Tarantole & filtrini

Il Re Tarantola ed Emma Filtrino – Il nostro amore sa di tabacco (Kandisky Records, 2011)

Duo bresciano al secondo disco, Il Re Tarantola ed Emma Filtrino (ovvero Manuel Bonzi e Emma Ducoli) mettono sul piatto una proposta vivace e fresca, volutamente lo-fi e “sgangherata”, come tengono a precisare loro.
Viene in mente la generazione di slacker cantata da Beck, Pavement e Guided By Voices negli anni Novanta e raccontata da Douglas Coupland in Generazione X: scazzo a profusione, elogio dell’approssimazione (“Abitiamo in una casa fredda, non sappiamo cucinare/Siamo lontani dalla perfezione, ma cerchiamo di stare allegri”, cantano nella title track) che traveste un lucido sarcasmo niente affatto banale. Raramente infatti capita di ascoltare nel nostro Paese liriche che abbinano semplicità e riflessioni pungenti sul vivere quotidiano dei trentenni o giù di lì senza essere presuntuose e saccenti, difetto che invece è ben presente in molti cosiddetti cantautori della scena nazionale.

Non si prendono particolarmente sul serio, si/ci pigliano pure un po’ per il culo, risultando indubbiamente simpatici: come non sorridere di fronte  all’autoanalisi spietata dei sogni infranti e della conseguente ammissione delle proprie incapacità in “I Love You Maddalena”, o della stortissima descrizione di come ci si deve stupidamente comportare alle feste comandate in “Fiesta”?

Il punto forte del Re Tarantola sta proprio nella capacità di coniugare leggerezza nell’esposizione a un’osservazione centratissima del mondo giovanile contemporaneo: “Qualcuno dice che dovrei studiare, qualcun’altro di andare a lavorare/Non sono nato per far ciò, propendo di star fermo sul divano/ Sto degenerando, sorrido e mi compiaccio, sto degenerando nel mio sguardo vuoto”, tre semplici versi che dicono più di qualsiasi articolo di un qualsiasi sociologo.

Musicalmente il duo si pone a metà strada tra un’attitudine garage-scassona, ma che fa l’occhiolino al pop, e il weird folk stralunato del primo Bugo, quello di Sentimento westernato – non quella triste macchietta in mano ai discografici che è diventato oggi – con i due picchi rappresentati dalla già citata “Fiesta” e la conclusiva “27 anni”, sghembissime folk songs zoppe e ubriache.

L’unica nota stonata è il suono della chitarra, veramente troppo pulito per il genere proposto: l’avrei resa più sporca e zozzona. Ma qui a Black Milk siamo tutti dei porcelloni, si sa.

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