L’anguilla Bob nella rete di Marcus

Greil Marcus – Bob Dylan, scritti 1968 – 2010 (Odoya, 2011, 473 pag.)

Sono consapevole del fatto che non si dovrebbe mai recensire un libro avendone letto soltanto metà: oltre a non essere molto ortodosso, si correrebbe il grosso rischio di essere smentiti, per poi essere ri-smentiti – magari soltanto un paio di pagine oltre. L’insano gesto corrisponde un po’ a commentare una partita di calcio alla fine del primo tempo, con risultato ancora parziale.
Ma siccome con il vecchio Zio Bob non c’è mai nulla di definitivo – data la sua natura inafferrabile, camaleontica e sgusciante di anguilla di palude – allora per il puro gusto del paradosso mi sono permesso di sparare un po’ di cartucce ai quattro venti sulla sua ultima e definitiva (?) biografia. Anche se come tutti sanno la risposta è lì, blowing in the wind.

Se veder giocare una squadra come il Barcellona FC per cinque minuti rende un’idea verosimile di come giocherà nei prossimi 85 (recupero escluso), così pure accade con l’incipit di questo tomo pesante, ingombrante e scomodo – si consiglia di leggerlo seduti su una poltrona dotata di braccioli.
In Bob Dylan, scritti 1968 – 2010, l’autore che più impensierì Lester Bangs, il musicologo Greil Marcus, lava, smacchia e stende la storia americana del rock degli ultimi 40 anni.

Attraverso i suoi scritti/articoli dylaniani apparsi nelle più celebri testate di rock con cui ha collaborato, da Creem a Rolling Stone, Marcus setaccia canzoni, dischi, materiale di scarto, mozziconi di sigarette, nonsense, liriche, collaborazioni, aneddoti su colui che è il trait d’union tra le radici della musica americana dei primi decenni del secolo e la sua evoluzione moderna così come la conosciamo oggi.

Scrivere di Bob Dylan in maniera “bachtiniana”(per Bachtin infatti era fondamentale, per l’interpretazione del testo, la presa di coscienza del contesto storico), ma allo stesso tempo appassionata, da fan dichiarato, presuppone dei requisiti rarissimi per un critico di musica rock. In primis il fegato di stroncare il Mito quando se lo merita, come in quel Self Portrait che Greil giudica insulso e scialbo e si arrovella i neuroni per trovarne qualche significato nascosto come fosse un passo del Vangelo; in seconda battuta serve la complicità con l’autore, ovvero se su Dylan si può scrivere di tutto e il contrario di tutto, Marcus ne scrive in maniera così convincente ed empatica che a volte ci si dimentica che non è lui l’autore delle canzoni e non è Dylan l’autore del libro.
Proprio in questa interscambiabilità autoriale si trova lo spinterogeno che fa decollare il libro, e lo fa naufragare verso lidi che non sono più soltanto stereotipi da copia ed incolla o mere canzonette da recensire. Potrei ovviamente smentire quanto detto durante il secondo tempo….

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