anno. Quindi pulizia sonora, con il brivido della diretta – anche se, ovviamente, si percepisce un po’ la mancanza dell’elettricità che la presenza del pubblico, negli album live più riusciti, può dare.

Il disco è impeccabile, scivola via d’un fiato tra atmosfere spensierate da spiaggia, riverberi apocalittici e suggestioni westernate; insomma, tutto come la miglior scuola surf strumentale impone, tanto che il sospetto che Caserta sia dalle parti di Venice Beach si fa strada di brano in brano.

Che i Bradipos IV fossero un ottimo gruppo era noto e questo live lo conferma nuovamente; certo, il loro è un “genere” in tutto e per tutto, quindi coerente e ubbidiente a canoni sonori/estetici ben precisi che tracciano una linea molto netta: quella che separa chi il surf lo ama alla follia da chi invece semplicemente lo tollera o non se ne cura (lasciamo stare poi il popolo di quelli/e per cui il surf è quella roba iniziata con Pulp Fiction e che si divertono a ballare le canzoncine come Uma Thurman al terzo coca e rum). Decidete da che parte della linea state e sappiate che in ogni caso questo è un ottimo cd, a testimonianza della vitalità e della qualità della scena surf dello Stivale.

The Wild Brunch #21

Il brunch selvaggio numero 21 è servito. Anzi no. E’ a buffet, prendete quel che volete – è meglio poter scegliere, no?

In questo nuovo capitolo troviamo di tutto un po’: dall’hc punk italiano al cantautorato, allo stoner, all’indie. A voi l’onere e l’onore di assaggiare ciò che vi stuzzica le papille, magari partendo dal presupposto che ciò che piace a noi non piace a voi. E viceversa.

Come sapete (forse) questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

FiorinoL’esca per le acciughe (autoprodotto, 2012)
Cantautorato non banale, orecchiabile, con un tocco bacciniano (ehm, momento di sconforto) – ma per fortuna con testi (grazie a Pazuzu e a tutte le divinità pagane) degni di una forma di vita pensante e ragionante. Chitarra e voce, melodie a volte bizzarre, storie… probabilmente Fiorino è un talento, ma trascende le mie capacità mentali e i miei gusti. Se praticate queste cose, dategli una chance.
[Voto: 0,5 – Consigliato a: adoratori di cantautori, italiofili ortodossi, allergici all’elettricità]

Kakkole Esilaranti – s/t (Paul Pastrelli Records, 2012)
Robusto hardcore punk di matrice USA, con le inevitabili e sacrosante deviazioni italiche per i lombardi Kakkole Esilaranti, attivi dal 1996 con varie traversie, pause e reunion; una band che, come dice la bio, è sempre andata “avanti per gioco, per divertimento, per sfogo e nulla più”. Questo cd (inciso nel 2011 in occasione dei 15 anni di vita del gruppo) celebra proprio questa attitudine: zero menate, tanta voglia di suonare senza implicazioni di alcun tipo e nessuna paura di mostrare le proprie influenze. E’ un disco che non ti cambia certo la vita, ma anche un bell’ascolto, per ricordarci tutti da dove veniamo, almeno a livello attitudinale… e ogni tanto fa bene al cuore, all’anima e a tutto il resto. Medicine così sono da assumere almeno una volta al mese, con regolarità.
[Voto: 2 – Consigliato a: guerrieri hardcore con dubbi nella fede, musicisti da pub in crisi di motivazione]

OryzonTaste The Flavour ep (autoproduzione, 2012)
Indie rock un po’ lamentoso e un po’ epico, con qualche citazione metallara a corredo. Muse, Metallica e Radiohead messi assieme vi intrigano? A me no, purtroppo, e trovo questo album molto costruito, ruffiano, patinato oltre il livello di guardia… simile, in maniera allarmante, a ciò che potrebbe passare nell’impianto di un outlet invaso da acquirenti affamati di offerte e promozioni. Bel packaging e ammirevole politica dei prezzi, ma l’indie rock, da queste parti, proprio non lo riusciamo a reggere.
[Voto: 0,5 – Consigliato a: indie rocker da shopping all’outlet, hipster di quartiere senza adsl]

Sick Monkey – s/t (autoproduzione, 2012)
Cinque anni di prove e concerti per i Sick Monkey (originari della costa Est del lago di Garda) e poi il debutto con questo cd/ep contenente quattro brani di sano e scolastico stoner rock di quello con i riffoni potenti, il wah-wah straripante, i fuzz cremosi e i mid tempo strascicati. La personalità non è esattamente il loro forte, ma sono onesti predicatori del sound degli anni Settanta rivisitato alla maniera di Kyuss e discepoli vari. Un buon ascolto davvero, peccato solo per il cantato in italiano – poco credibile in questo contesto e convincente solo nei frammenti in cui non si capisce e si trasforma in fonetica – che a dispetto degli amanti dell’italianità, per certi generi è semplicemente orrendo. Come in questo caso. Ragazzi, rispolverate l’inglese imparato a scuola e andrà tutto benissimo. O quasi.
[Voto: 2 – Consigliato a: gladiatori del chiloom, nostalgici dei Settanta, capelluti con pantaloni a zampa]

Doggy style

The Doggs – Red Sessions (autoprodotto, 2012)

A costo di tuffarmi a capofitto nella sbruffoneria da aspirante giornalista di provincia, dopo aver ascoltato quattro volte di fila la nuova uscita dei Doggs mi ronza in mente la fatidica frase: questo è di sicuro uno dei dischi italiani dell’anno (con quello dei Movie Star Junkies, recensito da don Prinzio, siamo già a due… ed è solo marzo). Certo, verso dicembre non lo troverete nelle classifiche di Rolling Stone e compagnia bella – questo è poco ma sicuro – quindi dovreste fidarvi di chi, come me e altri, da tempo vi dice (magari in trafiletti seminascosti o webzine con tanti visitatori quanti una sauna in pieno Sahara) che questo trio meneghino merita davvero.

Se con Black Love (l’ ep dello scorso anno) la band evocava fantasmi velvettiani, in Red Sessions i Doggs si riavvicinano al nucleo radioattivo dello Stooges sound di Fun House, con disinvoltura, rigore filologico e quella precisione sonora/iconografica che deriva dalla passione bruciante per i fratelli Asheton, l’Iguana, Williamson e Alexander. Curiosamente la Fun House dei Doggs, però, è solo lievemente macchiata da incursioni di sax (che nel primo ep, ad esempio, era molto più presente)… eppure i conti tornano lo stesso. E anche alla grande, con un pugno di brani di puro rock/protopunk decadente, cupo, arrogante, ossessivo, tossico e primordiale.

La sostanza della band quindi è immutata e resta ottima; a colpirmi particolarmente, questa volta, è l’aspetto della produzione: il disco “suona” davvero bene… caldo, crudo e vintage, coerente con l’estetica dei Doggs, nonostante sia stato inciso con mezzi digitali.

Tuffatevi nel Detroit sound del 1969 e non pensate più a nient’altro.

Murder ballads made a man out of me

Movie Star Junkies – Son Of The Dust (Wild Honey/Outside Inside, 2012)

[di Denis Prinzio]

Se si volessero utilizzare le facili armi della retorica per descrivere brevemente il terzo album dei torinesi Movie Star Junkies, basterebbe la definizione “album della maturità”. Dato che spesso la retorica è abusata, ma in alcuni casi rimane strumento utile a circoscrivere un pensiero comune, affidiamoci a essa e diciamolo pure: Son Of The Dust è il disco della maturità.

Abbandonate le clave e i bastoni del garage punk, i nostri imbracciano il fioretto del blues, delle murder ballad, del crooner sciamanico che, robustamente brillo, ti racconta vecchie storie di pazzia e redenzione.
Nello specifico, il lavoro è una specie di concept incentrato sulle figure di un prete, uno straniero e un contadino, ispirato da tematiche ed ambientazioni faulkneriane, dove il prete viene infine sacrificato (verrà buttato in un pozzo legato alla statua del santo) per tentare di combattere la siccità che affligge un paesino. Richiami a leggende oscure, superstizioni e credenze popolari, l’avvicendarsi di dialoghi e narrazione pura permette ai MSJ di tessere dieci trame sonore imbevute di blues, crepuscolari e malaticce ballate, umori profondamente western e polverosi, ma anche di rock’n’roll purissimo e dai toni melodici semplicemente perfetti (“These Woods Have Ears”, che ha il merito di aprire alla grande l’album).

I riferimenti si possono trovare tanto nel Nick Cave della maturità (appunto) quanto nei chiaroscuri dei Black Heart Procession, ma non si renderebbe giustizia a un suono che si fa enorme, proprio in virtù della sua capacità nel maneggiare la classicità senza ridurla a mero esercizio di stile. Così si passa senza soluzione di continuità dalla ballad intensa e drammatica della title track ai numeri più vivaci di “There’s A Storm”, alle storture caracollanti e per questo intrise di pura malinconia di “This Love Apart”, pezzo da scorticarsi le mani per gli applausi.

Sia chiaro, i Movie Star Junkies restano cinque gattacci randagi e in calore che miagolano arrapati alla porta della vostra gattina: hanno messo gli abiti buoni, ma il marciume spunta sempre dal colletto della camicia.

Per quanto ci riguarda, una delle uscite chiave dell’anno di grazia 2012.

Tonno e Champagne… per brindare a un incontro

Tunatones – iTunas! (Prosdocimi, 2012)

[di Manuel Graziani]

Il r’n’r degli anni Cinquanta e primi Sessanta non è proprio cosa nostra, eppure nel Belpaese c’è chi può insegnarlo a molti gruppi d’oltreoceano. Penso a Marco Di Maggio e a questi Tunatones freschi di un esordio impeccabile, pubblicato anche nel glorioso formato vinile che qui a Black Milk amiamo oltremisura. Invero pure troppo impeccabile e con una copertina bruttarella da pubblicità della Wind: non me ne vogliano i Tunatones se dico che ci mancano solo Aldo, Giovanni & Giacomo che se le danno di santa ragione dentro una lavanderia.

Essendo un buzzurro del r’n’r va da sé che avrei preferito una maggiore sporcizia sonora, ciononostante alzo le mani di fronte alla tecnica e al cuore dei musicisti veneti che surfano sulle onde di Dick Dale strizzando l’occhio a Ennio Morricone e i coglioni a Elvis Presley.
Nessuna rivoluzione copernicana, sia chiaro. Stiamo parlando di 11 pezzi per 35 minuti di easy listening, seppur indubbiamente a ottimi livelli. Per lo più musica da colonna sonora di una spy story o di uno spaghetti western, buona da ascoltare a bordo piscina, mezzi stonati dall’alcol, con i piedi scalzi, l’ennesimo drink ghiacciato in mano e la collanina hawaiana a mo’ di cappio.
Sul gradino più alto del podio, anche solo per il titolo, ci sale d’ufficio lo strumentale polizziottesco “Mafia e Sti Cazzi”. Il secondo posto va al medley in chiave rockabilly di pezzi del Beatle sfortunato, “Homage To George Harrison” che leggo essere stata “arrangiata ed eseguita per celebrare la prima volta del Bangladesh sulla scena della Biennale di Venezia”. Il bronzo va invece a “Letter Of Love” che fa pensare a dei Police piuttosto alticci, sballottati tra le spiagge di Honolulu e la costa romagnola.

PS: c’entra nulla, ma a proposito di Police procuratevi se potete l’interessante autobiografia di Andy Summers “One Train Later” pubblicata di recente con grande cura (nel formato e nella traduzione) da un piccolo editore delle mie parti che si chiama Galaad.

Staring at the original rude boy

Neville Staple & Tony McMahon – Original Rude Boy (Shake, 2012, 272 pag.)

Che io non abbia affinità di sorta o pulsioni verso le sonorità ska e in particolare 2 Tone, per chi mi conosce, non è una novità. Semplicemente non scatta il click tra me e questa scena – peraltro interessante a livello storico – che mescolava reggae, ska, musica giamaicana, punk e un po’ di new wave.

I presupposti quindi sono poco felici, visto che questo volume edito da Shake – traduzione curata dalla nostra vecchia conoscenza Antonio “Tony Face” Bacciocchi – è nientemeno che la biografia di uno dei due frontman degli Specials, ossia Neville Staple. Invece per fortuna mi sono goduto la lettura e per un fatto molto semplice, ma non banale: Staple ha una storia di quelle belle tese da raccontare, per cui non  è difficile appassionarsi alla vicenda a prescindere dal lato musicale.

Tutto inizia in Giamaica, da dove Staple parte – a cinque anni di età – con un pezzo della sua famiglia incasinata, per trasferirsi in UK, a Rugby. Da qui, complice un padre violento, i primi contatti con la vita della strada, la famosa “teppa life” fatta di furti, espedienti e arte di arrangiarsi a ogni costo, senza guardare in faccia nessuno. E infatti Nev da adolescente semina figli in puro stile Brian Jones e finisce anche in galera.
Poi c’è l’incontro con la musica, con la scena dei soundsystem di Coventry e con gli Automatics, destinati a diventare Specials.

In questo libro, scritto con linguaggio molto stradaiolo e senza troppe raffinatezze, non manca nulla: c’è il sesso, la droga, il crimine, l’Inghilterra a cavallo tra anni Settanta e Ottanta con le sue gravi contraddizioni e problemi…. e poi gli anni Ottanta e seguenti, con Nev che intraprende altre strade musicali, ma resta fondamentalmente il figlio di buona donna che era a Rugby da ragazzino.

Non aspettatevi una bio accademica e seriosa, comunque. Original Rude Boy è un libro narrato in prima persona da uno che ne ha fatte di cotte e di crude e bada da sempre più alla sostanza che non alla forma… sono pagine pulsanti, a volte grezze e sgraziate, ma che rendono a dovere l’idea.

Il cavaliere psichedelico (in)esistente

Hot GossipHopeless (Foolica, 2012)

[di Manuel Graziani]

Decadente, languido, sofferto, tossico. D’emblée mi giocherei queste parole per descrivere il nuovo disco degli Hot Gossip, band milanese che, devo essere sincero, ho sempre un po’ snobbato a causa dell’aura di fighettume che la circondava. Capitemi… sono un (ex) ragazzo di provincia, per di più del sud, con l’aggravante di ritenere i Minutemen il massimo dell’eleganza. C’è voluta l’entrata in scena della Foolica Records, etichetta “pop” che stimo, per farmi togliere i paraocchi e spararmi in vena subito i 35 minuti di Hopeless.

Rimasto solo al comando della nave, Giulio Calvino invece di abbandonarla e mettersi in salvo si è lanciato nel mare in burrasca, tra le onde sporche di quella psichedelia velvetiana praticata nel Regno Unito a metà degli anni Ottanta prima che qualche genio s’inventasse l’etichetta shoegaze.

Le chitarre distorte, lontane e vicine, fanno male e scaldano l’anima. Giulio Calvino, che qui fa tutto da solo (scrive, suona e produce), è come un novello Agilulfo imbottito di sostanze psicotrope che solca le onde dentro un cubo di cristallo imploso sotto il peso del Wall of Sound di spectoriana memoria.

In due episodi arriva in soccorso la voce della francese Adeline Fargier, bravissima nel rimanere in equilibrio tra Nico e Jennifer Herrema (“Love Murders”) e poco dopo indossare con classe i panni della sirena (“March Of The Black Umbrellas”).

Otto pezzi, per neanche mezz’ora di musica, che se l’avesse scritti quello sbruffone di Liam Gallagher (“l’andatura” della voce di Calvino lo ricorda molto: ascoltare “Lifespan”, please) l’avremmo riabilitato all’istante, gridando al miracolo e sperticandoci di applausi fino a spellarci le mani.

Questo terzo album degli Hot Gossip è un signor disco di psichedelia noise e pop d’avanguardia. Nell’attitudine trovo molte somiglianze con Automatic dei Jesus and Mary Chain, guarda caso il terzo album dei fratelli Reid, che prima o poi spero qualcuno avrà il buon senso di rivalutare.

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